La luce e la preghiera

La luce del mattino, un mistico silenzio.
La ragazza raccolta nella sua devozione, la croce sul petto e lo sguardo a Dio.

Il cuore pulito, il libro di preghiere tra le mani.

E una luce che gloriosa attraversa il porticato lambisce la veste di lei, la sua figurina sottile e illumina le sue preghiere e le sue speranze.

Monumento De Barbieri di G. Moreno (1887)
Cimitero Monumentale di Staglieno

Monumento d’Albertis: uno sguardo verso l’eternità

Una quiete silenziosa, una preghiera.
Sotto al Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno una fanciulla è così assisa su un sepolcro.
La scultura è opera dell’artista Giuseppe Benetti che ultimò la sua opera nel 1871.

La fanciulla volge lo sguardo verso l’infinito, verso Dio, verso l’eternità.

Custode di una memoria e del sonno eterno.

Qui riposa Filippo D’Albertis, il suo profilo venne così effigiato da Benetti.

Avviato agli studi di marina, ben presto Filippo si dedicherà con indefesso impegno alla manifattura laniera di famiglia e alla fabbrica sita a Voltri.
Come si legge sulla sua lapide fu cittadino benemerito e molto stimato, fu padre di Bartolomeo e di Enrico, quest’ultimo è il celebre navigatore ed etnologo che dimorò nel noto Castello D’Albertis oggi sede museale.

Una corona rifinita con un nastro, in onore di Filippo D’Albertis.

E la fanciulla che, così affranta, rimane sul suo sepolcro.

Ha le chiome che le cadono morbide sulla schiena.

E le sue dita, seppur offese da insanabili fratture, sono intrecciate in una devota preghiera.

I capelli ribelli incorniciano il suo viso bellissimo.

E i suoi occhi sono per sempre rivolti verso l’eternità.

La tomba è stata di recente restaurata grazie all’intervento dell’Associazione AFIMS (American Friends of Italian Monumental Sculpture) e su impulso dello scultore Walter Arnold che è un grande estimatore delle opere di Staglieno e delle sue bellezze, più volte la sua associazione è infatti intervenuta finanziando i restauri di diversi monumenti di Staglieno.
Così si presentava il monumento D’Albertis prima dell’intervento di restauro.

E questa è invece la sua ritrovata leggiadria.

Con questa grazia silenziosa la fanciulla custodisce memorie e ricordi, mentre il chiarore così la sfiora.

Antonio Mosto, condottiero dei Carabinieri Genovesi

Torniamo ai giorni eroici, al tempo in cui si fece l’unità d’Italia e mescoliamoci ancora alla folla tonante dei prodi al seguito del Generale Garibaldi nella sua impresa leggendaria.
Tra quei cuori battenti di patriottismo c’è anche un genovese da tempo dedito all’attività politica: il suo nome è Antonio Mosto ed è nato nel 1824 in una famiglia di commercianti, già dal 1848 è animato da ideali democratici.
Profondamente legato a Giuseppe Mazzini, nel 1852 è tra i fondatori della Società del Tiro Nazionale dove si addestreranno coloro che intendono votarsi alle battaglie per l’indipendenza, qui si troveranno anche i suoi amici Francesco Bartolomeo Savi e Antonio Burlando e poi Nino Bixio e molti altri ancora.
Mosto stesso è un tiratore eccelso e proprio alla Società del Tiro Nazionale nascerà il Corpo dei Carabinieri Genovesi.
Nel 1857 partecipa all’organizzazione della fallimentare spedizione di Carlo Pisacane e mentre il suo amico Savi verrà incarcerato, Mosto sarà condannato a morte come Mazzini ma riuscirà a scappare e a raggiungere l’ Inghilterra dove troverà diversi esuli che condividono i suoi ideali patriottici, quel fervore accompagnerà Mosto per gran parte della sua vita.
Tornerà nella sua Genova e il suo destino seguirà quello del Generale Garibaldi: Mosto addestra i volontari che sono dotati di armi ad altissima precisione e quando giunge il 5 Maggio 1860 è tra le fila dei prodi con i suoi carabinieri.
Da quel passato ascoltiamo la voce di un cronista e attento testimone, Giuseppe Cesare Abba che nel suo volume “Da Quarto al Volturno” così ci ha tramandato il ritratto del giovane Mosto:

“Camminavano adunque i Carabinieri genovesi alla testa della colonna, e innanzi, loro comandante, andava Antonio Mosto, che mostrava più anni assai di quelli che aveva. Barba piena e lunga, portamento incurante di parere, sguardo acuto ficcato lontano traverso gli occhiali a suste d’oro; era qualcosa tra un asceta e un archeologo che da quelle parti andasse cercando ove fu Segesta. Quel che valesse per fegato e cuore, chi non lo sapeva, lo indovinava.”

Antonio Mosto – dettaglio di ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Accanto a lui il suo amico di una vita intera, un genovese che è tanto caro anche a me:

Al fianco al Mosto e suo luogotenente marciava Francesco Bartolomeo Savi, uomo piuttosto sopra che sotto la quarantina, filosofo e classicista, mazziniano come lui, per altezza di sentire, e austerità di vita uno dei più somiglianti al Maestro.”

Francesco Bartolomeo Savi
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E ancora, altre parole per tratteggiare il ritratto del nostro eroe:

“Tutti i Genovesi che hanno carabina, forse quaranta, formano un corpo di Carabinieri. Il loro capitano Antonio Mosto chi lo volesse dipingere, è una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero, pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d’Italia. È conosciuto per coraggiosissimo; e infatti come potrebbe non esserlo, se quei giovani lo tengono per primo?”

Divisa dei Carabinieri Genovesi
Museo del Rosorgimento – Istituto Mazziniano

Con questo sentito fervore questi uomini partiranno per quell’avventura che ci ha lasciato in eredità la nostra nazione.
Antonio Mosto partecipò ad innumerevoli battaglie, da Palermo a Milazzo, con lui il suo corpo dei Carabinieri Genovesi fu vittorioso a Calatafimi e nella battaglia del Volturno, sono molti gli episodi dove figura il suo nome e molti sono i luoghi genovesi nei quali troverete traccia di lui e delle sue imprese.
Entrando nel’atrio di Palazzo Tursi troverete sulla destra una lastra marmorea dedicata alla Società del Tiro Nazionale che si trovava alla Foce e che un tempo era là collocata, su di essa si commemorano i carabinieri deceduti nelle guerre di indipendenza.
Scorrendo quei nomi troverete anche il fratello di Antonio, Carlo Mosto, caduto eroicamente in battaglia.

Un busto dedicato al Colonnello Antonio Mosto è collocato poi a Villetta Di Negro, venne inaugurato nel 1894.

Spostiamoci poi in Via di Vallechiara, così rischiarata dal sole lucente.

Una lapide commemorativa è affissa sulla casa dove visse Antonio Mosto.

La lapide venne realizzata nel 1907, in occasione del centenario della nascita di Garibaldi.
Rammenta ai posteri le gesta di Mosto.

E nella scultura restituisce la tempra e la fierezza di questo patriota.

Non distante da Via di Vallechiara vi è poi il Museo del Risorgimento dove sono custoditi, oltre al ritratto, anche i cimeli della vita di Antonio Mosto.
Una sezione è infatti dedicata ai Carabinieri Genovesi e qui trovate il kepi da carabiniere di Mosto, la sua spada e la sua sciabola.

Sono esposte anche le sue pistole.

Antonio Mosto dedicò gran parte della sua vita all’impegno politico, spendendosi su più fronti e non solo sul campo di battaglia, in uno dei suoi combattimenti riportò anche una grave ferita.
Si spense nella sua città in un giorno d’estate del 1890 e a Genova riposa, nel Cimitero Monumentale di Staglieno a poca distanza dal luogo del sonno eterno di Giuseppe Mazzini.
La sua tomba è purtroppo poco curata e a malapena si leggono le parole scritte in sua memoria che lo celebrano come condottiero dei Carabinieri Genovesi in tutte le pugne per l’unità d’Italia.

Al luogo del suo ultimo sonno sarebbe dovuta maggiore cura.

Fu un genovese coraggioso, prode condottiero di quei carabinieri che portò con sé in nome di un ideale che ardeva nel suo spirito.

Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent’anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Antonio Mosto – ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Monumento Romanengo: la vite e i tralci

Un gesto accogliente, una grandezza che abbraccia e protegge.
Il Monumento Romanengo, collocato nel Porticato Montino del Cimitero Monumentale di Staglieno, è una delle opere suggestive realizzare dallo scultore Federico Bringiotti.

Saldo e amorevole è lo sguardo di Gesù.

E la sua figura si staglia così ieratica, pacificante e solenne, sullo sfondo una vita generosa e ricca.

E la mano sinistra del figlio di Dio regge con grazia uno di quei tralci.

L’altra mano accoglie e attende.

Ai piedi di Gesù, come era solito fare Bringiotti, è posta la citazione biblica alla quale si ispira la scultura.

La vite e i tralci, nella mistica quiete di Staglieno.

Monumento Diena: la ragazza con i fiori

La ragazza con i fiori si staglia eterea sul sepolcro della famiglia Diena, mentre il sole lambisce le sue fattezze aggraziate.
La tomba è collocata nel campo antistante il Porticato Sant’Antonino al Cimitero Monumentale di Staglieno, la figura diafana della fanciulla è opera magnifica dello scultore Vittorio Lavezzari che la realizzò nell’anno 1915.

La giovane ha il viso bellissimo così incorniciato dalle morbide chiome.

E compie un gesto gentile e misericordioso: posa i fiori in omaggio ai defunti e in loro indelebile memoria.

E così si china, porgendo il suo odoroso dono.
La figura esile e sinuosa rispecchia appieno i dettami stilistici del liberty, restituendo l’immagine di una femminilità armoniosa e leggiadra.

La ragazza stringe a sé quei boccioli profumati.

E così la si ammira quando ad accarezzarla è soltanto l’ombra.

E i fiori che lei dona non sfioriscono mai, eterno ricordo delle persone amate.

Cosi resta la ragazza con i fiori, rischiarata da un raggio di sole, nella quiete mistica del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Gli amici di Italino

Italino ha tanti amici.
Italino ha avuto un cammino breve nel mondo ma oggi non è stato dimenticato.
Italino è il bambino che giocava con il cerchio.
E ieri mattina, camminando lungo il viale che sovrasta la sua tomba al Cimitero Monumentale di Staglieno, ho veduto che molti vengono a trovarlo.
Gli portano i fiori, gli portano le macchinine, c’è per lui un piccolo delfino e anche un Pinocchio: sono i giocattoli di Italino e a portarglieli sono i suoi amici, è una cosa commovente.
Un tempo non accadeva, nel passato non ricordo di aver mai veduto tanti piccoli doni per questo piccino.

Io ho raccontato su queste pagine la tragica storia di Italino molti anni fa, se ancora non la conoscete, potete leggerla qui.
E se nel mio piccolo ho in qualche modo contribuito a tenere viva la memoria di Italino, allora vuol dire che queste mie paginette sono in qualche modo utili e non posso che esserne contenta.
E sapete, ieri non c’erano solo i giocattoli, c’era anche un simpatico gatto che si aggirava lì attorno, anche lui è un amico di questo bimbetto così sfortunato.
Ciao Italino, ti ricordiamo e non sei stato dimenticato.

 

Monumento Piaggio: salendo verso il cielo

Un angelo si libra lieve verso il cielo traendo con sé una giovane fanciulla.

La figura aggraziata di lei rappresenta l’anima che viene condotta verso Dio, la scultura è opera di Federico Fabiani che la realizzò nel 1877.
Lieve e leggera così si eleva, come già ho avuto modo di scrivere Fabiani scolpì altre opere raffiguranti questa tematica già presente nel Monumento Castello e poi nel Monumento Parpaglioni.
Qui, in maniera scenografica ed efficace, apprezziamo quella che lo storico Resasco gli attribuiva come caratteristica distintiva: Resasco narrava infatti che Fabiani era famoso ai suoi tempi per mettere le sue figure per aria in maniera insolita e poco comune.

In questo luogo riposa Rocco Piaggio, uomo dalle molte fortune accumulate in fiorenti commerci con il Sud America e per lungo tempo abile capitano marittimo.

Il suo monumento funebre è sito nel Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
L’opera riuscitissima di Fabiani venne poi replicata dall’artista, come spesso accadeva, anche in altri cimiteri lontani ad esempio a Liverpool e a Santa Fe.
Narra inoltre sempre il Resasco che in una particolare circostanza Fabiani scoprì che un altro scultore aveva copiato nel cimitero di Marsiglia l’opera da lui eseguita.

Un manto pare posato sul bordo del sepolcro.

E l’angelo del giudizio con la sua tromba si eleva solenne.
Ha una beltà particolare questo angelo ragazzino dai tratti acerbi.

Tutto è leggerezza, con un vivace senso del movimento.
La mano dell’angelo indica il cielo, la fanciulla tiene le braccia incrociate sul petto.

I vestimenti leggeri sono smossi da mistico vento, l’incrocio delle due figure restituisce un senso di formidabile armonia.

La fanciulla ha il profilo regolare, i capelli lunghi e mossi, è una creatura dalla bellezza perfetta.

L’angelo ha lo sguardo fermo, sicuro si dirige verso il cielo.

E così le due eteree figure, con la loro leggiadra leggerezza, custodiscono l’eterno sonno di Rocco Piaggio.

Monumento Parpaglioni: la grazia e la lievità

Sono due figure e si librano così lievi nell’aria.

L’angelo si rivolge verso il cielo e con fermezza conduce con sé la fanciulla che è la personificazione dell’anima.

La scultura è opera magnifica del celebrato artista Federico Fabiani ed è posta sulla tomba della Famiglia Parpaglioni sita nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Narra lo storico Ferdinando Resasco nel volume La necropoli di Staglieno che il Signor Luigi Parpaglioni, colpito dalla prematura perdita della sua amata figlia, commissionò a Fabiani il monumento.
Il povero padre, scrive ancora Resasco, era rimasto molto impressionato dalle due figure poste sul Monumento Castello realizzato dallo stesso Fabiani nel 1872 e del quale scrissi in questo post.
E per la sua figlia perduta egli desiderava quasi un monumento identico ma l’artista, pur mantenendo il medesimo stile, cambiò la posizione delle figure.

E in questo distacco dalle cose terrene tutto è fremente leggerezza.
Una brezza gentile smuove le chiome morbide della fanciulla.

E le mani di lei sono unite in devota preghiera.

Lievissima si smuove la veste sulle gambe sottili.

Nel marmo è poi incisa la firma dello scultore e accanto si legge l’anno di realizzazione dell’opera.

La grazia armoniosa delle due figure è senza pari per bellezza e per la perfezione delle proporzioni, Federico Fabiani è per me uno degli artisti di maggior talento che abbia lasciato la sua traccia sotto i porticati di Staglieno.

La fanciulla fidente volge lo sguardo verso Dio e verso l’eterno.

E questa grazia lieve sovrasta il sonno eterno dei componenti della famiglia Parpaglioni.

Monumento Quaglia: la fragilità della giovinezza

È una fanciulla aggraziata, morbide chiome cadono sulle sue spalle e incorniciano il suo viso.

Così si erge, tra i crisantemi, delicata ed eternamente giovane.

Questa è la tomba della famiglia di Severino Quaglia e qui riposa l’adoratissima Luigina che visse appena 15 primavere e se ne andò nel 1912, come si legge sulla lapide.
Alle spalle della statua, sullo sfondo, seppur segnata dallo scorrere del tempo, si nota scolpita nel marmo una figura femminile che forse potrebbe rappresentare l’anima che sale verso l’eterno.

Ai piedi della fanciulla si leggono i versi tratti dal I Canto del Paradiso di Dante e usati dal poeta per descrivere Beatrice.

Cade il morbido abito e lascia scoperta la spalla della fanciulla.
È fragile la vita, caduca è la gioventù.

La mano gentile affonda tra i fiori.

Questo monumento così colmo di grazia è opera dello scultore Antonio Besesti ed è collocato nella Galleria Frontale del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Così è custodito l’eterno sonno della famiglia Quaglia e della dolce Luigina, eternamente fanciulla che visse soltanto 15 primavere.

Monumento Scorza: l’angelo con i fiori

È una creatura celeste aggraziata e malinconica e così custodisce il sonno eterno di Angelo Scorza e della sua famiglia.
Opera dello scultore Achille Canessa, il monumento risale agli inizi del ‘900 ed è collocato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.

L’angelo spande i suoi fiori con gentile delicatezza.

E affabile e cortese lascia così cadere i suoi boccioli odorosi.

Nel marmo è anche effigiato il volto del defunto.

L’angelo si erge maestoso con le sue ali ampie e magnifiche.

E inoltre, durante lo scorso anno, in occasione di una mia visita al Cimitero di Coronata, i miei occhi hanno trovato certe angeliche fattezze che mi pareva di avere già veduto e in effetti non mi sbagliavo.
Si tratta ancora di un’opera di Achille Canessa, la statua è posta sulla Tomba Vaccamorta e anche in questo caso l’angelo sparge i suoi fiori e ha la medesima postura della scultura posta sul Monumento Scorza, le ali invece sono differenti.

È assorto e meditabondo il viso dell’angelo del Monumento Scorza, il suo sguardo pare percorso da memorie e ricordi.

E il suo abito è leggero, lieve e vaporoso.

I suoi boccoli incorniciano il suo bel viso e il profumo dei suoi fiori è dolce e soave.

Così l’angelo rimane, silente custode gentile dell’eterno sonno dei componenti della famiglia Scorza.