Innamorarsi alla fermata dell’autobus

Ci sono novità e piccole migliorie alla cara, vecchia fermata dell’autobus già tante volte protagonista su queste pagine.
Infatti, come si può notare, oltre alla panchina di ordinanza è comparsa una seggiolina bianca, non si finisce mai di stupirsi a questa fermata dell’autobus!
Inoltre, in queste sere di primavera, a volte tornando a casa vedo alla fermata un ragazzo e una ragazza.
Sono molto giovani e credo anche molto innamorati, stanno vicini, chiacchierano tra di loro.
Abiteranno nelle vicinanze, immagino.
Saranno studenti, presumo.
Così magari passano il pomeriggio a studiare e poi si incontrano lì, prima di cena.
E si salutano, si augurano la buonanotte e il giorno dopo si rivedranno.
A volte succedono cose belle alla fermata dell’autobus.
Si finisce persino per innamorarsi, a volte.

C’era una volta il 33 barrato

C’era una volta il 33 barrato e quello là era proprio un altro mondo.
Ora, direte voi, è il caso di dedicare un articolo a un linea di autobus soppressa ormai da anni?
Eh, a mio parere il 33 barrato lo merita proprio!
Come dicevo, quello là era proprio un altro mondo: avevamo la lira nel portafoglio, io tenevo in camera i poster di Billy Idol, il futuro era ancora tutto da scrivere.
A dir la verità non ricordo proprio tanto bene in quale anno ci hanno privato del 33 barrato, so che per noi della Circonvallazione a Monte era una piacevole abitudine.
Infatti il 33 barrato faceva capolinea a San Nicola, ai Giardini Pellizzari, quindi era comodo sia per andare che per tornare: quando c’era il 33 barrato al capolinea ti potevi sedere con tutto comodo e aspettare che partisse alla volta di Principe.
Il tempo passa ed è tutta una questione di numeri, in molte diverse faccende.
E a proposito degli autobus un tempo qui avevamo il 30 che andava da Principe a De Ferrari, il 33 andava da Brignole a Principe e il 33 barrato seguiva lo stesso percorso ma aveva il capolinea come già detto a San Nicola.
Il 36 copriva invece il percorso tra Via Piave e Piazza Manin.
Poi all’improvviso tutte queste linee sono praticamente scomparse: addio 30, 33 e 33 barrato, tutto il lavoro è finito sulle spalle del povero 36 che ora copre il percorso da Principe a Piazza Merani.
I primi tempi devo dire che mi faceva un po’ impressione vedere il 36 a San Nicola, perché il 36 è sempre stato uno di Manin, ecco, poi alla fine ci ho fatto l’abitudine.
In quell’altro mondo però erano tutti altri numeri, in molti diversi sensi.
Tra l’altro all’epoca non c’era neanche internet.
Non c’erano gli smartphone e non esistevano i social network eppure riuscivamo sempre a trovarci.
In ogni caso avevamo il gettone per telefonare dalle cabine, il progresso portò poi le schede telefoniche e per un mistero che ignoro ne ho conservato un certo numero in una scatola di metallo, ora sono vintage pure le schede telefoniche.
Al tempo del 33 barrato avevamo il walkman a cassette, credo di aver ascoltato migliaia di volte West End girls dei Pet Shop Boys mentre aspettavo l’autobus.
E poi all’epoca non esistevano neppure le paline intelligenti con gli orari di arrivo delle varie linee, eppure, chissà perché, a me alllora le attese sembravano più brevi.
Era tutto più lieve, in un certo senso, mettiamola così.
Poi il tempo è trascorso.
E un giorno al mercatino dell’antiquariato certi numeri si sono di nuovo ripresentati davanti ai miei occhi.
Stupore e meraviglia: c’era una volta il 33 barrato e a volte non sembra nemmeno che sia passato così tanto tempo.

Fine d’anno alla fermata dell’autobus

E rieccoci ancora alla cara, vecchia fermata dell’autobus.
L’ultima volta ci eravamo lasciati così, con la panchina appositamente posizionata per l’agio degli utenti.
E in passato, come i miei affezionati lettori ricorderanno, a quella fermata dell’autobus abbiamo avuto modo di trovare i più disparati arredi: poltroncine e sedie da giardino, un tavolino e cose per i più piccini, qui trovate l’ultimo riepilogo con tutte le variazioni sul tema a partire dal lontano 2013.
Adesso, con l’approssimarsi delle feste, si vede che qualcuno deve aver pensato che da queste parti potrebbe esserci un certo affollamento, magari per il brindisi, no?
E così ecco che è stata aggiunta una bella sedia per un comodo fine d’anno alla fermata dell’autobus.

Quiete

Un tempo lento, silenzioso e sospeso.
E l’albero antico si protende donando la sua dolce ombra mentre sull’altro lato l’alberello giovane deve ancora crescere, imparare e divenire saggio.
La ringhiera di Spianata Castelletto, il confine oltre il quale fluttuano i pensieri e le nostalgie.
Le alture della città, lo sguardo.
La pozzanghera, un magico specchio.
E le panchine.
Si rimane a pensare, a immaginare, a respirare.
Sotto il cielo di Genova: la quiete.

Ritornando nel passato di Corso Firenze

E ritorniamo ancora nel passato, ancora con la suggestione di una cartolina che restituisce un panorama a me caro e assai famigliare.
È il mio quartiere, sono i miei luoghi, i posti nei quali sono cresciuta.
In questa prospettiva in bianco e nero si nota così il Santuario della Madonnetta in primo piano e laggiù il porto, sulla destra ecco poi le case di Corso Firenze.

Uno sguardo sul presente svelerà chiaramente le nuove costruzioni sorte sulle alture e all’epoca non ancora esistenti.
E inoltre, in questo nostro tempo, sono presenti due civici di Corso Firenze che allora non erano ancora stati edificati.

Al loro posto una grande vuoto e una realtà ancora da immaginare.

Devo dirvi che mi ha fatto un po’ impressione vedere questa immagine, proprio perché quelli sono i miei luoghi e sono anche legati a persone che hanno un posto speciale nel mio cuore.

Ecco i due palazzi mancanti, in uno dei due abitava una mia cara amica al tempo della scuola.
E così mi è parso strano immaginare un tempo nel quale non esisteva la sua cameretta, i posters appesi alle pareti, la musica che ascoltavamo e tutto ciò che mi rende cari questi posti, compresa la nostalgia dei nostri sogni, di quelle risate sincere e di quella stagione per me indimenticabile.

Ora osservando verso Genova e verso il suo mare ritrovo ancora il mondo al quale appartengo.
E rivedo anche il tempo della foto in bianco e nero e poi una casa che ho tanto frequentato, un’amica che non ho dimenticato e una città che racchiude, in qualche modo, tutto ciò che amo.

Glicine di primavera

È il tempo del glicine di primavera che sboccia nei giardini e fiorisce odoroso.
E a me è molto caro il glicine di Via Piaggio che così accoglie i passanti: ci conosciamo dal tempo della scuola, già allora amavo ammirare i suoi fiori e la sua grandiosa bellezza.

Il glicine prospera e danza contro il cielo blu.

E sboccia così generoso.

Adorna le cancellate della Circonvallazione a Monte.

E dondola lieve nell’aria fresca di aprile.

E si offre ai piccoli insetti operosi che ronzano instancabili.

Così si posano sui dolci fiori del glicine.

Albero maestoso che rappresenta alla perfezione la beltà di questa stagione.

Sboccia anche il glicine bianco e questo in particolare è una sorta di istituzione del quartiere, un amato abitante di Castelletto.

Fiorisce sulla scala tra Corso Firenze e Via Paride Salvago.

Così regale, candido e lieve.

Come ad ogni primavera così celebro il glicine, dono magnifico della natura.

Profumato, nobile e gentile.

Con le sue cascate di fiori dalle sfumature delicate.

Incantevole, meraviglioso e adorato.

Glicine di primavera che generoso sboccia nelle strade di Genova nella nostra bella primavera.

 

La tamerice sulla creuza

La tamerice sulla creuza è un albero glorioso e magnifico e in questi giorni di primavera dona agli sguardi lo spettacolo della sua dolce bellezza.

I fiori rosa, la linea dell’orizzonte, diverse sfumature di questa stagione.

E i rami carichi di petali delicati.

E l’albero gentile che così si affaccia sulla salita erta.

Una delizia romantica ed effimera, un dono magnifico della natura.

L’albero grandioso abita in un bel giardino in Salita a Porta delle Chiappe e così osserva il nostro mondo dalla sua posizione privilegiata.

Una magia di mare, cielo, rosa e azzurro.

Un incanto di rami che danzano nell’aria fresca di aprile.

Torno sempre a salutare il grande albero nel tempo della sua generosa fioritura.

E così resto ad ammirare la bellezza straordinaria della tamerice sulla creuza.

Sorpresa di primavera alla fermata dell’autobus

La stagione nuova porta una sorpresa anche alla leggendaria fermata dell’autobus che in passato è stata tante volte protagonista sulle pagine di questo blog.
E infatti dopo anni di sedie improvvisate e di poltroncine da salotto, di arredi da giardino e da cucina, di sgabelli, di sedie da ufficio e molto altro ancora, all’improvviso ecco la svolta: una panchina.
Sì, una panchina regolamentare e messa lì per l’agio di coloro che attendono fiduciosi il piccolo autobus che va su e giù per Via Piaggio.
Non so da quanto tempo sia stata lì collocata ma l’altro giorno passavo e l’ho vista.
Che stupore, una panchina!
E penso che gli abitanti della zona siano soddisfatti.
Chissà se poi ci saranno ulteriori abbellimenti: se dovesse capitare, ormai lo sapete, non mancherò di aggiornarvi!

Nel passato di Spianata Castelletto

Ritornando nel passato di Spianata Castelletto potrebbe davvero capitare di trovarsi, ad un tratto, come disorientati in un luogo noto e sempre frequentato.
Io in questo quartiere ci sono cresciuta ma ha suscitato in me un certo stupore questo scorcio che scopriremo insieme, osserveremo i dettagli di una mia bella cartolina nella quale si vede quella che oggi è nota come Piazza Goffredo Villa e che un tempo era denominata Spianata Castelletto.
Tic tac, tic tac, saliamo sulla macchina del tempo e finiamo così in questo straordinario passato nel quale si intravede, in lontananza, l’imbocco di Corso Carbonara.
L’edificio che si nota lì all’inizio sembrerebbe essere l’ormai demolito Monastero della Santissima Incarnazione o delle Monache Turchine di sotto che fu demolito negli anni ‘60.

La tenda scostata di un negozio invita la clientela ad entrare.
Nella nostra epoca questi locali hanno sempre ospitato una panetteria e anche se l’insegna sulla cartolina non è del tutto visibile io credo che già allora da quel negozio uscissero i profumi fragranti del pane e della focaccia.

Ecco poi alcuni gentiluomini impegnati in un’interessante conversazione nei pressi di una bella aiuola.
E si nota la raffinatezza del palo della pubblica illuminazione, dietro al fitto delle piante pare che ci sia una specie di chiosco.

La vita scorre dolcemente, in Spianata Castelletto, il suo ritmo è così scandito dal suono delle ruote dei carretti.
Là, sullo sfondo, spicca la bella insegna della Farmacia che si trovava dove ai nostri tempi c’è la tabaccheria.

Era un tempo diverso e osservando questa parte del mio quartiere, con la sua luce e i suoi colori, pare ancora oggi di rivedere tutto ciò che è stato e che oggi non è più.

Tutto resta, in qualche maniera, come una memoria vissuta di ciò che eravamo.
È il nostro passato nel quale mi piace ritornare, con una certa commossa partecipazione, per ritrovare quella che un tempo era la nostra Spianata Castelletto.

Corso Magenta: tre pietre d’inciampo per la famiglia Valabrega

Sono tre nuove pietre d’inciampo e sono state collocate di recente nella loro sede così come altre dieci pietre posizionate in diverse strade di Genova.
Le pietre d’inciampo, come è noto, sono targhe in ottone ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig e pensate come memoria perenne delle vittime dell’Olocausto.
Vengono poste a terra in luoghi particolari e significativi per le persone delle quali testimoniano le esistenze, può trattarsi della casa di famiglia o magari del luogo nel quale la persona venne tratta in arresto.
Queste tre nuove pietre d’inciampo raccontano e rammentano la vicenda tragica della famiglia Valabrega.

Le trovate in Corso Magenta, in Circonvallazione a Monte.

Davanti al civico 5 dove abitavano i Valabrega.

Di fronte al portone, a terra, luccicano nella luce dell’inverno le tre targhe poste in memoria di queste persone.

Ed era un giorno d’inverno quello in cui i Valabrega abbandonarono la loro casa.
Arturo Valabrega, la moglie Ida e il figlio Luciano intendevano rifugiarsi in Svizzera dove speravano di trovare la salvezza e così fuggirono, lasciando Genova.
Con loro c’era anche il nipote, il Dottor Bruno De Benedetti che abitava in Via Mameli, a poca distanza dalla dimora dei Valabrega.
Anche per il Dottor Bruno De Benedetti è stata posizionata tempo fa una pietra d’inciampo della quale ebbi modo di scrivere qui.
Tutti loro non riuscirono mai a raggiungere la frontiera, vennero arrestati, condotti a Fossoli e poi deportati ad Auschwitz il 22 Febbraio 1944: fecero quel terribile viaggio in treno insieme a Primo Levi.
Arturo Valabrega venne assassinato nel maggio di quello stesso anno.

La moglie Ida, invece, fu uccisa il giorno del suo arrivo al campo.

Il loro figlio Luciano, con la sua bella e fiorente giovinezza, perse invece la vita in un luogo differente.

Le pietre d’inciampo, con la precisione di date e luoghi che delimitano i destini delle persone, non restituiscono certo i sorrisi, il suono delle voci, il ricordo dei momenti felici.
E tuttavia, nella loro semplice chiarezza, costituiscono la memoria reale di ciò che queste persone hanno perduto a causa dell’odio cieco di altri uomini, rappresentano il luogo del ricordo per coloro che non ebbero nemmeno una tomba.
Inducono a fermarsi, a leggere i nomi, a rivolgere il pensiero alle speranze svanite, alle famiglie disgregate, alle mani che si lasciarono senza mai più ritrovarsi.
I Valabrega e Bruno De Benedetti erano parenti dell’Avvocato Filippo Biolé che si dedica in diverse maniere a valorizzare e mantenere viva la memoria delle vittime dell’Olocausto, il suo impegno riguarda così anche le pietre d’inciampo e include le visite nelle scuole per parlare ai ragazzi e trasmettere loro le testimonianze di ciò che è accaduto.
Io da qui lo ringrazio per tutto il suo lavoro e per avermi raccontato la tragica storia dei Valabrega.
In questo giorno della memoria ricordiamo tutte le vittime e ricordiamo questa famiglia: un padre, una madre e il loro ragazzo.
Forse prima di lasciare la loro casa si guardarono intorno un’ultima volta, forse con la speranza di tornarci, un giorno.
Aprirono il portone del palazzo di Corso Magenta e il portone si richiuse alle loro spalle.
Per sempre.