Tempi difficili

Era una città di mattoni rossi o, meglio, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero consentito. … C’era un canale nero e un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tentennavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine si alzavano e si abbassavano con moto incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancor più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale al ieri e al domani e ogni anno era la replica di quello passato e di quello che doveva venire.

Ecco Coketown, città immaginaria ed industriosa che fa da scenario alle vicende di Tempi difficili, romanzo di Charles Dickens pubblicato per la prima volta a puntate nel 1854 sul periodico Household Words.
Questo è un romanzo di forte denuncia sociale che mette in evidenza gli orrori della rivoluzione industriale e questa città immaginaria denominata appunto Coketwown che in italiano significa città del carbone si ispira a un luogo veramente esistito che Dickens visitò rimanendo fortemente impressionato per le drammatiche condizioni di coloro che ci vivevano e lavoravano.
A Coketown troviamo Thomas Gradgrind, lui si occupa dell’educazione e del sistema scolastico, è un uomo che bada solo ai fatti, null’altro per lui conta se non i crudi e reali fatti, la concretezza, egli non si dà pace al pensiero che i frequentatori della biblioteca si ostinino a usare l’immaginazione.
Josiah Bounderby, invece, è un ricco industriale che fa il bello e il cattivo tempo, è uno di quegli uomini che pensano di valere solo loro e si gloriano della propria opulenza.
Poi il mondo è vasto e variegato, lo popolano infinite anime tutte diverse tra loro ma per taluni è arduo comprendere quando siano difficili certi tempi difficili.

Non c’era capitalista che partito con sei pence in tasca e ritrovandosi con sessantamila sterline, non si stupisse che i primi sessantamila lavoratori che gli capitavano sott’occhio non facessero anche loro sessantamila sterline partendo da sei pence. Ed eccolo a rimproverarli di non essere riuscito ad ottenere un risultato tanto modesto. Quello che ho fatto io, puoi farlo anche tu, no? Perché non ti coi metti e lo fai?”

Il mondo invece, come dicevo, si tinge invece di diverse sfumature e le troviamo nello sguardo di Sissy, la ragazzina cresciuta nel circo e poi abbandonata dal padre, anche anche lei andrà a vivere a Coketown.
Percorre le strade della cupa città anche Steven Blackpool, esempio di onestà e di grande sfortuna, la sua parabola rappresenta la fragilità della vita nel contesto così duro che lo circonda.
Tempi difficili è un romanzo complesso, con una trama ricca e intricata, sono pagine affollate di personaggi memorabili come solo Dickens sapeva ritrarre.
E al di là della trama, ogni volta che leggo le pagine di questo maestro della letteratura mi ritrovo a considerare che i suoi scritti sono eterni, vanno al di là del tempo, pur ben circostanziato e narrato, la sua narrazione tuttavia travalica la sua epoca.
Rimangono immutate, nel genere umano, certe caratteristiche che ritroviamo nelle pieghe dei caratteri come la grandezza d’animo e la grettezza, l’arroganza e la sensibilità.
E c’è qualcosa di straordinario nello smisurato talento di uno scrittore capace di saper tratteggiare caratteri e persone che anche a noi pare di aver incontrato.
Tra queste pagine troverete storie di amore e di dannazione, di speranza e di sfiducia, di innocenza e tradimento narrate con la consueta maestria da Charles Dickens.
E trascrivo ancora una volta le sue parole in un brano che restituisce appieno quel senso di universalità capace di sorpassare il tempo.
Leggete con attenzione: Mr Charles Dickens parla anche di noi e parla proprio anche a noi.

Centinaia e centinaia di mani al lavoro in questa fabbrica; centinaia e centinai di cavalli a vapore. Conosciamo fino all’ultimo quello che può fare una macchina, ma neppure tutti i contabili della tesoreria nazionale, messi assieme, riusciranno mai a calcolare quale sia la capacità di agire nel bene e di operare nel male, di amore e di odio, di patriottismo o di scontento, la capacità di corrompere la virtù in vizio o di esaltare il vizio in virtù, che si annida nell’animo di ciascuno di questi schiavi mansueti, con i loro volti composti e i gesti regolarmente scanditi. Nessun mistero nella macchina, un insondabile mistero perfino nel più umile di loro – per sempre.

Il grillo del focolare

Giacché tutti i membri della tribù dei grilli sono spiriti potenti anche se la gente (come sovente è il caso), pur conversando con loro, non sa che non ci sono nel mondo invisibile voci più gentili e veritiere alle quali ci si possa affidare e che diano più teneri consigli: con queste voci, gli spiriti dei grilli dei focolari parlano alla mente degli uomini.”

Queste creature vigili abitano tra le pagine di un romanzo breve di Charles Dickens: Il grillo del focolare, dato alle stampe per la prima volta nel 1845.
Questa è una storia di gente semplice e dal cuore grande oppure duro come solo Mr Dickens sapeva descrivere, Il grillo del focolare è una delle storie di Natale nate dalla fervida fantasia dello scrittore inglese.
Ed è una storia anche complessa nel suo articolato intreccio, tra l’altro i tre capitoli sono denominati Primo Cri-Cri, Secondo Cri-Cri, Terzo Cri-Cri.
Si perché questo grillo del focolare è davvero uno dei protagonisti della storia, tanto da aprire il romanzo in compagnia di una pentola che se ne sta sul fuoco, questi due vanno avanti per pagine e pagine in una sorta di competizione del tutto particolare.

Poi c’è un matrimonio da celebrare e c’è un misterioso uomo venuto da lontano, ci sono anche i meno fortunati che tra le pagine delle storie di Dickens trovano sempre il giusto spazio.
E, puntuale e precisa, emerge la caratterizzazione dei personaggi tratteggiata da Dickens con autentica maestria.
Prendiamo, ad esempio, Mr Tackleton.

Tackleton, il mercante di giocattoli, era un essere la cui vocazione era stata mai compresa da genitori e maestri. Avessero fatto di lui uno strozzino, un azzeccagarbugli, uno sceriffo o un affarista, avrebbe potuto dar sfogo in giovinezza ai suoi istinti, ed essendosi alleggerito l’animo in quei tristi commerci, divenire poi, se non altro per la novità dell’esperienza, una creatura amabile.

E invece il nostro si guadagna da vivere con i giocattoli ma non ha nessuna predilezione per i bambini e detesta i giocattoli, è un personaggio dalle molte sfaccettature e se vorrete fare la sua conoscenza finirà per sorprendervi.
Ed è lui a pronunciare una di quelle frasi da scolpire nella pietra.

Ognuno pensa che le sue oche siano cigni.

Alle sue dipendenze c’è un certo Caleb Plummer che vive con la sua figlia cieca in una condizione miserevole, in un guscio di noce di una casetta di legno.
Magnifica è la descrizione del laboratorio dove preparano le case di bambola per tutti i livelli sociali.

“Casette suburbane per bambole dai mezzi limitati, cucine e appartamentini da bambole povere, palazzi per bambole d’altra classe.”

Eh, però il buon Caleb narra alla figlia che la sua casa è un’accogliente bomboniera, la protegge così dalle durezze del mondo e la fanciulla pensa persino che Mr Tackleton sia semplicemente un tipo molto eccentrico, figuratevi!
Non vi ho svelato di proposito l’intreccio della trama, lasciandovi il gusto di scoprirlo da voi se vorrete leggere Il Grillo del focolare.
Tra queste pagine, una volta in più, si scopre quanto Dickens fosse un profondo conoscitore dell’animo umano, quando arriverete anche voi attorno alla torta di nozze sul volto vi si stamperà un sorriso, ve lo garantisco.
E poi? Che altro aggiungere?

Un grillo canta nel focolare; un giocattolo rotto giace sul pavimento; non rimane null’altro.”

Le vie del Grand Tour

Qualsiasi città o tratto di strada o di mare cambia di continuo perché suscita rispondenze diverse, a seconda dell’epoca e dell’indole del viaggiatore che l’inquadra con lo sguardo. Parte non secondaria del fascino del Grand Tour risiede in questa scansione temporale che rivela o resuscita volti e prospettive di luoghi che il tempo ha cancellato per sempre consegnandoli alla gelosa custodia della storia.”

Così nasce l’epopea del Grand Tour, il viaggio di formazione e di svago attraverso l’Europa compiuto da intraprendenti aristocratici che lasciarono ai posteri le memorie dei loro viaggi e i ricordi dei luoghi visitati.
Le vie del Grand Tour è un saggio dotto ed avvincente scritto con abile maestria da Attilio Brilli, cattedratico di Letteratura Angloamericana e uno dei massimi studiosi ed esperti di letteratura di viaggio.
Il suo libro, edito da Il Mulino per la Collana Ritrovare l’Europa, restituisce un formidabile percorso da seguire con emozione attraverso tempi e luoghi diversi in compagnia di avventurosi viaggiatori alcuni dei quali molto celebri.

Nel percorrere questo viaggio di cultura che si snoda tra le capitali europee toccando inoltre i principali centri urbani del continente, Brilli ci accompagna con garbo e con una scrittura intensa e fluida, offrendo approfondimenti e particolari punti di vista e spiegando anche come, dapprima, il viaggio di studio e poi di formazione abbia evidenziato le differenze e i contrasti tra la cultura protestante e quella cattolica.
E quanto è emozionante seguire i viaggiatori inglesi che affrontano, non senza difficoltà, la traversata della Manica: le cronache settecentesche e ottocentesche sono ricche di dettagli su minacciose tempeste, con conseguenti disagi e malesseri fisici che rendono uguali i ricchi e i popolani.
E poi la Francia, con le sue seduzioni, molti sono coloro che ne scrivono con notevole vivacità.

“ ‘Quando un inglese arriva a Parigi non si fa vedere finché non subisce una completa metamorfosi’ scrive Tobias Smollett ‘infatti manda subito a chiamare il sarto, il parrucchiere, il cappellaio, il ciabattino e chiunque abbia a che fare con l’arredo del corpo umano.’ “

Da Amsterdam a Bruxelles, da Ratisbona a Berlino, da Vienna a Madrid, attraverso queste pagine osserviamo il mondo con gli occhi degli altri e a volte ci sono concessi privilegi inaspettati.
Ad esempio, seguendo Charles de Brosses ad Avignone ci troveremo di fronte alla tomba della giovane Laura amata da Francesco Petrarca. Il sepolcro, narra Brilli, venne poi profanato al tempo della Rivoluzione.
Generazioni di viaggiatori curiosi, attenti e cosmopoliti sfilano tra le pagine del volume di Brilli, è impossibile citarli tutti in quanto il libro è un’infinita miniera di aneddoti, non mancano le voci femminili come quelle della della Baronessa D’Aulnoy e di Elizabeth Gray e spero sinceramente di poter approfondire la conoscenza di queste due dame.
Il Grand Tour, come sappiamo, aveva anche una meta specifica che nell’Ottocento diverrà poi leggendaria: l’Italia.
E giungervi è un rito sacro che apre lo sguardo su uno scenario ricco di storie.

“Queste descrizioni ci dicono che, per i viaggiatori, le Alpi costituiscono una cesura temporale, oltre che fisica, con il resto del continente. Fare il proprio ingresso in Italia, loro tramite, è come entrare, più o meno inconsciamente, nel tempo del mito.”

L’Italia è culla dell’arte, della cultura, qui Stendhal viene colto dalla sindrome che porterà poi il suo nome, l’Italia è la sua storia antica e le sue tradizioni.
Cinque sono i capitoli dedicati alle maggiori città italiane, a me sarebbe piaciuto trovare anche una parte dedicata a Genova e alla Liguria.
Il viaggio con Antonio Brilli ha orizzonti vasti e mete inaspettate e si dipana per 244 pagine, con la bellezza dello stupore e della scoperta nella straordinaria avventura di quei viaggiatori e di quelle viaggiatrici che percorsero le vie del Grand Tour.

Per la prima volta

“We shall not cease from exploration
and the end of all our exploring
will be to arrive where we started
and know the place for the first time.”

“Non smetteremo di esplorare
e alla fine di tutte le nostre esplorazioni
ritorneremo al punto di partenza
per conoscerlo per la prima volta.”

Thomas Stearns Eliot – Quattro Quartetti

Ritratto di gentiluomo

“O avete un rivale o non l’avete. Se l’avete, dovete piacere per essere preferito a lui; se non l’avete dovete ancora piacere per evitare di averlo. In ogni caso dovete tenere lo stesso comportamento, così, perché tormentarvi?”
Pierre Choderlos De Laclos – Le relazioni pericolose (1782)

Così scrive la Marchesa di Merteuil al Visconte di Valmont nel celebre romanzo epistolare di Choderlos de Laclos.
E io credo di poter affermare che il nostro protagonista di oggi si sarebbe trovato a suo agio tra le pagine di questo libro e nel bel mezzo di certe avventure amorose.
Elegante, spavaldo, sicuro si sé e delle sue armi di seduzione, dotato di arguzia e di brillante eloquio, il nostro gentiluomo sfoggia un sorriso quasi provocatorio nel ritratto del settecentesco artista sestrese Francesco Narice che così consegna ai posteri il volto di un uomo di un altro secolo.
Un guizzo nello sguardo, i capelli a boccoli secondo l’uso del tempo, la giacca rosso vivace di tessuto pregiato, i bottoni dorati e luccicanti.

Il giovane porta con sé il suo migliore amico.

La sua giacca è rifinita con ricchi broccati, egli indossa poi delicati polsini di pizzo.
La sua pelle è diafana e chiara e, da perfetto gentiluomo, porta un anello con pietra preziosa al dito mignolo.

Anche alla mano sinistra luccica un raffinato anello, con le dita sottili egli così regge un bastone.

Il dipinto, a mio personale parere, è particolarmente gradevole per la sua luce, per i toni e per la vivacità dei colori che evocano un’epoca lontana di gioiose frivolezze e di spensierati divertimenti.
Sullo sfondo si nota un panorama bucolico, spicca poi il mantello color del cielo in contrasto con il rosso della giacca e dei pantaloni.
L’opera fa parte della collezione dei Musei di Strada Nuova ed è esposta a Palazzo Bianco di Genova.
E così, se passate da quelle parti, cogliete l’occasione per fare la conoscenza di questo gentiluomo: se potesse parlare chissà quante avventure potrebbe raccontarci, io ne sono certa!

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson

”Un paio di giorni dopo avvenne un altro fatto singolare. Uno stormo di oche selvatiche si posò una mattina su un campo della Scania orientale, non lontano dalla grande tenuta di Vittskövle. Lo stormo era composto da tredici oche del consueto colore grigio e da un maschio bianco che portava sul dorso un piccoletto vestito di calzoni gialli di pelle, panciotto verde e berretto bianco a punta.”

Ecco a voi gli straordinari protagonisti di una fantastica avventura che vi porterà a solcare i cieli svedesi in compagnia di un piccoletto di nome Nils Holgersson.
Dunque, Nils ha 14 anni, abita con la famiglia in una fattoria ed è è uno che combina guai, fa sempre i dispetti agli animali, tira la cresta al gallo e la coda al gatto, lancia pure gli zoccoli alle mucche, insomma è proprio un ragazzino terribile!
Un bel giorno, però, fa un brutto scherzo ad un folletto e questi, senza pensarci neanche un po’, con un incantesimo lo fa diventare delle dimensioni di un piccolo topo.
E così Nils si guadagnerà il nomignolo di Pollicetto e per un caso del destino si troverà ad intraprendere un lungo viaggio sul dorso del papero Märten al seguito di uno stormo di oche selvatiche guidate dalla saggia Akka.
Così ha inizio la trama entusiasmante del libro Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson scritto nel 1906 dalla maestra elementare Selma Lagerlöf che fu la prima donna a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1909.
L’edizione italiana della sua opera, pubblicata da Iperborea, è arricchita dai disegni magnifici di Bertil Libeck.

Questo poderoso racconto di 667 pagine è uno straordinario viaggio alla scoperta della natura e dei suoi equilibri veduti con gli occhi incantati di un ragazzino.

“Mai prima di allora aveva viaggiato a quella velocità, e cavalcare forte e a rompicollo gli era sempre piaciuto. E mai aveva pensato, si capisce, che lassù l’aria fosse così frizzante e che da giù salisse un così buon odore di terra e di resina. E nemmeno aveva mai pensato cosa si provasse a viaggiare a quell’altitudine. Ma era come volare lontano da tutte le tristezze, le preoccupazioni e le seccature che si possano immaginare.”

Intessute nella trama trovate storie della tradizione e leggende, vicende di un mondo fantastico e meraviglioso.
Ed è emozionante seguire il volo delle oche selvatiche, gli animali del cielo parlano con quelli della terra e Nils comprende i loro linguaggi mentre sotto i suoi occhi scorrono laghi e anse dei fiumi, campi coltivati e boschi, prati, città e villaggi.
La geografia della Svezia e il suo paesaggio sono protagonisti di questo volume pensato per i più piccini.

“Ma ormai l’aria era calda, la terra verde, le betulle e i pioppi rivestiti di foglie satinate e i ciliegi, anzi, tutti gli alberi da frutto carichi di fiori; i cespugli avevano già sui rami piccole bacche acerbe, le querce spiegavano delicatamente le loro foglie, i piselli, i cavoli e i fagioli germogliavano negli orti di Skansen.”

Uno dietro l’altro fanno la loro comparsa le creature del cielo e della terra, conoscerete Sirle lo scoiattolo, Smirre la volpe, Bataki il corvo, Fulgido il re dei cigni e Nevecheta regina dei cigni.
E poi Märten il papero troverà l’amore e la sua compagna si unirà allo stormo delle oche selvatiche.

“Nessuno sapeva essere più mite e buona della piccola oca grigia Piumalieve. Tutte le oche selvatiche le volevano bene, e il papero bianco avrebbe dato la vita per lei.”

Costei ha due sorelle, lascio a voi il gusto di scoprire di che pasta siano fatte queste due che rispondono ai nomi di Alabella e Occhidoro.
Pagina dopo pagina il ragazzino terribile imparerà come vanno le cose del mondo e diverrà l’eroe di tutti gli animali, sarà colui che aiuta tutti e si farà in quattro per chiunque.
Certo, nella sua mente e nel suo cuore ci sono sempre la sua famiglia e la sua casa, riuscirà il nostro Nils a tornare tra gli uomini?
E quale prezzo dovrà pagare per riuscirci?
Narrando le straordinarie peripezie di Nils la Lagerlöf intesse un racconto che insegna magistralmente la fratellanza, il rispetto dell’altro, l’amore fraterno e la gioia della condivisione.
L dimostra fulgidamente la saggia oca Akka che diverrà la mamma adottiva dell’aquilotto Gorgo: lo so, è una cosa che parrebbe impensabile, ma saper guardare con occhi accoglienti e animo generoso ci permette di scoprire inattese affinità e di coltivare nuovi affetti.
Saggezza per saggezza, per il futuro sarà bene tenere a mente anche le parole del corvo Bataki:

“Esiste sempre una via di uscita da tutte le difficoltà, se solo la si trova.”

Su e giù per la Svezia, sorvolando penisole e paesi, sognando e immaginando, vivendo un reale che lo fa divenire coraggioso, responsabile, altruista e generoso così Nils detto Pollicetto troverà la sua strada.
E a lui, come a noi, restano nel cuore le parole belle e universali pronunciate dal Sole.

Il mondo è un posto meraviglioso in cui vivere per i grandi come per i piccoli. Ed è bello essere liberi e spensierati e avere lo spazio intero davanti a sé.”

Pompei

Per essere una cittadina di provincia, Pompei aveva una sua grandiosità. Poteva vantare una basilica, un mercato coperto, vari templi, tutti edifici dai colori brillanti che luccicavano sotto i raggi del sole; inoltre qualche decina di statue di imperatori e di altre personalità locali poggiate su alti piedistalli. … I fruttivendoli offrivano fichi maturi e rosse fette di cocomero. I vinattieri se ne stavano accovacciati accanto a file di anfore rosse ricoperte da nidi di paglia gialla.”

Sono le ore calde di agosto del 79.d.C., tre giorni prima della spaventosa eruzione che devasterà la città campana: in questo breve spazio di tempo si concentra la vicenda umana di uomini e donne protagonisti di Pompei, romanzo edito da Oscar Mondadori e scaturito dalla penna sagace di Robert Harris, giornalista e prolifico scrittore britannico.
È vivace e viva la sua Pompei, è una città di traffici e di commerci, le sue strade sono percorse ogni giorno da decine di persone che ancora ignorano il loro destino.
E tra di loro c’è l’eroe della storia: il suo nome è Marco Attilio Primo ed è un ingegnere al quale è stato affidato il compito di occuparsi dell’acquedotto di Pompei dopo la misteriosa scomparsa di Esomnio, colui che in precedenza ricopriva questo ruolo.
A Pompei che giace inconsapevole all’ombra di una tremenda minaccia accadono fatti inconsueti: muoiono le triglie allevate nelle vasche del ricco liberto Ampliato e tutto attorno c’è un insolito odore di zolfo.

Tenace, indomito e caparbio, Attilio intraprende così la sua avventura che lo porterà a scoprire trame oscure e intrighi intessuti all’ombra del Vesuvio che da lì a poco farà sentire il suo spaventoso ruggito.
Concitato, appassionante e sorretto da un ritmo notevole, Pompei è un romanzo storico nel quale la trama e gli eventi narrati sono delineati sulla base di un’approfondita documentazione e sulla conoscenza della vulcanologia.
Traspare, tra le pagine di questo romanzo, una curata attenzione a proposito degli usi e dei costumi di quel tempo antico con la sua cifra di fascino per noi immutata.

“Le terme non erano un lusso. Le terme erano le fondamenta della civiltà. Le terme erano ciò che elevava il cittadino più umile di Roma al di sopra del barbaro più ricco e rozzo. Le terme educavano alla disciplina dell’igiene, della cura di sé e della rigorosa abitudine.”

Su quali principi si reggeva questo universo? E quali interrogativi poneva ad un uomo profondo e saggio come Attilio?

“La filosofia non gli era mai servita molto. Perché un essere umano doveva ereditare una villa del genere, un altro doveva morire divorato dalle murene e un altro ancora spezzarsi la schiena con quel caldo afoso ai remi di una liburna? C’era da impazzire a tentar di capire come mai il mondo funziona così.”

E questo mondo era abitato da anime diverse: i ricchi arroganti e i poveri schiavi lasciati in balia dei capricci dei loro padroni, i traditori, i leali amici e certe donne coraggiose.
Tra queste pagine, nel rispetto della storia, compare anche il filosofo e scrittore Plinio il Vecchio che al tempo dell’eruzione era realmente il comandante della flotta, Plinio il Vecchio morì in seguito all’eruzione del Vesuvio e la sua fine fu narrata da Plinio il Giovane in due lettere a Tacito.
Drammatiche sono le pagine che vedono proprio Plinio il Vecchio a bordo della sua nave mentre il Vesuvio rovescia la sua potenza di cenere su Pompei senza risparmiare nessuno.
Le pagine dedicate all’eruzione e alle umane reazioni di tutti coloro che si trovarono ugualmente coinvolti in quella tragedia sono efficaci, potenti e scritte con autentica maestria.
Se amate quel mondo antico e le sue vicende, Harris vi porterà per le strade di una città perduta e in quei suoi giorni più cupi, nel tempo che consegnò alla storia il destino di Pompei e dei suoi abitanti.

“Più avanzava più la strada si faceva intasata e più penose apparivano le condizioni dei fuggitivi. Molti erano ricoperti da una patina di polvere, con i capelli arruffati e i volti spruzzati di sangue simili a maschere di morte. Alcuni portavano torce, ancora accese: erano un esercito sconfitto di vecchi imbiancati, di fantasmi che si trascinavano allontanandosi da una calamità che li aveva abbattuti, incapaci perfino di parlare.”

Aqua Mirabilis

“Allora usciva e si inoltrava nel bosco, raccoglieva foglie, funghi, piccoli insetti.
La primavera era la sua stagione preferita. Ogni cosa aveva un odore più intenso.”

È l’anno 1692 a Santa Maria Maggiore, tra i monti della Val Vigezzo, dove incontriamo il piccolo Giovanni Maria Farina, un bambino dalle doti particolari.
Giovanni ha un olfatto particolarmente sensibile e riconosce i profumi e gli odori, ama le avventure nei boschi dove va a caccia di fiori e di resine aromatiche.
Giovanni ha un cugino più grande di lui, Paolo Feminis, con il quale trascorre molto tempo tra alambicchi e boccette: Paolo ha infatti creato l’Aqua Mirabilis, un tonico curativo dal sentore di rosmarino e bergamotto e con la sua formula portentosa se ne va lontano da casa in cerca di ricchezze e fortune.
Il piccolo Giovanni, invece, imparerà molte cose dalla nonna: la nonna fabbrica elisir come la Maga Circe ma fa solo cose buone e utili e cioè tonici e distillati, sarà lei a condurlo a Venezia dove il nostro piccolo eroe imparerà l’arte di distillare le essenze e i profumi.
Giovanni Maria Farina è un personaggio realmente esistito e il suo nome è indissolubilmente legato alla creazione della fragranza nota come Eau de Cologne ed è lui il protagonista del romanzo Aqua Mirabilis – La straordinaria storia dell’invenzione del profumo di Eleonora Recalcati edito da Rizzoli.

In questo libro l’autrice costruisce una trama ben equilibrata mescolando con sapienza realtà e fantasia, su due piani che paiono sovrapporsi alla perfezione.
La vita di Giovanni è un’avventura continua in luoghi diversi: sarà a Venezia, a Colonia, a Vienna e a Parigi, in un tourbillon di incontri e di emozioni tumultuose.
A Colonia Giovanni diventerà profumiere e sul suo cammino troverà anche Rosalba Carrera, la più celebre pittrice del suo tempo: Rosalba profumava di arancio amaro e legno fresco, primaverile, un’essenza acuminata.
E Rosalba sarà destinata a lasciare il segno nella vita di Giovanni.
Tra gli estimatori dell’Eau de Cologne ci saranno poi anche il filosofo Voltaire e Maria Teresa d’Asburgo che trovano spazio tra le righe del romanzo.
E tutto, in queste pagine, è profumo: i titoli del capitoli richiamano i sentori della natura, dall’anice di montagna al giglio martagone, fino alla freschezza perfetta degli agrumi.
E tutto è fragranza e dolcezza della natura:

“In quella giornata di aprile la sua felicità era assoluta: la primavera, la stagione che più amava, aveva travolto Colonia in un vortice di fiori.”

E tutto ruota attorno alla creazione dell’Eau de Cologne, ai sentori di limoni, fiori d’arancio e bergamotto, nella formula segreta che fu sognato desiderio di Giovanni.
Non senza contrasti, non senza rivalità e non senza dolori, come accade nella vita di ognuno.
Giovanni però, è lungimirante e caparbio, sa cogliere il valore particolare della sua Eau de Cologne, così diversa da ogni altra fragranza, come spiega al cugino Paolo quando questi deplora la scarsa persistenza della sua Eau de Cologne:

“Ma è nella natura del nostro profumo, la percentuale più bassa di essenza serve proprio a renderlo più aereo, meno invadente. È la differenza tra un sussurro e un grido.”

L’eleganza, l’impalpabile leggerezza.
La differenza tra un sussurro e un grido.
Scritto con garbo e buona maniera, il romanzo della Recalcati, con le sue belle descrizioni e ambientazioni, è una piacevole lettura che vi distrarrà dai rumori del quotidiano per condurvi al tempo di Giovanni Maria Farina e al sogno di gloria di questo genio italiano che ha donato al mondo la freschezza dell’Eau de Cologne.

Genova, 1827: impressioni di Giacomo Navone

Genova, 1827: per le strade della Superba giunge un viaggiatore, è uomo dotato di spirito di osservazione e di una certa curiosità.
Annoterà poi le memorie del suo viaggio compiuto nella mia città e nella mia regione in un volumetto dal titolo Passeggiata per la Liguria Occidentale fatto nell’anno 1827 dal Signor Giacomo Navone edito a Torino dalla Stamperia Alliana nel 1831.
In casa abbiamo da sempre una copia di questo curioso libretto e tra le sue pagine ho trovato diversi argomenti interessanti, i miei lettori più affezionati forse ricorderanno che in passato ho già avuto occasione di citare il libro del Signor Navone in riferimento alla fondazione del Teatro Carlo Felice, egli infatti era in città proprio nei giorni in cui il teatro veniva edificato, come ebbi modo di scrivere in questo articolo.

Genova nel 1827 è una città in crescita e in fermento: come scrive Navone, conta 110.000 abitanti mentre nel 1813 erano appena 80.000.
In quell’epoca sgraziata, osserva il nostro, non si vedeva altro che cartelli con la scritta si appigiona, nel 1827 invece è tutta un’altra storia, trovare una casa è diventata un’impresa, gli affitti sono aumentati del 30 e del 50 per cento e per questa ragione si costruiscono nuove case e nuovi quartieri.
La ragione di questo aumento si deve ai floridi commerci e agli affari che attirano molte persone dalle due riviere, Navone narra di aver sentito che i locali del portofranco erano insufficienti per le molte merci e i coloniali prodotti e così fu necessario trovare nuovi depositi.
Egli stesso poi dice di aver veduto moltissimi navigli entrare ed uscire dal porto di Genova.

La città è ricca e in molti vivono negli agi, per lo meno così scrive Navone.
Elogia il talento dei liguri per le imprese in mare e ricorda alcuni celebri figure come ad esempio Filippo Doria e Biagio Assereto.
E da lungimirante si domanda quale sarà il destino di Genova dopo cent’anni, egli scrive infatti che nel dedicarsi alle opere pubbliche è d’uopo pensare alle generazioni future e alle loro necessità.
A tal proposito Navone considera che la costruzione del Teatro Carlo Felice sia opera meritoria ma invece trova da ridire a proposito dei portici dell’Accademia e scrive: ho udito forestieri che biasimavano la picciolezza di tale lavoro, sentii cittadini che lo disapprovavano.
Se la mia macchina del tempo funzionasse a dovere mi piacerebbe portare ai nostri giorni in Signor Navone e condurlo con me a spasso per Genova.
Da quel 1827 molte cose sono cambiate, la città è mutata in una maniera che Giacomo Navone non avrebbe mai potuto indovinare e così mi piace immaginare il nostro viaggiatore mentre percorre insieme a me Piazza De Ferrari e osserva le architetture tardo ottocentesche, la fontana e i palazzi maestosi sorti in seguito: avrei così un nuovo racconto di Giacomo Navone dedicato alle sue impressioni sulla Superba.

Catherine Principessa di Galles

“Tutti abbiamo il compito di costruire un mondo più empatico in cui i nostri figli possano crescere, imparare e vivere.”

Ad aprire questa recensione sono le parole della stessa Catherine citate all’inizio di uno dei capitoli della biografia di Robert Jobson edita da Rizzoli e intitolata Catherine Principessa di Galles.
Una vita intera narrata dall’infanzia all’età adulta, seguendo i passi di lei che, nata commoner, ora è Principessa e diverrà in futuro Regina consorte.
Io seguo da sempre le vicende della casa reale britannica e ho letto diverse biografie, il libro di Jobson si inserisce nel filone delle biografie dallo stampo istituzionale e non cede al pettegolezzo, limitandosi ad offrire il racconto di eventi che in parte già conosciamo e offrendo al lettore uno spaccato della quotidianità della vita della Principessa di Galles.
E così si narrano i primi incontri con William e la nascita del loro amore, il matrimonio, la passione di Catherine per la fotografia, gli sport e l’arte, gli attriti con Harry e Meghan, l’impegno nelle cause umanitarie e i lunghi viaggi accanto al marito, fino alla recente malattia che l’ha colpita.
Lo stile è asciutto e semplice, è una cronaca garbata e puntuale incentrata con maggiore profondità sulla vita pubblica di Catherine e sui suoi molti impegni istituzionali.

Ho trovato gustosi alcuni brevi aneddoti, piacevoli e interessanti a mio parere sono le parti dedicate alla maternità e alla famiglia e le pagine sulla compianta Lady Diana.
Certo, questo è un volume che non può mancare nella libreria di un vero royal watcher e tuttavia questa biografia non mi ha coinvolta pienamente perché, a tratti, mi è parso che mancasse proprio il vero ritratto di Catherine nella sua umana complessità e con le sue sfumature.
Anche io, come la mia amica Viv nella sua bella recensione, ad esempio ho ritenuto eccessivi i continui riferimenti agli abiti indossati da Catherine nel corso dei suoi diversi impegni.
La Principessa di Galles è entrata presto nel cuore degli inglesi e di coloro che sono affezionati alla casa reale britannica, in fondo è lei stessa a “scrivere” al meglio la sua storia, facendosi apprezzare non solo per il suo stile e la sua innata eleganza, ma mostrandosi nella sua modernità, nella sua allegria, nella sua umana fragilità ma anche nella sua forza e nel suo carattere combattivo.
Abbiamo imparato a conoscerla in ciò che lei stessa ha narrato di lei, raccontandosi anche nei momenti difficili della sua malattia e della cura, è una figura positiva, propositiva e gentile.
E quell’empatia da lei auspicata come potente arma per costruire un mondo migliore traspare sempre dal suo sorriso radioso e dalla luce che illumina il suo sguardo.