Re Carlo I, Enrichetta Maria e i loro bambini raccontati da Van Dyck

È una famiglia reale e potrete incontrarla recandovi a visitare la mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova fino al 19 Luglio prossimo e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il sovrano d’Inghilterra Carlo I e la sua consorte Enrichetta Maria vennero così ritratti da Antoon Van Dyck tra il 1632 e il 1633, il dipinto fa parte della collezione del Castello Arcivescovile di Olomuc in Repubblica Ceca.

Ogni volta che osservo un quadro sorge sempre in me la curiosità di conoscere l’età delle persone ritratte: la percezione del tempo e dell’età, a mio parere, racconta molto di noi e di coloro che ci hanno preceduto.
E qui, in questo dipinto, il sovrano immortalato con solennità e con il nastro blu dell’Ordine della Giarrettiera, è un giovane di 33 anni.

Enrichetta Maria, con la sua grazia lieve, è una ragazza di appena 24 anni.
È figlia di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici e il matrimonio, avvenuto nel 1625, è dapprima abbastanza complicato ma con il tempo i rapporti tra i due sposi diverranno più sereni e distesi.

Van Dyck, artista molto apprezzato dal sovrano, fu a lungo a Corte e oltre a diverse altre opere realizzò per il re questo ricercato dipinto come di consueto ricco di raffinati simbolismi.
Alle spalle del re ci sono i simboli del suo potere.

Un bracciale prezioso brilla sulla pelle diafana di Enrichetta Maria e tra le dita sottili di lei si nota un ramoscello di ulivo, emblema di pace.

E a unire due destini è una corona di alloro che rappresenta gloria e trionfi.

Un legame consolidato poi dalla nascita di diversi figli e anche da molti lutti, come sovente accadeva in tempi lontani.
Alla mostra è esposto il ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I e Enrichetta Maria.
E Van Dyck. ancora con la suo impareggiabile maestria, ci racconta quell’infanzia dorata, l’opera risale al 1635 ed è parte della Collezione dei Musei Reali di Torino.

Il dipinto venne commissionato da Enrichetta Maria come dono destinato a sua sorella Cristina di Francia.
E in quel 1635 ecco i tre piccoli principini: Carlo ha cinque anni, Mary ne ha quattro e Giacomo ne ha appena due.

Il più grande dei tre salirà al trono con il nome di Carlo II.

Van Dyck pone accanto a lui un cane, simbolo della fedeltà alla corona.

La piccola Mary con il suo abito prezioso porta tra i boccoli biondi alcuni fiori che, come sempre si apprende alla mostra, rappresentano purezza e nuove alleanze.
Accanto a lei c’è Giacomo: anche lui diverrà re, sarà sovrano dopo la morte del fratello e sarà Re Giacomo II.

Il piccolino tiene tra le manine una mela simbolo della sua innocenza.

E nei dettagli si scorge tutta una ricchezza di pizzi, nastri, broccati e tessuti favolosi in una sontuosa e magnifica eleganza.
E un particolare suscita in me un senso di tenerezza: il piccolo Giacomo è in piedi su un gradino e così, con questo semplice trucchetto, con la dolcezza dei suoi due anni arriva a essere alto come sua sorella che ha il doppio della sua età!
Van Dyck pensava proprio a tutto, non c’è che dire.

A terra, sul tappeto dai contrasti blu e vermigli, giacciono alcune rose delicate e fragili proprio come sono caduche tutte le cose terrene.

Il Sovrano era un convinto sostenitore del diritto divino del re e durante il suo regno entrò presto in conflitto con il Parlamento inglese, seguirono anni tempestosi e difficili culminati con la Guerra Civile Inglese e con l’esecuzione del Re.
In questo frammento di vita fermato nel tempo dal talento di Van Dyck Re Carlo ed Enrichetta Maria sono ritratti in una bucolica quiete e nulla lascia prevedere le fosche ombre gli eventi futuri.
Tutto è armonia, grazia e bellezza.

Accanto a loro, in questa sala di Palazzo Ducale, i loro tre primi figli.
Una famiglia idealmente riunita in occasione di una mostra straordinaria che alza il velo sull’aristocrazia di quel tempo vissuto da Van Dyck e del quale egli fu testimone e abile narratore.
Con il suo sguardo ci ha fatto conoscere i volti che ha incontrato, la grazia dei piccoli reali e la loro innocenza, portando anche noi in quel tempo che, grazie a lui, riusciamo ancora ad ammirare.

Il giovane armigero di Van Dyck

È un giovane favoloso e il suo sguardo magnetico travalica i secoli per giungere intatto fino a noi.
È un uomo prestante, vigoroso e fiero e i suoi tratti decisi ci sono stati tramandati dal talento di Antoon Van Dyck che ultimò questa sua opera attorno al 1626 durante il suo soggiorno genovese.

Il dipinto è parte della Collezione della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda e fino al 19 Luglio è esposto alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il fascino di questa figura è poi anche accresciuto dall’alone di mistero che la circonda e negli enigmi che pongono agli studiosi domande alla quali trovare le giuste risposte.
Il giovane porta una scintillante armatura ma questa, come si apprende alla mostra, non pare risalire agli inizi del ‘600 ma sembra invece di fattura cinquecentesca.

Brilla l’elsa della sua spada, il prode è pronto a mostrare il suo coraggio.

Seducente e affascinante, porta i capelli lunghi ad una maniera, ancora una volta, non corrispondente al quel secolo nel quale Van Dyck realizzò il dipinto.
Ha i tratti ben definiti, labbra carnose, sguardo vivido e attento e sfoggia una baldanza eroica trasmessa dalla postura e dalla sua fierezza.

Una fascia di color rosso brillante è annodata sul suo braccio sinistro, in un gioco di vivaci contrasti.

Non conosciamo il nome di questo giovane e se invece sapessimo tutto a proposito di lui forse la sua figura acquisirebbe ancor più carisma?
Non saprei dirvelo ma so per certo che il giovane è affascinante come una rockstar.
E a proposito dell’enigmatica identità dell’armigero, la teoria prevalente riferisce che all’epoca del ritratto nella città di Genova si era soliti commissionare dipinti di “immaginari” antenati che dessero lustro a famiglie che ne avevano particolare necessità.
E forse l’ardito armigero poteva essere proprio uno di loro.
E mistero si aggiunge a mistero, in quanto di questo dipinto esistono diverse copie; ho letto che una di esse, ad esempio, si trova a Buckingham Palace ed è attribuita alla scuola di Van Dyck.

Le mie modeste fotografie non rendono certo giustizia a questo capolavoro, se andrete ad ammirarlo alla mostra vi renderete conto della sua assoluta bellezza che non so davvero descrivere a parole.
È un magnifico mistero dal fascino imperituro, è il giovane armigero dipinto da Van Dyck in un lontanissimo giorno vissuto nella nostra Genova.

I fratellini Giustiniani Longo e lo sguardo di Van Dyck

Sono tre fratellini e la loro grazia ingenua è stata catturata dal talento di Antoon Van Dyck che li ritrasse con maestria durante il suo soggiorno genovese tra il 1626 e il 1627.
Sono tre fratellini e appartengono a una nobile famiglia che diede alla Repubblica dogi, condottieri e notabili: loro sono Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

Il quadro fa parte della collezione della National Gallery di Londra ed è eccezionalmente esposto a Genova fino al 19 Luglio alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Si è a lungo erroneamente ritenuto che i tre bambini fossero membri della famiglia Balbi, in quanto l’opera apparteneva alla quadreria di questa nobile famiglia cittadina ma una straordinaria scoperta ha reso ai tre fratellini la loro vera identità.
Infatti Anna Orlando, storica dell’arte e curatrice di questa splendida mostra, ha compiuto un’appassionata e approfondita ricerca d’archivio che le ha consentito di riconoscere in questi visetti i tre fratellini Giustiniani Longo.
Committente dell’opera fu probabilmente il nonno Alessandro Giustiniani Longo, anch’egli ritratto da Van Dyck così come la sua consorte Leila.

E così oggi, nella nostra e nella loro Genova, sono tornati tre bambini che calcarono le stesse strade che anche noi attraversiamo.
Abbigliati con fasto principesco, indossano abiti impreziositi da broccati, pizzi, passamanerie, velluti e fili dorati.
Il più grande, Alessandro, sfoggia un’ingombrante gorgiera.

Ha un abito ricchissimo dalle finiture ricercate, in un contrasto potente di argento e rosso.

Regge il cappello piumato e alla vita porta una spada.

I boccoli biondi incorniciano il visetto paffuto del secondogenito Vincenzo che, con un gesto affettuosamente protettivo, tiene una mano posata sulla spalla del piccolo Francesco Maria.

Van Dyck con le sue sapienti pennellate ci racconta così un mondo e i suoi sfarzi sontuosi, Vincenzo indossa un abito scuro con gli alamari dorati, il piccolo di casa ha invece una veste dalla vivace tonalità di rosso.

E si coglie un’armonia perfetta nella gestualità e nei movimenti delle mani dei tre fratellini.

E c’è un’assenza che, silenziosamente, diviene presenza viva e memoria.
Sempre grazie alle minuziose ricerche di Anna Orlando è stato infine decifrato il messaggio che Van Dyck dipinse ponendo un fragile uccellino tra le ditina di Francesco Maria.
Quella creaturina è così raffigurata per rappresentare il quarto fratellino, il piccolo Luciano troppo presto deceduto ma mai dimenticato.
E l’assenza diventa presenza.

Simboleggiano il lutto anche i corvi scuri che occupano un gradino della scala.

Van Dyck consegnò ai posteri la memoria di tre bambini, posò su di loro il suo sguardo e li immortalò nella leggiadria dolcezza dell’infanzia.
Una studiosa ha saputo leggere questo dipinto in una maniera unica, restituendo così agli occhi del mondo i nomi e i volti di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

La mostra allestita a Palazzo Ducale riunisce a Genova 60 capolavori di Van Dyck provenienti dai più importanti musei del mondo, in queste tele troverete molti bambini: sono nobili e figli di sovrani, sono angioletti e rappresentano a volte metafore di stagioni della vita, sono gioiosi putti che si librano leggeri nell’aria con sublime armonia.
E nella cornice della loro città, nel luogo che li vide nascere e muovere i primi passi sono tornati anche loro: i fratellini Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.