Ancora sulla seggiolina con le frange del fotografo Giulio Rossi

La fotografia storica è sempre fonte di stupore, certe fortunate coincidenze permettono di conoscere meglio la maniera di approcciarsi ad una ritratto, alla realizzazione di un’immagine destinata a divenire un tenero ricordo.
Vi porto ancora nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi, come ho avuto già modo di scrivere in passato in questo post, il talentuoso professionista spesso si avvaleva di una seggiolina con le frange sulla quale si accomodarono schiere di piccoli genovesi.
Su quella seggiolina ecco ancora una dolce creatura: i capelli castani, l’abitino a quadretti, gli occhi grandi e l’espressione timida.

Sulla seggiolina con le frange, poi, si sta seduti a questa maniera, secondo indicazioni del fotografo, naturalmente.
A gambe incrociate e con un braccio posato sul bracciolo, con una certa studiata rilassatezza.

Una posa non casuale e la ritroviamo in un diverso ritratto di un altro piccoletto.

Così, nel tempo d’infanzia, con le calzette bianche e gli scarponcini.

Con un cappellino con il pon pon, un grande fiocco bianco sul petto.

Sulla seggiolina con le frange del fotografo Giulio Rossi, con gli occhi spalancati sul domani e tutta la vita davanti.

Due sposi genovesissimi

Loro sono due sposi, due sposi a mio parere genovesissimi.
Ritrovo infatti, nei loro sguardi, una sorta di riconoscibile genovesità, una maniera di porsi fiera e al tempo stesso schiva e ritrosa.
Loro sono due sposi, vennero così ritratti dal bravo fotografo Giulio Rossi in una fotografia di grande formato.

Con favolosa eleganza la sposa sfoggia un abito riccamente ricercato e gioielli con vistose pietre preziose.

Così luccicano sulla sua pelle chiara.

Con grazia stringe i guanti tra le dita.

E il tavolino al quale lei si posa è un celebre arredo dello studio di Giulio Rossi, ampiamente documentato con ricchezza di informazioni nel volume Vivere d’immagini curato da Elisabetta Papone e Sergio Rebora.

E nulla nella fotografia è lasciato al caso, è tutto un gioco di perfette armoniose simmetrie.

Testimonianza del tempo felice di due sposi genovesissimi.

 

Il figlio unico

All’epoca delle famiglie numerose lui era figlio unico, per lo meno credo che lo sia stato per un certo periodo se non proprio per tutta la vita.
Così eccolo tra mamma e papà, in un’armonia di famiglia così catturata dal bravo fotografo Giulio Rossi.

Papà è un tipo bonario, anche se nella foto pare quasi austero mi pare di cogliere, autentica, una vena di buon cuore e una positiva inclinazione del carattere.
Le fotografie a volte parlano, chissà se davvero noi sappiamo leggerle.

Maman è giovane, più di quanto voi possiate supporre.
Maman ha avuto i suoi dispiaceri, probabilmente, forse ha solo un figlio perché gli altri li ha perduti, accadeva di sovente alla sua epoca.
Eccola nella sua fierezza con i suoi gioielli, gli orecchini importanti e la pettinatura complicata.

Il figlio unico hai il completino con i dettagli ricercati.
Dal suo abito, e non solo, si intuisce che la sua famiglia di appartenenza gode di certi agi, lui è cresciuto in un ambiente privilegiato.

Stivaletti, pantaloni sotto il ginocchio e tutta la vita davanti.

E una gestualità famigliare che racconta di accudimento e cura: il bambino è tra braccia del papà il quale stringe nella sua mano salda le dita sottili del suo piccino.
La mamma invece regge il ventaglio e al contempo sfoggia i suoi anelli favolosi con le pietre preziose.

Era un giorno di un tempo lontano, nello Studio di Giulio Rossi.
C’era il consueto scenario tante volte ritrovato in altri ritratti: la sedia con le frange, il tavolino con i libri posati sopra, il tempo sospeso della fotografia.
E là, insieme alla sua mamma e al suo papà, con la giacchetta aperta e lo sguardo esitante c’era lui: il figlio unico.

Un futuro radioso

È un ragazzino fiero e se ne sta così in posa nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi.
E ha quella luce negli occhi, un guizzo lucente, una vivacità fanciullesca.
E ha un destino, un futuro radioso.
Per adesso si prepara a diventare grande con la divisa del collegio che frequenta.

Porta la giacca con i bottoni tondi, il colletto e i polsini più scuri, ha la cintura alta con la fibbia.
E rimane così appoggiato alla sedia con tutta la vita davanti.

Con la posa sicura di chi sa il fatto suo.

Sul tavolino accanto a lui è posato il cappello della divisa del collegio.
E da lì inizia il domani, il futuro radioso che lo attende.

Custodisco il ritratto di questo piccoletto e se provo a immaginare i suoi sogni non so figurarmeli.
Lo vedo così, con i suoi pochi anni e la sua ingenua spavalderia, è sicuro di sé e pronto ad affrontare la vita.
Con un libro tutto da scrivere, pagina dopo pagina, con un futuro felice e radioso.

La seggiolina con le frange del fotografo Giulio Rossi

La seggiolina con le frange e la seduta di velluto era uno degli arredi del fotografo Giulio Rossi, ho imparato nel tempo ad osservare con attenzione i dettagli e a ritrovare oggetti e mobili presenti in diversi ritratti del medesimo fotografo.
Come già ebbi modo di scrivere in passato, gli accessori e i complementi di arredo passavano poi da un fotografo all’altro e questa consuetudine è ben descritta e documentata nel prezioso volume Vivere di immagini curato dagli studiosi Elisabetta Papone e Sergio Rebora.
Il fotografo Giulio Rossi, dunque, teneva nel suo studio questa seggiolina che era chiaramente destinata ai più piccini, mi sono domandata tra me e me se la scelta dello scenario fosse una questione complicata o se i genitori si affidassero fiduciosi all’intuito del fotografo.
Sulla seggiolina si stava così, con piedini incrociati e un cappellino in testa.

E con questo sorriso inaspettato e una sorta di incertezza, mentre la manina si aggrappa allo schienale.

In un giorno diverso, nel fluire del tempo, sulla seggiolina con le frange trovò posto anche una dolce bambinetta con l’abitino leggero, le calze scure e gli stivaletti.

E con questo visetto da bambolina di porcellana, gli occhi grandi e celesti e gli orecchini piccini e luccicanti.

Quante persone passarono nello studio di questo fotografo!
Famiglie intere, giovani madri con la prole al seguito, compiti gentiluomini e seri militari in divisa, Giulio Rossi vide tutta questa Genova e lasciò traccia di quel popolo e di quella città nelle sue belle fotografie che sono la testimonianza vera di un’epoca.
Alla seggiolina con le frange si appoggiò anche un piccolo marinaretto, è un soldo di cacio di pochi anni ma pare avere una compita consapevolezza dell’importanza del momento.

E così a noi è giunto il suo visino dai tratti regolari e raffinati.

Queste fotografie, come sempre, fanno parte della mia piccola raccolta.
A metterle vicine ho immaginato un vivace andirivieni di bambini diligenti e forse annoiati condotti dai genitori nello studio di Giulio Rossi per essere ritratti nel tempo della loro infanzia.
Ci giunsero anche loro due con gli abitini con i pizzi e i fiocchi, la sorellina grande tiene un ombrellino in una mano.
Si misero in posa e una rimase in piede mentre l’altra si accomodò sulla seggiolina con le frange.

Con le loro speranze segrete e gli occhi innocenti spalancati sul futuro.
Nello Studio di Giulio Rossi, con tutta la vita davanti.

Le due sorelline

Sono due sorelline ritratte in un tempo distante insieme alla mamma nello studio fotografico di Giulio Rossi.
Un ritratto di famiglia, una fragile memoria preziosa dei giorni d’infanzia.
Così, fantasticando, ho immaginato le due bimbe nella loro casa mentre si preparano per uscire, loro sono docili, bene educate e obbedienti.
Amano le musiche dolci, i biscottini caldi e le favole della buonanotte.
E ora sono lì, vicine alla mamma, con la giacchetta vezzosa chiusa sul davanti da una fila di bottoncini tondi.

Sembrano avere i capelli biondo cenere, sotto il cappellino fastoso tutto pizzi e nastri si scorge appena la frangetta.
La più piccolina delle due ha questa espressione a metà tra lo stupore e la noia, pare quasi perduta nelle sue fantasticherie e sembra attendere che finalmente termini il tempo lungo necessario per fare la fotografia.
La mamma però le ha detto di essere paziente e lei fa davvero del suo meglio.

La mamma, dolce e sempre amorosa, le cinge la vita con un braccio e con l’altra stringe le sue ditina sottili.

Una gonna a pieghe, i piedini messi in quella maniera lì e sempre tutta la vita davanti.

La sorellina più grande tiene la testa così vicina a quella della mamma e ha questo grande fiocco annodato sotto il mento e gli occhi chiari e quella tenera espressione ingenua dei suoi pochi anni.

Era un giorno del passato e loro sono due sorelline con la loro mamma, nel tempo felice dell’infanzia.

La bambina con l’ombrellino

La bambina con l’ombrellino aveva un visetto perfetto.
Lineamenti definiti, occhi grandi, pelle diafana e chiara, la piccola imperfezione è soltanto una macchia sulla fotografia.
La bambina con l’ombrellino aveva morbidi capelli castani e una bella treccia a incorniciare il suo visino.

Il suo abito è una delizia così riccamente rifinita con bella passamaneria.
Lei sta in posa, tiene una mano sulla poltroncina e forse trattiene anche un po’ il respiro.
La bambina con l’ombrellino, io credo, sarà poi diventata una donna aggraziata ed elegante, già nei suoi primi anni le fu insegnato quel garbo che già riconosciamo in lei.

Ha la gonna ampia, la sottogonna di pizzo, le calze bianche, gli stivaletti.
E con una mano regge un ombrellino candido ed io mi sono sorpresa a rimirare la punta così vezzosamente particolare di quell’ombrello.
Sarà stato suo o magari era un oggetto di studio? Collezionando queste fotografie ormai “frequento” spesso fanciulle e signorine di quel tempo andato e ho imparato che sovente gli oggetti presenti nei ritratti ottocenteschi appartenevano al fotografo, in questo caso si trattava Giulio Rossi.
E così, magari, un giorno o l’altro mi imbatterò in un’altra Carte de Visite nella quale ritroverò proprio questo ombrellino chiaro di questa bambina.

Lei, in un giorno che non so, si recò nello studio di Rossi e con grazia e pazienza di mise accanto alla poltroncina.
Rimase seria, sbatté le ciglia, un fremito percorse le sue labbra, una fantasia di pensieri le attraversò la mente.
Aveva ancora tutta la vita davanti da vivere e auspico che sia stata felice e prodiga di gioie.
Io l’ho conosciuta così, nel tempo dei suoi pochi anni, quando ancora era la bambina con l’ombrellino.

Due sorelline

Due sorelline, una accanto all’altra.
Non so dire quante fotografie avessero del tempo della loro infanzia, forse si contavano sulle dita di una mano o forse questo è il solo ritratto di loro due e adesso sono io a custodirlo.
E forse da giovani donne avranno rivolto lo sguardo con emozione verso questa immagine di quel tempo tenero della loro vita.
Due sorelline: la più grande ha un fiocco in testa e anche il suo abito è impreziosito da fiocchi lucidi, la più piccina ha un colletto di pizzo e il motivo si ritrova anche come decorazione della sua gonna.
Due sorelline, sorridono appena, hanno gli occhi grandi, la frangetta e i capelli lisci e sottili.

Una tiene un ventaglio scuro in una mano e l’altra un ombrellino, una ha le scarpette con i bottoncini e l’altra quelle con il fiocco.
Sono due sorelline e rimasero così, nella posa richiesta dal fotografo.

Vicine, in un tempo che ormai è svanito.
Nello studio del bravo Giulio Rossi, accompagnate dai genitori.
Così obbedienti, garbate e dolci.
Due sorelline, in un giorno del passato.

Mano nella mano

La sposa era bellissima.
Ed era così giovane, era appena una ragazza sbocciata nella sua leggiadra femminilità.
La sposa era timida e ritrosa, aveva il viso perfetto, le labbra rosse a cuore, gli occhi grandi, la carnagione diafana e delicata.
La sposa aveva quella pettinatura complicata, orecchini pendenti ai lobi e una collana con un ciondolo importante.
Lo sguardo sognante, il cuore palpitante di emozioni.

Lo sposo teneva la mano di lei.
Stringeva le sue dita con un gesto che narra di un sentimento di protezione, di accudimento e di un cammino da percorrere insieme, sulla stessa strada, mano nella mano.
E si nota il vitino di vespa di lei, chiaramente indossava uno di quei corsetti in voga a quel tempo, l’abito poi è ricco di raffinate decorazioni e immagino che fosse sui toni del blu.

Gli sposi erano giovani e sofisticati, di certo appartenenti al bel mondo.
Avevano classe, eleganza, stile.
E amore eterno.
Per sempre.
Per tutta la vita.
E tutta una vita da trascorrere insieme.
E già conoscevano i nomi che avrebbero dato ai loro figli, il Signore li avrebbe mandati e la casa si sarebbe riempita di voci felici.
Gli sposi avevano i loro sogni e i loro desideri segreti ed io spero che si siano tutti avverati.

Lui e lei furono, per qualche breve momento, nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi che così immortalò su una Carte de Visite la loro garbata giovinezza, il loro cammino di felicità nel mondo.
In un tempo distante, mano nella mano.

In braccio alla balia

Così, nei giorni della prima infanzia, in braccio alla balia.
La balia è una ragazza forte, amorosa, semplice, altruista, modesta, dolce e generosa, gli aggettivi per lei non sono mai abbastanza.
La balia è una ragazza speciale, ha i capelli raccolti nella tipica acconciatura, un fiocco grande sulla nuca, gli orecchini pendenti, l’abito chiuso da tanti bottoncini, l’anello al dito, un colletto di pizzo raffinato.
La balia conosce l’amore e sa donare l’amore e la salute.
Così stringe a sé questa dolce creatura tutta riccioli biondi, guance rosate, labbra rosse e occhi grandi, chiari e stupefatti.
E la fotografia di loro due è il ricordo di come si diventava grandi, a volte.
La balia è affidabile, salda, amorevole, la balia è calore, coccole, tenerezza.
Le fotografie delle balie sono tra le mie preferite, ve ne mostrai già alcune in passato, in questo post.
Raccontano tratti di vite che non sappiamo immaginare, raccontano istanti di affetto e generosità, narrano di bimbi dolcemente accuditi.
Con questa tenerezza, diventando grande, in braccio alla balia.