Le cronache del passato sono ricche di fatti incresciosi sempre fedelmente narrati sulle pagine dei giornali, la merce trasportata su carri e carretti purtroppo era spesso presa di mira dai ladri e questa è proprio una di quelle vicende, l’ho letta sul quotidiano Il Lavoro del 12 Gennaio 1923.
Accadde il giorno 11 Gennaio: in pieno pomeriggio ecco arrivare in Piazza della Raibetta un carro a cavalli della Ditta Bruno di Sampierdarena, il carrettiere alla guida deve recarsi in un vicino magazzino e così lascia incustodito il suo mezzo.
Purtroppo è in agguato un audace ladro che, poco dopo, si avvicina al carro e si carica sulle spalle una pesante damigiana di olio da 70 chili per darsi poi alla fuga nel dedalo dei caruggi.
In quel momento ecco ritornare il carrettiere che riesce a vedere il malfattore che si è appropriato della sua merce.
Non c’è tempo da perdere, con gran trambusto l’uomo si mette a correre per acciuffare il ladro attirando anche l’attenzione di un appuntato di polizia che, con mirabile prontezza, si lancia all’inseguimento del malfattore.
Il ladro non fa poi molta strada e, vedendosi braccato, una volta giunto in Piazza della Stampa, lancia a terra la damigiana che va in mille pezzi e così l’olio finisce per spargersi su tutta la piazzetta.
Questo non è sufficiente a scampare alla giustizia, il solerte appuntato non lascia fuggire il ladro che verrà prontamente arrestato.
Il carrettiere ci perse così una damigiana d’olio e in tutta questa questione a me è venuta in mente la gente di Piazza della Stampa: le donne di casa saranno state tutte affacciate alla finestre a vedere cosa diavolo fosse successo e forse per giorni e giorni si parlò di quella brutta faccenda del furto della damigiana d’olio.
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Finestre di marzo
E sono finestre di marzo e della città vecchia, finestre racchiuse tra antichi muri di pietra, davanti al mare e davanti al blu.
E così si specchia Palazzo San Giorgio su certi vetri in Via Frate Oliverio.
Sono finestre incantate che divengono specchi meravigliosi.
E custodiscono storie di naviganti, di antichi mercanti e di vicende lontane.
Tende bianche e il riflesso di un lampione a Caricamento.
E una finestra nella finestra, in Piazza della Raibetta.
E ancora bianco e nero della nostra Cattedrale in Via San Lorenzo.
E lassù cose degli ultimi piani e terrazzini e cielo azzurro.
Queste finestre di marzo sanno essere ammalianti e lucenti come laghetti tranquilli.
Così accade, nella nostra Via Balbi.
In Piazzetta San Carlo tendine chiare oltre i vetri e poi una tremula chiave sul muro e una piccola finestrella.
C’è tutto quello che c’è e quello che a volte invece svanisce e c’è tutto ciò che sai vedere e immaginare.
Sotto questa luce, queste sono le finestre di marzo.
Piazza della Raibetta, camminando nel nostro passato
Vi porto ancora a fare un viaggio nel passato, in una parte della città che non è poi mutata così tanto.
Andremo alla Raibetta, un tempo questa zona era sede di mercato, spiega il solito impareggiabile Pescio che l’origine di questo toponimo è araba e si riferisce alla vendita dei legumi e della biada.
La mia personale macchina del tempo funziona perfettamente, si direbbe.
E quei colori che ora ravvivano le case e la prospettiva davanti a San Giorgio lasciano il posto al bianco e nero di antica memoria.
Tic tac, così gli anni scorrono, all’indietro.
E ad attraversare la Piazza è un signore immerso nei suoi pensieri.
Ferve la vita e ha i suoi ritmi definiti, si snodano a terra certe rotaie, penso che siano quelle del tram.
E i giorni fuggono, non si saprebbe nemmeno dire in quale maniera accada.
E poi le finestre.
Aperte, spalancate ad accogliere una ventata di aria intrisa di profumo di mare mentre le voci della strada pervadono le stanze.
Le case antiche celano notti insonni, promesse e parole.
E lacrime di gioia e addii, il pianto di un neonato che viene alla luce, l’ultimo respiro di un uomo che lascia le cose del mondo.
Le case antiche conservano vite e ricordi che nessuno sa più ricordare, a volte.
E quelle finestre sono ancora identiche, solo il lume della pubblica illuminazione non c’è più, una diversa luce rischiara questa zona.
Sembra che tutto sia rimasto immutato eppure ad osservare con attenzione si notano alcune differenze.
L’arco del portico, in questo scorcio di un altro secolo.
E come è adesso, sgombro della parte superiore.
E ancora una finestra dietro alla quale respira la vita.
Un manifesto pubblicitario: da Gilardini si vendono ventagli e paracqua, ombrellini e pelletteria, un negozio chic che soddisfa le ambizioni delle signore di Genova!
Serve un albergo? C’è l’Hotel Nettuno!
E non mancano i profumi e i belletti di gran marca, nell’elegante Via Roma c’è il negozio delle macchine da cucire Singer e chi volesse rincuorarsi con un buon Fernet sceglierà certo un marchio ancora adesso celebre.
Tic, tac, il tempo vola via.
Come tutti coloro che affollano la via, un gentiluomo con un’elegante bombetta e un soprabito di buon taglio segue il suo destino, poco distante una coppia di sposi se ne va a passeggio.
Li osserviamo di spalle, senza conoscere i loro volti.
E resta una domanda, un interrogativo sospeso senza risposta.
Per loro cosa era la felicità?
Una casa accogliente, una famiglia, un lavoro sicuro, i bambini che crescono sani e sereni.
Una vita tranquilla, insomma.
Poi, sai, la felicità è quasi sempre simile a se stessa, in ogni tempo.
Sotto al portico, fianco a fianco, due amiche si concedono un pomeriggio per negozi.
Superano il posto dove si vendono i vini, sospetto che non fosse proprio il luogo adatto a due signorine perbene!
E sentite le loro voci?
Parlano piano, come si conviene, con il giusto garbo, una certa inflessione dialettale tradisce la loro origine, le due signorine sono proprio genovesi.
Il tempo trascorso e il tempo presente si assomigliano, si sovrappongono, si sfiorano e quasi si confondono.
In questo tratto di strada che così spesso percorriamo.
Così era ieri, in un tempo distante che non abbiamo vissuto.
























