Ritorno sui banchi di scuola

E poi venne anche per loro il tempo di ritornare sui banchi di scuola.
Amici, fratelli, compagni e complici.
Tre cuori, tre anime, tre destini.
Stringendosi per mano, così vicini.

E poi venne il tempo di ritornare sui banchi di scuola per tutti i bimbi che furono ritratti insieme in in un giorno di marzo del 1911, a Ognio, in Val Fontanabuona.
Passo l’estate e tornò l’autunno ed eccoli ancora tutti insieme, con il cognome ricamato sul grembiulino.

Vestiti alla marinara, con le frangette corte.

Alcuni distratti, timidi, impacciati, semplicemente spontanei come sanno essere i bambini.

Seduti a gambe incrociate, con le braccia conserte e tutta la vita davanti.

Con lo sguardo rivolto verso un compagno là dietro, in quell’istante breve della fotografia.

Con i capelli biondi, le fossette, i boccoli, i fiocchetti, la riga nel mezzo.
Con il ricordo delle pagine infinite di aste e di lettere, delle addizioni e delle sottrazioni, delle filastrocche e delle poesie in rima.

Con una certa improvvisa ritrosia, le labbra un po’ serrate, gli occhi grandi spalancati sul futuro.

Sempre tenendosi per mano.

Custodisco questi sorrisi, questi sguardi e questa fotografia di un tempo distante.
Loro sono i bambini di Ognio e venne per tutti loro il tempo di ritornare sui banchi di scuola.

Camminando nel passato: la celebre scuola di Via Mira

Vi porto con me ancora nel passato di Genova, nel quartiere della Foce e in particolare in una breve strada denominata Via Mira che è una traversa della nostra vivace Corso Buenos Aires.
Tempo fa mi recai là con grande curiosità in cerca di un’antica istituzione ampiamente descritta in una pagina del prezioso volume Genova Nuova risalente al lontano 1902.
Questo libro racconta in maniera straordinaria una Genova che muta aspetto con nuove vie e con nuove prospettive urbane, un’intera pagina consente poi di scoprire questa istituzione scolastica nota come Istituto Cereghino e sita appunto in Via Mira.
Una scuola innovativa e stimolante, comprendeva il Corso Elementare Maschile e Femminile e l’Asilo Froebeliano basato su metodi che davano grande importanza al gioco come strumento didattico.
E così eccomi in Via Mira, in cerca del magnifico edificio.

E sapete, in quella scuola si insegnavano anche francese e tedesco, stenografia e meccanografia, ricamo e disegno, si imparava persino a suonare il pianoforte e il mandolino.
Ho anche sfogliato i miei annuari Pagano e in quello del 1899 ho trovato l’Istituto Cereghini e qui immagino ci sia stato un errore di battitura: la scuola risulta in una palazzina interna a Via Minerva, toponimo che si riferisce al tratto stradale in seguito divenuto l’attuale Corso Buenos Aires, direi che si trattava proprio della scuola di Via Mira.
Ho poi scoperto che nel 1926 nella vicinissima Via Antiochia abitava la Signora Matilde Cereghino, insegnante di stenografia: data la particolarità del cognome, pur non avendone la certezza, penso di poter presumere che la signora avesse qualcosa a che fare con la scuola.
Gira, gira e gira continuiamo ad esplorare insieme la nostra Via Mira.

Ahimè, cari amici, per quanto abbia cercato in ogni dove purtroppo non c’è ormai più traccia del prestigioso istituto!
Era là, immerso nel verde salubre e nella quiete di questo borgo, nella bucolica bellezza di uno scorcio di Genova aveva la sua sede questa scuola dove studiarono molti bambini.
Sul mio libro si legge anche che l’Istituto Cereghino aveva delle belle sale e un refettorio, una sala per la ginnastica, un cortile interno e un ampio giardino.
Era uno splendido edificio e così lo si scopre, tra le pagine di un prezioso volume del passato.

In un tempo diverso, in un certo tratto di quella zona, risuonavano le note di un mandolino e il suono nostalgico di un pianoforte.
Luminosi erano sorrisi dei bambini, affabile e amorevole era la cura degli insegnanti nel viaggio della scuola, una crescita quotidiana verso l’età adulta.
Accadeva in un tempo lontano, all’Istituto Cereghino di Via Mira.

Cose di Via Balbi

Ai tempi dell’Università Via Balbi era una delle strade che frequentavo più spesso.
Chiaramente andavo a lezione lì, noi studenti di lingue infatti ci dividevamo tra le aule di Piazza Santa Sabina e quelle della facoltà di lettere di Via Balbi.
Inoltre, di tanto in tanto, me ne andavo a preparare gli esami in biblioteca, a dire il vero quelle sessioni di studio erano arricchite da interminabili soste sulle scale con relative chiacchiere, risate e proposte per la serata, ricordo quelle mattinate sempre con tanto piacere.
In Via Balbi andavamo a fare le fotocopie di certi preziosissimi appunti, c’era poi anche una bella libreria che vendeva testi universitari e non solo quelli, io l’ho frequentata per diverso tempo ed era un posto un po’ speciale.
In Via Balbi acquistavo di abitudine certi vestiti leggeri freschi e coloratissimi perfetti per l’estate.
Da Via Balbi, come si sa, si accede alla bella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida e all’epoca non era così restaurata come la vediamo adesso e anzi, allora pareva quasi una cosa a dir poco impossibile da immaginare.
In Via Balbi c’è anche la splendida Chiesa di San Carlo alla quale sono affezionata fin dai tempi delle scuole medie, a farmela conoscere era stata infatti la mia insegnante di religione che la frequentava con assiduità.
Via Balbi poi è la strada che porta alla stazione e così tutti noi, almeno una volta nella vita, l’abbiamo percorsa correndo perché c’era il rischio di perdere il treno.
Sono strani i luoghi tanto vissuti.
Ci ritorniamo sempre.
E non ci sembrano mai gli stessi, in un certo senso.
A volte i nostri ricordi sono come appannati, non riusciamo a focalizzare alla perfezione il quadro che tentiamo di immaginare.
Il tempo posa il suo velo sulle cose e tu non sai nemmeno dire quanti anni ti separino da quelle tue memorie che vorresti ancora più vive.

Via Balbi – Gennaio 2021

Enciclopedie e ricordi sparsi degli anni ’70

Eccomi qua: anche io stata una bambina che faceva le ricerche.
Per noi che siamo stati piccoli negli anni ‘70 era una consolidata consuetudine, prima o poi ti toccava metterti lì con pazienza, ritagliare le figure da quei libretti che compravamo in cartoleria e poi scrivere, scrivere, scrivere sul tema assegnato.
A me aiutava sempre la mamma, mi ricordo che ci mettevamo con i quaderni, i pennarelli e tutto l’occorrente sul tavolo della cucina.
Noi bambini degli anni ‘70 avevamo tanta fantasia ma non eravamo per niente tecnologici: ad esempio, per noi fu un cambiamento epocale l’introduzione del telecomando per la TV.
Dopo il passaggio dal bianco e nero al colore, che bello non doversi più alzare per cambiare canale!
E inoltre, ad esser proprio precisi, a parte il giradischi, il nostro più importante approccio con qualcosa che dovevamo saper far funzionare era l’iconica macchina fotografica che ricevevamo in regalo per la prima comunione.
Anche voi l’avete avuta, vero?
Era un grande classico, senza alcun dubbio: avevi otto anni, stavi diventando grande e avevi persino una macchina fotografica tutta tua, che meraviglia!
Sto divagando, scusate, tornando alle nostre ricerche come è ben ovvio noi non avevamo il web ma disponevamo di corpose e interessanti enciclopedie.
Serviva sapere qualcosa su un evento storico, su un personaggio particolare o su qualunque altro argomento?
Bastava aprire uno dei volumoni della UTET, la UTET sapeva tutto e rispondeva a tutto, sulle sue pagine si trovava il materiale per ogni tipo di ricerca.
Se poi l’argomento era invece la geografia allora io consultavo Il Milione, la leggendaria enciclopedia dalle copertina blu, era un sogno magnifico immergersi n quelle pagine.

Scuola a parte, Il Milione è sempre stato uno dei miei libri preferiti.
Mi facevo dei viaggi magnifici in Oriente e in Russia, quelle erano le mie mete preferite e poi mi soffermavo a leggere tutti gli usi e costumi di popolazioni lontane, era straordinario sapere che altrove la gente viveva in modo del tutto diverso da noi.
Poi, tra i miei diletti c’era anche quello di aprire la cartina e di leggere i nomi delle regioni e delle località, ci sono dei posti che mi hanno sempre affascinato, anche solo per il suono della parola.
Per un certo periodo ebbi quindi una particolare predilezione per la Scozia: al mare avevo conosciuto un ragazzino di Glasgow che divenne mio amico di penna e una volta tornata a Genova andai subito a cercare su Il Milione dove caspita abitasse il mio amico.
Trovare Glasgow fu un gioco da ragazzi, modestamente, inoltre c’erano pure tutti quei bei nomi come Cumbernauld, Stirling, Edimburgo, questa Scozia era veramente affascinante!
La musicalità delle parole mi ha sempre stregata e a tal proposito mi viene in a mente un episodio della mia infanzia che accadde in estate a Fontanigorda.
C’era questa signora bionda che abitava sotto di noi, ricordo perfettamente che un giorno lei mi domandò dove abitassimo a Genova.
Io avrò avuto otto o nove anni e con assoluta convinzione risposi sorridendo:
– In Via Nazario Sauro!
Per inciso non ho mai vissuto in quella strada e all’epoca non l’avevo nemmeno mai vista, solo che dovevo aver sentito da qualche parte il nome di quella via e mi era parso così musicale e piacevole, perfetto per un indirizzo!
Quindi perché no?
Cara signora bionda del piano di sotto, perdoni l’innocente bugia, è che proprio suonava benissimo quella via.
D’altra parte si sa: a noi bambini degli anni ‘70 tra un viaggio immaginario in Scozia e uno in Giappone la fantasia davvero non mancava.

Giorni di scuola

Si ritorna, ancora, sui banchi di scuola.
In tempi così complicati come sono i nostri eppure ecco ancora un nuovo inizio e per alcuni è un debutto assoluto.
Il primo giorno di scuola è sempre stato, per tutti noi, emozione pura.
La cartella sulle spalle, l’astuccio con le penne, il grembiulino bianco e il fiocco, la foto di rito davanti alla scuola.
Le scale, la classe, il banco, la lavagna, il gesso e il cancellino.
Le trecce oppure i codini: e qui mi sovviene che alle bambine di adesso i codini non li fanno mai, chissà poi perché!
I quaderni a quadretti, le matite di tutti colori e quando le temperavi finiva sempre che ti sporcavi le mani.
La penna stilografica: per i bambini mancini come me era un bel problema, si finiva per tirarsi dietro tutto l’inchiostro, non c’era verso di riuscire a scrivere senza far danni.
E poi i disegni vivaci con l’albero, la casetta, i fiori sempre sproporzionati, sulla sinistra una nuvola e là in alto a destra un sole giallo e brillante con tutti i raggi.
Si ritorna, ancora sui banchi di scuola, sapendo che sarà un tenero e prezioso ricordo.
E così a tutti quelli che sono bambini e a chi è stato bambino un tempo dedico questa bella immagine di una piccolina seduta alla scrivania nell’epoca delle romantiche cartoline.
Ha accanto un vasetto di fiori profumati, davanti a lei ci sono dei fogli bianchi.
Ha questi capelli così folti e quel bel visetto: pensa, immagina, un po’ sorride.
Brillano i suoi occhi di bimba, nel tempo dolce dei giorni di scuola.

La maestra di Luigino

La maestra di Luigino di certo curava molto le sue lezioni ed era paziente con i suoi scolaretti: lavagna, gessetto e lunghe file di aste, numeri e lettere.
Lei poi faceva ripetere la lezione infinite volte sul quaderno a righe con la copertina nera, la maestra era amorosa, dolce ma esigente.
La maestra di Luigino aveva una calligrafia leggermente inclinata e molto armoniosa, lo so perché appunto possiedo questa cartolina che lei scrisse al suo piccolo alunno.
E le sue maiuscole, oh, le sue maiuscole sono un capolavoro di svolazzi e ghirigori, le sue minuscole poi sono perfettamente proporzionate, io non saprei mai scrivere a quella maniera ma del resto i tempi sono molto cambiati.
La maestra di Luigino aveva un nome romantico e ormai desueto: si chiamava Felicita e davvero nella nostra epoca non ci sono più ragazze che portino quel nome lì, è passato di moda da tempo.
Lei scrisse la sua cartolina il 15 Settembre 1910 e in quegli anni un compianto poeta pubblicò una certa poesia che forse avrà suscitato qualche emozione nella nostra maestrina, è davvero la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi sono ritrovata tra le mani questa cartolina.
Il poeta si chiamava Guido Gozzano, la poesia alla quale faccio riferimento è chiaramente La Signorina Felicita ovvero la Felicità che venne pubblicata nel 1909 sulla Nuova Antologia e in seguito inclusa nella raccolta I colloqui nel 1911.
Riporto qui per voi l’incipit e alcuni versi, immaginate la nostra insegnante mentre legge queste parole:

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

L’affabile maestra scrisse poche parole al suo piccolo alunno, indirizzò la cartolina a lui chiamandolo Gentil Signorino Luigino.
Mandò un pensiero anche alla sua mamma e al bimbo inviò i saluti dei compagni di scuola, nulla di più.
E tutto questo accadde nel 1910.
E lei portava quel nome reso ancor più particolare dalla penna di un poeta.
E questa è la sua cartolina: dalla maestra Felicita al Gentil Signorino Luigino.

Sui banchi di scuola

Loro sono in tre, nel tempo dei giorni di scuola.
Vicini, seri e composti: loro sono tre fratellini qui ritratti da un fotografo di Torino e quindi presumo che quella fosse la città natale di questi bimbi.
Il primo sulla sinistra sorride con una certa fierezza: vivace, curioso, è un tipetto dall’intelligenza creativa e brillante, secondo me è anche il più turbolento dei tre.
Per i maschi grembiule a righine, colletto bianco, un grande fiocco che cade sul petto e poi, come sempre, tutta la vita davanti.
La bimba ha invece un abbigliamento diverso e porta lunghi capelli, la riga da una parte e un fiocchetto vezzoso appuntato su una forcina: ha i lineamenti armoniosi, occhi grandi e scuri, diverrà di certo una magnifica ragazza.
Al centro della foto il più piccolo dei tre e la sua espressione è già entusiasmante come un romanzo: serio, compito, ha gli occhialini tondi posati sul nasino.
Ed eccolo lì, così compreso nel suo ruolo, desideroso di imparare, di crescere, di sapere, di scrivere bene e di contare sempre più veloce.
E poi come molti bambini del loro tempo tutti e tre sfoggiano appuntate sul grembiule delle belle medaglie, questo dettaglio mi ha fatto supporre che la foto sia stata forse scattata alla fine dell’anno scolastico.
Anche mia nonna ricevette medaglie come quelle e le conservò nel suo album tra le cose care di famiglia, mi sono così domandata se questi bambini una volta divenuti adulti abbiano fatto lo stesso.
Riposte in una scatolina, con la cura che si dedica agli oggetti che hanno segnato il nostro percorso di crescita: una medaglia per la buona condotta, una per la bella calligrafia e una per lo studio.
Memoria dolce del tempo d’infanzia e dei giorni trascorsi sui banchi di scuola.

Alla Stazione di Sori

Alla stazione di Sori sono arrivata senza conoscere l’orario del mio treno e così, come a volte accade, mi sono affidata alla buona sorte.
Ho sceso qualche gradino e con mia grande sorpresa mi sono ritrovata su un colorato e fantasioso binario, mi è sembrato che il mio viaggio iniziasse con i migliori auspici.

E c’era un lampione per rischiarare le notti di Sori e svettava il campanile della chiesa, risuonava il lontananza quel suono dolce e ritmato, did don dan, din don dan!

Sullo sfondo caruggi, case dalle tinte calde, persiane e finestre che celano agli sguardi la vita di ogni giorno.

Nel turbinio di movimenti che anima una stazione: mani che salutano, passi che rimbombano, bagagli che racchiudono sogni, speranze e nuovi inizi.
Ritorni.
Certi viaggi sono avventure e a volte iniziano alla stazione.

E poi là, alla stazione di Sori, c’erano alcuni viaggiatori: ognuno aspettava il proprio treno, c’era chi ostentava modi annoiati e chi invece sembrava attendere con una sorta di trepidazione.
Vite diverse e apparentemente lontane alla stazione paiono sfiorarsi appena per qualche istante: condividono un percorso per una certa frazione di tempo.

E c’erano gozzi e delfini nella prospettiva insolita della stazione di Sori.
Un sogno a occhi aperti e ho poi scoperto che a realizzarlo qualche anno fa sono stati gli studenti della Scuola Secondaria di Sori nell’ambito del Progetto Scuola-Ferrovia promosso da Rete Ferroviaria Italiana.

E io ho appena fatto in tempo a guardarmi attorno, in quel momento stava proprio arrivando il mio treno!
Corri, corri, io sul vagone desidero sempre avere un posto accanto al finestrino, così posso guardare il panorama.
Arrivederci Sori, tornerò presto, alla prossima!

Usavamo lo schedario

Il mio schedario è nero e arancione, lo tengo tra le cose del passato che con tutta probabilità non mi torneranno mai più utili ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe liberarmene.
E così se ne sta in cantina tra i libri di scuola e i vecchi giocattoli, vicino alle pile dei quaderni a quadretti e tra le cose appartenute ad un altra me.
Dunque, noi che abbiamo usato lo schedario siamo poi quelli là che ancor prima facevano le ricerche su corpose enciclopedie e ritagliavano le fotografie da quei giornaletti appositi che tutti abbiamo posseduto.
Nota a margine: il bello di fare le ricerche era anche usare il barattolo argentato della Coccoina e avere le dita tutte appiccicate, sono quelle cose fantastiche che poi non ti dimentichi più!
Siamo stati scolari, liceali e poi universitari e nell’ultima fase del nostro corso di studi ci siamo ritrovati alle prese con lo schedario.
Si usava chiaramente per la bibliografia e per registrare su quei cartoncini titoli di libri, citazioni, romanzi, articoli o saggi utili per la tesi.
Presumo che adesso si utilizzino altri metodi, noi invece avevamo lo schedario, la nostra fidata stilografica ed anche una buona dose di pazienza.
Tenere uno schedario è una faccenda a suo modo complicata, è un procedimento lento e comporta una certa precisione.
E a dire il vero la ricordo come una questione a tratti divertente e a volte pure un po’ macchinosa, tuttavia non si poteva proprio fare a meno dello schedario!

Certo, allora ogni cosa era davvero più complicata, per esempio da studentessa di lingue dovevo reperire alcuni articoli di giornale da riviste e quotidiani stranieri.
E così eccomi alla scrivania, sto fiduciosamente scrivendo una letterina a una certa casa editrice statunitense chiedendo appunto il materiale a me necessario.
Busta, francobollo, buca delle lettere e attesa.
Cose che a pensarci adesso ci sembrano proprio strane, vero?
Eppure.
Non avevamo una mail, mi pare inutile sottolinearlo.
E ne venivamo dall’armeggiare con il barattolo della Coccoina, tra l’altro!
Ed eccomi ancora.
Treno, viaggio, Stazione Centrale di Milano.
Vado a piedi perché non conosco i mezzi pubblici, intanto devo solo andare in un Istituto di Cultura che è in pieno centro e non tanto distante.
Toh, guarda! Qui dietro c’è una celebre strada nota per i suoi negozi, vuoi non guardare due vetrine mentre raccogli il materiale per la tesi?
Ecco, quella mezza giornata a Milano la ricordo alla perfezione.
Poi di nuovo treno, viaggio, Stazione Principe e casa.
Cose che a pensarci adesso sono da non credere, dai!
Quindi in questi giorni mi è capitato di aprire ancora una volta quello schedario, ho sfogliato e letto alcune di quelle schede scritte a mano da me e nel riporle al loro posto ho fatto bene attenzione a rimetterle proprio dove stavano, nel punto esatto destinato ad ognuna di loro.
E se ci pensate, anche questa è proprio una di quelle cose strane che quasi si stentano a credere.

Lo chiamavano Rino

In casa tutti lo chiamavano Rino, era il suo affettuoso diminutivo.
E aveva anche due fratelli, a quanto ne so.
Quindi la loro mamma doveva avere il suo gran da fare a star dietro a tutti loro però io credo che Rino fosse un bambino buono, studioso e tranquillo.
Eccolo qui, tutto serio con la sua giacchetta con i bottoni tondi e la cravattina sottile, era un ragazzino dalle tante speranze troppo presto deluse.

Aveva quasi undici anni e tutti lo chiamavano Rino.
Quasi undici anni di corse, ginocchia sbucciate, salti, tuffi nel mare profondo, dentini caduti, bretelle e calzoncini corti, risate e partite a pallone con gli amici.
Ed io ho incontrato lo sguardo di Rino diverse volte, in quella galleria di Staglieno dove egli riposa, questo mi ha fatto nascere la curiosità di conoscere qualcosa in più sul suo breve viaggio nel nostro mondo.
E così ho scoperto che Rino visse in una casa dei caruggi vicina a quella dove aveva abitato in tempi più lontani il mio bisnonno, il destino sa essere sorprendente e certi luoghi celano silenziosamente memorie preziose.

Rino (2)

La casa di Rino è là, vicino alla vivace Via della Maddalena con i suoi molti negozi, è comoda per il capofamiglia, infatti il papà di Rino è trippaio e proprio lì alla Maddalena ha la sua bella bottega.
E così l’altro giorno passando proprio davanti a quella serranda abbassata ho immaginato lui, Rino mentre corre come un fulmine per andare nel negozio del suo papà.
E in questi caruggi tutti lo conoscono, è normale che sia così, no?
I luoghi, a volte, nascondono anche le risposte che non possiamo conoscere.
Lui, Rino, aveva quasi undici anni e amava la scuola, almeno così credo, lo hanno ritratto per sempre scolaro con la sua cartella.

Rino (3)

E forse aveva imparato la bella calligrafia e magari quello era uno dei suoi orgogli.
Credo che amasse leggere ed immergersi in mondi immaginari con la sua vivida fantasia, faceva sogni ad occhi aperti che forse non ha mai confidato a nessuno.
Adesso la sua mano è posata per sempre su un libro molto celebre, certo a scuola Rino avrà letto il romanzo di De Amicis, forse era una storia a lui cara.

Rino (4)

Il suo nome era Rinaldo ma tutti lo chiamavano Rino, lo so perché ho trovato questo diminutivo nell’ultimo saluto che gli fece la sua famiglia.
Rino se ne andò come altri suoi coetanei, nel tempo in cui la vita e la buona salute erano più fragili.

Rino (5)

Lo ricordarono in questa maniera, ritratto nella sua esistenza acerba troppo presto recisa.
Rino è uno dei bambini che torno sempre a salutare ma adesso conosco anche alcuni dei suoi luoghi e allora è un po’ diverso portargli un pensiero o una parola.
Lui è uno di noi, è un bambino di Genova e della Maddalena.
Ciao Rino, così anche io ti ricordo, per sempre fanciullo e per sempre scolaro.

Rino (6)