Montebruno: un Santuario per un’Apparizione

Correva l’anno 1478 e in questa valle viveva un piccolo pastorello: era un bambino sfortunato, muto e sordo, non poteva sentire il rumore dell’acqua che canta sui sassi sotto al ponte di Montebruno.
Un bel giorno, in questo luogo, accadde un fatto miracoloso.

Montebruno (2)

Si narra che al piccolino apparve la Madre di Dio che gli fece doni preziosi: gli ridiede l’udito e la parola.
E allora il bimbetto corse a perdifiato, andò a chiamare la gente del posto e indicò il posto dove egli aveva veduto Maria: là, sul tronco di un faggio, c’era una statua di legno che ritraeva la Vergine.
Alcuni anni dopo, in seguito a un decreto pontificio del 1486, nel luogo dell’avvenuto miracolo, un devoto frate Agostiniano di nome Battista Poggi diede inizio alla costruzione di un grandioso edificio: il Santuario di Nostra Signora di Montebruno.

Montebruno (4)

Nei secoli sono passate di qui migliaia di fedeli in pellegrinaggio, in tanti hanno pregato in questa chiesa ricca e sfarzosa, lo stile segue i dettami del barocco.

Montebruno (5)

E sull’altare c’è proprio quella statua lignea della Madonna che il pastorello trovò ai piedi dell’albero.

Montebruno (6)

Sono numerosi i dettagli che dovrete ammirare camminando nel silenzio di questa chiesa, ci sono anche diversi quadri di artisti liguri.

Montebruno (7)

La luce filtra, rischiara i dipinti sul soffitto del coro.

Montebruno (8)

Grande e bella è la chiesa adagiata sulla riva del Trebbia.

Montebruno (9)

E la sovrasta un volo d’angeli dai toni delicati.

Montebruno (11)

Tanto tempo fa qui giunse qualcuno che scampò ai pericoli delle onde.
Non conosco il suo nome ma so che costui aveva nel cuore un sentimento di sincera gratitudine, la sua salda fede lo aveva sorretto in momenti di grave difficoltà.
Racchiuso sotto un vetro c’è ancora il ricordo di quei giorni duri: queste sono le gomene di una delle galee dell’Ammiraglio Andrea Doria.
Riuscite a immaginare il volto dell’uomo che le portò fin quassù per ringraziare la Madonna di averlo protetto?

Montebruno (10)

Non sono terminate le sorprese di questa chiesa, le troverete in questo luogo dove non ve lo aspettereste mai.
Stupore, varcando questa porta che conduce alla sacrestia.

Montebruno (12)

E forse il vostro sguardo cadrà su certe raffinate opere frutto del talento di artigiani di un tempo lontano.

Montebruno (13)

Guardate altrove, verso queste ante di legno e attendete che si spalanchino davanti ai vostri occhi.

Montebruno (14)

E su uno dei muri vedrete la meraviglia di antichi azulejos, sono uguali a quelli che trovate in certi palazzi dei vicoli, lungo scaloni di marmo dalla storia antica.
E hanno colori vividi e brillanti, abili ceramisti di un altro tempo li hanno lasciati a noi, a noi rimane il compito di preservarli e di valorizzarli.

Montebruno (15)

Gli azulejos del Santuario di Montebruno provengono da Siviglia e risalgono alla prima metà del XVI secolo.

Montebruno (16)

Ed è ocra e verde e un disegno armonioso.

Montebruno (18)

Sono fiori e foglie e tondi turchesi.

Montebruno (19)

Questa è la perfetta bellezza degli azulejos.

Montebruno (20)

Si trovano nella sacrestia di un’antica chiesa sorta in una valle quieta, dove un tempo avvenne un fatto miracoloso.
Un luogo che riserva ancora altri stupori che presto scoprirete insieme a me.

Montebruno (21)

Qui dove l’azzurro si specchia nell’acqua del Trebbia che scorre placido e tranquillo.

Montebruno (3)

Chiaro e celeste, come il cielo che sovrasta il Santuario di Nostra Signora di Montebruno.

Montebruno (22)

Palazzo del Principe, gli arazzi della Battaglia di Lepanto

E vi porto ancora alla  Villa del Principe, nella dimora di Andrea Doria.
Lì sono racchiuse storie e vicende di una famiglia e di una città, storie di imprese sul mare e di grandi battaglie.
Ad una in particolare è dedicata un’intera sala: era il 7 Ottobre 1571 quando la flotta cristiana della Lega Santa, comandata da Don Giovanni d’Austria, inflisse una pesante sconfitta alla flotta turca nella battaglia di Lepanto.
Contro gli ottomani si schierano, tra gli altri, Roma, la Spagna e Venezia, al comando del corno destro della flotta c’è Giovanni Andrea Doria, pronipote dell’Ammiraglio Andrea.
La Lega Santa riporterà una luminosa vittoria e Giovanni Andrea, ad eterna memoria di questi giorni memorabili, decide di commissionare una serie di arazzi che narrano le vicende della Battaglia di Lepanto.

Palazzo del Principe (50)

Non basta conoscere la storia, saperla narrare è un dono.
E io so che a Villa Del Principe trovo sempre chi è capace a raccontarla, il mio grazie ancora una volta va a Roberto Bianchi, responsabile della Sezione Didattica di Villa del Principe, è stato lui ad avermi svelato in maniera appassionata e coinvolgente le storie intessute in questi preziosi arazzi.
E allora andiamo ai tempi di Giovanni Andrea, a quel suo progetto grandioso di vedere immortalate le sue gesta militari.
Arazzi minuziosamente intessuti, di lana e di seta, arazzi che vennero commissionati a Bruxelles, nelle Fiandre, patria di questa pregiata manifattura.
Giovanni Andrea desidera che i disegni per i suoi arazzi vengano realizzati a Genova, incarica così Lazzaro Calvi e Luca Cambiaso, i due artisti faranno i patroni, e cioè i cartoni, dai quali verranno poi creati gli arazzi.
I disegni vennero quindi inviati a Bruxelles, nelle città delle Fiandre i primi pagamenti da casa Doria per la committenza degli arazzi giunsero nel 1582, nel 1591 la raffinata opera degli artisti nordeuropei era già nel Palazzo del Principe.
C’è un fatto curioso che in un certo qual modo rimarca la genovesità di Giovanni Andrea.
Dovete sapere, infatti, che Giovanni Andrea pretese da Bruxelles la restituzione dei disegni.
Per carità! Non sia mai che qualcuno ne faccia una copia!
E così i patroni tornarono nella Superba, alcuni di essi sono visibili a Palazzo.
Storie di mare e di battaglie, questo è il porto di Messina dal quale partì la potente flotta.

Battaglia di Lepanto

Alla base di ogni arazzo c’è un’iscrizione latina che descrive la scena rappresentata.

Battaglia di Lepanto (2)

LA FLOTTA DELLA SACRA LEGA
SALPA DA MESSINA SOTTO IL COMANDO DI GIOVANNI D’AUSTRIA

Nel bordo inferiore sono intessute due lettere e uno scudo che indicano la città di Bruxelles.

Battaglia di Lepanto (3)

Battaglia di Lepanto (4)

E su un lato si trova il simbolo della manifattura.

Battaglia di Lepanto (5)

Si parte, per compiere un’impresa che muterà il corso della storia.

Battaglia di Lepanto (6)

Ogni arazzo presenta figure allegoriche che personificano le virtù necessarie ad affrontare una battaglia così importante.
E questa è la Concordia, che deve regnare sovrana tra gli alleati.

Battaglia di Lepanto (7)

Questa invece è Nemesi, la giustizia divina personificazione della vendetta, a lei un fanciullo porge un freno.
Entrambe le figure si trovano nel primo arazzo della serie.

Battaglia di Lepanto (8)

Le grandi navi che vedete in primo piano sono le galeazze della Repubblica di Venezia.

Battaglia di Lepanto (8a)

Filo dopo filo, remo per remo, pensate agli artisti capaci di realizzare opere simili, ecco le galee con i vessilli, sulla seconda imbarcazione sventola la croce di San Giorgio, mentre la galea in primo piano è quella di Giovanni Andrea Doria.

Battaglia di Lepanto (9)

La si riconosce dalla lampada che la moglie di Giovanni Andrea aveva regalato al marito.

Battaglia di Lepanto (10)

E il viaggio continua, lungo le coste della Calabria.

Battaglia di Lepanto (11)

Ed è inevitabile soffermarsi a guardare i dettagli, seguendo il racconto appassionante di questa impresa.

Battaglia di Lepanto (13)

Sul viaggio posa il suo sguardo attento la Vigilanza.
Ha un gallo sul capo, una testa di leone tra le mani, ai suoi piedi c’è una gru che con una zampa sorregge una pietra.

Battaglia di Lepanto (14)

Nella sua veste sono intessuti occhi pronti a vedere ogni cosa.

Battaglia di Lepanto (15)

Il momento della battaglia si avvicina, le flotte si schierano l’una contro l’altra: a sinistra i cristiani, a destra i turchi.

Battaglia di Lepanto (16)

Questo è il patrone con il disegno dal quale è stato realizzato l’arazzo, come potete vedere le immagini sono rovesciate.

Battaglia di Lepanto (17)

Ecco lo schieramento cristiano.

Battaglia di Lepanto (18)

E ancora i vessilli che sventolano sulle galee.

Palazzo del Principe (49)

Al centro si trovano le galeazze.

Battaglia di Lepanto (19)

Inizia lo scontro navale, la battaglia è cruenta e violenta.
E qui ci soccorre la potenza delle immagini, nella nostra epoca è ormai scontata.
La fotografia di quel giorno è stata intessuta da mani abili e alacri capaci di curare ogni minimo dettaglio.

Battaglia di Lepanto (20)

E giunge il momento della vittoria rappresentato in questo altro arazzo.

Battaglia di Lepanto (21)

E queste sette galee che vedete a vele spiegate sono le imbarcazioni turche che tentano di fuggire e di sovvertire il loro destino.

Battaglia di Lepanto  (22)

In questa sala ci sono anche i due tramezzi destinati ad essere esposti tra le finestre, portano i simboli di Venezia e Roma, due delle parti che aderirono alla Lega Santa.

Battaglia di Lepanto  (23)

L’ultimo arazzo mostra la flotta della Lega Santa che in trionfo ritorna a Corfù.

Battaglia di Lepanto  (24)

E sull’arazzo si riconoscono ancora le galeazze vittoriose.

Battaglia di Lepanto (25)

E lo schieramento delle navi ammiraglie della Lega Santa, su ognuna sventola sempre la bandiera.
La prima della fila è ancora quella di Giovanni Andrea Doria con la lampada ben visibile.

Battaglia di Lepanto (26)

Le navi turche vengono rimorchiate nel porto di Corfù.
Su tutte spicca un’imbarcazione di colore verde, è l’ammiraglia della flotta turca che subisce così l’umiliazione della sconfitta.

Battaglia di Lepanto (27)

La storia narrata per immagini, preziose e rare, la storia intessuta in una trama fitta di colori e sfumature.
E’ l’arte dell’arazzo, dalle Fiandre a Genova, in epoche nelle quali ricchi committenti come Giovanni Andrea Doria fecero pervenire in queste città manufatti pregiati e di immenso valore.
E ancora adesso narrano ai nostri occhi il nostro passato, quando si andava sul mare tempestoso con le galee.

Battaglia di Lepanto (28)

LA FLOTTA VINCITRICE ENTRA NEL PORTO DI CORCIRA
RIMORCHIANDO CENTROTRENTA GALEE,
DOPO AVER DISTRUTTO E AFFONDATO LE ALTRE.

Galata Museo del Mare, sali a bordo di una Galea

Signori, oggi si parte per un’avventura.
E’ un viaggio, un viaggio per mare tra onde altissime, a bordo di galee che sfidano il destino.
Vi porto qui, al Galata Museo del Mare, il più grande Museo marittimo dove vivrete esperienze irripetibili.
E questa è l’immagine perfetta per aprire questo articolo.
Le reti stese al sole, il cielo di Genova e il Museo che vi attende.

Questo è un luogo che affascinerà grandi e piccini, sono 28 le sale da visitare, potrete trascorrervi un’intera giornata senza stancarvene mai.
La storia della navigazione, dalle navi a remi ai piroscafi, il viaggio dell’uomo e le emigrazioni verso altri continenti.
Troverete carte geografiche e mappamondi, strumenti di bordo e opere d’arte che hanno come soggetto il mare e la navigazione.

Sì, oggi vi porto a vivere una vera avventura.
E voglio innanzi tutto ringraziare la direzione del Galata Museo del Mare per avermi accordato il permesso di pubblicazione delle immagini, che renderanno questo articolo coinvolgente ed interessante.
Partiamo per il nostro viaggio e andiamo ai tempi della Repubblica di Genova.
Ecco le armi, i pezzi di artiglieria con i quali si difendeva la Superba.

Pronti a far fuoco contro il nemico!

E l’equipaggiamento dei soldati, che indossavano il corsaletto, un’armatura leggera che copriva solo il tronco.
Leggera per modo di dire, visto che pesa 15 kg, erano gente tosta i soldati di quel tempo!

Ed ecco gli  elmi che hanno riparato il capo di coloro che si imbarcavano sulle galee.

Le galee che solcavano il Mediterraneo per sfidare i corsari.
Le galee spinte dalla forza delle braccia di molti uomini.
Le mostre allestite in questo Museo hanno una particolarità, calano il visitatore nella storia, facendogli vivere esperienze indimenticabili.
Oh, alcune lo sono davvero!
Al Museo del Mare si trova la fedele ricostruzione di una galea del 1620, sulla quale verrete imbarcati.
E in questo Museo, nel quale l’interattività è uno dei mezzi espressivi privilegiati, sull’imbarcazione troverete degli schermi, sui quali vengono proiettate le performance di alcuni attori che interpretano i personaggi chiave a bordo della galea.
E tutto attorno a voi si sente un sinistro sferragliare, si odono voci e urla, si ascoltano parole, si è totalmente immersi in una realtà di secoli orsono.

E pregate la vostra buona stella che il destino sia generoso con voi, sulla San Francesco la vita è grama, ve lo posso assicurare!
Oh, non fatevi illusioni!
All’imbarco vi chiederanno, voi chi siete?
Sì, chi siete?  Uno schiavo, un forzato o un buonavoglia?

Dichiarate le vostre generalità, non vi rimane altro da fare.
E sappiate che qui non sono teneri con nessuno, ve lo diranno a chiare lettere.
Oh, quest’uomo vi spiegherà tutto!

Sì, se siete un buonavoglia avete qualche possibilità in più rispetto agli altri.
Una certa razione di cibo, un compenso in denaro, forse ricorderete che della vita sulle galee vi avevo già ampiamente parlato in questo post.
Se siete un buonavoglia sarete responsabili del banco e della voga di un forzato e di uno schiavo.
Ma attenti, se lo schiavo vi sfugge sarete messi al suo posto!
Il forzato viene imbarcato per scontare la pena assegnatagli per i reati commessi, lo schiavo, come tutti sapete, non dispone della sua vita e della sua libertà.

Nel ventre della galea.

La vita di bordo e ciò che serve a tenere il comando di una nave.

Ci vogliono i rifornimenti per navigare e la San Francesco è ben equipaggiata.

Certo, ovunque vedrete gli oggetti della vita quotidiana.

E un’imbarcazione immensa, capace di solcare le vaste acque del Mediterraneo.

E c’è chi sorveglia con attenzione che ognuno compia il proprio duro lavoro.

La galea era l’inferno, i galeotti vivevano legati al banco.
Lì mangiavano e facevano i propri bisogni.
Incatenati al banco della galea.

Così si sostentavano, con una misera brodaglia.

Questo è un museo che coinvolge il visitatore, gli fa vivere parte dell’esperienza che viene rappresentata.
E piacerà sicuramente ai bambini, che potranno imparare molte cose nuove.
Ad esempio, si può provare a caricare una bombarda.

Ecco le munizioni, pronte ad essere ad essere lanciate contro l’imbarcazione nemica.

Ma voi chi siete? Un galeotto, uno forzato o un buonavoglia?
Mettetevi la catena alla caviglia!
Non penserete mica di poterlo evitare!

E poi vi dovrete sedere al banco, impugnare il maniglione e provare a vogare secondo la tecnica del “monta e casca”, che prevede che il vogatore stia in piedi e si lasci cadere all’indietro insieme al remo.
Che fatica! Occorre vigore, equilibrio, sincronia e stabilità.
Provate a mettervi al remo, ma ricordatevi che voi siete riposati e ben nutriti.
Pensate cosa doveva essere la voga per uomini fiaccati dalla fame e dalle percosse, sul mare in tempesta, esposti alla pioggia, al vento, al caldo bruciante e al freddo pungente.

Le catene dei forzati, si prova un certo brivido a vederne di vere.
Ci si chiede quali vite si siano spente, laggiù nel mare, e quanti destini siano stati spezzati.
Questa è un’antica catena, lo splendido effetto seppiato si deve ad E. , che ama giocare con le fotografie.

Salirete anche voi a bordo della San Francesco e direte se siete un forzato, uno schiavo o un buonavoglia.
Affronterete il vostro destino, qualunque esso sia.
Termina qui la nostra giornata sulla galea, ma non finisce il nostro viaggio tra le sale di questo Museo, l’avventura dell’uomo tra le onde e i flutti è emozionante e immensa come il mare stesso.

Galeotti e buonavoglia, la vita a bordo delle galee

Il mare, amico e nemico, il mare una volta infestato dai pirati.
In tempi lontani, quando era incombente e quotidiana la minaccia degli assalti barbareschi alle città che affacciano sul Mediterraneo, per poter contrastare le forze nemiche era necessario disporre di una potente flotta.
Le galee, munite a prua di uno sperone, che le rendeva perfette per attaccare un’imbarcazione avversaria, erano sospinte dalla forza di molte braccia, quelle dei così detti galeotti, coloro che avevano la sfortuna di cadere in schiavitù in mani nemiche.
La crudeltà, in questo caso,  era trasversale, le condizioni erano massacranti a bordo di qualunque galea, fosse essa francese, spagnola o turca.
La vita valeva poco e nulla, gli schiavi erano considerati bestie da lavoro ed essere destinati al remo equivaleva alla certezza di una vita breve.
Una galea necessitava della forza di almeno 300 rematori che venivano assicurati con una pesante catena al banco della galea.
Lì mangiavano, dormivano ed espletavano i propri bisogni.
Questo era l’inferno della galea, a colui che era legato al banco intento al remo, veniva infilata in bocca una misera galletta inzuppata nel vino e non certo con spirito caritatevole, ma bensì con lo scopo che il prigioniero non perdesse le forze e non abbandonasse così il suo sfiancante lavoro.
Nulla alleviava la fatica dei galeotti, erano continuamente staffilati e battuti sulla schiena e in caso di abbordaggio nemico, essendo incatenati, per loro non c’era scampo, erano destinati ad andare a fondo con l’imbarcazione.
A leggere le cronache dell’epoca c’è da rabbrividire, si narra di persone tenute al remo per ventiquattr’ore consecutive e ci si chiede come sia possibile che siano sopravvissute.
Lo storico Giulio Giacchero, nelle sue accurate ricerche sulla storia ligure, narra episodi che hanno dell’incredibile.
Racconta Giacchero che uno schiavo moresco prigioniero su una galea spagnola, sperando di sfuggire al suo destino, si amputò una mano.
Non lo sbarcarono, come lui si era augurato: al suo braccio monco applicarono un uncino e con quello lo rimisero al remo.
Non meno crudele fu il destino di uno schiavo imbarcato su una galea di un certo Hasan, genovese rinnegato e divenuto predatore dei mari.
Costui, mentre fuggiva da due galee siciliane, colse uno dei suoi schiavi, distrutto dall’immensa fatica, remare con minor vigore. Hasan, furibondo, gli recise un braccio con un colpo di sciabola e prese a colpire gli altri galeotti con l’arto sanguinante della sua vittima.
Si viveva poco sulle galee, sfiancati dal remo e da un’alimentazione ai limiti della sussistenza, che contemplava solo acqua maleodorante,  biscotto e il così detto massamoro, ovvero un povero trito di biscotto, solo in caso di eccezionali fatiche per sostenersi i prigionieri ricevevano un bicchiere di vino.
Come già detto,  la Repubblica di Genova necessitava di una  flotta per  difendere i suoi territori costieri dai frequenti attacchi barbareschi, così  nel 1559,  preposto alla direzione e al governo delle galee, venne istituito il Magistrato delle Galee, al quale verrà in seguito affiancato il Magistrato per il Riscatto degli Schiavi, che aveva invece il compito di provvedere a riscattare i cittadini caduti prigionieri dei turchi.
Una strana scala di valori, vero?
Si facevano schiavi i nemici, ma ci si preoccupava del destino dei propri concittadini, ignorando completamente qualunque concetto di uguaglianza e il valore imprescindibile di ogni vita umana.
E’ evidente che, con quei trattamenti, i galeotti avessero vita breve e che fosse così necessario un continuo ricambio a bordo delle galee.
Nel 1646 si istituì per le galee un nuovo genere di equipaggio, composto non più da schiavi ma bensì da uomini liberi, regolarmente retribuiti per il loro lavoro.
Erano nate le galee di libertà, sospinte non più dalla forza di braccia dei galeotti, ma dal lavoro di volontari, che verranno chiamati buonavoglia.
E sempre grazie a Giulio Giacchero e alla sua splendida e preziosa opera di ricerca negli archivi cittadini, mi è possibile raccontarvi come fosse la vita su una galea di libertà, sulla quale erano imbarcate 350 persone.
Di questi, 260 erano rematori, vi erano poi gli altri componenti dell’equipaggio, oltre al capitano e al cappellano e a molti altri elementi, c’erano anche un maestro d’ascia, otto timonieri e l’indispensabile calafato, colui che con la pece era addetto all’impermeabilizzazione dello scafo.
La vita dei buonavoglia era certamente meno dura di quella dei galeotti, non si deve pensare, tuttavia, che fosse un’esistenza di tutto riposo.
La loro alimentazione era più sostanziosa, prevedeva vino, biscotto, formaggio o pesce, nonché minestra e un certo apporto di grassi.
Malgrado la paga e la certezza di un mestiere, non erano molti coloro che sceglievano questa strada.
Si decise così di ricorrere a un curioso espediente che, come racconta sempre Giacchero, fornì uomini ai remi delle galee.
Si erano istituite delle bische, che proponevano il gioco d’azzardo.
La posta in palio era la seguente: in caso di vincita il giocatore si portava via denaro scommesso, se invece avesse perso avrebbe pagato il suo debito mettendosi al remo di una galea.
E’ evidente che, con questo sistema, gli equipaggi finirono per essere composti da persone incapaci di assolvere al loro compito, capitato loro solo per sventura.
In pochi anni, accanto ai buonavoglia, ai remi delle galee genovesi tornarono i forzati e gli schiavi, una maniera sicura per liberare la città da gente scomoda.
Ai giorni nostri, se osserviamo il mare pensiamo alla sua bellezza, al refrigerio dell’acqua salmastra nelle estati calde e assolate, ai colori variopinti del tramonto.
Ma quell’orizzonte, per noi tanto così languido e romantico, fu scenario di drammi e tragedie: vide la vita e la morte, al tempo dei galeotti costretti al remo.