Le luci splendenti di Strada Nuova

C’est que rien n’est beau comme cette collection de palais, prodigieuse galerie de chefs-d’ œuvre
qui se prolonge à des distances infinies.
Chacun de ces palais est une merveille dont l’étude prendrait plusieurs semaines.

Nulla è bello come questa collezione di palazzi, prodigiosa galleria di capolavori che si prolunga per distanze infinite.
Ciascuno di questi palazzi è una meraviglia, per cui per la visita ci vorrebbero diverse settimane.

Joseph Autran – Italie et Semaine Sante a Rome 1840

Così vide Strada Nuova e la descrisse il meravigliato visitatore francese, così l’hanno veduta tutti coloro che nella serata di venerdì sono accorsi ad ammirare i palazzi nobiliari di Genova rischiarati da luci splendenti
La Via Aurea, poi detta Strada Nuova, oggi è dedicata a Giuseppe Garibaldi.
I suoi edifici vennero costruiti nella seconda metà del ‘500 e sono annoverati tra i Rolli di Genova, sono i palazzi che la Repubblica utilizzava per ospitare capi di stati e figure eminenti in visita nella Superba.
Uno scenario di una bellezza da mozzare il fiato, una magia difficile da raccontare.

Via Garibaldi (2)

Le luci brillanti, le finestre spalancate su nascoste meraviglie.

Via Garibaldi (3)

Palazzi che ospitano tuttora abitazioni private, alcuni sono sedi di banche o di uffici.
Portoni che celano atri e scaloni magnificenti.

Via Garibaldi (4)

Una bellezza sognante, tra marmi, stucchi e soffitti decorati da artisti di pregio.

Via Garibaldi (5)
Ed io ci sono andata molto presto per poter godere appieno di tutto questo splendore, di lì a poco la via si sarebbe riempita di gente desiderosa di ammirare Strada Nuova.

Via Garibaldi (6)

Nella notte splendente dei Rolli di Genova sventola fiero il vessillo della Superba.

Via Garibaldi (7)

E guarda, una tenda scostata rivela la delicata perfezione di un affresco.

Via Garibaldi (8)

I portoni si aprono su atri meravigliosi.

Via Garibaldi (9)

E da ogni palazzo esci con lo sguardo rivolto verso l’alto, verso altri balconi dietro ai quali si intravedono sontuosi saloni.

Via Garibaldi (10)

Regale, radiosa e sfavillante Genova, è così che noi vorremmo sempre vederla.

Via Garibaldi (11)

Ecco le finestre aperte di Palazzo Lomellino.

Via Garibaldi (12)

Ed è un’inesauribile sequenza di stupori, tra bianco e azzurro tenue.

Via Garibaldi (13)

E’ accesa di luce anche la fontana.

Via Garibaldi (14)

E’ un chiarore che dona maggiore leggiadria ad edifici già magnifici.

Via Garibaldi (15)

Guarda, guarda oltre quelle finestre.

Via Garibaldi (16)

Strada Nuova, la via che ammaliò Vasari, Stendhal, Dickens e molti altri, celebrata da tutti i visitatori di rilievo.
E per me questa è una delle strade più belle del mondo.

Via Garibaldi (17)

Palazzo Tursi, sede del Comune della città di Genova.

Via Garibaldi (18)

Guarda, guarda la luce che ravviva il porticato.

Via Garibaldi (19)

E poi la scala, laggiù un caruggio che porta alla Maddalena, è Vico del Duca.
E’ così Genova, il fasto delle sue dimore e la semplicità dei vicoli convivono e si sfiorano, in perfetta armonia.

Via Garibaldi (20)

Strada di magiche suggestioni, inondata dalla musica e dalle note immortali di Mozart e Paganini.
Credetemi, per qualche istante ho creduto di incontrare dame in abiti fastosi, con le parrucche incipriate e i ventagli per farsi fresco in una calda serata di settembre.
Genova sa essere un sogno, un sogno che genovesi e turisti meritano di vedere.

Via Garibaldi (21)

Scintillano le finestre di Via Garibaldi 12.

Via Garibaldi (22)

E lo sguardo incontra solo la stupefacente meraviglia di ciò che ci è stato lasciato da chi ci ha preceduto.
A noi tocca il compito di valorizzare le nostre ricchezze e di difenderle.

Via Garibaldi (22a)

Perditi in queste prospettive dorate, questa è la Superba con le sue meraviglie.

Via Garibaldi (24)

E alza lo sguardo verso Palazzo Rosso.

Via Garibaldi (23)

E ancora, ammira le finestre, i soffitti e la facciata di Palazzo della Meridiana.

Palazzo della Meridiana

Ho camminato su e giù, su e giù per diverse volte.
E sebbene questi siano luoghi del mio quotidiano non smettono mai di incantarmi, è così che vogliamo vedere sempre Genova, con le strade gremite di gente ammaliata dal suo splendore.

Via Garibaldi (25)

E poi ho sostato a lungo in Piazza Fontane Marose dove altri edifici brillavano di quella sfavillante luce.

Piazza Fontane Marose (2)

E sotto a certe finestre ci resteresti per un tempo infinito, non te ne andresti mai.

Piazza Fontane Marose

Piazza Fontane Marose (4)

Intravedi manti leggeri, nuvole chiare e azzurro cielo.

Piazza Fontane Marose (5)

La grazia di certe figure, la perfezione dei gesti è là, nel riquadro di queste finestre.

Piazza Fontane Marose (6)

Tinte tenui e delicate, l’incantevole magia di un affresco.

Piazza Fontane Marose (7)

E un mondo da immaginare, sognante e armonioso.

Piazza Fontane Marose (3)

E’ così che tutti noi vorremmo sempre vedere Genova.
Splendente e lucente, con le sue strade dal fascino eterno, nella luce che accarezza i suoi palazzi in una sera di settembre.

Via Garibaldi (26)

Noli, al tempo dei pirati

Lei cammina svelta, protetta dalla penombra dei vicoli di Noli.
Il suo nome è Maiettina ed è una madre alle prese con una crudele prova della vita, nel tempo in cui le coste di Liguria sono depredate da minacciosi pirati.

Galeone

No, non troverete mai il suo nome inciso sulla pietra.
Alcune esistenze attraversano le vicende storiche e le sfiorano lasciando il loro piccolo segno, Maiettina è una di queste e insieme a lei ci sono molte altre donne del popolo, anch’esse madri, accomunate da un destino che certamente non avrebbero voluto condividere.
Ho trovato queste vicende in uno di quei vecchi libri che si comprano sui mercatini, su quelle pagine si leggono storie di pirateria.
Tre donne, tre vite, nella seconda metà del Seicento.
Eccola Maiettina Corso, incede silenziosa e intanto sospira, scruta il mare che si estende davanti a Noli con la speranza che le venga restituito il suo affetto perduto.

Noli

Lei non ha più il marito, ha tre figlie femmine e un unico figlio maschio che si chiama Paragorio.
Qui per vivere si naviga, si solcano le onde affrontandone rischi e pericoli e il giovane Paragorio è caduto nelle mani dei pirati, adesso è lontano, schiavo ad Algeri.
Lei, sua madre, non sa darsi pace.
All’epoca di Maiettina esiste persino un’apposita magistratura che si dedica al riscatto degli schiavi.
E così, la povera madre inconsolabile si rivolge al Maggior Consiglio di Noli, qualcuno giungerà in suo soccorso?
In cambio della libertà di Paragorio, il suo padrone chiede che venga liberato il suo stesso fratello, a quel tempo schiavo su una galea genovese.
E così le autorità di Noli accettano l’offerta, purtroppo però nulla accade ma Maiettina non si arrende, torna ancora a chiedere aiuto.
Le verrà assegnata una certa cifra, purtroppo non è l’unica ad essere in difficoltà, servono molti denari per riscattare i propri parenti.
E così Maiettina mette da parte ogni moneta, il suo gruzzoletto è la sua speranza,  Paragorio deve far ritorno nella sua Noli.

Noli (3)

L’autore del libro, lo storico Giulio Giacchero, narra poi la vicenda di Nicoletta.
A lei i pirati hanno portato via il marito e il figlio, il primo è morto durante la prigionia, il figlio Gio Batta invece è ancora prigioniero.
E lei, Nicoletta, dimostra di avere un certo spirito di iniziativa: vende un suo magazzino e con quei denari compra a sua volta uno schiavo, per poterlo scambiare proprio con il suo Gio Batta.
E ‘ un concetto molto distante dalla nostra etica e dal nostro modo di concepire la vita umana, la dignità e l’unicità dell’individuo, anche la Repubblica di Genova aveva i suoi schiavi.
Ho un libro che narra nel dettaglio come vivevano nella nostra città e quali ingiustizie dovettero patire e quanto breve, a volte, fosse la loro vita, in un’altra circostanza vi racconterò alcune di quelle vicende.
Così accadeva, a quei tempi, ma l’affetto che lega una madre al proprio figlio, in ogni epoca, sa essere più forte di qualunque catena.
E c’è un’altra madre di nome Maria, anch’essa è originaria di Noli e lascia il suo paese per venire a Genova dove conta di racimolare il necessario per restituire la libertà a suo figlio Bartolomeo.
Lei si affida alla provvidenza e al buon cuore delle persone, la vedete?
Gira per la città tenendo la mano tesa, raccoglie le elemosine, fiduciosa nella generosità altrui.
Maiettina, Nicoletta e Maria, non so come siano andate a finire le loro storie.
Mi piace immaginarle felici.
E mi piace credere che un giorno, dopo tante fatiche, si siano incontrate davanti al mare di Liguria.
E riesco a vedere i loro sguardi pieni di speranza.
Eccola, una nave si staglia all’orizzonte, si avvicina sempre più, pochi metri la separano ormai dalla riva.
E sul ponte della nave, io sono certa, li vedete anche voi, ci sono tre ragazzi, Paragorio, Gio Batta e Bartolomeo.
Tornano a casa, alle loro madri e alla loro terra.

Noli (2)

Filippo V, un Re in visita nella Superba

Correva l’anno 1702 e Genova era in fermento.
Il Re, sta per arrivare il Re!
Il Sovrano, Filippo V,  è appena diciottenne e siede sul trono di Spagna, è nipote di Luigi XIV, il Re Sole.
E vi chiederete, come mai Sua Maestà venne nella Superba?
Questa è la fiabesca vicenda di quel viaggio, narrata in un libro di grande pregio appena dato alle stampe da due amici che mi onorano di leggere queste pagine, Vittorio Laura e Massimo Sannelli.
Il libro è appena uscito ed io l’ho ricevuto in regalo dagli autori, entrambi appassionati di storie e di vicende genovesi.
E prima di narrare le avventure del Re di Spagna è bene che io vi racconti come questo libro abbia veduto alla luce.
Bisogna appunto andare al lontano 1703, anno nel quale un anonimo che si firma semplicemente N. redige un prezioso documento dal titolo: Lettera di ragguaglio del passaggio di Sua Maestà Cattolica per gli Stati della Serenissima Repubblica di Genova.
Il fedele resoconto di quel viaggio di Filippo V, per l’appunto.
Gli anni passano, di quel libretto ne restano solo poche copie, sei sono conservate alla Berio, una all’Archivio di Stato di Torino.
I libri a volte hanno destini misteriosi, a volte arrivano a chi li sa apprezzare, valorizzare e condividere.
L’ottava copia della Lettera di Ragguaglio è proprietà di Vittorio Laura, appassionato collezionista di rarità.
Eccolo qui il frontespizio, quell’antico libretto l’ho tenuto tra le mani.

Lettera di ragguaglio

Su questa pagina è stampato un ex libris grazie al quale sappiamo chi sia stato il primo proprietario di questo volume, il cardinale e abate Giuseppe Renato Imperiali.

Lettera di ragguaglio (2)

Oh, queste sono emozioni grandi per me!
Il passato che ritorna, quel libro è oggi sullo scaffale delle librerie e tutti voi potrete accompagnare il sovrano di Spagna durante il suo viaggio, l’edizione di Tormena è arricchita da raffinate illustrazioni.
Anonimo l’autore, anonimo il destinario, la lettera è scritta dal Signor N. e indirizzata al Sig. N., chissà chi erano queste due persone!
E così ha inizio questa fiaba, con queste parole: Signor Mio.

Lettera di ragguaglio (3)

E dunque andiamo a quel 1702.
Accadde che un bel giorno a Genova si venne a sapere che il Re di Spagna intendeva raggiungere da Napoli la Lombardia.
La Repubblica di Genova gradiva avere l’onore di una visita del Sovrano e così certi nobiluomini genovesi si recarono presso di lui pregandolo di concedere questa regale cortesia alla Repubblica.
Il Re apprezza il gentile invito ma ha fretta di raggiungere la sua Armata e non intende scendere a terra, sbarcherà soltanto a Finale.
Eh, però non si può mai dire, le insidie del mare potrebbero costringerlo ad accostare, i genovesi vogliono prevenire qualunque inconveniente.
E così, in caso ce ne fosse bisogno, si preparano delle sontuose dimore per accogliere il sovrano, certi palazzi nel golfo  di La Spezia e in quello di Savona vengono riccamente addobbati, si preparano banchetti e rinfreschi da servire al Re e a tutta la corte.
E a Genova si è pronti a spalancare le porte di Palazzo Reale e naturalmente anche quelle della Dimora di Andrea Doria.

Palazzo del Principe (16)

E come vi dicevo, il giovane sovrano non ci pensava proprio a scendere a terra, tuttavia il mare infido lo costrinse a fermarsi nei pressi di Porto Venere, spero che sia stata una sosta gradevole per Sua Maestà!

Porto Venere (34)

Riprese poi la navigazione e le imbarcazioni reali giunsero a 10 miglia dalla Superba e il Re di Spagna venne salutato dai colpi d’artiglieria della Repubblica di Genova, dalle galee spagnole si rispose con altri colpi.
E come lo accolsero a Savona!
I fuochi fiammeggiavano sulla spiaggia di Vado in uno spettacolo di splendente bellezza!
Altri luoghi lo attendevano prima del suo arrivo a Genova, tralasciamo le vicende militari che lo occuparono in quel periodo e che  lo condussero a Milano.
Filippo V  ebbe modo di sostare anche a Voltaggio e sulla via del ritorno attraversò l’amenissima Val Polcevera e finalmente giunse nella Superba.
Fiero di potergli dare il benvenuto, il Doge Federico De Franchi.
E lo sfarzo del suo corteo, dovevate vedere!
Quaranta nobili sopra a cavalli riccamente bardati e poi staffieri in livrea, paggi e quindi lui, il Serenissimo Doge in una nuova vaghissima seggia dorata.
E poi ancora tutti i senatori in lussuose lettighe, gli alabardieri e in fondo al corteo cento carrozze con a bordo i nobili.
La Repubblica di Genova si mostra in tutta la sua grandezza, tutto è lusso, abbondanza e ricchezza.
Sul Palazzo Spinola di San Pietro a Sampierdarena viene posto lo stemma del Re di Spagna, quel palazzo ospiterà Filippo V.
In quell’edificio ai giorni nostri si trova una scuola, l’Istituto Gobetti, la potete vedere qui, a volte pare davvero che abbiamo scarsa memoria della nostra passata grandezza.

Via Garibaldi

Spirava un vento gelido in quel giorno, il Corteo Reale passò a Sampierdarena, le dame di Genova dalle finestre facevano profondi inchini per salutare il Re, il giovane e cortese Sovrano rispondeva levandosi il cappello.
La Lettera di Ragguaglio è ricca di piccoli gustosi aneddoti, è annoverato anche qualche incidente che non intendo svelare per non togliervi il piacere della lettura.
Un piccolo libro che ha la dimensione della fiaba, non a caso la pregevolissima introduzione di Massimo Sannelli si intitola C’era una volta un re.
C’era una volta un re e per lui questa città fu resa ancor più bella, lo ospitò Sampierdarena con le sue fastose ville, per il Re in quelle strade fu disposta una splendidissima illuminazione.
A quel monarca poco più che adolescente vennero tributati sontuosi omaggi, per lui vennero imbanditi lussuosi rinfreschi, gli furono donate 24 cassette lavorate d’oro e d’argento contenenti le delizie più sublimi,

cioccolato il più perfetto che si potesse, altre di acque odorose e di Essenze le più rare e più dilicate.

La grandezza di Genova si mostra davanti al Re di Spagna, la munificenza della Repubblica è un piccolo capolavoro di diplomazia.
Il cocchio del Re attraversa la città, da Via Balbi a Via Lomellini, da Banchi a Campetto, fino alla Cattedrale di San Lorenzo.

San Lorenzo (2)

Lì Filippo V pregherà davanti alle ceneri del Battista.

Cattedrale di San Lorenzo

In un’altra occasione il sovrano chiederà di vedere il sacro catino portato dall’Embriaco a Genova e attualmente esposto in una sala del Museo del Tesoro di San Lorenzo.
E così gli viene recapitato a Palazzo perché il Re possa stringerlo tra sue mani e ammirare la sua pregiata fattura.

Sacro Catino

Se la Repubblica è generosa, lo stesso si può dire del Re che lascia in dono ad alcuni gentiluomini preziosi anelli d’oro con il diamante.
Con uguale sfarzo si svolse la sua partenza, in occasione della quale avvenne un peculiare incidente che scoprirete leggendo il libro.
Il Re vide gli splendori di Genova, Genova fu munifica  nel mostrarglieli.

San Lorenzo 6

Ringrazio Vittorio Laura e Massimo Sannelli per il loro generoso entusiasmo e per avermi regalato questo preziosissimo libro, è un piacere conoscere persone di così grande valore.
Il libro si può acquistare presso la Libreria Bozzi oppure contattando gli autori sul loro sito che trovate qui.
Mentre leggevo la Lettera di Ragguaglio il mio pensiero è andato spesso a colui che la scrisse, il signor N.
L’ho immaginato chino a vergare i suoi fogli per lasciare memoria di quei giorni gloriosi.
La Lettera si chiude in questa maniera:

Scusate la troppa longhezza. Vogliatemi bene: e state sano.

Il destino a volte ti regala una vita che va al di là dei tuoi giorni, il destino a volte ti concede una diversa occasione per far sentire la tua voce.
Il Signor N. allora non lo sapeva, no.
Non sapeva che le sue parole sarebbero state lette da Vittorio Laura.
Vogliatemi bene.
Le parole del Signor N. hanno trovato lo sguardo di Vittorio Laura, uno sguardo che ha saputo voler bene a quelle pagine giunte a noi da tanto lontano.

Il gioco del biribis e la ricca vincita di un celebre veneziano

I mali effetti del gioco, così si legge su un documento risalente all’anno 1693 che ho trovato all’archivio di Stato.
Su quel foglio sono indicate le disposizioni previste per chi si fosse lasciato tentare dal demone di un gioco che nella Genova di quel tempo imperversava: il biribis.
E traspare una viva preoccupazione per il suo dilagare, il biribis era severamente vietato e così, come si era già fatto in precedenza, venne stabilita una severa multa per coloro che non rispettavano la proibizione: cento scudi d’argento alla prima infrazione, ben duecento per la seconda.
E malgrado ciò il biribis era molto diffuso soprattutto tra i nobili i quali, tutt’altro che intimoriti dai severi moniti delle autorità, continuarono a provare l’ebbrezza dell’azzardo nel chiuso delle loro dimore.
Ma come si giocava?
Il biribis aveva alcune caratteristiche tipiche della moderna roulette e per altri versi ricorda invece la tombola, il piano di gioco era composto da diverse caselle, su ognuna di esse era riportata una figura.
Ogni giocatore faceva la propria puntata e poi si affidava alla sua buona stella, c’era un sacchetto con tutti i numeri corrispondenti alle diverse caselle e quello che veniva estratto a sorte era il vincitore.
E questa è l’immagine di un biribis settecentesco che lo scorso anno era in mostra presso un museo di Genova.

Biribis
Ah, il gioco! Che febbre contagiosa!
Vi si dilettò niente meno che il celebre seduttore Giacomo Casanova durante uno dei suoi soggiorni genovesi.
L’episodio è narrato da Michelangelo Dolcino, imbattibile cronista degli eventi cittadini del passato.
E a quanto pare Casanova partecipò a una partita di biribis che si teneva nella casa di una gran dama e  siccome  lì aveva veduto un ritratto di costei abbigliata da Arlecchino, come cortese omaggio il celebre tombeur de femmes si ostinò caparbiamente a puntare i suoi soldi su quella figura e perse miseramente.
Quando toccò a lui estrarre i numeri dal sacchetto, la fortuna passò dalla sua parte e così il veneziano si garantì una ricca vincita.
A quanto si legge si mormorò persino che Casanova non avesse giocato proprio pulito e per questo lui andò su tutte le furie.
Un gioco proibito, sul documento che vi ho precedentemente citato viene definito pernicioso, verso la fine del ‘700 si arrivò persino a ventilare per i trasgressori punizioni ancor più severe come pene corporali, carcerazione e bando.
In un certo giorno, in una casa di Genova si tenne una partita a biribis e tra i giocatori c’era anche lui, il più celebre seduttore, il veneziano Giacomo Casanova.

Carrozze e calessi, una grida del 1686

Oggi vi porto nel passato, a giorni lontani, grazie a un antico documento che ho trovato in uno dei pesanti faldoni che si trovano all’Archivio di Stato.
Era il mese di settembre del 1686, in quei giorni una mano solerte tracciò su un grande foglio certe severe disposizioni.
E’ una calligrafia tondeggiante, neanche troppo ordinata a dire il vero, si comprende tuttavia ogni parola di questa grida emessa dalle Autorità della Repubblica di Genova.
E vi si legge, con tono di sdegnato biasimo, di questa pessima usanza di carrozzieri e staffieri di andarsene al trotto e al galoppo con calessi e carrozze e di correre per le strade della città, con grande rischio per i malcapitati pedoni.
Serviva un urgente provvedimento e così si stabilì che fosse proibito il trotto e il galoppo entro le vecchie mura, in pratica si imposero dei limiti di velocità, con due eccezioni che riguardavano due strade importanti di Genova.
Via libera a Piazza della Nunziata, lungo Via Balbi e fino alla Porta di San Tommaso, ovvero nella zona di Piazza Acquaverde.
E poi ancora da Piazza San Domenico, l’attuale De Ferrari, giù per Via Giulia, la strada che ha lasciato il posto alla nostra Via XX Settembre, fino alla Porta dell’Arco, dove ora si trova il Ponte Monumentale.

La carrozza

Una Carrozza al Palazzo Reale di Genova

E conveniva rigare diritto, credetemi!
I contravventori venivano puniti con due tratti di corda in pubblico o, in alternativa, con il pagamento di dieci scudi d’oro e di lire cinquanta.
E per essere certi che  questo denaro venisse debitamente corrisposto, per precauzione si sequestravano carrozze, cavalli o altri animali da tiro senza tanti complimenti e dietro pagamento di un’ulteriore multa.
Ovviamente ci voleva qualcuno che facesse rispettare la legge, questo era il compito dei bargelli e dei loro luogotenenti che dovevano arrestare i trasgressori.
Ecco, solo che come sempre, anche a quei tempi, si presentò un annoso problema: chi controlla i controllori?
Nel dubbio, tanto per cautelarsi, nel documento si precisa che si è pensato anche ai suddetti bargelli e ai loro luogotenenti, che nessuno si facesse venire in mente di chiudere un occhio!
infatti coloro che avessero omesso di far rispettare le regole sarebbero stati  rimossi dal loro incarico e fin qui, direte voi, potrebbe sembrare assolutamente logico.
Ecco, ma non era finita: a insindacabile arbitrio delle autorità i bargelli e i loro aiutanti potevano essere spediti in men che non si dica su una galea per un periodo variabile da uno a tre anni.
E quindi immagino una certa solerzia da parte dei bargelli e dei loro luogotenenti, c’è da capirli!
Il documento si conclude con la frase di rito, da pubblicare nei luoghi soliti e cioè da affiggere in determinati punti della città.
Tutti dovevano sapere come comportarsi con il calesse o con la carrozza, altrimenti ci avrebbero pensato i bargelli, potete starne certi!

1780, i genovesi sfidano i pirati

E’ un giorno d’estate del 1780 e a Genova, nelle stanze del potere, regna un certo scompiglio.
Il Magnifico Gerolamo Durazzo, preposto alla Magistratura delle Galee, ha uno spinoso problema da risolvere: un minaccioso sciabecco algerino, dotato di un agguerrito equipaggio ed armato di ben 18 cannoni, minaccia le coste della Liguria.
I nemici hanno la loro base in Provenza e compiono funeste incursioni ai danni delle località costiere del Ponente.
Presto, bisogna intervenire, la gente è spaventatissima!

Il Galeone

E così il Magnifico convoca Giacomo De Marchi al quale viene affidata la Galea Capitana perché intervenga per fermare quei temibili avversari.
E’ una luminosa mattina di giugno, la Capitana prende il mare e in breve tempo giunge a Laigueglia.
I pirati si sono impossessati di tre navi, alcuni degli uomini a bordo sono riusciti a mettersi in salvo ma molti altri sono stati catturati.
Lo sciabecco nemico, con il suo carico di prigionieri, naviga baldanzoso verso la Corsica e la galea genovese parte all’inseguimento.
In poche ore la capitana raggiunge l’imbarcazione nemica e la sperona con violenza.
Le onde battono sugli scafi, l’acqua del mare brilla di bianca spuma, i pesci guizzano spaventati e intanto i genovesi sferrano l’attacco decisivo: alcuni di loro, dall’alto delle sartie, sparano micidiali colpi di moschetto contro gli avversari e coprono così le spalle a coloro che invece danno l’assalto allo sciabecco.
Armati di asce e di spade sbaragliano i tremendi pirati causando la morte di molti di loro e catturandone più di cinquanta.
Si recuperano le tre navi delle quali i nemici si erano impossessati e si liberano i prigionieri.
E poi via, la Galea Capitana si dirige verso Genova, si torna a casa.

Lanterna

E a questo punto tutti noi ci aspetteremmo un gioioso tripudio di folla ad attendere i valorosi uomini di mare.
Si fa festa per i prodi vittoriosi! Evviva, sono tornati!
Eh, non è così semplice, cari lettori.
All’epoca chiunque avesse avuto contatti con i barbareschi doveva passare attraverso una stretta quarantena in quanto si temeva il diffondersi della peste.
E così i nostri eroi sbarcano nella Superba e se ne vanno dritti al Lazzaretto.
Riavranno la loro libertà dopo venti giorni di isolamento e troveranno la città  in fermento: il popolo vuole festeggiare questo trionfo del mare.
Lungo e penoso era l’elenco delle vittime dei pirati: depredavano e uccidevano, entravano nelle case e compivano razzie, rubavano navi e bastimenti.
E ci vogliamo far scappare un’occasione di giubilo come questa?
Ah, no! Non se ne parla!
E cosi i Magnifici signori del Governo provvedono a soddisfare le richieste del popolo: si celebrerà il Te Deum in Cattedrale e tutti gli uomini che hanno partecipato alla gloriosa impresa compiuta dalla Galea Capitana avranno una sostanziosa ricompensa.
E poi occorre ricordarsi che tutti vogliono vedere i prigionieri!
Come si può fare? Ma è semplice, si organizza una bella sfilata che attraverserà tutta la città!
I pirati vengono fatti uscire dal Lazzaretto e condotti in corteo da Porta Pila a Portoria, poi fino a Fontane Marose e giù per Strada Nuova.

Via Garibaldi 1

 E il popolo di Genova assiste dalle finestre e dai portoni, il corteo procede fino in Via Balbi e poi scende a Prè, imbocca Via Del Campo e passa oltre, sfila per tutta la città fino a giungere in San Lorenzo e poi a Palazzo Ducale, a cospetto del Serenissimo Doge.
E infine i prigionieri verranno condotti in Darsena, dove rimarranno per qualche tempo finché la Francia non ne pretenderà il rilascio, ingiungendo anche alla Repubblica di Genova di restituire lo sciabecco alla reggenza algerina.
L’imbarcazione è da demolire e andrà a finire che ne sarà costruita una nuova di zecca che verrà consegnata agli algerini.
Per questioni diplomatiche la questione finì in questa maniera ma di certo da queste parti si protestò parecchio per questa ingerenza francese.
Storie di pirati e di avventure, mondi diversi e lontani dal nostro, vicende avvenute soltanto 233 anni fa su quel mare che ancora luccica.
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Il mare

Matteo Franzone, la vanità di un Doge

Oggi vi regalo un piccolo aneddoto nel quale mi sono casualmente imbattuta, certa che susciterà l’ilarità generale.
Vi narro di un genovese blasonato, Matteo Franzone, con il nom de plume di Clorano Alesiceate compose diversi sonetti, la poesia era il suo vero amore.
Tuttavia, da ricco patrizio qual era, Matteo si dedicò alla politica e ai pubblici affari, nella Genova della rivolta del Balilla parve quasi voler appoggiare le folle di insorti, ma presto si ricredette e fece un rapido quanto sgradito retrofont.
E insomma, i popolani la presero male e per manifestare il proprio disappunto, se così si può dire, volevano niente meno che incendiare il suo palazzo di Recco.
Tempo dopo, nel 1758, Matteo diviene Serenissimo Doge della Repubblica di Genova e a quanto ci tramanda lo storico Accinelli si distinse per una certa superbia.
Infatti, a quanto pare, il Doge pretendeva che al suo passaggio tutti i sacerdoti si levassero la papalina.
E per far sì che il mondo girasse come piaceva a lui aveva dato ordine che gli alabardieri provvedessero a far rispettare le sue disposizioni.
Gli alabardieri del Doge!
Forse rammenterete, a loro è dedicato un caruggio dalle parti dalle parti di Vico Vegetti.

Vico degli Alabardieri

E così, quando partiva il corteo del Doge, tutto attorno c’era una gran confusione, con gli alabardieri che avevano un gran da fare a redarguire i religiosi con queste parole:
– Leva berretta! Leva berretta!
E tanto bastò perché il Serenissimo si guadagnasse il titolo di Doge Leva berretta!
Come previsto rimase Doge per due anni, e tempo dopo, ahimé, rese l’anima al Creatore.
Accadde però un fatto increscioso: proprio nel giorno del suo funerale su Genova si scatenò il diluvio.
Lampi, fulmini e pioggia a catinelle.
E il corteo funebre si diresse in pompa magna presso la Chiesa di San Carlo, in Via Balbi.

Chiesa di San Carlo

E così scrive l’Accinelli:

i preti e sacerdoti tutti e gli associanti non solo avevano in capo il cupolino, ma anche il cappello, tabarro e paracqua.

E tanti saluti alle disposizioni dogali!
Va detto che il Serenissimo doveva avere quasi una fissazione per la propria augusta persona, sempre Accinelli rammenta che prima di lasciare questo mondo Matteo Franzone si fece immortalare in due quadri principeschi nei quali lui compariva con il suo abito fastoso a bordo di una galea.
E non solo pretese che i galeotti fossero tutti dipinti con la berretta in mano ma volle che così fosse per coloro che erano ritratti sullo sfondo, tutti dovevano dimostrare ammirazione verso il Serenissimo.
Che disdetta, però!
Proprio nel giorno delle sue celebrazioni funebri, come vi ho detto, destino volle volle che su Genova cadesse copiosa la pioggia, da queste parti Giove pluvio dispensa fragorosi temporali resi ancor più furiosi dal vento.
E così, come racconta l’Accinelli, il Doge Leva Berretta fu salutato dagli astanti con queste incisive parole:

Periit memoria eius cum sonitu acquarum multarum

Svanì la memoria di lui con il rumore di molte acque

O Confeugo, fumata bianca per Zena

Una bella mattinata di sole, a Palazzo Ducale, per celebrare un’antica usanza che risale all’inizio del XIV Secolo, la Cerimonia del Confeugo, l’omaggio del popolo alle alte cariche dello Stato.

Palazzo Ducale

Un’antica tradizione, che un tempo si teneva il giorno della Vigilia di Natale per accogliere il Nuovo Anno che nel Medioevo aveva inizio il giorno di Natale.
Ma andiamo con ordine, a ciò che narra lo storico Michele Giuseppe Canale.
Andiamo al 1270, anno nel quale veniva istituito l’ufficio dell’Abate del Popolo, che aveva il permesso di sedere tra i due Capitani del Popolo.
Canale lo definisce un rettore della Plebe, della quale l’Abate tutelava i diritti, cercando anche di prevenire l’insorgere di pericolosi tumulti, in tempi nei quali i nobili facevano il bello e il cattivo tempo.
Ed era l’Abate del Popolo a dare inzio alla Cerimonia del Confeugo, da principio furono investiti di tale carica gli Abati delle Podesterie del Polcevera, di Voltri e del Bisagno, in seguito il solo Abate del Bisagno ebbe il compito di occuparsi del Confeugo.
Laggiù, in Bisagno, c’erano due massi di grandi dimensioni, posti a breve distanza uno dall’altro e lì aveva inizio il rito: su uno montava l’Abate del Popolo dell’anno precedente, sull’altro il nuovo Abate.
Quest’ultimo riceveva dal suo predecessore lo stendardo di San Giorgio, nonchè invocazioni e proteste.

San Giorgio

E quindi partiva il corteo, con l’Abate del Popolo vestito di tutto punto, con tanto di toga, colore e berretto senatorio.
Dietro di lui un carro, sul quale veniva trainato un tronco d’alloro, il confeugo, riccamente addobbato con fiori e foglie.
E dietro i paesani più in vista, alcuni portavano la bandiera bianca con la croce rossa, attaccata ad un’asta alta oltre cinque palmi.
E facevano sventolare la bandiera, la tiravano in aria facendole compiere infinite evoluzioni.
L’Abate del Popolo era scortato da 25 granatieri con la baionetta in canna.
Attraversavano tutta la città: a Porta Pila e a Porta dell’Arco, scrive Canale, le guardie stavano sulle armi.
E così è ai giorni nostri, ricordiamo il nostro passato, certi tempi gloriosi.
La rievocazione del Confeugo si deve all’Associazione A compagna, che ha riportato in auge questa antica cerimonia.

A Compagna (2)

Nelle vesti dell’Abate del Popolo il presidente della Compagna, Franco Bampi, mentre l’autorità alle quale si rende omaggio è rappresentata dal Sindaco di Genova.
Vi porto con me, al Confeugo di Zena.
E tutto è pronto, in questa piazza baciata dal sole.

Confeugo (3)

E nell’attesa si danza, le donne hanno sul capo dei mezzeri.

Confeugo (2)

Rullano i tamburi, forti e potenti, mentre il corteo incede.

Confeugo

Ed eccoli gli sbandieratori di Lavagna, che avanzano verso Palazzo Ducale.

Sbandieratori di Lavagna (3)

Un altro tempo, altri usi e costumi che sono stati nostri.

Confeugo (4)

Luccicano gli elmetti.

Confeugo (5)

In armi, per la cerimonia del Confeugo.

Confeugo (6)

Volano le bandiere sotto il cielo blu di Genova.

Sbandieratori di Lavagna (2)

E sapete, Piazza Matteotti era gremita di folla.
Oh, tanti genovesi sono accorsi a dare il benvenuto all’anno che verrà!
Ecco un fierissimo balestriere.

Balestriere

E un giovane nobile con un ricco mantello.

Nobile

L’orgoglio dei genovesi, alcuni lo hanno davvero scritto in volto.
Un balestriere del Mandraccio regge l’insegna sulla quale sono scritte quelle parole, Pe Zena e Pe San Zorzo, per Genova e per San Giorgio, motto dei tempi della Repubblica di Genova.

Balestrieri del Mandraccio (2)

E allora sembra davvero di esserci a quei tempi.
L’abate del Popolo si recava dal Doge e gli rivolgeva il saluto di rito Ben trovòu Messé ro Duxe, bentrovato signor Doge, questi rispondeva Ben vegnùo Messé l’Abbòu, benvenuto Signor Abate.
L’abate offriva un mazzo di fiori finti al Doge e riceveva da lui un biglietto di Cartulario della Banca di San Giorgio del valore di cento lire.
Il corteo così si ritirava.
A notte fonda, poi, il Doge e i Collegi scendevano a dare fuoco al ceppo di alloro, vi si buttava sopra vino, zucchero e confetti.
E poi si restava a osservare il fumo che saliva verso il cielo.
I carboni del Confeugo erano ritenuti magici, in grado di preservare da certe malattie e il popolo si scapiccolava per potersene aggiudicare un pezzetto, tanto che le autorità, per evitare disordini, decisero di distribuirlo tra i genovesi.
Come a quei tempi, ieri è stato acceso il ceppo.

Confeugo (12)

Fumata bianca e diritta, di buon auspicio per la città di Genova.

Confeugo (7)

E la cerimonia è continuata all’interno, nella splendida cornice del Salone del Maggior Consiglio.

Salone del Maggior Consiglio

Dapprima sono entrati i gruppi storici, uno dietro l’altro.
Mantelli, copricapi, abiti che toccavano per terra.
E i balestrieri del Mandraccio hanno fatto il loro ingresso brandendo le armi all’urlo “Pe Zena e Pe San Zorzo”.
Bandiere, lance e tamburi.

Confeugo (10)

In spalla la faretra con le frecce.

Confeugo (9)

Una cerimonia suggestiva e coinvolgente.

Confeugo (11)

E in questo splendido salone l’Abate del Popolo, Franco Bampi, presidente dell’Associazione A Compagnia, ha rivolto il saluto di rito al Doge, il Sindaco Marco Doria e ha da lui ricevuto il benvenuto.
Ben trovòu Messé ro Duxe, Ben vegnùo Messé l’Abbòu.
Si è parlato di Genova, dei problemi dei nostri tempi, di quanto poco sia conosciuta la città, di come la sua storia e certe sue bellezze non siano valorizzate.
E Maria Vietz ha rivolto al sindaco i mugugni in rima, in genovese ovviamente.
E al sindaco è stato che non sorride abbastanza, sì.
E Marco Doria ha sorriso, più di una volta e poi ha dato le sue risposte.

Marco Doria e Franco Bampi

In questo salone che non mi stanco mai di ammirare.

Palazzo Ducale (2)
In questa mattinata tersa e fresca, con l’ aria frizzantina, come spesso accade in questa città in inverno.
In questo giorno nel quale il fumo bianco del confeugo è salito alto sul cielo di Genova.

Confeugo (8)

I leoni della Superba

Guardatevi intorno, quando camminate per la città.
Qui, a Zena, nelle strade ampie e regali così come in certi caruggi ombrosi, incontrerete i leoni.
Sono i leoni della Superba, alcuni vengono davvero da molto lontano, nel tempo e nello spazio.
Alcuni risalgono a periodi più recenti, altri ancora dominano sui portali di certi palazzi.
Sono due leoni a reggere lo stemma della famiglia Brignole sulla facciata di Palazzo Rosso.

Palazzo Rosso

Ed è ancora una coppia di fieri felini a troneggiare sul portone dei Magazzini dell’Abbondanza in Via del Molo.

Magazzini dell'Abbondanza

E lì di fronte si trova uno dei leoni più celebri della Superba.
Viene da altre terre, da un altro secolo.
Ed è lì, sul muro della Chiesa di San Marco.
Giunse a Genova nel lontano 1379, anno nel quale i genovesi sconfissero a Pola i loro acerrimi nemici di sempre, i veneziani, sottraendo loro il simbolo della loro città.
Il leone di San Marco, la testimonianza del proprio trionfo.

Il leone di San Marco

Quando osservo simili opere, non posso evitare di pensare quei giorni.
Ve li immaginate coloro che si misero all’opera per sottrarre il leone e portarlo via?
Sentite le voci concitate, le urla di gioia?
Insomma, dev’essere stato un momento di gloria!
Andiamo ancora più indietro, alla metà del 1200.
E ancora più lontano, nella città di Costantinopoli.
Proviene da laggiù la testa leonina sottratta al palazzo Pantocratore, sempre ai soliti veneziani.
Si trova nella Loggia di Palazzo San Giorgio, sopra la porta.

Palazzo San Giorgio

E all’esterno, ai due estremi del muro che si affaccia su Via Frate Oliverio ovvero sui portici di Sottoripa, su Palazzo San Giorgio c’è ancora qualcosa che merita la vostra attenzione.

Palazzo San Giorgio (3)

Altre due teste leonine provenienti anch’esse da Costantinopoli.

Palazzo San Giorgio (2)

Sono situate in alto e non sono di grandi dimensioni, pertanto potrebbe anche esservi capitato di non averle mai notate.

Palazzo San Giorgio  (2)

Eppure i leoni sono lì e ruggiscono minacciosi.

Palazzo San Giorgio

A quanto pare, era una consuetudine portarsi a casa trofei sottratti ai nemici.
E un bel leone ruggente se ne sta lassù, sul muro del Palazzo di Marc’Antonio Giustiniani.
Questo leone maestoso proviene da Trieste ed è il bottino di guerra dei genovesi a seguito della battaglia di Chioggia, che avvenne nel 1380.

Palazzo Giustiniani

Vedete? Questi sono i leoni della Superba.
E poi a volte capita di trovarsi nei caruggi, si posa lo sguardo su un portone e cosa si vede?
Beh, ognuno ha diritto al proprio felino, in fondo!
Mi sembra anche giusto!

Via dei Giustiniani
Leoni che vengono da terre lontane e da antiche rivalità.
E leoni più giovani, cari a tutti i genovesi.
Questi risalgono all’Ottocento e sono stati scolpiti da Carlo Rubatto.
Se ne stanno assisi davanti alla Cattedrale di San Lorenzo.

San Lorenzo  (2)

San Lorenzo  (3)

E a me personalmente sembrano abbastanza miti, magari un po’ burberi, ve lo concedo, ma hanno lo sguardo buono e dolce, ispirano tenerezza più che timore.

San Lorenzo  (4)

Sono i leoni di Genova, i leoni della Superba.

San Lorenzo

Palazzo Lercari Spinola, sognando nelle stanze del Doge

Oggi vi porto con me, in una dimora che potrebbe farvi sognare.
Non si osserva mai con la dovuta attenzione, eppure al di là di certe mura, nella città vecchia, si nascondono tesori di rara bellezza.

Al civico 7 di Via Orefici apre le porte alla cittadinanza ed ai visitatori Palazzo Lercari Spinola, un edificio annoverato tra i Rolli, attualmente oggetto di restauro da parte della società che metterà in vendita le unità immobiliari presenti nell’edificio ad uso uffici e abitazione.
E’ un evento eccezionale, che dura solo dal 6 al 14 Ottobre, per cui non perdete questa possibilità di varcare il portone di Palazzo Lercari Spinola.


Oh, ci sono dei forzuti telamoni a reggere il portone!
Quello a sinistra è niente meno che Ercole che stringe a sé la pelle del leone Nemeo.

E poi, guardate in in su, verso la finestra.
C’è già un mondo di meraviglie al di là di quei vetri, c’è un soffitto da sogno.

E poi si sale, si sale lo scalone di questo antico palazzo.

E ogni dettaglio vi ricorda che questa è una dimora di grande pregio.

Chi ha salito questi gradini? Quale gran dama li ha calpestati reggendosi alla balaustra?

Oh, sapete, bisogna andare a tempi lontani, come sempre!
A tempi nei quali i genovesi affrontavano indomiti i mari con le loro imbarcazioni.
E che trionfi!

Benvenuti cari amici, nella modesta dimora Gio Batta Lercari, Doge della Serenissima Repubblica di Genova tra il 1563 e il 1565.
Oh, un genovese di una certa tempra, non c’è che dire!
Pensate, quand’era molto giovane, presenziò all’incoronazione di Carlo V, che avvenne a Bologna nel 1530.
E insomma, Gio Batta finì con mettere le mani addosso ad un inviato di Siena, per una banale questione di precedenza nel corteo imperiale!
Botte da orbi, l’imperatore ordinò persino che Gio Batta fosse allontanato ma lui non ne volle sapere, andò a finire che si mise di mezzo persino il Papa per riportare la situazione alla calma.
Ecco, questa è la casa di Gio Batta Lercari, amici lettori.

E date retta a me, muovetevi con cautela in casa del Doge!
Come vedete è un tipo che ha un certo carattere, non vorrei che vi trovaste in un parapiglia!
E sì, c’è molto da raccontare su di lui, ebbe una vita avventurosa e ricca di molte vicende, un giorno ve le narrerò, ma oggi restiamo qui, nella sua casa.
Fortunato chi visse in questo palazzo e chi ci verrà, e potrà spalancare le finestre sulla bellezza di Genova.

E alzare lo sguardo verso quei soffitti!

Ogni prezioso dettaglio, restituito alla sua antica bellezza.

Storie di miti e di eroi, mi lasciate sognare?
Mi lasciate immaginare di indossare un lungo abito di frusciante seta intarsiato di broccati  e di portare al collo gioielli di perle e di pietre preziose? Sì,  lasciatemi fantasticare di essere in un mondo che è stato e non è più, ma che ancora esiste in questi saloni e in queste stanze.

E lasciatemi guardare fuori dalle finestre, lasciatemi ammirare la Genova che non si vede camminando nei caruggi.
La città verticale, che si inerpica verso il cielo, verso il quale protende le sue bellezze, quelle che noi da laggiù non possiamo scorgere.
Lo splendore di un palazzo in Vico Indoratori.

Un archetto, nascosto dai ponteggi.

E la meraviglia di Via Orefici. E come sempre mi vengono in mente coloro che dicono: io non vado mai nei caruggi, non mi piacciono.

Fortunato chi verrà a vivere e a lavorare qui!
Un ufficio in queste stanze, se ci lavorassi io passerei tutto il tempo alla finestra, mi tocca dirlo!

Ah sì! E non avrei bisogno proprio di null‘altro!
Mi basta lo sguardo, mi basta la vista di ciò che ci hanno lasciato i nostri predecessori.


Camminare qui, tra queste mura,  in stanze di oro e di luce.

Ognuna è un‘opera d‘arte.

E poi sapete, se abitassi a casa del Doge, in certe giornate di pioggia e di vento, avrei sempre un cielo azzurro che mi sovrasta.
Un sereno celeste che rincuora, e ori e stucchi e angioletti paffuti che proteggono i miei pensieri.

Quanto è importante essere circondati dalla bellezza?
E vivere in una dimensione che riappacifica l’animo, in un ambiente che dona, a chi lo osserva, quiete e tranquillità?

E poi ancora, altre finestre.

Perdonatemi, non riesco a escludere nessuna immagine.
Ho avuto un dono, quello di sapere amare ciò che sento mio, questa è la mia città.
Questi sono i suoi palazzi.

Queste le sue prospettive.

E qualsiasi cosa io veda la porto con me.

Questo ciò che si ammira affacciandosi da Palazzo Lercari Spinola.

Questa è la visione che ognuno vorrebbe vedere sopra di sé.

E’ in questa dimora, dove si trovano preziosi pavimenti antichi.

E se avete dei peccati da confessare, c’è anche un Pregadio, dove rivolgersi a chi ci può comprendere.

A casa del Doge, dove da un soffitto spunta un piccolo putto al quale sarebbe bello narrare i propri sogni!

Stanze di bianco e di stucchi.

Di merletti e decorazioni.

Di dettagli che vi colpiranno in tutto la loro bellezza.

Ringrazio chi ha restituito alla mia città questa meraviglia e mi ha permesso di mostrarla su queste pagine a chi non ha possibilità di visitarla.
C’è tempo fino al 14 Ottobre, ancora qualche giorno.
E questo per Genova è un periodo di grande folla, alla Fiera del Mare si svolge il Salone Nautico, che attira sempre molti turisti.
Venite anche qui, a vedere la dimora del Doge, in Via Orefici.

E ai genovesi rivolgo lo stesso invito, cambiate i vostri programmi e trovate il tempo di venire ammirare gli stucchi e i soffitti, trovate il modo di affacciarvi da quelle finestre che si aprono sulla città che vi appartiene.

Venite qui ed alzate lo sguardo, verso quel cielo tenue e celeste, come sanno essere solo i cieli di Genova.