A pranzo al Ristorante Cinotto

Ritornando a viaggiare a ritroso nel passato di Genova di certo potrebbe capitarci di sentire un certo languorino e allora converrà mettersi in cerca di un buon posto dove gustare le specialità liguri e i piatti tipici più ricercati.
Andiamo al Ristorante Cinotto, nel cuore della vecchia Portoria, una zona di Genova destinata a mutare aspetto e a divenire moderna e irriconoscibile.
Compiremo il nostro viaggio nel passato osservando i dettagli di una mia cartolina d’epoca, eccoci quindi pronti ad assicurarci un tavolo da Cinotto, pregusto già il pesto profumato e la cima della nostra tradizione.

Con la bella stagione, poi, potremmo decidere di accomodarci nel bucolico giardino.

Un vero angolo di paradiso nel centro della Superba.

E che dire degli arredi sontuosi che abbelliscono lo chalet al primo piano?
Devo dire che il lampadario mi pare un pezzo di rara raffinatezza!

Per raggiungere il Ristorante Cinotto ci incammineremo giù da Via XX Settembre e poi dovremo passare sotto l’arco che collega due edifici della via.

Osservando poi con attenzione questa altra bella cartolina di proprietà dell’amico Stefano Finauri vedremo che oltre l’arco c’è proprio il Ristorante Cinotto.

E ritornando invece ad uno dei dettagli della mia cartolina ecco qui la nostra agognata meta: come si legge sull’insegna, il Ristorante Cinotto è dotato di quel vasto giardino che abbiamo già avuto modo di apprezzare.
Si nota poi che il locale è addossato proprio alla colonna dell’arco.

Tutto è cambiato, in questa parte di Genova.
Case, caruggi, vicoletti antichi e mattonate sono scomparsi e anche l’edificio che ospitava il Ristorante Cinotto non esiste più, al suo posto si trova invece un palazzo moderno.

Sul retro della mia cartolina pubblicitaria, naturalmente, è anche riportato l’indirizzo.

E come già vi ho detto questa è oggi denominata Via V Dicembre.
Chi ci ha preceduto deve aver pensato che in questi nostri tempi veloci e distratti forse ci saremmo dimenticati del vecchio toponimo della via e infatti sulla targa si legge anche che questa un tempo era Via Portoria.
Questa non è l’unica targa di Via V Dicembre, ce n’è un’altra forse più recente sull’altro lato che non riporta nessun riferimento all’antica Via Portoria.
La memoria è importante, la memoria ci consente di riannodare i fili del passato e di riscoprire anche i luoghi che non abbiamo mai vissuto.

E così viaggiando con la macchina del tempo ci ritroviamo in buona compagnia al tavolo di un apprezzato ristorante della vecchia Portoria.
In alto i calici, in ricordo del glorioso Ristorante Cinotto.

Le bellezze della Chiesa di Santa Marta

Intima, raccolta, preziosa, la Chiesa di Santa Marta è un gioiello antico incastonato nella modernità e scampato alla distruzione della vecchia Portoria.
Vi si accede da Via Roma, tramite un passaggio che vi condurrà al cospetto di questa chiesa dalla storia lontana.
Come narra l’Alizeri nel suo volume del 1875 Guida Illustrativa del Cittadino e del Forestiero per la città di Genova si ha memoria di una “Chiesa di Santa Marta che un tempo fu detta di S. Germano, già stanza agli umiliati di entrambi i sessi, poi dopo la soppressione dell’ordine nel 1575, di Suore Benedettine che vi durarono infino al chiudersi del passato secolo.”
L’attuale struttura e l’intitolazione a Santa Marta risalgono invece al ‘500.

Una meraviglia celata nel centro della città.

Sopra al portale su un marmo si legge Pax che in latino significa pace.

Varcata la soglia della Chiesa ecco lo stupore degli ori e degli affreschi pregiati, questa piccola chiesa è davvero ricca di opere magnifiche e nel narrarvela mi avvalgo della piccola guida dedicata a Santa Marta pubblicata da SAGEP nel 1977 e curata dallo studioso Lauro Magnani.

Molti sono gli artisti che contribuirono ad abbellire la chiesa, tra di essi Giovanni Battista Carlone, Valerio Castello e Domenico Piola.
È di Paolo Gerolamo Piola l’affresco dedicato a Cristo in casa di Marta.

Sull’altare è posta la statua in marmo dell’artista seicentesco Filippo Parodi nella quale lo scultore effigiò Santa Marta in gloria.

È una magnifica scultura, raffinata e ricca di dettagli.

Colpisce la dolce grazia della Santa.

Così la circondano piccoli angeli.

La volta del presbiterio fu affrescata da Giovanni Battista Carlone con scene dedicate alla vita di San Benedetto che era il protettore delle monache di Santa Marta.

Ed è proprio la meraviglia degli affreschi, dei colori e delle sfumature a rapire lo sguardo che resta ammaliato ad ammirare l’armoniosa perfezione di queste scene così perfettamente rappresentate.

Si devono a Valerio Castello e a Domenico Piola i preziosi ovali che decorano la volta.

Non mancano poi le tele di celebri pittori: è di Domenico Fiasella il dipinto dedicato alla Vergine con il Bambino e Santi.

Ed è sempre di Domenico Fiasella il quadro nel quale si ammira La presentazione della Vergine con i Santi Giovanni Battista e Mauro.

Nella Chiesa di Santa Marta troverete anche un pregiato Crocifisso ligneo di Giovanni Battista Gaggini.

Qui dorme il suo eterno sonno l’Abate Paolo Gerolamo Franzoni, letterato e uomo di cultura al quale si deve anche la realizzazione della Biblioteca Franzoniana.
Franzoni fondò  nel 1751 la Congregazione degli Operai Evangelici i cui membri, a partire da 1826, si occuparono della riapertura della Chiesa, ripristinandola e prendendosene cura.


Luccicano gli ori nella nostra bella chiesa, nelle nicchie del presbiterio sono collocate diverse statue di santi opera di Tommaso Orsolino.

La luce rischiara La Vergine Immacolata con i Santi Francesco di Sales e Vincenzo Ferrer del pittore Francesco Campora.

La ricchezza dei marmi racchiude la figura di San Francesco di Sales di Carlo Giuseppe Ratti.

Colore, oro, armonia e misticismo.

Nella luce radiosa della chiesa magnifica dedicata a Santa Marta.

Scoprendo Vico del Campanaro

Vi porto ancora con me in un caruggio della vecchia Genova, in un viaggio nel tempo che conduce in luoghi perduti.
Arriveremo così in Vico del Campanaro, uno di quei caruggi dei quali alla nostra epoca si è persa la memoria.
Se ne trova ancora traccia, invece, sui vecchi lunari e sui giornali della fine dell’Ottocento: era un vicoletto dalle parti dell’attuale Via Fieschi bassa e Via Porta d’Archi, a pochi metri dalla perduta Piazza di Ponticello e si estendeva tra Vico Rivotorbido e Vico Vernazza (in seguito denominato Vico Cavallerizza) questi due vicoli ai nostri giorni scomparsi risultano ancora esistenti sulla Guida Pagano del 1926 ma non c’è appunto notizia di Vico del Campanaro.
In proposito riesco solo a fare delle supposizioni e mi sembra verosimile l’ipotesi che il nostro Vico del Campanaro sia andato perduto probabilmente nella costruzione di Via XX Settembre che comportò diverse demolizioni.
Di certo del Vico del Campanaro si scriveva ancora nell’anno 1883, ho trovato infatti un breve articoletto in merito su uno dei numeri di settembre di quel tempo distante.
E così partiamo per questo viaggio nel tempo, passeggiamo in Vico del Campanaro che viene descritto come un caruggio piuttosto largo e diritto.
Sembra, scrive l’ignoto autore della nota, che il toponimo possa naturalmente derivare dai campanari che qui lavoravano alacremente nelle loro fonderie.

Deposito del Museo di Sant’Agostino

In alternativa, aggiunge sempre l’autore, potrebbe anche riferirsi all’antica famiglia dei Campanaro, i primi a far costruire agli inizi del ‘300 nella Cattedrale di San Lorenzo una cappella (ora non più esistente) all’epoca destinata alle sacre reliquie di San Giovanni Battista.
Questo gesto generoso garantì ai Campanaro un particolare privilegio: nel giorno delle loro nozze le donne della famiglia avevano il permesso di entrare nella cappella del Santo che era invece proibita a tutte le altre donne pena la scomunica.
Quante vicende vengono alla luce in un oscuro caruggio di Genova!
Era, tra l’altro, un dignitoso vicoletto, infatti si legge sull’articolo che c’erano ben 11 porte di case.
E poi, secondo l’uso e la devozione genovese, c’erano qui le consuete immagini sacre alle quali si saranno certo rivolti sguardi devoti.
Entrando da Vico Vernazza, infatti, si vedeva una statua della Vergine con Sant’Anna e dallo stesso lato un bassorilievo in pietra nera con l’immagine di Gesù al Calvario.
Davanti c’era poi un’altra edicola con una statua della Madonna con Gesù e San Giovanni Battista e sotto di essa la scritta: sub tuum praesidium – vicini pietatis causa.
Se tutto fosse come era allora certamente vi avrei davvero portato là mostrandovi questi antichi angoli genovesi: non conosco il destino delle statue che un tempo si trovavano in quel vicoletto perduto, nutro però la speranza che si siano salvate e siano conservate al Museo di Sant’Agostino dove vengono custoditi marmi, targhe, portali e antiche testimonianze preziose di Genova perduta.
In qualche maniera sono comunque tornata là con voi, nel caruggio con le undici porte.
Sono scesa giù da Vico Vernazza e seguendo la luce ho posato lo sguardo sulla statua della Madonna e poi mi sono soffermata a leggere le parole incise ai piedi di Lei: sub tuum praesidium, in Vico del Campanaro.

Lettere e mugugni del 12 Ottobre 1911

Amici cari, torniamo ancora una volta a certe dolenti note: i mugugni indirizzati al direttore del quotidiano Il Lavoro dai genovesi esasperati per un motivo o l’altro.
Non so come mai ma nel lontano 12 Ottobre 1911 tra le pagine del quotidiano ne vennero pubblicati moltissimi e così iniziamo con quelli di Ponte Carrega che chiedono la costruzione di un marciapiede nel tratto che porta a Fossato Cicala perché quando piove si creano delle pozzanghere e si finisce sempre per inzaccherarsi!
Non va meglio in Via Bernardo Strozzi, dove gli abitanti si lamentano perché ci sarebbe una parte della via da lastricare, in corrispondenza dei giardini di Corso Firenze, così tutti sperano che si provveda quanto prima!

Poi ci sono quelli di Vico Agogliotti che da più di un mese sono senz’acqua.
E così, scrive uno di loro, è tutto un andirivieni alla pubblica fontanella, che affare!
Tra l’altro, puntualizza lo sconfortato cittadino, quando si chiede notizia del lattoniere viene malamente risposto che si trova in campagna. Beato lui, conclude il povero lettore che abitava in quella strada della vecchia Portoria ormai non più esistente.

Quelli di Granarolo protestano perché, giustamente, anche loro non vogliono essere da meno rispetto agli altri cittadini: serve una regolare fognatura, non si sa più come dirlo!
Dalle alture al mare i mugugni non si fermano e così ecco un abitante di Via Casaregis 8 che avanza le sue richieste al direttore del giornale.
Caspita, di quel palazzo ho giusto scritto di recente in questo post e allora non sapevo che un tempo ci visse un genovese che denunciò una situazione quanto meno complicata.
Dunque, il signore in questione scrive che ormai da due mesi il competente ufficio d’Igiene ha lasciato il nulla osta per gli affitti nel palazzo ma, santo cielo, pure davanti a questa casa manca il marciapiede, quello che c’è infatti termina di fronte al civico 10 dove è collocato anche il lampione a gas.
E quelli del palazzo al civico 8 devono stare al buio e pure senza marciapiede? Ma roba da matti, vedeste quando piove, che disagio il fango e le pozzanghere!

E non è finita: un tale si lamenta della mancanza di illuminazione in Via Frugoni, un altro mugugna per una lunga coda che ha dovuto fare in un ufficio pubblico, che fatica la vita quotidiana!
Tra tante proteste di vario genere, in quel 12 Ottobre del 1911, spicca una lettera in particolare e si riferisce alle difficoltà appena trascorse in quanto la città di Genova era reduce da una brutta epidemia di colera.
Il peggio è ormai alle spalle, scrivono i mittenti della lettera, in questo momento di rinascita tutti hanno sotto gli occhi l’indefesso lavoro dei giovani medici che, sfidando i pericoli della malattia, hanno avuto il coraggio di affrontarla recandosi senza timori nei peggiori tuguri della città per soccorrere chi aveva bisogno.
Gli autori della lettera lo sanno bene, in quanto lo hanno vissuto in prima persona: a scrivere sono infatti alcuni genovesi che furono ricoverati al Lazzaretto.
Tutti loro, con il cuore in mano, articolano così il commosso elogio rivolto ai dottori che si sono presi cura di loro concludendo con due semplici parole: grazie infinite.
Accadeva a Genova, in un tempo lontano: era il 12 Ottobre 1911.

Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria: la cappella di Sant’Antonio

Vi porto ancora una volta nella Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria più nota come Chiesa di Santa Caterina in quanto qui prestò le sue buone opere Santa Caterina da Genova che riposa nella quiete di questo luogo a lei caro come ebbi già modo di scrivere in questo post.
L’antica chiesa, ora circondata da edifici moderni, è uno scrigno di bellezze e devozioni.

È una bella chiesa ed io torno spesso a visitarla.

Al termine della navata sinistra si trova la Cappella dedicata a Sant’Antonio e meritano una certa attenzione i diversi dipinti che trovate alle pareti, uno è di Aurelio Lomi, artista vissuto tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600, altri sono invece Giuseppe Palmieri e Domenico Parodi, pittori che vissero a cavallo tra il ‘600 e il 700.
La volta venne invece affrescata da Pantaleo Calvi.

A suscitare il mio interesse per questa particolare cappella è stata la maniera in cui è realizzata e in fatto che venga riproposta in diverse maniere la figura di Sant’Antonio al quale è dedicata.
Il santo è effigiato nei due dipinti di Giuseppe Palmieri che rappresentano rispettivamente Sant’Antonio che predica ai pesci e la Visione del Bambino a Sant’Antonio.

Ed ecco ancora Sant’Antonio e la bella statua che lo raffigura posta tra i due dipinti.

Vi è inoltre anche una statua più piccola.

E un bagliore di oro che illumina e rischiara.

Se andrete nella bella Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria a portare le vostre preghiere a Santa Caterina da Genova non dimenticate di volgere lo sguardo anche verso questa cappella che con tale graziosa armonia è dedicata a Sant’Antonio.

Il Mausoleo di Santa Caterina da Genova

Il suo nome è sinonimo di carità e altruismo, Santa Caterina Fieschi Adorno lasciò il segno nella vita di coloro che la incontrarono negli anni bui e difficili nei quali ella visse.
Venuta al mondo nel 1447, era di nobile e ricca famiglia, per nascita aveva ricevuto in dote molti privilegi ai quali rinunciò per dedicarsi ai più umili e ai più sfortunati.
Lei, che avrebbe potuto vivere di agi e lussi, diverrà rettora dell’Ospedale di Pammatone, con le sue amorevoli cure tenterà di alleviare i dolori dei malati di peste, tra le sue braccia stringerà i piccoli infanti abbandonati, è grande l’amore che Caterina ha nel cuore.
Di lei e della sua storia nei suoi diversi dettagli ho già scritto in passato in questo post ma oggi voglio dedicarle ancora questo spazio: Caterina Fieschi Adorno lasciò le cose del mondo il 15 Settembre 1510, la Diocesi di Genova celebra la festa liturgica della Santa il giorno 12 Settembre.
E allora vi porterò là, nel luogo dove lei dorme il suo eterno sonno.
Attigua all’Ospedale di Pammatone dove ora c’è la sede del Tribunale, la piccola chiesetta nella quale la Santa riposa si trova in Via Bartolomeo Bosco, tra le case moderne di Piccapietra.
È denominata Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria ma è nota come Chiesa di Santa Caterina proprio perché legata alla figura di lei che in questi luoghi operò.

E là, nella navata destra, c’è il Mausoleo di Santa Caterina da Genova, nella settecentesca urna di bronzo e cristallo è posto il corpo incorrotto di lei.
C’è una scaletta che conduce al suo cospetto, là c’è anche un tavolino e su di esso un quaderno sul quale fedeli provenienti dai più disparati luoghi scrivono preghiere e parole dirette a lei: Santa Caterina da Genova continua ad occuparsi di coloro che hanno bisogno del suo aiuto.

Il magnifico mausoleo è fastoso e scenografico, quattro sono le statue che circondano Caterina in una mistica armonia di gesti.

Le statue risalgono al 1737-38 e sono opera di Francesco Maria Schiaffino, rappresentano l’Amor Divino, la Fortezza, l’Ubbidienza e la Penitenza.

Ed è un gioco di armoniose simmetrie.

Un’assoluta bellezza di sguardi e gestualità.


Luce radiosa illumina Caterina nella Chiesa dove molti vanno in cerca di lei.

Sul soffitto che la sovrasta c’è un affresco di Pantaleo Calvi nel quale è ritratto Dio Onnipotente.

Grazia celeste custodisce il sonno di una donna indomita e coraggiosa che trovò la sua forza nella sua fede.

Così lei riposa tra le figure che circondano l’urna nella quale è adagiata.

Il suo sorriso gentile spicca poi sulle piccole immaginette dove sono riportate le preghiere da rivolgerle.
E sono davvero numerosi coloro che affidano a lei le loro inquietudini e i loro pensieri, la ringraziano per il soccorso ricevuto, a lei si rivolgono per ricevere la grazia della salute o della serenità.

Nella pace silenziosa della raccolta Chiesa di Portoria, Santa Caterina da Genova resta ancora vicina ai genovesi e a tutti coloro che a lei rivolgono sguardi colmi di fiduciosa speranza.

Luglio 1910: bibite, campane e vicende del passato

Ogni estate ha i suoi fatti di poco conto che sono comunque rimasti impressi su certi fogli di giornali.
E andiamo così al mese di Luglio del 1910 e sfogliamo le pagine del quotidiano Il Lavoro, in Via XX Settembre i commercianti hanno un bel problema!
Che affare, dalla sera alla mattina qualcuno ha impiantato sotto i portici di Santo Stefano un bel chiosco dove si vendono bibite fresche.
Bel sistema, protestano gli esercenti, tutti sanno infatti che a poca distanza c’è un commerciante che avrebbe voluto aprire una delle sue botteghe per l’appunto ad uso bar e i signori del Municipio non hanno concesso il permesso.
Ecco lì, i negozianti pagano fior di affitti e tasse sonanti e poi dall’oggi al domani ti ritrovi un casotto messo lì e nessuno dice niente, non è proprio tollerabile!
Non tarderà ad arrivare la risposta con la precisazione che quel casotto risale a tempi remoti, c’era ancora prima che venisse costruita Via XX Settembre, figuriamoci, è stato solo spostato da un punto all’altro, tra l’altro è il sostentamento di un’affabile madre di famiglia e lì resterà con buona pace degli altri esercenti.

A proposito di bar, c’è pure un altro elettore che mugugna vigorosamente perché a Banchi hanno aperto ben due nuovi bar, non bastavano quelli che c’erano?
C’è poi un agguerrito gruppo di abitanti di Portoria che si premura di scrivere una bella lettera al direttore per protestare contro quello che viene definito senza troppi giri di parole il martirio delle campane di Santa Croce.
Possibile che i frati non capiscano?
I cittadini spazientiti concludono la loro missiva specificando che qualcuno dovrebbe far presente ai suddetti frati che l’indomito Balilla era un portoriano, ecco lì!

Non mancano poi le buone notizie, come ad esempio i numerosi intrattenimenti offerti dal Lido d’Albaro.
Dopo il Don Pasquale, infatti, è in programma il Barbiere di Siviglia, chissà quanti spettatori!
E poi ogni sera, fino a mezzanotte, si può far skating all’aperto, tra l’altro si può usufruire di un comodo servizio di vapori che partono da Ponte Federico Guglielmo e i tramways e le automobili sono in servizio fino all’una di notte.
E non dimentichiamoci poi che in questa briosa estate del 1910 in una calda serata di luglio sono anche in programma scenografici fuochi artificiali nel mare antistante il Lido.

Ci sono poi coloro che fiduciosi si affidano al buon cuore del prossimo: c’è una persona che ha smarrito un orologio d’argento nel tragitto tra i Bagni Strega e Via Madre di Dio, una genovese ha perso un braccialetto d’oro in Spianata Castelletto, un tale si è perso una coperta da cavallo e un altro chiede se qualcuno ha visto la sua scarpa in Ponticello.
Tutti loro affidano questi messaggi in bottiglia alle pagine del giornale sperando in un pizzico di altruismo e generosità.
Infine ricorderei una curiosa notizia meteorologica.
In una calda sera di questa estate del 1910 un furioso temporale si abbatte sulla città e una violenta grandinata con chicchi grandi come nocciole cade sui tetti di Genova, sulle alture e nelle zone circostanti.
Certo, se questo fatto fosse accaduto ai giorni nostri vedreste video girati da semplici e intraprendenti cittadini: accadde invece nel 1910 e così la notizia è solo riportata tra le pagine di un quotidiano.
Il temporale rinfrescò l’aria e regalò sollievo in quel tempo d’estate che sappiamo soltanto immaginare.

I custodi di Via XX Settembre

I luoghi a volte nascondono segreti, a volte invece celano soltanto un messaggio che noi non sappiamo leggere e ne siamo in qualche modo colpevoli, quanto meno a causa della nostra distratta disattenzione.
Vi porto in Via XX Settembre, centrale arteria cittadina sorta in un periodo di grande fermento, sul finire dell’Ottocento la città aveva bisogno di una strada ampia e vasta e la nostra Via XX Settembre fu edificata sul tracciato dell’antica Via Giulia e della scomparsa Via della Consolazione.
Sorsero, nel corso degli anni, gli edifici che ancora vediamo e che rendono maestosa ed elegante la strada dello shopping e dei negozi.

Tutti noi genovesi siamo passati decine di volte sotto l’arco che collega due edifici di Via XX Settembre, quanti di noi però si sono mai soffermati a chiedersi chi siano coloro che lo presidiano?

Sono i custodi di Via XX Settembre o per lo meno a me piace pensare che sia così, nel marmo infatti sono effigiate due figure importanti per questa città, ho scoperto di chi si tratta leggendo un libro di grande pregio, è il volume curato da Franco Sborgi dal titolo Il Mito del Moderno – La cultura liberty in Liguria.
Su queste pagine ho letto che fu l’artista Arnaldo Fazzi a realizzare le sculture poste ai lati dello stemma di Genova, esse svettano sopra noi passanti distratti che non le notiamo.

Ha sguardo saldo e fiero il prestante Mercurio, stringe uno dei suoi simboli, è il bastone alato sul quale si attorcigliano due serpenti e rappresenta la prosperità.
Mercurio è il dio del commercio e fu così scelto per vigilare su questa strada dai molti negozi, è una presenza beneaugurante.

E ancor di più lo è il giovane che si trova sul lato opposto, lui è un ragazzo caro a tutti i genovesi: è il nostro Balilla, colui che diede l’inizio alla rivolta dei genovesi contro l’invasore austriaco.

E come tutti sapete, oltrepassando quell’arco si giunge nella zona di Portoria che fu un tempo scenario di quell’epico episodio che vide come protagonista il nostro Balilla.
La statua stringe in una mano un sasso, quello che il ragazzo lanciò contro i nemici, il simbolo del suo eroismo.

La vita, poi, scorre.
E il tempo fugge proprio via, noi ci dimentichiamo certi istanti della nostra storia.
E forse abbiamo anche scordato quella sensazione che noi non abbiamo vissuto: il cambiamento e le novità di un nuovo secolo, il fascino del progresso e le sue ammalianti stranezze.
Trovo spesso negli scritti di quel tempo un senso di ottimismo e di speranza per il futuro, c’è una sensazione di straordinarietà e straordinaria fu anche l’innovazione urbanistica di questa città.

Si guardava al domani tenendo nella memoria il passato, senza mai dimenticare i giorni più difficili.
Perché poi siamo stati anche quelli lì, quelli di Portoria.
Genova città di indomite fierezze antiche, Genova città di commerci: nel nuovo secolo ha una nuova strada che sfavillerà di vetrine eleganti e tutto è in qualche maniera eccezionale.
La nostra Via XX Settembre ha così i suoi orgogliosi custodi, vegliano su di lei dagli inizi di un altro secolo.

Una popolana di nome Agostina

Agostina era una donna del popolo.
Aveva un carattere spigoloso e attaccabrighe, colui che racconta di lei la descrive come un tipo fumantino, sembra che la vistosa Agostina non ci pensasse due volte quando c’era da menar le mani.
E anzi, era sempre a ratellare con le comari e non era raro che finisse in malo modo.
Insomma, Agostina era un personaggio a dir poco particolare ed era una creatura di Portoria.

Un giorno i rappresentanti delle autorità andarono a cercarla perché la nostra Agostina aveva un conto in sospeso con la giustizia e doveva scontare tre mesi di prigione.
Il Brigadiere si palesò alla sua porta ma se ne tornò indietro da solo e riferì al Commissario di Polizia che Agostina era in attesa di un bambino e siccome era quasi giunta al termine della gravidanza sarebbe stato opportuno attendere.
Dunque si decise di aspettare e dopo due settimane il Commissario rinnovò l’ordine ma il Brigadiere ancora una volta tornò senza Agostina e riferì che l’aveva trovata a letto in attesa del parto.
Trascorsero ancora due mesi e per la terza volta si ripeté la medesima situazione.
Di nuovo si ripresentarono a casa di Agostina i Reali Carabinieri e ancora la trovarono a letto in attesa di dare alla luce il suo bambino.
Agostina strepitava, disse che sarebbe stata loro responsabilità se per caso le fosse toccato in sorte di partorire per strada, ribadì che se le fosse accaduto qualcosa di brutto sarebbe morta di dolore e si rifiutò di alzarsi dal letto.
I Carabinieri, però, furono irremovibili, le intimarono di vestirsi e la condussero nelle Carceri di Sant’Andrea.
Si seppe poi che Agostina non era affatto incinta, sotto il suo abito celava invece un discreto mucchio di stracci.
La vicenda di lei è raccontata in un libro dal titolo Il delitto di Vico Squarciafico ovvero La lotta contro la criminalità – Memorie di Sileo Girardo, Commissario di P.S. a riposo pubblicato dalla Società Tipo-Litografica Ligure nel 1920.
Questo solerte ed efficiente rappresentante delle Autorità raccolse in un corposo volume i molti casi dei quali si era occupato nella seconda parte dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, alcuni di essi sono intricatissime vicende di cronaca, altri sono brevi aneddoti.
Nella moltitudine di persone descritte in questo libro emerge anche questa figura di donna, il suo nome era Agostina.
Non so cosa ne sia stato di lei, ho letto la sua vicenda e ho sperato che in seguito abbia avuto un destino tranquillo e felice.
E sì, ho anche sperato che poi sia diventata davvero mamma e che abbia saputo apprezzare il grande dono ricevuto.
Anche lei visse sotto il cielo di Genova, tanti anni fa.

L’Imperatrice Sissi per le strade di Portoria

È la memoria di un celebre cronista genovese a tramandare un episodio poco noto che ci porta ancora al passato.
A narrare questo aneddoto è lo straordinario Amedeo Pescio in un articolo inviatomi dal mio amico Eugenio, dal ritaglio non si evince la testata del quotidiano ma presumo che il pezzo sia tratto da Il Secolo XIX in quanto Pescio scrisse a lungo per questo celebre giornale della mia città.
E dunque, andiamo ad altri anni.
II nostro Amedeo ricorda un giorno della sua giovinezza, lui all’epoca era appena un ragazzino e se ne andava a zonzo in Via Roma in compagnia di uno sgamato giornalista che gli insegnerà i trucchi del mestiere.
D’improvviso l’esperto cronista ha una stupita reazione di entusiasmo, in Via Roma incedono aggraziate due dame molto eleganti che attirano la sua attenzione.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Una delle due lo colpisce in modo particolare: indossa un abito scuro, un cappellino da viaggio e regge un ombrello con il manico d’argento.
Ha una bellezza diafana ed eterea, sebbene non sia più così giovane è sempre una donna affascinante.
Osserva le vetrine della lussuosa via genovese, indugia incuriosita davanti al Magazzino Viennese.

Via Roma

E poi ancora, insieme a colei che l’accompagna, si sofferma ad ammirare una mostra di fiori, quindi posa lo sguardo sulle lussuose vetrine di Issel.
Il giornalista segue con gli occhi l’illustre visitatrice, non la perde mai di vista.
E d’un tratto, trafelato, gli viene incontro un collega, così i due cominciano a confabulare tra di loro:
– Ma è lei? – domanda uno.
– Certo che lo è! – risponde prontamente l’altro.
Incuriosito da questo scambio di battute il giovane Pescio chiede di chi stiano parlando e il famoso cronista senza esitazione ribatte:
– L’Imperatrice d’Austria!
Sì, era proprio la celebre Sissi che all’epoca viaggiava in incognito con il suggestivo pseudonimo di Lady Parker, di quei suoi giorni genovesi vi ho già ampiamente parlato in questo articolo.
Torniamo all’interessante racconto di Pescio, per l’appunto è lui a ricordare un fatto poco noto, egli stesso scrive che non è stato tramandato dalle cronache ufficiali.
Eccola Sissi, in compagnia della dama e di una guida si avventura alla scoperta della città, chiede di visitare una particolare parte di Genova, domanda di vedere Portoria.

Portoria

La guida affabile la conduce per quelle strade, le mostra l’Ospedale di Pammatone, si dilunga a narrarne le vicende.
E insomma, cerca di sorvolare su un argomento che potrebbe essere spinoso: in quella zona c’è una memoria storica di rilievo, quel luogo ricorda il gesto di Balilla, simbolo della ribellione dei genovesi al nemico austriaco.

Portoria Balilla

E Sissi è Imperatrice d’Austria, pertanto è necessaria una certa cautela, si rischia l’incidente diplomatico.
Eppure è proprio lei a chiedere di vedere la statua del prode ragazzino, Sissi desidera essere condotta al suo cospetto.

Balilla (2)
E non ha neanche bisogno che le si racconti la storia, a quanto pare conosce bene le vicende di quel periodo.
E pronuncia una frase in proposito, queste parole che meritano di essere ricordate:
– Non si può comandare in casa degli altri!
Non è la sola traccia del suo passaggio nella mia città, i cronisti dedicarono diversi articoli a quei suoi giorni nella Superba.
Di quella sua visita nella zona di Portoria scrisse Amedeo Pescio, grande giornalista e incomparabile narratore della storia di Genova.
Era un aneddoto rimasto nella sua memoria, risaliva ai tempi della sua fanciullezza.

Piazza Pammatone (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri