Il colore rosso

Il colore rosso, così illuminato dal sole, si riflette, con un tono di bianco, nel mare di Genova.
E racconta storie di pescatori, di viaggi e di ritorni, di reti e di onde.
Rosso come la cera lacca, come i papaveri che fluttuano al vento, come i coralli tra i quali nuotano certi pesciolini d’argento.
Rosso come certi tramonti, rosso come la barca che così si dondola sul blu.
Rosso di Genova e e del Porto Antico.

12 Luglio 1929: giocando con la rete da pesca

Ancora un frammento d’estate, su una riva che fu scenario di istanti felici.
Acquistai questa fotografia diverso tempo fa, insieme ad altre riferibili alla zona di La Spezia, in questo caso non è specificato il luogo ma soltanto la data: era il 12 Luglio 1929.
E le ragazze erano là e ridevano e giocavano con la rete da pesca, mentre l’acqua fresca lambiva le loro caviglie.

C’è un tempo che ritorna alla mente e riaffiora gioioso e spensierato, identico a se stesso.

E in questo tempo i pescatori hanno la pelle ambrata e le canotte a righe.

Le ragazze si divertono, tutte loro hanno i costumi e le pettinature più in voga, simbolo e stile di un’epoca.

Sono aggraziate, femminili e disinvolte.
E i costumi da bagno, in questo scorcio di inizio secolo, consentono loro maggior libertà di movimento, i pesanti e ingombranti indumenti di lana sono ormai passati di moda e le ragazze se ne stanno alla spiaggia con braccia e gambe scoperte, che magnifica libertà per loro!
Un cinturino in vita, una collana che pende sul petto, l’espressione fatale e un sorriso incantevole.

E il mare d’argento è colmo di pesci.

E il tempo fluisce, inesorabile come l’onda salmastra che frizzante sfiora la pelle.

Rimane la memoria dolce di una fotografia scattata in un giorno felice, su quella riva.
E si scherzava così, con la rete da pesca.
Era un giorno d’estate, era il 12 Luglio 1929.

Barche, onde e azzurro

Questa è semplicemente la bellezza del mare di città.
In una giornata di primavera, nessun vento inquieto ad agitare l’orizzonte, mentre la luce rischiara Corso Italia e le barche sono sulla spiaggia, ferme, in attesa di prendere il largo per qualche nuova avventura.

Si scende piano, verso la riva.
E laggiù, sul molo, ci sono i soliti appassionati di pesca: i pescatori sono spiriti caparbi e pazienti, non si arrendono mai.
Aspettano, fiduciosi, in silenzio.

E si arriva alla piccola spiaggia e il mare è calmo e l’onda è lieve, timida e lenta, candida come un orlo di pizzo.

E tutto ha una cifra di perfezione per me inesplicabile: è la semplice vita del mare con i suoi colori e le sue armonie.

Si rimane, appena qualche istante, sul muretto, soltanto guardando l’azzurro, respirando l’aria fresca e tentando di indovinare la meta di un motoscafo che lascia la scia.

E c’è tutto il mare di fronte e ci sono tutti i tuoi sogni e tutti i viaggi reali e immaginari che vorresti e fare.
E barche, onde e azzurro di Genova.

I pescatori di Varazze

I pescatori di Varazze reggono le reti sulla spiaggia riarsa dal sole.
Nell’orizzonte del loro destino fatto di fatica, duro lavoro, vento e onde e mani forti e salde che non conoscono esitazione.
I pescatori di Varazze hanno pantaloni arrotolati fino alle ginocchia e gesti svelti e colmi di una certa sapienza e ad osservarli pare di udire ancora l’eco delle loro voci.
Là, su quella riva.

Là, su quella spiaggia, riposa una barca, una giovane donna pare incedere svelta e sicura e un bimbetto sta sul bagnasciuga a giocare con l’acqua.
I pescatori di Varazze hanno tirato su dal fondo del mare la loro messe argentea e sono pesci guizzanti che finiranno nelle ceste dei pescivendoli e poi sulle tavole di fortunate famiglie.

La cartolina dalla quale sono tratti questi dettagli fu scelta agli inizi degli anni ‘20 da un certo Alfredo e spedita alla Signora Rita e alla Signorina Anna Mary di Frabosa Sottana e non so dirvi se le gentili destinatarie abbiano in effetti mai veduto il mare e non so nemmeno se sapessero in qualche modo immaginare le vite dei pescatori di Varazze.
Io ho provato a figurarmi loro due mentre osservano la cartolina, con un pensiero che le avrà portate, rapido come un onda, proprio su quella spiaggia.
Là, dove il mare era vita, destino e futuro, là dove vennero ritratti, in un tempo distante, i pescatori di Varazze.

Un pescatore ad Arenzano

Era un altro marzo, era un giorno dell’anno passato.
E c’era questa luce che gentile baciava la bella Arenzano, ravvivando i colori e le sfumature del tempo di primavera.
Sbocciavano i fiori, i gabbiani planavano lievi nell’azzurro.
E là, sugli scogli, un pescatore.
Le canne, le lenze che fluttuavano nell’acqua.
Il tempo.
Il tempo dolce della pazienza, dell’attesa e dell’aspettativa.
Il fragore ritmato delle onde, il vento, il profumo del sale.
E gli occhi colmi della bellezza dell’infinito.
Il tempo.
E la costa sinuosa, il mare blu, il cielo chiaro e lucente.
In un giorno di marzo, ad Arenzano.

Sulla riva di San Fruttuoso di Camogli

È tempo di sole che arde e riscalda le pietre e i sassi, sulla riva di San Fruttuoso di Camogli.
È profumo di alberi dalle fronde generose tra le rocce scoscese dove l’onda batte e si disfa all’improvviso per poi ritornare ancora.
E la natura pronuncia le sue parole, in questo spicchio prezioso di costa nel levante ligure.

È un tempo lento e ha la dolcezza semplice di certe usanze antiche, è tempo di gente di mare dalle facce franche e dalle mani ruvide.
È un tempo che scorre via, mentre pescatori laboriosi e taciturni sbrogliano con pazienza le reti che gettano negli abissi per catturare i pesci.
Sono vite faticose, sono giorni da conquistare.
Sulle tavole si portano il pane rustico, i sapori della terra, l’olio profumato e il vino delle terre aspre della Liguria.

E sventolano i panni nell’aria intrisa di sale e spesso canta il vento: a volte è appena un soffio, a volte è tempesta ma la gente di mare sa ascoltare e comprendere le parole delle onde.
E anche le barche riposano: ogni nuovo giorno porta una nuova fatica ma anche una rinnovata speranza.
E tutto si immagina osservando una fotografia d’epoca nella quale si vedono quella spiaggia, quelle casette, quelle finestre e il portico: è un tempo lontano e si resta là, ad osservare l’orizzonte increspato di onde, mentre la vita segue il suo ritmo antico, sulla riva di San Fruttuoso di Camogli.

Pescatori a Boccadasse

Li trovi sempre i pescatori a Boccadasse.
È il loro luogo, per alcuni è davvero casa, sono nati qui, davanti al mare.
I pescatori stanno sulla riva, tra gli scogli, stringono la canna da pesca tra le mani, mentre la lenza danza sull’acqua e l’onda frizzante si frange per poi ritornare in un continuo mutevole divenire.
I pescatori attendono, come se avessero tutto il tempo del mondo.

Alcuni di questi pescatori poi scrutano il cielo e guardano lontano, è difficile indovinare i loro pensieri.

Boccadasse (2)

Certi figli del mare poi si fermano su uno scoglio.
Tra la costa e l’infinito, solitari e schivi abitanti del borgo.

Boccadasse (3)

E poi, verso sera, tutti si levano in volo e partono verso levante.
È davvero avventurosa la vita di certi pescatori, sempre.

Boccadasse (4)

Mentre le ombre lente scendono sui gozzi e sulle case colorate.

Boccadasse (6)

E altri restano ancora, davanti al blu, pescatori di Boccadasse con il mare nello sguardo.

Boccadasse (7)

Al di là della ringhiera

C’erano gli sportivi che correvano sulla passeggiata inseguendo il vento, curva dopo curva.
E c’erano gli innamorati, seduti vicini: sguardi, sorrisi e parole sussurrate.
Era domenica mattina: i tavolini all’aperto, gli aperitivi, le chiacchiere tra amiche.
E c’erano le onde alte che sommergevano gli scogli mentre i gabbiani volteggiavano nell’aria.
E poi.
La panchina celeste, la canna da pesca, l’acqua che si infrange e scroscia.
Al di là della ringhiera il mare.
Il mare, soltanto il mare.

Canne da pesca

Ancora il cielo azzurro, quella lunga e quieta spiaggia di sabbia d’argento, a Celle Ligure.
Davanti al nostro mare trovi spesso coloro che questo mare lo vivono ogni giorno, per lavoro, per diletto o semplicemente per amore.
Davanti a questi scorci di Liguria densi di sole, di salmastro e di blu.

Quella mattina, su quella spiaggia, c’erano delle canne da pesca.
Solitarie, sospese nell’aria.
La lenza, il mulinello e l’infinita attesa.
E loro, i pescatori erano lontani, erano chissà dove, non li ho veduti.

Uno zainetto a terra, le persone che passeggiavano lentamente, gli alberi, i gabbiani.

E le canne da pesca nella sabbia e l’onda lenta che accarezzava la riva.
L’orizzonte, una vela, un istante marino.

Stringendo le reti

Mi capita spesso di camminare di fronte al mio mare, là dove approdano le barche dei pescatori.
E ancora ritorno, sempre.
E ritrovo le rete intrise di sale e a volte quella sedia vuota.

E poi, in certi altri giorni, qui ho veduto i custodi di una sapienza antica, a dire il vero in questi casi mi fermo sempre a guardare.
In silenzio, senza disturbare.
Mentre immagino le reti che sfiorano le rocce e catturano conchiglie aguzze, pesci guizzanti e alghe scivolose.

E poi sono mani abili e sapienti a riparare quelle reti.
Ed è un rito che possiede profonda saggezza e richiede pazienza e dedizione, amore e lentezza.
E tempo, tempo scandito dal rumore del mare.

E allora tu puoi soltanto restare a guardare mentre le reti scivolano piano tra quelle dita.