Monumento Parodi: la Religione e l’Equità

Ritornando ancora al Cimitero Monumentale di Staglieno lo sguardo ritrova la beltà di due fiere figure femminili.
L’aria leggera, gli alberi sullo sfondo e il silenzio.

Sita nel Porticato Superiore a Ponente, questa è la tomba di uno stimato e abbiente cittadino e della sua famiglia, l’opera venne magnificamente realizzata da Giovanni Battista Cevasco.

E le due figure circondano il cippo dove sono effigiati i tratti del defunto.

Qui dorme il suo eterno sonno Giacomo Parodi, banchiere, vissuto 60 anni e deceduto il 13 settembre 1868.

Viene ricordato come munifico cittadino che fu sempre di aiuto agli ultimi.

Specchio d’integrità nei commerci ed esempio di virtù.

E ad onorare le molte doti per le quali viene rammentato, sul sepolcro di Giacomo Parodi sono poste due figure che simboleggiano la Religione e l’Equità.

Impareggiabile è la bellezza dei tratti di questi volti seppur così velati dal tempo.

Indica il cielo e il Padreterno colei che simboleggia la Religione.

Tiene il piede posato su pesanti tomi.

E tra le dita stringe la croce.

Regge invece un vaso colei che rappresenta l’Equità.

Questa è la sua mano gentile.

E il suo capo è incorniciato di fiori.

E i piedi sono scalzi sotto il lungo manto.

Così custodiscono la memoria e il sonno eterno di Giacomo Parodi.

Sotto il cielo chiaro e nella quiete del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Michele Novaro, artefice di possenti armonie

Il suo nome è legato indissolubilmente alla storia d’Italia e a quelle note del nostro inno nazionale che Michele Novaro compose.
Una musica fiera, concitata e colma di passione che accompagna le parole ardenti scritte da un altro genovese, quel ragazzo di nome Goffredo Mameli a me tanto caro.
Il Canto degli Italiani, comunemente noto come Inno di Mameli, è in realtà l’Inno di Mameli e di Novaro ed è una delle più belle pagine patriottiche di questa nostra Italia che tanto spesso pare dimenticare i suoi eroi anche se in certi cuori la memoria di loro rimane sempre viva e presente.
E al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, si trova anche lo sguardo di lui: Michele Novaro, così ritratto dal Maestro Giuseppe Isola.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Come Mameli, anche Novaro era genovese e, per un caso del destino, i due nacquero in due case situate a breve distanza una dall’altra.
Mameli nacque in San Bernardo, Novaro invece ebbe i natali il 23 Dicembre 1818 in una dimora situata in Vico Vegetti al civico 18 in un portico oggi murato come narra il Dottor Leo Morabito, già direttore del Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, nel suo volume Genova Risorgimentale.

Novaro fu musicista, compositore, cantante lirico, tenore e maestro di canto e direttore dei cori del Teatro Regio e del Teatro Carignano, era particolarmente versato proprio per la musica patriottica.
Abita a Torino in quel 1847 in cui il suo destino si intreccia a quello di Goffredo: Novaro ha 29 anni, Mameli ne ha 20.
È una sera di novembre e Novaro si trova nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio quando giunge il pittore Ulisse Borzino che consegna a Michele un foglio pronunciando queste parole: To’, te lo manda Goffredo.
E Novaro legge, si commuove, le parole di Mameli lo avvolgono in un unico afflato patriottico: sul foglio ci sono i versi dell’Inno, quel Canto degli Italiani sul quale Novaro comporrà la sua musica.
Michele Novaro si siede al cembalo e inizia a imbastire qualche nota, il furore e la fretta si fanno concitati così egli lascia la casa di Valerio e, una volta giunto nella propria dimora, senza neanche togliersi il cappello si mette al pianoforte e compone così l’armonia del nostro Inno Nazionale.
Ho già avuto modo di raccontarvi questo aneddoto nel mio articolo dedicato a Mameli e al Canto degli Italiani ma era inevitabile riportarlo di nuovo in questa occasione.

Il Canto degli Italiani
Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Quel canto così ardente infiammò i cuori dei patrioti che lo intonarono in quel 10 Dicembre 1847 in occasione della processione al Santuario di Nostra Signora di Loreto in Oregina.

Quel Canto degli Italiani consegna così Mameli e Novaro alla storia d’Italia.

La vicenda umana del giovane Goffredo, sacrificatosi per la patria e per i suoi ideali, fu breve e tragica, quella di Novaro fu lunga ma la sua carriera non fu particolarmente fortunata, egli ebbe spesso problemi di natura economica.
Si sposò, divenne padre, il suo ardore patriottico non lo abbandonò.
Nel volume Il Teatro Carlo Felice cronistoria dal 7 aprile 1828 al 27 febbraio 1898 di Ambrogio Brocca ho trovato notizia di un’iniziativa del Maestro Novaro risalente al 13 Febbraio 1860.
In quel giorno, infatti, egli organizzò in teatro un concerto musicale in favore della sottoscrizione per il milione di fucili promossa dal Generale Garibaldi.
E intervennero molte bande cittadine, venne eseguito anche Il Canto degli Italiani, una grande folla applaudì l’evento in un tripudio di autentico patriottismo.

Generoso e appassionato, a metà degli anni ‘60, Novaro istituì una Scuola Gratuita Popolare di Canto per ambo i sessi che arrivò presto ad annoverare un centinaio di allievi che impararono così il canto da uno delle figure più importanti per questa nostra patria.
Ho cercato notizia di questa sui miei libri antichi e nella Guida Commerciale di Genova del 1874-75 di Edoardo Michele Chiozza ho trovato traccia di lui tra i maestri di musica e canto, la sua scuola risultava in quella Piazza de’ Tessitori oggi scomparsa a causa dei bombardamenti della II Guerra Mondiale, si trovava nella zona tra Piazza delle Erbe e Salita del Prione.

Il maestro Michele Novaro, come già detto, ebbe in sorte poca fortuna e solo in tarda età ormai nel 1878, ricevette l’incarico di maestro di canto nelle scuole municipali di Genova.
Il ritratto di Giuseppe Isola ci mostra il Maestro Novaro ritto in piedi con la penna tra le dita e appoggiato al pianoforte, sul leggio è posto lo spartito con il suo e nostro inno e sventola il tricolore nel quadro che ci tramanda l’immagine di colui che compose quelle note immortali.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Michele Novaro morì a Genova il 20 Ottobre 1885 e riposa nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno non distante da Giuseppe Mazzini e da molti altri patrioti che là dormono il loro eterno sonno.
La scultura che custodisce le spoglie del Maestro è opera dell’artista Giovanni Battista Cevasco che ne fece dono.

Su di essa si staglia una lira racchiusa da una corona d’alloro, come si conviene a colui che compose quella musica magnifica.

In memoria di lui le parole di Arrigo Boito così incise su candido marmo.

E così, ritornando nella quiete di Staglieno, andate a porgere il vostro omaggio anche a lui e ricordate quel giorno, a Torino, provate a immaginarlo mentre stringe tra le mani il foglio con le parole di Goffredo Mameli.
E sentirete risuonare quella musica, tanto potente quanto cara.
Qui riposa il Maestro Michele Novaro: genovese, patriota e artefice di possenti armonie.

Vicino agli angeli

È accaduto in una luminosa mattina autunnale, mentre il sole filtrava illuminando le statue nel Porticato Superiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
E lui era là, vicino all’angelo che custodisce il Monumento Casella, così lambito dalla luce radiosa.

Monumento Casella di Antonio De Barbieri

Presenza discreta e misteriosa, testimone del dolore eternamente vivo della giovane Virginia Aprile rimasta troppo presto vedova e priva del conforto del suo consorte.

Monumento Pienovi di Giovanni Battista Villa

Vicino agli angeli, in questa quiete.

Monumento Dufour di Santo Varni

Poi io mi sono allontanata, in cerca di altra bellezza e di altri squarci di luce e più tardi sono ancora ritornata sui miei passi.
E ritrovando così lo stesso tratto di porticato mi era parso, in un primo momento, che l’ospite dal passo lieve non fosse più in quel luogo.
E poi, osservando più attentamente, mi sono accorta che mi sbagliavo.

Monumento Casella di Antonio De Barbieri

Una breve frazione di tempo, ancora.

E di nuovo, poco dopo, eccolo accanto alla creatura celeste che vigila sul sonno eterno di Raffaele Pratolongo e dei suoi cari.
Così, vicino all’angelo.

Monumento Pratolongo di Giulio Monteverde

Silenzioso ed enigmatico, così è rimasto, in quel posto dove riposano tanti antichi genovesi, nella luce del Porticato Superiore a Ponente.

Monumento Parodi di Giovanni Battista Cevasco

Gli illustri custodi di Via Gramsci

Camminando in Via Gramsci alzate lo sguardo verso i palazzi che così si stagliano contro il cielo turchese di Genova.
Là, su due antichi edifici, noterete due nicchie che ospitano due illustri personaggi che hanno fatto la storia di Genova e del mondo.

Avvicinandovi potrete poi ammirare le belle sculture: ecco la postura regale, la fermezza di gesti di un celebre condottiero che diede lustro alla Superba.

È l’Ammiraglio Andrea Doria e così venne effigiato nella sua autentica fierezza.

C’è anche un’iscrizione alla base della statua, le parole sottolineano la caratura del personaggio.

Vi è inoltre un altorilievo nel quale, con evidenza, sono scolpite le gesta di Andrea Doria.

L’altra nicchia ospita il più celebre navigatore di tutti i tempi e un illustre figlio di Genova, il sole illumina i suoi tratti mentre ai lati della statua le persiane restano chiuse.

È il nostro Cristoforo Colombo e pensoso pare scrutare la linea dell’orizzonte infinito.
Entrambe le sculture sono opera suggestiva del valente Giovanni Battista Cevasco che lasciò ampia prova del suo mirabile talento sotto i porticati del Cimitero Monumentale di Staglieno.

E così si esalta la grandezza del nostro prode Cristoforo.

E nel marmo c’è anche traccia della sua celebre scoperta e di quel suo approdo in una terra prima di lui sconosciuta.

Il navigatore guarda lontano, verso le rive che toccherà, là dove giungeranno le sue caravelle.

Se passate da quelle parti alzate anche voi lo sguardo, là su quegli edifici si stagliano le fiere figure di due celebri uomini di mare: Andrea Doria e Cristoforo Colombo, gli illustri custodi di Via Gramsci.

Vicino alla Speranza

Così l’ho veduta.
Lei si trova là, accanto al Pantheon del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Salda, fiera, così aggraziata, volge gli occhi verso il cielo e con un gesto della mano pare accogliere il mistero dell’eternità.
I riccioli incorniciano il suo viso, il drappeggio del suo abito scivola sulla sua figura.
E nel suo sguardo c’è bellezza, bontà, assoluta pienezza.
Così l’ho veduta.
Così lui stava, amico silenzioso e fidato, vicino alla Speranza.

La Speranza
Opera di G.B. Cevasco (1878)

Monumento Pellas: la grazia dell’angelo

È uno degli angeli più commoventi che potrete ammirare all’interno del Cimitero Monumentale di Staglieno, le sue armoniose fattezze scaturirono dallo scalpello del talentuoso scultore Giovanni Battista Cevasco.
L’opera è collocata nel Porticato Superiore a Ponente dove riposano molte illustri personalità cittadine, così la magnifica creatura celeste custodisce l’eterno sonno di Luigi Pellas che lasciò le cose del mondo nell’estate del 1860.
Così rimane il dolce angelo, silente e assorto, un fremito di addolorata compassione pare percorrere le sue membra mentre al petto stringe un bassorilievo nel quale è effigiato l’austero profilo del defunto.

L’angelo dalle palpebre socchiuse, raccolto nella sua vibrante preghiera, pare interpretare proprio quell’inconsolabile tristezza di coloro che rimasero su questa terra privi di una persona tanto amata.

La scultura, ingiuriata dallo scorrere del tempo, presenta purtroppo diverse mancanze, all’angelo di superba bellezza scolpito da Cevasco mancano un piede ed un’intera ala, una parte di un braccio presenta una sorta di corrosione del marmo.
Resta comunque così aggraziato, a custodia della tomba a lui designata.

La lapide narra appena delle virtù domestiche del defunto e delle sue doti umane, della tempra operosa e del buon ricordo che egli lasciò ai suoi cari.
E tuttavia, sebbene non ci fossero ulteriori dettagli sull’identità di Luigi Pellas, un moto di naturale curiosità mi ha spinta in una mia personale ricerca che ha dato interessanti risultati.
Ho così scoperto che, da lungimirante imprenditore, Luigi Pellas fondò nel 1824 Il Corriere Mercantile di cui fu editore, negli anni fu anche proprietario di uno stabilimento tipografico e litografico.
Da questa prima entusiasmante rivelazione ho poi avuto modo di approfondire ulteriori vicende della famiglia Pellas nel sempre esaustivo volume Vivere d’immagini, fotografi e fotografie a Genova, 1839-1926 edito da Scalpendi Editore a cura di Elisabetta Papone e Sergio Rebora: qui si legge ad esempio che la tipografia di Luigi Pellas si trovava dapprima in Piazza delle Mele, poi in Piazza Luccoli e in seguito in Piazza Santa Marta.
Simili indicazioni si trovano nei miei lunari del passato, emozionante è poi pensare di poter stringere tra le mani qualche antico volume stampato da questo abile genovese e leggere sulla prima pagina proprio il suo nome: Luigi Pellas.

E là egli riposa, tra i molti illustri genovesi che si distinsero per nobiltà o per iniziative di successo nelle industrie cittadine, la Genova ottocentesca è ancora là, sotto i porticati di Staglieno.
Nella sua vibrante leggiadra una creatura celeste di insuperabile bellezza siede a guardia della tomba di Luigi Pellas: ha lo sguardo dolente, le sue labbra carnose paiono sussurrare devote parole, preghiere e suppliche, la dolcezza della sua posa tocca la profondità dello spirito.

È l’angelo dalla grazia infinita, struggente e bellissimo mentre il sole accarezza i suoi tratti e così veglia sull’eterno riposo di Luigi Pellas.

Bussa piano, dolce sposa

Bussa piano, dolce sposa.
Tu che così ti accosti all’uscio richiuso sul respiro spezzato di lui, sui suoi occhi adorati, sulle ciglia fragili, sulle mani che salde stringevano le tue.
Bussa piano, dolce sposa, resta immobile, nella tua attesa e nella tua infinita speranza.
Bussa piano, batti le nocche contro quella porta sulla quale è scolpita una clessidra e la sabbia in essa contenuta inesorabile cade e porta con sé le tue illusioni.

Bussa piano, dolce sposa.
Con l’abito severo del lutto, avvolta nel tuo scialle di pizzo raffinato, ancora ti avvicini e forse ti pare quasi di cogliere il suono di quella voce che ogni giorno pronunciava il tuo nome.
Un brivido ti percorre, un sussulto ti scuote, ascolti il silenzio e i battiti del tuo cuore addolorato.


Bussa piano, dolce sposa.
Al collo porti una catenina ed una croce, le tue labbra sussurrano preghiere, dietro alle palpebre serrate nascondi i colori dei tuoi ricordi, la dolcezza dei sorrisi e la struggente memoria dei baci lontani.

Luccica al tuo anulare l’anello che per sempre ti lega a lui, con la mano reggi la corona che hai condotto qui, davanti a questa porta.

Bussa piano, dolce sposa.
Così dolente e affranta, colta nella tua sperduta solitudine.
La scultura è opera di Giovanni Battista Cevasco che la ultimò nel 1875, il monumento funebre è collocato nel settore A del Porticato Inferiore del Cimitero Monumentale di Staglieno e ritrae la sconsolata vedova di Pietro Badaracco, in vita egli accumulò molte fortune andando per mare e lasciò le cose del mondo nell’anno 1873.
Lasciò lei che così volle essere ricordata, accanto a lui e a lui devota nel legame del loro eterno amore.

E così ancora possiamo ammirare la figura esile e aggraziata di lei, colta in questa postura tragica, traboccante di amore e palpitante ancora di emozioni mai dimenticate.
Bussa piano, dolce sposa, sulla soglia del mistero e del tempo.

La mano di Gesù

Sono diverse le statue che rappresentano la figura di Cristo al Cimitero Monumentale di Staglieno, il Figlio di Dio veglia sul sonno eterno dei defunti.
Effigiato sulla croce oppure con il suo sguardo colmo di amore per le nostre umane imperfezioni, molti scultori con il loro talento hanno lasciato nel marmo l’immagine di lui.
E così fece Giovanni Battista Cevasco, celebrato artista autore di numerose opere di grande pregio.
Oggi non vi mostrerò il monumento Galleano nella sua totalità, tralascio i volti delle statue e un profilo di acerba fanciulla, la mesta preghiera che accompagna questo istante.
Cristo giace, senza respiro.
E la veste sottile cade a coprire il suo corpo fragile, il braccio senza ormai più vita è abbandonato lungo il fianco e ancora risalta la vena dove pulsavano il sangue e la vita.
E questa è la sua mano, la mano di Gesù.