Il delizioso pane dei Kunkl: una storia di Genova

Questa è una storia che inizia in un giorno lontano e in un luogo distante: è una storia di successo, intuito e intraprendenza che si dipana per le vie della vecchia Genova.
E per raccontare da capo questa vicenda bisogna andare in Tirolo, a Neumarkt, in italiano nota come Egna.
Lassù, tra quelle maestose montagne, nasce il giorno 11 novembre 1813 Giovanni Martino Kunkl, in quel periodo il territorio di Egna è incluso nel Regno di Baviera ma, dopo breve, sarà unito all’Austria.
E proprio con il suo passaporto austriaco Giovanni Martino intraprende l’avventura della sua vita: siamo nel 1847 e Kunkl parte alla volta di Genova che diverrà la sua città di adozione.
Certo non sarà stato facile per un austriaco inserirsi in una città come la Superba che con gli austriaci, come ben sappiamo, aveva avuto un passato di contrasti politici.
Giovanni Martino però è un giovane di belle speranze, ha 34 anni e porta con sé la saggezza di una professione nella quale eccelle: Giovanni Martino è panificatore e porterà la sua sapienza nei caruggi di Genova, in particolare in quella Via Lomellini a me tanto cara.

Giovanni Martino non è solo, con lui ci sono la moglie Giuseppina e le prime tre figlie nate in Austria: Maria, Vittoria ed Enrichetta, a Genova vedranno poi la luce Anna e Stefano.
Restiamo in questi caruggi, qui dove Giovanni Martino inizia la sua fiorente attività, la prima traccia della sua presenza, naturalmente con riferimento alle Guide e ai Lunari di mia proprietà, è sul magnifico libro di Edoardo Michele Chiozza dal titolo Guida Commerciale descrittiva di Genova del 1874-75.
Qui il nostro Giovanni Martino viene annoverato come fabbricante di pane di lusso ad uso di Vienna e la sua attività si trova Via Lomellini 3.

Il tempo, poi fugge via veloce e, in un giorno fatale del 1877, Giovanni Martino Kunkl lascia le cose del mondo.
Naturalmente io sono andata a cercare traccia di lui nel nostro Cimitero Monumentale di Staglieno e così ho trovato il suo nome inciso nel marmo nella Galleria Inferiore a Ponente.
È una tomba semplice la sua, simile a quella di tanti genovesi del suo tempo che qui riposano.

A succedere a Giovanni Martino nella conduzione dell’impresa di famiglia sarà Stefano, il suo ultimo figlio.
Quando il padre muore, in quel 1877, Stefano è un giovane di 26 anni: dal padre ha appreso tutti i segreti del mestiere, custodendoli e mettendoli a frutto per il bene suo e della sua famiglia.
Ed è il nome di Stefano a comparire così tra le pagine dei libri e a rifulgere nel commercio della città.
Stefano ha talento, intuito e capacità imprenditoriale, espande l’attività con successo e lo troviamo citato sui lunari del Signor Regina del 1881 e del 1887 tra i fabbricanti di paste e galette e come proprietario di due negozi, il primo si trovava in Via Lomellini 61, nella parte alta della strada.

L’altro negozio era invece in Via Roma.

Il segreto del pane delizoso e rinomato in tutta Genova risiedeva nella scelta accurata di ingredienti di prma qualità.
Stefano Kunkl, infatti, ogni estate si recava in Austria o in Ungheria per acquistare la farina da usare per il suo pane: la sua farina aveva un alto potere lievitante senza agenti aggiunti, in pratica era l’equivalente della manitoba.
Fu così che il segreto dei Kunkl portò loro il meritato succcesso, nel 1899 si aggiunse un ulteriore punto vendita, citato ovviamente nel Lunario del Signor Regina, in Via ai Quattro Canti di San Francesco.

Stefano, con il suo innato fiuto per gli affari, fu poi talmente abile da divenire, insieme al figlio Silvio, stimato fornitore della Real Casa: l’attività di famiglia sarà infatti denominata Panificio Reale Stefano Kunkl.
E in punta di piedi entriamo nell’ufficio di Stefano Kunkl: qui lo vediamo insieme al figlio Silvio.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Come specificato, la fotografia è di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl e mi è stata inviata dall’Architetto Chiara Kunkl che un giorno è capitata casualmente su queste pagine e ha così generosamente condiviso con me questa magnifica storia di famiglia che vi racconto, la ringrazio anche da qui per questo, le molte informazioni da lei fornite e le immagini di famiglia, unite alle mie ricerche a Staglieno e tra le pagine delle guide, mi permettono di narrarvi questa vicenda.
Ecco ancora Stefano Kunkl: lui è al centro della foto vicino alla moglie Angela e tiene in braccio una nipotina.
Accanto a Stefano siede Silvia, la moglie di Silvio che è in piedi alle spalle di lei, insieme ad altri parenti.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

E riporto qui una frase tratta dal documento trasmessomi da Chiara Kunkl, queste parole riassumono interamente lo spirito dei Kunkl e il senso del loro operare: si tramanda che Stefano Kunkl raccomandasse ai suoi figli di dividere l’utile di ogni anno in due metà uguali fra loro di cui la prima doveva essere accantonata e reinvestita nell’attività mentre la seconda doveva obbligatoriamente e interamente essere spesa al fine di ricordare a se stessi quali benefici potessero portare un anno di duro lavoro.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Tra le notizie inviatemi da Chiara Kunkl c’è anche un articolo di Edilio Pesce dedicato allo storico panificio con l’elogio delle michette e delle rosette deliziose, con il rimpianto per gli sfilatini che si acquistavano uscendo dalla messa in San Filippo Neri.
E certamente da Kunkl avranno fatto anche la focaccia!
Va inoltre anche ricordato che furono i Kunkl a introdurre a Genova i libretti, un tipo di pane molto apprezzato dalle nostre parti.
E continuiamo il nostro giro per Genova, in cerca dei luoghi di Stefano e Silvio Kunkl.
Già nel 1913 avevano un negozio al 110 rosso di Piazza Soziglia, all’epoca i mei antenati avevano un negozio in Campetto, chissà quante volte avranno comprato il pane dai Kunkl!

Il negozio in Via Lomellini fu spostato poi al numero 48 rosso.

Il Panificio era in Via della Maddalena 29, ecco qui l’edificio.

Un altro panificio era in Vico del Fornaro, il caruggio dal toponimo perfetto!

Tutte queste notizie sono presenti sui lunari del tempo, nel 1926 c’era un Panificio Kunkl anche in Via Frugoni, traversa di Via XX Settembre.
E sul Lunario del 1902 si trovano pure i numeri di telefono.
Per dire, il negozio di Via Lomellini aveva il numero 341 e a leggerlo ho pensato: ora chiamo e ordino un chilo di libretti!

La vita non era facile per nessuno, in quel tempo, come in tutte le famiglie anche i Kunkl ebbero i loro tragici lutti.
Come vi dissi da principio, Giovanni Martino Kunkl aveva avuto 5 figli.
La seconda figlia Vittoria morì a soli quattro anni e la terza, Anna, spirò appena ventunenne.
La primogenita Maria si sposò e lasciò questo mondo ad appena 24 anni, io ho trovato la sua tomba nella Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
È collocata in alto, questo rende difficile la lettura della lapide e allora, in memoria di lei, la riporto per intero.

A Maria Lanfranchi nata Kunkl
figlia e sposa affettuosa ed esemplare
che immatura morte rapiva
il 6 Aprile 1867
lo sposo e i suoi desolatissimi
quale attestato di affetto questa lapide consacrano

Stefano Kunkl morì nel 1913 e in seguito alla sua dipartita il figlio Silvio prese in mano le redini dell’Azienda e divenne presidente dell’Associazione Panificatori ed insegnante, tramandando così alle nuove generazioni i segreti per fare il pane.
A Staglieno ho trovato anche la tomba di Stefano Kunkl, egli riposa nella Galleria Frontale, accanto alla moglie Angiolina.
La loro tomba è opera dello scultore Luigi Orengo.

I viaggi nel passato rappresentano l’emozione di ritrovare i luoghi che non abbiamo veduto e di osservare i volti di coloro che non abbiamo conosciuto: eppure in qualche modo ci sembrano vivi e presenti, ci osservano da un’immagine in bianco e nero e si raccontano, con sincerità e verità.
Ringrazio ancora di cuore Chiara Kunkl per aver permesso a me e a voi questo percorso a ritroso sulle tracce di Giovanni Martino e della sua numerosa famiglia.
C’è ancora un piccolo tratto di strada da fare insieme, proprio là, in cima a Via Roma.
In quello slargo oggi denominato Largo Eros Lanfranco e un tempo noto come Largo di Via Roma.
È un giorno qualunque di un tempo distante: due eleganti genovesi passeggiano vicine, chiacchierano tra loro amabilmente.
Osservate con attenzione alle loro spalle e dietro al signore con la bombetta: si vede un negozio, non è del tutto visibile l’insegna ma se ne legge chiaramente una parte, S. Kunkl, spiccano in particolare i caratteri gotici.
Ecco qui il favoloso negozio di Via Roma più volte citato e ritrovato nelle guide, l’immagine è un dettaglio di una cartolina che di seguito trovate pubblicata interamente e appartiene all’amico Stefano Finauri che qui ringrazio.

La memoria e il ricordo sono ricchezze da custodire, raccontare certe storie significa far tornare tra noi sorrisi, sguardi e vite di un altro tempo.
E quando passate in Via Roma rammentatevi che là, accanto all’imbocco di Galleria Mazzini, un tempo si sentiva il profumo del pane fragrante dei Kunkl, memoria preziosa del passato della nostra Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Un Natale d’argento

Questo è il racconto di una nostalgia che puntuale ritorna nel periodo delle feste.
Mi capita, sempre, quando passo in Soziglia, di soffermarmi davanti a certe vetrine dei nostri caruggi: l’Argenteria Brizzolari è uno storico negozio della città vecchia, è una realtà attiva dal lontano 1921 e quindi esiste da cent’anni esatti, quanto tempo!
È un bel negozio nel quale trovano posto spaziose ed eleganti vetrinette che ospitano gli argenti preziosi: ci sono le cornici, i piccoli oggetti, i piatti e tante diverse raffinatezze per la propria casa e per i regali.
Questo negozio per me è poi veramente speciale perché è sempre stato uno dei preferiti di mio papà ma devo dire che è sempre piaciuto a tutti noi, anche mia mamma e mia sorella ne conservano un dolce ricordo.
Così, nel tempo di certe festività natalizie lontane, uno dei miei diletti era acquistare qualche piccolo regalino in questa bella argenteria.
Quel negozio racchiudeva un universo magnifico, era un piccolo mondo fiabesco composto da una distesa di oggettini minuti adatti alla casa di una bambola, era una gioia scegliere ma non era neanche così semplice!
E così, in casa mia, di volta in volta e di Natale in Natale, qualche componente della famiglia si aggiudicava qualche oggettino delizioso di Brizzolari: una barchetta con la vela gonfia, una seggiolina e una comoda poltroncina, un minuscolo velocipede e una scarpina degna di Cenerentola, gli strumenti musicali di un’orchestra mignon, un ramo di vischio o una campanella con un fiocchetto.
Era un mondo intero, ve l’ho detto!
Ancora adesso, come sempre ho fatto, quando passo in Soziglia mi incanto davanti alle vetrine e alle vetrinette.
Sto un po’ lì, osservo e mi ritrovo ad ammirare una piccola macchina da scrivere, una racchettina da tennis, una sprintosa biciclettina.
E naturalmente vorrei avere tutto, resto indecisa, quanto è difficile scegliere, in certi casi!
Proprio come accadeva allora, in quegli anni distanti, quando il Natale era d’argento.

Miei amati specchi

Miei amati specchi, vetri incantati della Superba che racchiudete immagini tremule di solidi marmi, di croci e azzurro cielo.
Miei amati specchi, effimeri e gloriosi.

Miei amati specchi che raccontate una città nascosta, riservata ai sognatori e a coloro che camminano piano e sanno intravedere stupori incastonati tra pietre antiche.

Piazza Soziglia

E facciate dipinte, panni stesi, semplicemente vita.

Piazza Pinelli (1)

E grandezze fastose nelle piazze dei caruggi.

Piazza Pinelli (2)

Miei amati specchi che celate amori, abbracci, sorrisi, prime colazioni, facce assonnate, stanchezze, entusiasmi, lacrime, desideri e gioie, ninne nanne e promesse.

Piazza delle Erbe (1)

Miei amati specchi, tra persiane che appaiono come inattese esitazioni.

Piazza delle Erbe (2)

Miei amati specchi di stagioni generose e limpide, nel tempo che permette di attendere e aspettare per poi lasciare che gli occhi trovino questa bellezza.

Piazza delle Oche (1)

Miei amati specchi che ospitate l’immagine della Chiesa delle Vigne.

Piazza delle Oche (2)

Miei amati specchi, tra luci e ombre.

Piazza delle Erbe (3)

Splendori brillanti nell’inquieto agitarsi delle bandiere in Strada Nuova.

Via Garibaldi

Miei amati specchi che raccontate mattine di sole, ringhiere, pianticelle verdi.

Piazza della Nunziata (2)

Miei amati specchi dove si riflette il campanile della Chiesa della Nunziata, miei amati specchi che siete una realtà diversa, effimera ed immaginata, sempre nuova e così mutevole.

Piazza della Nunziata (3)

E vi cerco sempre, voi che donate a noi scorci di candide nubi e cielo turchese.
Miei amati specchi, finestre di Genova.

Piazza della Nunziata (14)

Piazza Soziglia, l’edicola di San Giovanni Battista

Nei giorni del nostro tempo il passato è sempre presente, è davanti ai nostri occhi, nelle vie e nelle piazze che quotidianamente attraversiamo.
A volte è quasi offuscato, reso indecifrabile dalla nostra disattenzione, caduto nel buio della dimenticanza degli eventi che non sappiamo ricordare.
Tutti noi genovesi conosciamo Piazza Soziglia, la percorriamo di fretta, scordando che queste vie furono care anche a chi ci ha preceduto.
In questa piazza ampia di caruggi c’è un edificio restaurato con cura, è il palazzo con le decorazioni in marmo bianco e nero, si trova tra Via Luccoli e Via dei Macelli di Soziglia, un tempo era la sede della dogana di Genova.

Piazza Soziglia

Su di esso è posta un’edicola nella quale è ospitata una statua di San Giovanni Battista, patrono della Superba e protettore dei suoi abitanti.
Non è la sola edicola dedicata al Santo, altrove i vostri occhi troveranno l’immagine del Battista a presidiare la città.
Questa collocazione in Soziglia non è frutto del caso, furono gli abitanti della zona a volerla per rammentare l’intervento del Santo giunto in soccorso dei genovesi.

Piazza Soziglia (2)

Accadde in due diverse occasioni, qui in Soziglia, in anni molto lontani: allora, narrano gli storici, la minaccia veniva dal fuoco.
La fiamma distruttrice colpì, in tempi differenti, in numerose zone della città, da Prè a Canneto.
Nella prima metà del ‘200 il fuoco divampò per due volte anche in Soziglia, immaginate la sua potenza in questi vicoli stretti della vecchia Genova.

Piazza Soziglia (4)

Come era successo in altre circostanze, vennero condotte qui le ceneri del Battista e la loro presenza provocò lo spegnimento delle fiamme.
Il santo dei genovesi ebbe la sua vittoria sul fuoco, il santo dei genovesi salvò i cittadini minacciati da incendi furiosi.
Accadde in altre parti di Genova, accadde in Soziglia.
Molto tempo dopo i genovesi vollero ricordare quei momenti difficili, sotto alla statua del Battista venne posta anche un’iscrizione, sono parole di gratitudine per l’aiuto ricevuto.

Piazza Soziglia (5)

In questa piazza ci fu un palazzo miracolato dalla Madonna, allora era ben altro a mettere in pericolo la fragilità della vita, qui trovate il racconto che ho scritto in proposito.
In questa piazza ancora c’è l’edicola che ospita San Giovanni Battista.
Lui tiene le mani giunte e lo sguardo rivolto verso l’immensità, i suoi occhi guardano il cielo sopra i caruggi di Genova.

Piazza Soziglia (6)

Scoprendo Vico della Neve

Forse questo vicolo di Genova non è tanto conosciuto, forse ad alcuni pare un caruggio da niente.
Ci si passa davanti e si procede oltre percorrendo altri vie più frequentate, quasi nessuno sceglie questa strada per raggiungere Soziglia.
Inizia così Vico della Neve, si interseca in questo punto di Via David Chiossone.

Vico della Neve (2)

E prima di scendere c’è sempre uno sguardo che cerca il cielo, qui lo trova in tutta la sua lucentezza.

Vico della Neve (3)

Un chiarore inatteso fende il vicolo.

Vico della Neve (4)

Strada dal nome suggestivo, è dedicata alla bianca visitatrice che in inverno talvolta ricopre le ardesie con la sua soffice coltre.
Come ben sapete io consulto sempre il mio prezioso Lunario del Signor Regina, l’edizione in mio possesso risale al 1882.
In quell’epoca lontana in questo vicoletto un certo signor Traxino vendeva acque gazose mentre gli stimati fratelli Ghiglione facevano affari d’oro con il commercio di neve e ghiaccio.

Vico della Neve (5)

Il tempo scorre e le cose cambiano.
Cammino in Vico della Neve, da un appartamento risuona un ritmo da discoteca, non è la prima volta che mi capita di sentirlo in questo caruggio.
E poi immagino, penso a qualcuno che ama ballare.
La musica dance, la neve, le acque gazose.
Il tempo.

Vico della Neve (6)

Qui, in questo caruggio, c’è un luogo particolare che da sempre attira la mia attenzione, un giorno o l’altro vorrei andar lassù, camminare in quel passaggio sospeso tra i due palazzi.
Guardare giù, guardare oltre.
Scoprire.

Vico della Neve (7)

E trovare sui muri tracce di antichi archi.

Vico della Neve (8)

E poi colonnine, in Vico della Neve.

Vico della Neve (9)

Il caruggio scende curvando dolcemente.

Vico della Neve (10)

E sai, nel centro storico ogni muro racconta una storia, anche in quei vicoli che possono sembrare proprio da nulla.

Vico della Neve (11)

E ancora un’altra colonna.

Vico della Neve (17)

E ancora contrasti, panni stesi, colori intensi.
E no, non ve lo so spiegare.

Vico della Neve (12)

E non scordarti mai di alzare gli occhi altrimenti perderai le vertigini di Genova e quei disegni nel suo cielo superbo.

Vico della Neve (13)

Quasi al termine della Via sopra un portone c’è un’edicola che certo meriterebbe cura e attenzione, ospita la Madonna della Neve ed io spero che un giorno ritrovi il candore che le sarebbe proprio.

Vico della Neve (14)

Pochi passi vi separano da Soziglia, frequentatissima piazza cittadina.
Qui, in Vico della Neve, cadono raggi di luce effimeri che virano sui muri antichi, sopraffatti dall’ombra con la quale giocano.
La mia Genova sempre inaspettata, umile e regale, con i suoi vicoli tortuosi e ripidi dove puoi trovare un ponticello sospeso tra due case alte.

Vico della Neve (15)

Così termina questa passeggiata, sotto l’azzurro della Superba, in quella bellezza che vedrai solo se saprai cercarla.

Vico della Neve (16)

1898: un celebre panificio di Soziglia

Questa è una storia che ebbe inizio tanto tempo fa, il protagonista si chiama Edoardo Oneto, proviene da Campomorone ed è nato nella seconda metà dell’Ottocento.
A volte la vita presenta dure difficoltà, Edoardo è ancora piccolo quando perde il padre, così lui e i suoi due fratellini Giacomo e Leopoldo vengono mandati all’Istituto degli Artigianelli: là impareranno un mestiere, apprenderanno la complessa arte della panificazione.
Il primo dei tre ad aprire la sua bottega è Giacomo, il maggiore: il suo forno sorgerà in una zona popolosa e viva, in Vico Nuovo di Ponticello.
Il documento che vedete e quello che seguirà sono le registrazioni effettuate presso la Camera di Commercio di Genova, ringrazio Federica Terrile e Anna Galleano per avermi inviato questi ed altri documenti relativi alle attività della famiglia Oneto.

Giacomo Oneto

Edoardo dapprima fa il garzone nel negozio di Giacomo, poi anche per lui verrà il tempo di mettersi in proprio.
E lo stesso vale per suo fratello Leopoldo, il suo negozio si trovava in Via Lomellini e figura sulla mia Guida Pagano del 1926, viene indicato come fabbrica di paste di lusso e panificio.
Edoardo, invece, aprirà le sue attività in un’altra parte della città molto amata dai genovesi.

Piazza Soziglia

Avrà un forno in Vico dell’Umiltà, un negozio di pasta fresca in Piazza di Soziglia, un panificio in Via ai Macelli di Soziglia.

Edoardo Oneto
Oh, che sbadata! Non vi ho ancora presentato l’eroe della nostra storia!
Dovete sapere che Edoardo nel 1898 prese moglie, la sua sposa si chiamava Paola.

Edoardo e Paola Oneto

Ed ebbero diversi figli, qui vedete i genitori con i primi tre, Giuseppe è quello che tiene il cerchio, poi c’è Antonietta e il piccolo Luigi.

Oneto

Abitavano in Vico della Rosa, a poca distanza dalle botteghe.

Vico Rosa

E con il tempo la famiglia divenne sempre più numerosa, quanti bambini c’erano in casa Oneto?
Non tutti ebbero una lunga vita, all’epoca le malattie minavano la salute di grandi e piccini e a volte non c’era davvero scampo.
Eppure eccoli qui, tutti insieme davanti al fotografo, le bimbette con l’abito chiaro, i maschietti con un mezzo sorriso e il patriarca fiero alle spalle della sua famiglia.

Oneto (2)

Lei si chiamava Antonietta.
Dolce, vezzosa e innocente, ebbe un destino sfortunato, era una giovane donna quando morì a causa del tetano.

Oneto (4)

Sai, la vita è così.
Non puoi sapere cosa ti attende nel mondo.
Resti accanto ai tuoi fratelli, sogni di diventare grande.

Oneto (3)

E non sai, non puoi sapere cosa ti accadrà, devi soltanto vivere nel modo più felice che puoi.

Oneto (5)

Bambini nati e cresciuti caruggi, questa foto di classe è stata scattata nel chiostro delle Vigne.

Oneto (6)

E nel tempo che noi non abbiamo vissuto qui c’era il negozio di paste alimentari di Edoardo Oneto.

Piazza Soziglia (2)

Fate qualche passo, imboccate Via dei Macelli di Soziglia.
E guardate in su, sempre.

Via dei Macelli di Soziglia

E fermatevi all’incrocio, esattamente in questo punto c’era il panificio.

Via Dei Macelli di Soziglia (2)

Provate a sentire le voci, il tramestio di passi, le voci cantilenanti, una folla di gente percorre il vicolo, guardate i bambini che corrono nei caruggi, immaginate i volti delle donne, le vedete?
Si affacciano da certe finestre, alcune passano trafelate, c’è la vita di ogni giorno in Soziglia.

Via dei Macelli di Soziglia (3)

Il negozio era stimato e rinomato, finì persino sulla rivista Il Successo.
Osservate il disegno che segue, il signore che vedete seduto sulla sinistra è proprio Edoardo, sta  sull’angolo dal lato opposto della sua bottega.
Vedete che c’è un uccello? Sì, proprio così! Lui aveva un pappagallo e anche una scimmia.
E negli anni ’50 in quell’angolo c’era di solito un limonaio con il suo banchetto.

Oneto (7)

In questo disegno ci sono i panni stesi e le mampae, ve ne ho parlato in questo articolo, erano dei telai che venivano posti sulle finestre e servivano per riflettere la luce nel buio dei caruggi.
E ancora, il tratto di matita evidenzia la prospettiva di Soziglia e l’inizio di Vico Sottile.

Via dei Macelli di Soziglia (4)

Qui si vendeva pane fragrante e deliziosa focaccia molto apprezzata dalla gente della zona, c’era sempre la coda!

Focaccia

Focaccia del Panificio Sebastiano di Via Lomellini

La bottega aveva ante di legno e come in tutti i negozi dei caruggi al suo interno c’era un’immagine della Madonna con un luce davanti.
I maccheroni di Natale venivano legati con un nastrino rosso, un tocco di colore perfetto per le feste.
Al piano superiore si cuocevano ogni giorno i fagioli, le cipolle e le barbabietole al forno.
Lassù, dietro alla finestra con le grate.

Via dei Macelli di Soziglia (5)

La bottega veniva gestita da marito e moglie, la signora Paola certo non si risparmiava.
Molto tempo dopo fu lei a ricevere la medaglia per l’attività aperta nel 1898.

Oneto (8)

C’era la vita di città e il tempo del lavoro poi c’era la stagione dello svago, in estate a Campomorone.
Tutti insieme a fare le ceste, come vedete grandi e piccoli sono a piedi scalzi.

Oneto (10)

Sui prati, con i bambini.
E la signora sulla sinistra sfoggia proprio un cappello elegante!

Oneto (9)

Ed ora, cari amici, avrei una domanda da porre a voi lettori affezionati di queste pagine.
Lo avete riconosciuto Edoardo Oneto?
Certo, è proprio lui il signore con il bastone da passeggio ritratto tra i pellegrini alla Madonna della Guardia, di tutti loro ho scritto in questo articolo.

Alla Guardia (14)

A raccontarmi questa vicenda è stato un lettore di questo blog, lui si chiama Piero e questa è la storia della sua famiglia.
Ed io lo ringrazio per aver condiviso con me i suoi cari ricordi, siamo andati insieme nei luoghi che avete veduto e lui ha dipinto per me un mondo e la sua atmosfera.
E mi ha fatto conoscere il suo antenato, Edoardo Oneto.
Un uomo che si era fatto da sé, con il lavoro e la forza di volontà, proprio come i suoi fratelli.
Un tipo dal piglio fiero e deciso, un commerciante abile nel suo mestiere, uno che sapeva far fruttare i suoi talenti e il suo denari.
Le sue botteghe erano nei posti che frequento quotidianamente, se ci fossero ancora andrei di sicuro a provare la focaccia e tutte le altre prelibatezze.
Sì, avrei davvero voluto conoscerlo.
E in qualche maniera è accaduto, in qualche modo sono stata anch’io nei suoi luoghi, caro Signor Edoardo, nella sua Soziglia: e si sentiva un fragrante profumo di pane.

Oneto (11)

Genova, 1854: una paurosa epidemia e un palazzo miracolato

Accadde al principio dell’estate del 1854, in quei giorni si accertò un caso di colera nella città di Genova: l’ammalato era un francese sbarcato da un piroscafo ed esalò l’ultimo respiro all’Ospedale di Pammatone.
In quell’anno, a Genova, l’inverno fu duro, seguì una primavera umida e fredda e poi il caldo scoppiò all’improvviso.
Genova, città portuale, era all’epoca in precarie condizioni igieniche, le cronache narrano che tra i primi ad ammalarsi furono i forzati addetti ai lavori del porto, uomini che immergevano mani e braccia in acque luride e infette, nel luogo dove sfociavano le cloache e i canali di scolo.
Scoppia così una feroce epidemia, i medici della città si prodigano per i più sfortunati, non è la prima volta che la Superba è colpita da questa mortale disgrazia, è già accaduto nel 1835.
Si cerca di arginare il male con provvedimenti di varia natura: si impone di imbiancare i luoghi malsani, i portici e gli atri sudici che possono essere focolaio di infezioni, si tenta di risanare gli ambienti, si predispongono controlli nelle botteghe e nei depositi di commestibili.
Nasce un comitato di soccorso per ogni Sestiere delle città per portare aiuto ed assistenza ai più miseri e ai bisognosi di cure.
Si stabilisce che in ogni sestiere ci sia una farmacia addetta a restare aperta notte e giorno per fornire gratuitamente medicinali, cibo e aiuti di vario genere ai più miseri, una di esse era nei pressi di Porta dei Vacca.

Porta dei Vacca (2)

Nulla è sufficiente a salvare la città, insieme alla malattia si diffonde il terrore dell’epidemia, le cronache del tempo narrano vari esempi di diffidenza, in particolare nei confronti dei medici accusati di riservare ai ricchi cure migliori rispetto ai poveri.
Le strade si svuotano, le botteghe restano chiuse.
E per le vie di Genova si assiste a scene di manzoniana memoria rese ancor più drammatiche dalla conformazione della città.

Vico dietro il Coro delle Vigne (7)

Nei vicoli stretti e angusti le morti sono più frequenti che altrove, c’è anche la difficoltà di trasportare i defunti fuori dalle loro case, l’epidemia dilaga senza sosta, quando una persona muore per il colera si prelevano dalla sua casa tutte le cose ritenute infette, le stesse vengono mandate al Lazzaretto della Foce.
Si cerca anche di portare via le persone dai luoghi malsani e di collocarle in posti salubri.
Chi può fugge, chi resta si affida alla misericordia del cielo e alla mano del Signore e come sempre le prime vittime sono i più miseri, per i tanti orfanelli si aprono le porte dell’Albergo dei Poveri.

Albergo dei Poveri

Sono diversi coloro che si mettono a disposizione del prossimo, fino a settembre il colera dilagherà impietoso.
Le zone più colpite sono quelle vicine al porto, Prè è il sestiere che paga il prezzo più alto, anche a Portoria, al Carmine e alla Maddalena si registrano numerosi casi, le strade ampie, come Via Balbi e Via Garibaldi, sono colpite in maniera molto minore dall’epidemia.

Via Garibaldi

In questo scenario da tregenda, immaginate un certo palazzo del centro storico, in Piazza Soziglia.

Piazza Soziglia

Non possiamo figurarci i visi delle persone che abitarono in questa casa, i loro occhi hanno veduto l’inferno e poi hanno scorto una luce, la salvezza della vita e un nuovo principio.
Nel tempo in cui ci si affidava alla Divina Provvidenza e al cuore della Vergine Maria, il culto di Lei era molto diffuso nella città di Genova.
Forse là visse una giovane madre di molti figli, forse in quelle stanze respirò una vecchia devota che snocciolava continue preghiere alla Madonna, chiedendole aiuto e protezione.

Piazza Soziglia (2)

Quando passate in Soziglia prestate attenzione, sul marmo è incisa la memoria di quei giorni drammatici.
Questo palazzo venne risparmiato, nessuno dei suoi abitanti perse la vita a causa del colera e così, sul finire di quell’anno, questi genovesi vollero apporre questo altorilievo opera di Gio Batta Cevasco sul muro della loro casa, ad eterno ricordo del pericolo scampato.

Piazza Soziglia (3)

Era un altro tempo, fragile e caduco come le tante vite perdute in quella paurosa epidemia che travolse Genova nell’estate del 1854.

Piazza Soziglia (4)