Le vicende di Vico Domoculta

Ritorno a parlare dei nostri vicoletti genovesi e oggi vi porto in un breve caruggio del quale, a prima vista, si potrebbe pensare che ci sia poco da dire.
In realtà ogni luogo che rimanda al nostro passato si ricollega a storie forse oggi dimenticate ma spesso affascinanti da scoprire.
E dunque eccoci in Vico Domoculta, un vicoletto che collega Via San Sebastiano a Via XXV Aprile.

Il toponimo rimanda al Medioevo e, come egregiamente spiega il magnifico Amedeo Pescio, con il termine Domoculta ci si riferiva ad una regione coltivata posta fuori dalle mura.

Scesi fino all’innesto con Via XXV Aprile soffermiamoci a leggere la targa e noteremo che un tempo il nome di questa via era Vico del Cetriolo.
Sempre grazie a Pescio scopriremo infatti che l’esistenza di questo breve vicoletto si deve alla realizzazione nel 1825 di Via Carlo Felice, strada oggi nota appunto come Via XXV Aprile.
Prima di quell’anno, infatti, c’era un unico vicolo che aveva inizio dalla nostra Via Luccoli: il Vico dell’Arancio.
Dalla realizzazione di Via Carlo Felice il Vico dell’Arancio rimase tagliato a metà: la parte inferiore mantenne l’antico toponimo che ancora conserva, la parte superiore invece venne denominata Vico del Cetriuolo.

E dunque, direte voi, come si legge sulla targa il caruggio venne in seguito chiamato Vico Domoculta e la storia può considerarsi finita.
Eh no, cari amici, la vicenda è un po’ più complicata ed io mi sono divertita molto a scoprirla dapprima sulle pagine di un antico Lunario e poi nel centro della mia città.
Proseguo così il mio racconto: dovete sapere che c’era una volta un Vico delle Figlie denominato in seguito Vico delle Belle Figlie del quale ci parla lo storico Francesco Podestà nel suo volume Il colle di Sant’Andrea in Genova e le regioni circostanti edito nel 1901.
Scrive appunto il Podestà che il particolare toponimo si doveva al fatto che tramite quel vicoletto si arrivava all’Ospedale degli Incurabili che all’epoca ospitava solo figlie.
In seguito, scrive sempre l’autore, quel vicolo cambiò ancora nome e venne denominato Vico Domoculta, per ricordare quell’antica regione che un tempo attraversava.
Ora guardiamo insieme la cartina di Genova del 1902 che è tratta dal mio Annuario Genovese Lunario del Signor Regina di quell’anno.
Osserviamo insieme questo spicchio di Genova: a destra Via Roma, poi Via San Sebastiano e a sinistra Via Carlo Felice (la nostra attuale Via XXV Aprile) e tra queste ultime due vie si notano in successione tre caruggi: Vico del Cetriuolo, Vico Spotorno e Vico Domoculta.

Siamo qui, in questo tratto di Genova, nel cuore della città.

E se percorrete Via XXV Aprile noterete che, salendo verso De Ferrari, sul lato sinistro incontrerete la nostra Vico Domoculta che un tempo era Vico del Cetriuolo e poi Vico Spotorno, non ci sono altri caruggi tra Via XXV Aprile e Via San Sebastiano.
Provate però ad osservare meglio gli ultimi due palazzi della via e noterete che c’è uno spazio tra i due edifici.

E guardate meglio da vicino: sembra proprio la dimensione di un dignitoso caruggio genovese, qui doveva trovarsi l’antico Vico Domoculta.
Ora quello spazio è di pertinenza di uno dei due palazzi e non è più una via percorribile, ospita invece certi locali di una banca.
Ed ecco come si sfiorano i tetti dei due edifici.

Andiamo ancora dall’altro lato e osserviamo con attenzione i due palazzi da Via Roma: si nota chiaramente che quello spazio poteva davvero essere un vicoletto.

E così, seguendo gli indizi trovati su una vecchia cartina di Genova sono giunta alle mie conclusioni che di seguito riassumo.
C’era un tempo Vico Domoculta che prima si chiamava Vico delle Belle Figlie.
In un’epoca che io non conosco e per ragioni a me sconosciute si decise di chiudere questo vicolo nella maniera che oggi conosciamo.
Un po’ più in giù, verso Fontane Marose, c’era quell’altro vicoletto che era noto come Vico del Cetriuolo ed era la prosecuzione dell’antico Vico dell’Arancio, si pensò così di mutarne il nome e di denominarlo Vico Domoculta, come quell’altro caruggio che non c’era più.
Certe tracce si perdono e il tempo posa il suo velo sulle vie del passato: seguire gli indizi e per quanto possibile ritrovare certi luoghi perduti è per me sempre un’esperienza emozionante.
Quando passate da quelle parti ricordatevi che per osservare il cielo sopra Vico Domoculta dovrete fermarvi là, dove quei due edifici si incontrano sotto l’azzurro di Genova.

Tra Vico dei Migliorini e Vico dell’Arancio, un nuovo giorno

Una mattina, in Vico dei Migliorini.
A guardarsi intorno si crederebbe di esser soli, a dire il vero.
Silenzioso e deserto il caruggio, che è proprio a due passi da Piazza Fontane Marose.
Ah certo, Fontane Marose è tutto un via vai di gente, vanno tutti di corsa al mattino.
E qui? Davvero non vedete nessuno?

E’ strano, al mattino la città prende vita.
Si aprono le persiane, ai piani alti la luce inonda le stanze imbiancate di calce.
E certe antiche porte di pietra nera si spalancano davanti al nuovo giorno.

Un nuovo giorno.
E davvero, guardate bene.
Eccole le massaie, le donne dei caruggi.
Hanno le gonne pesanti, di panno scuro, alcune indossano uno spesso grembiale.
E se provate a udire le loro parole, comprenderete che la loro non è una vita semplice.
Sono giovani, certo.
E ognuna ha una sfilza di bambini, sei o sette, tutti in scaletta.
E il più piccino indossa le braghette del fratello maggiore, sono arrivate a lui dopo infiniti passaggi, sono tempi duri e quando si hanno tanti figli bisogna far di necessità virtù.
Donne giovani, dalle braccia forti, non si lasciano sfiancare dalla fatica, mai.
E parlano tra loro, mentre risalgono per Vico dell’Arancio.

E certo, ogni giorno ha la sua fatica.
Ma ogni mattina si diffonde in queste strade il profumo buono del pane, il pane caldo e fragrante, il più semplice nutrimento.
Giovani mogli e madri, piene di speranze e di sogni.
E fiduciose nell’avvenire, nel grande turbinio del secolo delle innovazioni, che certo porteranno benessere e ricchezza.
Un nuovo giorno.
Un nuovo giorno inizia con un saluto ed un ringraziamento a Colei che stringe teneramente a sè il suo bambino, colei che vigila sulle famiglie e le protegge.

Un nuovo giorno.
E ci si incontra lì davanti, alcune donne giungono da Vico dei Migliorini e così la vedono da lontano, la dolce Madonnina.
E ognuna ha le sue preghiere da rivolgere, ognuna ha i propri pensieri e sa che riceverà conforto.
Un nuovo giorno, in Vico dell’Arancio.
E ci si riunisce là sotto, alla confluenza tra le due strade.


E ci si trova qui, dove ora vedete un cancello.
Ognuna di queste donne stringe in mano il secchio e ciascuno di voi ha certamente idea di quanto sia pesante!
Ma ditemi sentite per caso qualcuna che si lamenta? Io sento solo voci allegre e vivaci e vedo i bambini più piccini attaccati alle gonne della mamma.
E come ogni giorno, c’è sempre qualche monello che sfugge alle attenzioni materne e corre giù per il vicolo, creando una gran confusione.
Comincia così ogni nuovo giorno.

Ogni nuovo giorno ha la sua fatica grande.
Ha i profumi e i rumori del quotidiano, i suoi riti e le sue consuetudini.
Ma per loro, per i più piccoli è un gran divertimento andare al pozzo pubblico!

Vedete? E’ come vi dicevo!
Forse venendo qui di mattina presto si potrebbe credere di esser soli, ma è solo la nostra fretta distratta a trarci in inganno.
A saper guardare ed ascoltare potrete udire il secchio che sbatte contro la pietra, l’acqua che scroscia e le voci argentine di quelle antiche genovesi.

Suoni, parole e visioni tra Vico dei Migliorini e Vico dell’Arancio.
Ed è così che inizia ogni  nuovo giorno, nella luce calda di un mattino d’autunno.