Un belvedere sulla città

È un belvedere sulla città, un luogo forse non così noto ai visitatori ma di certo molto caro agli abitanti di Circonvallazione a Monte e ai genovesi che amano passeggiare lungo i corsi ottocenteschi.
Romantico, radioso e generoso di vedute straordinarie: questo è Belvedere Don Ga, situato in corrispondenza dell’ultima curva di Corso Firenze.

Quei pini domestici ritorti e vissuti sono per me autentica poesia.

Ed è questo un luogo denso di ricordi di persone care, qui dove tra i rami degli alberi si scorge il panorama di Genova.

Le panchine, gli alberi possenti, i tetti della Superba.

E l’amata ringhiera sulla quale poso le mani da tutta la vita.

E le ardesie, gli scorci sorprendenti, le chiese, i vicoli e i campanili.

E il mare di un turchese così prodigioso da levarti il fiato, la distesa dei tetti, la città ai vostri piedi.

Un luogo che per me è casa e che, malgrado questo, non smette mai di incantarmi.

La luce, il celeste e l’azzurro.

Una panchina davanti a questa bellezza, quando l’aria è fresca e intrisa di dolcezza.

Un angolo di quiete autentica, un luogo dai molti stupori.

E poi, percorrendo Corso Dogali e alzando lo sguardo verso quel tratto del mio quartiere è così che si ammirano gli alberi magnifici che discreti custodiscono questo posto straordinario.

Là, sotto il cielo chiaro, c’è un belvedere sulla città e sulle meraviglie di Genova.

Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo: la Cappella della Madonna della Guardia

Oggi vi porto con me nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo in Corso Firenze, un luogo a me molto caro per motivi personali.
Pur non essendo antichissima come certe chiese della città vecchia anche questa parrocchia di Circonvallazione a Monte racchiude bellezze e stupori.
Oggi ammireremo insieme la Cappella della Madonna della Guardia che trovate al termine della navata destra.

È ricca, fastosa, minuziosamente decorata e venne progettata da uno dei massimi rappresentanti del razionalismo, l’architetto Luigi Carlo Daneri, la cappella fu poi inaugurata nel 1937.

Contribuì alla sua realizzazione anche l’artista Giuseppe Lessi che era stato collaboratore di Gino Coppedè.
A lui si deve il Trittico dell’Annunciazione con i Santi Alessandro e Antonio che si ispira alle opere di pregiati maestri come Simone Martini e Beato Angelico.

Racchiuso in una nicchia riccamente adornata è collocato invece il gruppo scultoreo raffigurante la Madonna della Guardia e il beato Benedetto Pareto raccolto in preghiera ai piedi della Vergine.

La cappella è poi finemente dipinta con le scene della vita della Vergine sempre opera di Giuseppe Lessi.

Splendida è la figura di Maria realizzata da Galletti, autore di numerose sculture collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

E una meravigliosa armonia così vi sovrasta.

Le notizie che avete letto sono tratte dal volume “La Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo di Castelletto fra storia e arte “a cura di Caterina Olcese Spingardi e pubblicato dalla Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico della Liguria in occasione di Genova 2004, in particolare la parte relativa alla Cappella della Madonna della Guardia è curata da Simona Beltrami.
Attraversando questa cappella si giunge alla Sacrestia, per me è sempre un’emozione particolare tornare qui perché ho frequentato a lungo questa chiesa fin da piccola, qui ho fatto la comunione e la cresima e qui la mia mamma insegnava catechismo, ai tempi del compianto Don Francesco Urbano.

E così questa è una chiesa che mi è molto cara, ogni volta che ci entro suscita in me molti ricordi.

Vi potrete trovare opere d’arte degne di nota.

Se passate in Corso Firenze entrate anche voi nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo ad ammirare la Cappella della Madonna della Guardia.

Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo: il sogno di Giuseppe

Nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie in Corso Firenze è rappresentato, in questi giorni che precedono il Natale, un episodio della venuta al mondo di Gesù.
La vita scorre, scandita lentamente dai ritmi del quotidiano.

In questo luogo semplice dove ognuno è intento a compiere i propri doveri.

È un paesaggio che ha i colori sabbiosi e le luci chiare della Galilea.

E in una di queste umili dimore riposa un uomo, è destinato a compito grande.

È Giuseppe e questo suo sonno gli porta il sogno di un angelo che ha per lui preziose rivelazioni.

E intanto, tutto attorno, la vita ferve.
Un uomo conduce con sé il suo asino che è carico di legna.

Una donna, accompagnata da un piccola ochetta, reca con sé certe erbe raccolte nell’orto.

E il fuoco scoppietta nel forno in questo tempo così speciale.

Nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie, accanto all’allestimento che lascerà poi il posto al presepe, si può leggere il brano del Vangelo Secondo Matteo che narra questo episodio relativo alla nascita di Gesù.
Lo riporto qui per voi alternandolo alle immagini di questa suggestiva rappresentazione che racconta in maniera così semplice ed efficace le parole tramandateci dal Nuovo Testamento.

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.  Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:  Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Il Vangelo secondo Matteo 1,18-24

Una bellezza alla finestra

Scendendo giù per una bella creuza ho veduto una vera bellezza alla finestra.
E potevo non soffermarmi ad ammirare tale maestosa meraviglia?
Occhi negli occhi, mi pare che ci siamo intesi!

Tuttavia la creuza offriva diversi motivi di distrazione, bisogna ammetterlo.

E c’era un continuo andirivieni di gente da monitorare.

Una zampina sulla corda da stendere, tanto per aver sotto controllo la situazione!

E uno sguardo ancora un po’ più lontano.

Tale regale bellezza si chiama Poppy ed è stato un vero onore poterla ammirare percorrendo una delle mie amate creuza.
Buona vita, dolce e meravigliosa creatura!

La ringhiera di Corso Firenze

La ringhiera di Corso Firenze ha accompagnato tutto il cammino della mia vita, non c’è stata stagione in cui io non abbia percorso questa direzione pensando al domani, alle cose fatte, ai traguardi raggiunti o a quelli mancati, alle persone che camminavano vicino a me e a quelle che invece non ci sono più.
Un passo dietro l’altro, nel mio amato quartiere.

La ringhiera di Corso Firenze è una poesia, è una canzone che conosco a memoria, una musica che potrei fischiettare in qualunque momento.

La ringhiera di Corso Firenze scende dolcemente, una volta ha avuto anche lei un grosso guaio ma per fortuna l’hanno riparata e restituita ai nostri sguardi proprio com’era e così si continua a camminare posando la mano sulla ringhiera di Corso Firenze.

Poi a un tratto c’è una curva straordinaria che così avvolge la scalinata che conduce in Via Pertinace.
E qui la memoria va sempre a giorni di scuola con lo zainetto sulle spalle anche se quella scalinata è sempre rimasta ancora mia, anche in questi anni.
Quindi, tra tutti, ci conosciamo da sempre, si può dire.

I luoghi che sono nostri, a volte, sanno di noi cose che nemmeno le persone con le quali ci confidiamo conoscono.
I luoghi ascoltano, forse a volte rispondono persino, a volte magari nemmeno come vorresti tu.
Eppure i luoghi, i nostri luoghi, ci riconoscono, sembrano sapere chi siamo, ci confortano, forse ci sfidano.
E ci aspettano, sempre, e questi pensieri mi accompagnano ogni volta che percorro Corso Firenze.

Oltre la ringhiera di Corso Firenze c’è l’orizzonte dove sempre si posa lo sguardo.

E sulla ringhiera di Corso Firenze si arrampicano le foglie arrossate dall’autunno.

Foglie che danzano sotto la luce.

E fremono i convolvoli dai fiori delicati.

Fiori che dondolano verso i tetti, verso il cielo, nell’aria leggera.

Verso l’azzurro e verso il profilo di Genova che così si ammira, fermandosi davanti alla ringhiera di Corso Firenze.

Innamorarsi alla fermata dell’autobus

Ci sono novità e piccole migliorie alla cara, vecchia fermata dell’autobus già tante volte protagonista su queste pagine.
Infatti, come si può notare, oltre alla panchina di ordinanza è comparsa una seggiolina bianca, non si finisce mai di stupirsi a questa fermata dell’autobus!
Inoltre, in queste sere di primavera, a volte tornando a casa vedo alla fermata un ragazzo e una ragazza.
Sono molto giovani e credo anche molto innamorati, stanno vicini, chiacchierano tra di loro.
Abiteranno nelle vicinanze, immagino.
Saranno studenti, presumo.
Così magari passano il pomeriggio a studiare e poi si incontrano lì, prima di cena.
E si salutano, si augurano la buonanotte e il giorno dopo si rivedranno.
A volte succedono cose belle alla fermata dell’autobus.
Si finisce persino per innamorarsi, a volte.

C’era una volta il 33 barrato

C’era una volta il 33 barrato e quello là era proprio un altro mondo.
Ora, direte voi, è il caso di dedicare un articolo a un linea di autobus soppressa ormai da anni?
Eh, a mio parere il 33 barrato lo merita proprio!
Come dicevo, quello là era proprio un altro mondo: avevamo la lira nel portafoglio, io tenevo in camera i poster di Billy Idol, il futuro era ancora tutto da scrivere.
A dir la verità non ricordo proprio tanto bene in quale anno ci hanno privato del 33 barrato, so che per noi della Circonvallazione a Monte era una piacevole abitudine.
Infatti il 33 barrato faceva capolinea a San Nicola, ai Giardini Pellizzari, quindi era comodo sia per andare che per tornare: quando c’era il 33 barrato al capolinea ti potevi sedere con tutto comodo e aspettare che partisse alla volta di Principe.
Il tempo passa ed è tutta una questione di numeri, in molte diverse faccende.
E a proposito degli autobus un tempo qui avevamo il 30 che andava da Principe a De Ferrari, il 33 andava da Brignole a Principe e il 33 barrato seguiva lo stesso percorso ma aveva il capolinea come già detto a San Nicola.
Il 36 copriva invece il percorso tra Via Piave e Piazza Manin.
Poi all’improvviso tutte queste linee sono praticamente scomparse: addio 30, 33 e 33 barrato, tutto il lavoro è finito sulle spalle del povero 36 che ora copre il percorso da Principe a Piazza Merani.
I primi tempi devo dire che mi faceva un po’ impressione vedere il 36 a San Nicola, perché il 36 è sempre stato uno di Manin, ecco, poi alla fine ci ho fatto l’abitudine.
In quell’altro mondo però erano tutti altri numeri, in molti diversi sensi.
Tra l’altro all’epoca non c’era neanche internet.
Non c’erano gli smartphone e non esistevano i social network eppure riuscivamo sempre a trovarci.
In ogni caso avevamo il gettone per telefonare dalle cabine, il progresso portò poi le schede telefoniche e per un mistero che ignoro ne ho conservato un certo numero in una scatola di metallo, ora sono vintage pure le schede telefoniche.
Al tempo del 33 barrato avevamo il walkman a cassette, credo di aver ascoltato migliaia di volte West End girls dei Pet Shop Boys mentre aspettavo l’autobus.
E poi all’epoca non esistevano neppure le paline intelligenti con gli orari di arrivo delle varie linee, eppure, chissà perché, a me alllora le attese sembravano più brevi.
Era tutto più lieve, in un certo senso, mettiamola così.
Poi il tempo è trascorso.
E un giorno al mercatino dell’antiquariato certi numeri si sono di nuovo ripresentati davanti ai miei occhi.
Stupore e meraviglia: c’era una volta il 33 barrato e a volte non sembra nemmeno che sia passato così tanto tempo.

Fine d’anno alla fermata dell’autobus

E rieccoci ancora alla cara, vecchia fermata dell’autobus.
L’ultima volta ci eravamo lasciati così, con la panchina appositamente posizionata per l’agio degli utenti.
E in passato, come i miei affezionati lettori ricorderanno, a quella fermata dell’autobus abbiamo avuto modo di trovare i più disparati arredi: poltroncine e sedie da giardino, un tavolino e cose per i più piccini, qui trovate l’ultimo riepilogo con tutte le variazioni sul tema a partire dal lontano 2013.
Adesso, con l’approssimarsi delle feste, si vede che qualcuno deve aver pensato che da queste parti potrebbe esserci un certo affollamento, magari per il brindisi, no?
E così ecco che è stata aggiunta una bella sedia per un comodo fine d’anno alla fermata dell’autobus.

Quiete

Un tempo lento, silenzioso e sospeso.
E l’albero antico si protende donando la sua dolce ombra mentre sull’altro lato l’alberello giovane deve ancora crescere, imparare e divenire saggio.
La ringhiera di Spianata Castelletto, il confine oltre il quale fluttuano i pensieri e le nostalgie.
Le alture della città, lo sguardo.
La pozzanghera, un magico specchio.
E le panchine.
Si rimane a pensare, a immaginare, a respirare.
Sotto il cielo di Genova: la quiete.

Ritornando nel passato di Corso Firenze

E ritorniamo ancora nel passato, ancora con la suggestione di una cartolina che restituisce un panorama a me caro e assai famigliare.
È il mio quartiere, sono i miei luoghi, i posti nei quali sono cresciuta.
In questa prospettiva in bianco e nero si nota così il Santuario della Madonnetta in primo piano e laggiù il porto, sulla destra ecco poi le case di Corso Firenze.

Uno sguardo sul presente svelerà chiaramente le nuove costruzioni sorte sulle alture e all’epoca non ancora esistenti.
E inoltre, in questo nostro tempo, sono presenti due civici di Corso Firenze che allora non erano ancora stati edificati.

Al loro posto una grande vuoto e una realtà ancora da immaginare.

Devo dirvi che mi ha fatto un po’ impressione vedere questa immagine, proprio perché quelli sono i miei luoghi e sono anche legati a persone che hanno un posto speciale nel mio cuore.

Ecco i due palazzi mancanti, in uno dei due abitava una mia cara amica al tempo della scuola.
E così mi è parso strano immaginare un tempo nel quale non esisteva la sua cameretta, i posters appesi alle pareti, la musica che ascoltavamo e tutto ciò che mi rende cari questi posti, compresa la nostalgia dei nostri sogni, di quelle risate sincere e di quella stagione per me indimenticabile.

Ora osservando verso Genova e verso il suo mare ritrovo ancora il mondo al quale appartengo.
E rivedo anche il tempo della foto in bianco e nero e poi una casa che ho tanto frequentato, un’amica che non ho dimenticato e una città che racchiude, in qualche modo, tutto ciò che amo.