22 Giugno 1805: nasce a Genova Giuseppe Mazzini

Oggi è il 22 Giugno ed è il suo giorno: nasceva in questa data Giuseppe Mazzini, il più celebre patriota e uno dei più illustri figli di Genova, essere nati nella sua stessa città dovrebbe renderci fieri di essere suoi concittadini e io lo sono sinceramente, ormai lo sapete.
In questo giorno da ricordare vi porto con me in Via Lomellini, davanti alla casa natale di Mazzini e oggi sede del Museo Risorgimento e Istituto Mazziniano dove si custodiscono opere d’arte e cimeli del Risorgimento e della storia d’Italia.

Il portale marmoreo è riccamente decorato e si lascia ammirare per la bellezza dei fregi e delle figure.

E trovandovi qui, prima di salire le scale della dimora per visitare questo importante museo genovese, vi invito ad alzare lo sguardo verso quel marmo dove si leggono alcune parole in lingua greca delle quali di seguito vi riporto la traduzione.

Ὁ βίος βραχύς ἡ
La vita è breve

δὲ τέχνη μακρ
l’arte è lunga

La frase è una citazione di un aforisma di Ippocrate e naturalmente si riferisce alla caducità della vita in contrasto all’importanza dell’opera dell’uomo che ha la possibilità di perdurare e di essere maggiormente valorizzata passando di generazione in generazione, superando così il tempo terreno e il suo limite.

E Giuseppe Mazzini, genovese, la sua traccia nel mondo libero l’ha lasciata.


Giuseppe Mazzini nella maturità
Illustrazione tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

In questa strada che lo vide ragazzo e poi giovane uomo, sempre animato da ideali che mai lo abbandoneranno.

Qui, dove si leggono il suo nome e la sua data di nascita.

In Via Lomellini, nel luogo nel quale si celebrano la sua grandezza e i suoi ideali.
In questo 22 Giugno, buon compleanno, caro Fantasio!

Scendendo per Via Lomellini

Scendendo per Via Lomellini, nel tempo d’inverno.
In uno dei miei posti cari, uno dei miei amati caruggi.
Scendendo per Via Lomellini, quando il freddo è pungente e implacabile.
E allora anche chi indossa la tonaca si munisce di caldi guanti e di un morbido cappello per difendersi dal vento gelido.
Scendendo per Via Lomellini, con fiducia e con passo sicuro, nel tempo d’inverno.

Le targhe storiche di Genova

Le antiche targhe con i nomi delle vie, uno dei fragili patrimoni della città.
Esistono ancora molte targhe storiche, molte altre sono andate invece purtroppo perdute e in certi casi sono state sostituite da targhe moderne, con caratteri diversi e di materiali differenti.
Le antiche targhe di marmo con le loro lettere scure raccontano la bellezza vera della città antica.

Narrano di pie devozioni e di antiche chiese.

Rievocano eroi e gesta leggendarie.

Toponimi e targhe costituiscono una delle anime della città vecchia e di quel modo antico che andrebbe preservato e valorizzato.
Una targa storica che va in frantumi andrebbe sostituita, a mio parere, con una di identica fattura mantenendo lo stile e i caratteri a suo tempo utilizzati, per preservare al meglio una certa idea di città che corrisponde alla nostra identità e alla nostra storia.

Queste targhe sono preziose testimonianze di un tempo passato e descrivono antichi mestieri.

Raccontano di fatiche ai lavatoi ma narrano anche dell’abilità degli artigiani nel realizzare le scritte che ancora oggi riusciamo a leggere, un talento antico che ai nostri giorni dovremmo saper salvaguardare.

Indicano minuscole e raccolte piazzette.

Raccontano la magia di parole e di immaginazione della nostra città.

Ritrovare le targhe storiche per le strade di Genova significa posare lo sguardo su qualcosa che è stato difeso, trattenuto e salvato dalle ingiurie del tempo.
Sono marmi che raccontano di noi, dei nostri giorni passati e di una Genova antica che ancora oggi attraversiamo.

Antonio Mosto, condottiero dei Carabinieri Genovesi

Torniamo ai giorni eroici, al tempo in cui si fece l’unità d’Italia e mescoliamoci ancora alla folla tonante dei prodi al seguito del Generale Garibaldi nella sua impresa leggendaria.
Tra quei cuori battenti di patriottismo c’è anche un genovese da tempo dedito all’attività politica: il suo nome è Antonio Mosto ed è nato nel 1824 in una famiglia di commercianti, già dal 1848 è animato da ideali democratici.
Profondamente legato a Giuseppe Mazzini, nel 1852 è tra i fondatori della Società del Tiro Nazionale dove si addestreranno coloro che intendono votarsi alle battaglie per l’indipendenza, qui si troveranno anche i suoi amici Francesco Bartolomeo Savi e Antonio Burlando e poi Nino Bixio e molti altri ancora.
Mosto stesso è un tiratore eccelso e proprio alla Società del Tiro Nazionale nascerà il Corpo dei Carabinieri Genovesi.
Nel 1857 partecipa all’organizzazione della fallimentare spedizione di Carlo Pisacane e mentre il suo amico Savi verrà incarcerato, Mosto sarà condannato a morte come Mazzini ma riuscirà a scappare e a raggiungere l’ Inghilterra dove troverà diversi esuli che condividono i suoi ideali patriottici, quel fervore accompagnerà Mosto per gran parte della sua vita.
Tornerà nella sua Genova e il suo destino seguirà quello del Generale Garibaldi: Mosto addestra i volontari che sono dotati di armi ad altissima precisione e quando giunge il 5 Maggio 1860 è tra le fila dei prodi con i suoi carabinieri.
Da quel passato ascoltiamo la voce di un cronista e attento testimone, Giuseppe Cesare Abba che nel suo volume “Da Quarto al Volturno” così ci ha tramandato il ritratto del giovane Mosto:

“Camminavano adunque i Carabinieri genovesi alla testa della colonna, e innanzi, loro comandante, andava Antonio Mosto, che mostrava più anni assai di quelli che aveva. Barba piena e lunga, portamento incurante di parere, sguardo acuto ficcato lontano traverso gli occhiali a suste d’oro; era qualcosa tra un asceta e un archeologo che da quelle parti andasse cercando ove fu Segesta. Quel che valesse per fegato e cuore, chi non lo sapeva, lo indovinava.”

Antonio Mosto – dettaglio di ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Accanto a lui il suo amico di una vita intera, un genovese che è tanto caro anche a me:

“Al fianco al Mosto e suo luogotenente marciava Francesco Bartolomeo Savi, uomo piuttosto sopra che sotto la quarantina, filosofo e classicista, mazziniano come lui, per altezza di sentire, e austerità di vita uno dei più somiglianti al Maestro.”

Francesco Bartolomeo Savi
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E ancora, altre parole per tratteggiare il ritratto del nostro eroe:

“Tutti i Genovesi che hanno carabina, forse quaranta, formano un corpo di Carabinieri. Il loro capitano Antonio Mosto chi lo volesse dipingere, è una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero, pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d’Italia. È conosciuto per coraggiosissimo; e infatti come potrebbe non esserlo, se quei giovani lo tengono per primo?”

Divisa dei Carabinieri Genovesi
Museo del Rosorgimento – Istituto Mazziniano

Con questo sentito fervore questi uomini partiranno per quell’avventura che ci ha lasciato in eredità la nostra nazione.
Antonio Mosto partecipò ad innumerevoli battaglie, da Palermo a Milazzo, con lui il suo corpo dei Carabinieri Genovesi fu vittorioso a Calatafimi e nella battaglia del Volturno, sono molti gli episodi dove figura il suo nome e molti sono i luoghi genovesi nei quali troverete traccia di lui e delle sue imprese.
Entrando nel’atrio di Palazzo Tursi troverete sulla destra una lastra marmorea dedicata alla Società del Tiro Nazionale che si trovava alla Foce e che un tempo era là collocata, su di essa si commemorano i carabinieri deceduti nelle guerre di indipendenza.
Scorrendo quei nomi troverete anche il fratello di Antonio, Carlo Mosto, caduto eroicamente in battaglia.

Un busto dedicato al Colonnello Antonio Mosto è collocato poi a Villetta Di Negro, venne inaugurato nel 1894.

Spostiamoci poi in Via di Vallechiara, così rischiarata dal sole lucente.

Una lapide commemorativa è affissa sulla casa dove visse Antonio Mosto.

La lapide venne realizzata nel 1907, in occasione del centenario della nascita di Garibaldi.
Rammenta ai posteri le gesta di Mosto.

E nella scultura restituisce la tempra e la fierezza di questo patriota.

Non distante da Via di Vallechiara vi è poi il Museo del Risorgimento dove sono custoditi, oltre al ritratto, anche i cimeli della vita di Antonio Mosto.
Una sezione è infatti dedicata ai Carabinieri Genovesi e qui trovate il kepi da carabiniere di Mosto, la sua spada e la sua sciabola.

Sono esposte anche le sue pistole.

Antonio Mosto dedicò gran parte della sua vita all’impegno politico, spendendosi su più fronti e non solo sul campo di battaglia, in uno dei suoi combattimenti riportò anche una grave ferita.
Si spense nella sua città in un giorno d’estate del 1890 e a Genova riposa, nel Cimitero Monumentale di Staglieno a poca distanza dal luogo del sonno eterno di Giuseppe Mazzini.
La sua tomba è purtroppo poco curata e a malapena si leggono le parole scritte in sua memoria che lo celebrano come condottiero dei Carabinieri Genovesi in tutte le pugne per l’unità d’Italia.

Al luogo del suo ultimo sonno sarebbe dovuta maggiore cura.

Fu un genovese coraggioso, prode condottiero di quei carabinieri che portò con sé in nome di un ideale che ardeva nel suo spirito.

Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent’anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Antonio Mosto – ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

L’edicola di Via Lomellini

Tra le molte edicole genovesi una di pregevole fattura è collocata nella nostra Via Lomellini e posta ad angolo con Salita dell’Oro.
Preziosa e raffinata, ospitava un tempo un dipinto dedicato alla Madonna del Carmine con i Santi, non saprei dirvi dove sia attualmente conservata l’opera mancante e auspico di trovarla, come altre, tra le collezioni del Museo di Sant’Agostino.

Il sole sfiora i visi dolci di piccoli angioletti che così circondano la colomba che rappresenta lo Spirito Santo.

E c’è ancora un angelo solenne alla base della cornice che racchiudeva il dipinto.

L’edicola maestosa così si staglia in una di quelle prospettive tutte genovesi composte da un’armonia di verticalità e di luce, ombra e azzurro che si scorge là tra le case.

E così, attraversando Via Lomellini, soffermatevi ad ammirare la bella edicola che una volta ospitava la Madonna del Carmine.

Due in Via Lomellini

Due in Via Lomellini.
Nell’aria fresca del mattino, semplicemente due.
Due amici per la pelle, due fidanzati, due viaggiatori.
Due studenti con lo zainetto sulle spalle.
Due esploratori urbani alla scoperta dei caruggi di Genova.
Due sportivi, naturalmente.
Due amanti dell’aria salmastra e della libertà.
Due percorsi da immaginare, due strade che procedono parallele.
Due, semplicemente due, in Via Lomellini.

Finestre d’estate e dei caruggi

Queste sono finestre d’estate e dei caruggi, così allegre e colorate e pronte ad accogliere la bella stagione.
Le finestre per me sono un antico amore, non c’è luogo dove non mi soffermi ad ammirarle.
Una tenda chiara, la ringhiera romantica, i fiori allegri e colorati.

Siamo in Vico alla Chiesa della Maddalena e poco più là ecco ancora una grata e un’infilata di vasetti che ospitano la vita.

L’estate poi è una sinfonia di colori e panni stesi che danzano nel vento in Piazza Lavagna.

E un candore di lenzuoli su Salita alla Spianata di Castelletto.

E ancora diverse genovesissime sfumature di grigio e di pietra a dire il vero identiche in ogni stagione.

E poi, alzando lo sguardo verso i balconi di Piazza Senarega sboccia generosa l’estate nei gerani dai toni accesi e vivaci.

E poi ancora vasetti e pianticelle, in Via Lomellini.
E qui, a poca distanza dalla casa natale di Giuseppe Mazzini, sventola un tricolore.
A una finestra di Genova, nei caruggi, in estate.

In Via Lomellini

In Via Lomellini, nella luce della tarda mattinata.
Tra i colori della frutta e le sfumature dei palazzi antichi.
Un’edicola, la casa di un patriota molto amato, la dimora di una santa.
La gente che passa, sempre numerosa in Via Lomellini.
Il profumo del pane.
I suoni, il tempo.
La quiete mistica dell’Oratorio San Filippo.
In Via Lomellini.
Camminando così, con una certa sicurezza, sotto il cielo della Superba.

Alzando lo sguardo in Vico degli Adorno

Alzando lo sguardo in Vico degli Adorno si trova, netto e chiaro, un simbolo della religione cattolica: è il trigramma di Cristo, le lettere IHS che indicano il nome di Gesù.

L’antico bassorilievo si compone di diversi elementi che sempre testimoniano l’autentica devozione che si ritrova in queste vie dalla lunga storia: una Madonna con il Bambino così è posta sulla sommità del bassorilievo.

Due figure reggono la ghirlanda che racchiude il simbolo di Gesù, ai lati di queste figure si distinguono le due lettere T e A.
Alla base è scolpita le seguenti parole in latino: pax huic domui che significano pace a questa casa.

E attorno ci sono anche alberi rigogliosi.

E ancora due stemmi ormai abrasi.

Alzando lo sguardo in Vico degli Adorno si ritrova una di quelle prospettive tipiche della città vecchia: le case dai colori caldi, un certa sicura genovesità.

E si ammira il chiarore del cielo lucente.

Vico degli Adorno è un breve caruggio e inizia da Via Lomellini, si trova proprio di fronte alla dimora natale di Giuseppe Mazzini oggi Museo del Risorgimento.
E così alzando lo sguardo in Vico degli Adorno si vedono le bandiere che sventolano davanti a quelle finestre e come sempre accade, in queste strade ricche di storia, un pensiero si rivolge a chi le ha percorse prima di noi: alcuni divennero personaggi importanti per la città e per la nazione, altri furono solo persone semplici che vissero le loro vite in un tempo diverso dal nostro.
E come noi, in un giorno distante, alzarono lo sguardo in Vico degli Adorno.

Le mistiche bellezze dell’Oratorio di San Filippo Neri

Vi porto ancora con me, nella mia amata città vecchia.
In Via Lomellini, strada antica e amatissima, risplende di luce dorata il settecentesco oratorio di San Filippo Neri collegato alla Chiesa attigua dedicata al medesimo Santo.

Per scoprire l’oratorio dovrete varcare questa soglia.

E passo dopo passo lo sguardo ritroverà quell’antica bellezza.

Sull’altare, candida e colma di grazia, è la figura marmorea scolpita da Pierre Puget, artista francese vissuto nella seconda metà del Seicento, a Genova sono numerose le opere che testimoniano il suo talento.

Questa è la Madonna Immacolata e così tiene le mani al petto, raccolta in mistica preghiera.

Se entrerete nell’Oratorio di San Filippo alzate poi gli occhi verso quella meraviglia di delicati affreschi che vi sovrasta.
Come scrive l’Alizeri, gli affreschi sono opera di Giacomo Antonio Boni che così raffigurò l’Assunta fra schiere di patriarchi e di profeti.

Sono affreschi densi di dolcezza e di grazia luminosa.

Lassù si ammira il mistero della Trinità.

Tra angeli che con leggiadria adornano l’Oratorio.

E ancora così si staglia la statua della Madonna Immacolata.

E con questa dolcezza scaturita dallo scalpello del Puget.

In un capolavoro di autentica armonia.

Ed è ancora il pennello di Boni ad aver ritratto San Filippo Neri in compagnia dei suoi amici.

Questo luogo antico e di gran pregio è oggi un auditorium dove si tengono concerti, conferenze e incontri.

Nella luce dell’Oratorio di San Filippo Neri, una bomboniera nel cuore del centro storico, notevole è anche il dipinto che sovrasta l’altare.

Si cammina in silenzio, accolti dalla gioiosa dolcezza dei putti che reggono i cartigli.

E confortati dal loro volo lieve e leggero.

Là, nell’Oratorio di San Filippo Neri, dove lo sguardo incontra infinite bellezze.