Monumento Scorza: l’angelo con i fiori

È una creatura celeste aggraziata e malinconica e così custodisce il sonno eterno di Angelo Scorza e della sua famiglia.
Opera dello scultore Achille Canessa, il monumento risale agli inizi del ‘900 ed è collocato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.

L’angelo spande i suoi fiori con gentile delicatezza.

E affabile e cortese lascia così cadere i suoi boccioli odorosi.

Nel marmo è anche effigiato il volto del defunto.

L’angelo si erge maestoso con le sue ali ampie e magnifiche.

E inoltre, durante lo scorso anno, in occasione di una mia visita al Cimitero di Coronata, i miei occhi hanno trovato certe angeliche fattezze che mi pareva di avere già veduto e in effetti non mi sbagliavo.
Si tratta ancora di un’opera di Achille Canessa, la statua è posta sulla Tomba Vaccamorta e anche in questo caso l’angelo sparge i suoi fiori e ha la medesima postura della scultura posta sul Monumento Scorza, le ali invece sono differenti.

È assorto e meditabondo il viso dell’angelo del Monumento Scorza, il suo sguardo pare percorso da memorie e ricordi.

E il suo abito è leggero, lieve e vaporoso.

I suoi boccoli incorniciano il suo bel viso e il profumo dei suoi fiori è dolce e soave.

Così l’angelo rimane, silente custode gentile dell’eterno sonno dei componenti della famiglia Scorza.

Monumento Piaggio: la memoria dolente

È la forza di una dolce memoria ad attraversare la mente e il cuore, mentre una voce risuona nei ricordi e diviene un richiamo che è realtà palpabile.

Questo è il monumento funebre di Giovanni Battista Piaggio, armatore e imprenditore appartenente a una celebre dinastia.
La scultura, risalente al 1873, è opera del talentuoso Giuseppe Benetti ed è collocata nel Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
La figura fragile e dolente della vedova così rimane sulla soglia del sepolcro, ricordando.

Affranta nel suo dolore che la lascia in questa solitudine sconsolata.

Mentre una tristezza autentica vela il suo viso.

La croce sul petto, il velo di pizzo che le copre il capo.

Nella parte superiore al centro della lunetta è posto il busto del defunto, accanto a lui i simboli del suo lavoro e del suo successo come le cime marinare, il mappamondo e l’ancora.

E sono scolpite nel marmo le tracce dei suoi successi terreni.

E viva e presente è la potenza del ricordo che conduce la vedova sul limite dell’ignoto, custode di un sentimento e di un legame che nemmeno la morte può spezzare.

Lei ha il viso bellissimo, le ciglia folte, gli occhi intrisi di quei ricordi che sono per lei respiro.

Ha il profilo perfetto, la sua bellezza è intatta, armoniosa e angelica.

E non stringe più la mano del suo amato.

Porta con sé un libro di preghiere, conforto e sollievo per la sua incolmabile perdita.

Fragile ma al tempo stesso forte, ancora così unita a lui nel suo dolore e nel suo eterno amore.

Nella grandezza di quel sentire che la sorprende e la commuove su quei gradini e davanti a quella porta chiusa.

Nel suo lutto composto e profondo che percorre il suo viso bellissimo.

Nella memoria dolente che attraversa il suo sguardo, trattenendola come sospesa tra il suo passato e il suo solitario presente.

Monumento Pietrafraccia: l’eternità dell’amore

L’amore indissolubile e immutabile viene celebrato con maestria nel monumento funebre di due sposi uniti in vita e nell’eternità.
E a noi ritorna la profondità di quell’emozione e la dolcezza di quel sentimento.

Il Monumento Pietrafraccia è situato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, è opera dello scultore Giuseppe Navone e risale al 1909.

E se verrete qui nel momento in cui il sole illumina glorioso le fattezze delle statue, potrete ammirare con commozione la palpitante vitalità di quell’amore.

In alto, sopra le tre figure centrali, sono collocati i busti dei defunti.

E nella loro radiosa beltà ecco la rappresentazione dei due sposi, tra di loro si staglia un angelo imponente.

Nella tomba della Famiglia Pietrafraccia riposano i due coniugi e la loro figlia Elena.

E nelle parole incise sul marmo emerge tutta la nostalgia della sposa, Francesca Perelli, per il suo amato Santiago troppo presto perduto.

E ritorna ancora la dedizione della vedova nelle righe scolpite in memoria di lei.

Nella grandiosa bellezza delle sculture si svela poi l’autentica potenza dell’amore e dell’unione eterna dei due sposi: oltre il tempo, oltre la vita terrena.
Una gaiezza sublime illumina il volto leggiadro dell’angelo in questo ritrovarsi che per i due sposi non avrà mai fine.

I riccioli incorniciano il volto del giovane uomo, una sorta confortato stupore traspare dai suoi occhi.

E l’angelo possente protegge e unisce.

Una perfetta letizia rischiara i tratti bellissimi del suo volto mentre egli così celebra l’incontro tra queste due anime.

La treccia morbida cade sulla spalla di lei, il suo viso è bellissimo e le sue labbra paiono fremere di commozione.

In questa magnifica opera di Navone tutto è vita, movimento, respiro che ancora ritorna, nell’amore che non muore mai.

Le mani si sfiorano, si toccano, si stringono.

Cade il manto in molti drappeggi delicati sulla figura del giovane uomo.

E ugualmente accade alla veste dell’angelo.

L’abito di lei copre del tutto le sue fattezze e si posa lasciando così intuire il suo piede femmineo.

In una straordinaria armonia di proporzioni, resa ancor più suggestiva e formidabile da quella luce che accarezza i marmi.

Così si compie la celebrazione di un’unione destinata a durare per sempre, opera dello scalpello e dell’ingegno dello scultore Giuseppe Navone.

Amore ed eternità, il sentimento infinito di Santiago e Francesca Pietrafraccia.

Monumento Castello: tra le braccia dell’angelo

È un’aggraziata figura femminile ad affidarsi arrendevole all’angelo, così egli la conduce verso il cielo.

Occhi negli occhi, egli la guarda come se pronunciasse certe parole e pare dirle: fidati di me.

Il monumento funebre imponente e magnifico è opera suggestiva dello scultore Federico Fabiani e nel 1872 venne collocato nel Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Qui dormono il loro eterno sonno Giovanni Battista Castello e suo figlio Carlo.
Come racconta lo storico Ferdinando Resasco nel suo volume La necropoli di Staglieno, i Castello fecero fortuna nell’industria del ferro.

Sulla tomba ritroviamo così il profilo di Giovanni Battista Castello.

E sull’altro lato è effigiato suo figlio Carlo che, da grande appassionato d’arte, fu il committente del l’opera.

E questi per il monumento funebre di famiglia scelse proprio quel Federico Fabiani che, come sempre riferisce Resasco, era nella sua epoca celebre per mettere le sue figure per aria, in una maniera che rendeva le sue opere uniche e particolari.
L’angelo ha le ali ampie, protegge e consola, tra le sue braccia accoglie così l’eterea fanciulla che è la personificazione dell’anima.

Forte e rassicurante l’angelo dai tratti perfetti e dalle morbide chiome cinge la vita della ragazza, accoglie i suoi timori e diviene per lei custode e guida.
Traspare decisa una sicurezza invincibile nello sguardo di lui e una purezza celestiale permea i suoi gesti.

La fanciulla stringe in una mano una croce, l’angelo sorregge il polso di lei.

E i lunghi capelli le cadono sulla schiena, la sua veste pare smossa dal vento, ma nulla può far vacillare l’angelo mentre la conduce verso il cielo.

E così l’anima si lascia guidare, seguendo lo sguardo saldo dell’angelo.

Nella quiete silenziosa di Staglieno, nella grazia e nella levità di un’opera mirabile di Federico Fabiani.

Monumento Gandolfo: per una selva oscura

Cammina lenta la fanciulla, tra gli alberi frondosi si dirige verso l’inconoscibile.

Cauta, timorosa, esitante.

E l’oscurità la avvolge, nel suo incedere inquieto.

La figura esile rappresenta l’anima sulla soglia dell’ignoto ed è opera magnifica dello scultore Federico Bringiotti che la realizzò per il Monumento Gandolfo sito nella Galleria delle Edicole al termine del Porticato Montino del nostro Cimitero Monumentale di Staglieno.

Lo sguardo attonito e turbato, le braccia alzate come fragile difesa.

E ai piedi di lei le parole di Dante Alighieri.

Il viso, le labbra frementi, gli occhi spalancati sull’ineluttabile.

Mentre l’abito cade morbido sulla sua eterea figuretta che così si distacca dal fitto bosco.

Incerta, titubante, affannata.

Nel mistero inesplicabile che così la conduce per una selva oscura.

Pescetto: l’eleganza dei genovesi dal 1899

Questa è una bellissima storia di Genova iniziata tanto tempo fa, è la vicenda di un’avventura commerciale di successo e lungimiranza che dura tuttora e luccica nelle insegne di un celebre negozio di Via di Scurreria.
Pescetto a Genova e nel mondo significa classe, eleganza e un certo inconfondibile stile.

La realizzazione di questa fortunata impresa commerciale genovese ebbe inizio grazie a Giuseppe Nicolò Pescetto che nacque nel 1859 ad Albisola Superiore.
Giuseppe era un uomo di mare, un navigante che amava le sfide: Capitano di Lungo Corso, con la sua barca a vela doppiò Capo Horn ben tre volte.
Sul finire del secolo, poi, mise radici nell’America del Sud e precisamente nella città di Tacna che all’epoca era parte del Cile ed oggi è invece nel territorio del Perù.
Giuseppe non era solo, con lui c’era la moglie Teresa Costella, anche lei apparteneva a una nota famiglia di imprenditori che producevano le note spazzole Costella.
A Tacna il giovane Giuseppe apre una fazenda nella quale vende materiale per i cercatori d’oro, ma i molti pericoli del luogo lo convincono infine a ritornare in patria.
Lui e Teresa non sono più soli, nel frattempo infatti sono nati due figli.
Ritornato a Genova dapprima apre un’attività di import export di cappelli di paglia di Firenze con il Sud America, quindi avvia il suo primo negozio genovese in una strada di grande passaggio.
È il 10 maggio 1899 quando Giuseppe Nicolò Pescetto inaugura il negozio in Via San Lorenzo 55 rosso: vende tessuti, telerie, camicie, calze, sete e articoli di lusso.
E qui lo vediamo davanti alle sue magnifiche vetrine a pochi passi dalla cattedrale.

Negli anni la vita riservò gioie e dolori ai coniugi Pescetto: Giuseppe e Teresa, infatti, ebbero 9 figli e 2 di loro mancarono prematuramente come spesso accadeva a quell’epoca.
Tra il primo e l’ultimo bambino c’erano ben 20 anni di differenza e fu in particolare Mario, l’ultimo figlio, a rendere importante il negozio e a intraprendere la via che farà della sua attività una stella polare nel firmamento del commercio genovese.

L’insegna di Pescetto custodita oggi nel negozio di Via di Scurreria

Mario nacque nel 1913, in quello stesso anno muore il padre Giuseppe: Teresa rimane così sola con i figli minorenni.
È il 1916 quando il figlio Luigi si reca a Parigi a fare un corso di chemisier con il Signor Mezzadri, inventore della AMEX di Milano che fu la prima camicia no stiro.
La memoria di quel viaggio parigino e le raffinate competenze acquisite sono racchiuse in un libretto che è riprodotto in copia e appeso a una parete del negozio di Pescetto.

Quella preziosa conoscenza diverrà un tassello importante della grande fortuna commerciale dell’attività di famiglia.
E infatti, nel 1916, Luigi apre con la sorella Francesca un laboratorio di camiceria in Via Marcello Durazzo.

Nel 1922 Lucho e Giuseppe, figli di Giuseppe, aprono il primo negozio in Via di Scurreria.
È collocato nel locale sottostante la scultura raffigurante l’Italia Turrita della quale ebbi modo di scrivere tempo addietro, qui un tempo si trovava la bottega del calzolaio Moscino, patriota della prima ora che volle così celebrare il suo amore per l’Italia con questo significativo altorilievo.
A seguire, qui venne poi appunto la Rinomata Camiceria di Lusso dei Pescetto: per fare uscire in fuori la vetrina c’era un’apposita manovella che andava fatta ruotare ad ogni inizio di giornata.

È un’impresa di famiglia nella quale ognuno mette la propria parte di lavoro e di ingegno.

Ed è Mario, il piccolo di casa, a dare l’impronta del lusso e dell’esclusività al negozio, proponendo i migliori marchi, lo stile ricercato ed elegante che distinguono ancora questa celebre attività cittadina.
Eccolo Mario, è seduto per terra con l’abito alla marinara e tutta la vita davanti: lui è il nonno dell’attuale generazione dei Pescetto.

Arriviamo al 1929: l’attività è ora nelle mani di Mario, Luigi e Giuseppe Pescetto e a loro 3 si deve così il simbolo del 3 pesci che contraddistingue il negozio.

Nel corso degli anni il negozio si ampliò, i Pescetto infatti acquisirono i diversi civici di Via di Scurreria che ancora compongono il loro negozio.
Nel 1939 vennero rifatti completamente gli arredi e il mobilio su progetto di Fausto Saccorotti (fratello del pittore Oscar) e di Alberto Issel.

Lo stile è completamente Art Deco, tutto è in legno di tek e carta pergamena.

Rimane viva e presente, in questi locali, la memoria dei predecessori.

I cassetti racchiudono le morbide maglie.

E vi svelo una ulteriore curiosità: gli sportelli sono costruiti senza cerniere.

Lo stile del negozio è in ogni sua parte elegante ed accurato.

Se passerete in Scurreria non potrete non notare la vetrina ad invito composta da un unico cristallo curvato proveniente dal Belgio: all’epoca, per posizionarlo, fu necessario chiudere la strada.

Pescetto è stato per lungo tempo esclusivista di Hermès a Genova e oltre al negozio di Scurreria c’era in città un altro punto vendita: Pescetto Junior venne aperto nel 1969 in Via Roma e chiuse i battenti nel 2015.

E questo è il foulard di seta disegnato da Stefano Pescetto nel 1969 per Hermès.

Da Pescetto trovate abbigliamento per uomo e donna, borse e accessori e capi di qualità, sempre nel segno dello stile e dell’eleganza.

Trovate i loro splendidi foulard.

E le deliziose fragranze di Floris.

Al piano superiore c’è il reparto donna.

E qui certe finestre affacciano su Campetto.

Le sorprese non sono ancora terminate, perché da Pescetto c’è anche un reparto vintage con capi nuovi di celebri marchi risalenti agli anni ‘50, ‘60 e ‘70.

E qui i nostalgici avranno da divertirsi!

Questa parte del negozio è davvero una finestra sul passato, ci potete persino trovare un costume di lana d’antan!

Oppure dei favolosi bastoni da passeggio.

E un cilindro per le vostre serate a teatro.

Un accessorio rifinito con cura e garbo, si intende, alla maniera di Pescetto.

C’è ancora una meraviglia da mostrarvi, è l’antico telaio del 1870 che era custodito un tempo nella casa di Savignone in una stanza proibita ai bambini.
È l’antico testimone di una bella storia di famiglia, è la memoria di un lavoro lento, sapiente e paziente.

Sul telaio c’è il tessuto rigato con il quale vengono fatte le cravatte Regimental.

Rappresenta il sogno ancora vivo e reale di Giuseppe Nicolò Pescetto che partì all’avventura per il Sud America per poi tornare a Genova.
Egli riposa, con i fratelli e i componenti della sua famiglia, nella tomba realizzata dall’architetto Enzo Bifoli e sita nella Galleria Montino del Cimitero Monumentale di Staglieno.

La storia della famiglia Pescetto e del negozio di Scurreria continua, oggi questa attività è inclusa nel Registro delle Botteghe Storiche di Genova e non potrebbe certo essere diversamente.
Ringrazio l’Architetto Francesca Pescetto per avermi mostrato tutte le meraviglie del suo negozio e per avermi narrato le complesse vicende della sua famiglia.

È il filo tenace di una storia che si svolge per le strade di Genova e che viene intessuto con amore, dedizione e passione dal lontano 1899.

Monumento Magistra: la grazia sublime

È una figura aggraziata e con una mano regge una lucerna.

Sottile, delicata, il sole lambisce la sua veste.

E la luce rischiara il suo volto bellissimo.

Le dita sottili e affusolate restano così immobili, in questo istante mistico.

In un equilibrio perfetto, denso di bellezza e autentico ascetismo.

La ieratica figura presiede la tomba della famiglia Magistra sita nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno ed è opera dell’artista Federico Bringiotti che la realizzò nel 1924.

Come da consuetudine dello scultore, anche in questo caso alla base della statua è riportato un verso tratto dalla Bibbia e precisamente dal Salmo 132, 17 e le seguenti parole significano: preparai la lucerna per il mio Cristo.

Il capo velato, la leggiadria dei tratti, la purezza assoluta.

Nel silenzio, nella quiete.

Reggendo la lucerna, con grazia sublime.

Monumento Lavoratti: dalla terra al cielo

Si staglia aggraziata la scultura posta sulla tomba della famiglia Lavoratti, opera magnifica di Federico Bringiotti risalente al 1933 e sita nel Porticato Montino del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Un angelo, etereo e perfetto, stringe il polso di una fanciulla per portarla con sé, volgendo lo sguardo verso il cielo.

Dalla terra all’eternità, in un distacco ineluttabile.
In questa tomba riposa anche una giovane ragazza ma la fanciulla con la sua grazia gentile, secondo la mia opinione, potrebbe essere al tempo stesso la rappresentazione dell’anima.

Ha i tratti delicati e gli occhi rivolti alle cose terrene, ai ricordi, al tempo trascorso.

E la sua mano nulla trattiene.

Così leggera, nella sua elegante postura, piano si distacca dal mondo.

Sullo sfondo si nota un campo di grano sovente rappresentato da Bringiotti anche in altri monumenti funebri.

La fanciulla dai capelli di seta ha lo sguardo assorto e attraversato da memorie e pensieri.

Diafana ed esile così rimane con il suo abito che cade sulla sua figura in morbidi drappeggi.

Mentre l’angelo, inesorabile, la trae a sé.

Lo scultore Federico Bringiotti era solito porre alla base delle sue sculture una citazione biblica e sul Monumento Lavoratti sono scolpite le parole “La sua anima era gradita a Dio” tratte da Il Libro della Sapienza 4, 14.

L’angelo, fidente e radioso, stringe un fascio di spighe di grano che simboleggiano l’Eucarestia.

Con lo sguardo la fanciulla ancora indugia, per qualche istante, verso le cose del mondo.

E poi condotta dall’angelo, si libra lieve e leggera, dalla terra al cielo.

Monumento Rebora: con i fiori tra le mani

È un’aggraziata figura femminile a custodire il sepolcro dove riposa Giuseppe Rebora.
Lei rimane così posata, con dei fiori tra le mani.

Nello sguardo memorie, nostalgie, ricordi e dolcezze.

E boccioli odorosi tra le dita sottili, tenere foglie e fragili steli.

Il monumento è sito nella Galleria delle Tabelle Decorate del nostro Cimitero Monumentale di Staglieno e comprende un busto nel quale è effigiato il defunto.

La scultura è opera del talentuoso artista Giovanni Battista Villa, anche vicino al suo nome e alla data di realizzazione dell’opera si aprono quei fiori velati dalla polvere del tempo.

Petali delicati e freschi boccioli sono così posati sul lembo dell’abito della figura posta davanti alla tomba.

È un monumento maestoso ed elegante e si distingue per la grazia e per l’armonia delle linee.

Nel silenzio della galleria così rimane la malinconica fanciulla: con i fiori tra le mani.

Monumento Calcagno: la grazia dell’angelo

È un angelo magnifico e custodisce la tomba della famiglia Calcagno situata nel Viale Inferiore Valletta Pontasso del Cimitero Monumentale di Staglieno.
La scultura bronzea è un autentico capolavoro di bellezza ed è opera di Adolfo Apolloni che la realizzò 1905.

Vi è rappresentato l’angelo del dolore che, affranto, rimane sui gradini del monumento, nella potenza della sua gestualità.

È un angelo colmo di grazia, colto in questa postura elegante, con le grandi ali frementi e la veste che cade dolcemente in morbidi drappeggi.

Ha gli occhi socchiusi, in devota preghiera.

E tra le dita stringe un fiore da deporre sul sepolcro.

Il sole lambisce i suoi tratti e le sue armoniose fattezze.

Sulla tomba, in un tondo, vi è anche una piccola scultura raffigurante la Madonna con il Bambino.

E l’angelo così rimane, abbandonato e dolente.

I ricci incorniciano il suo viso.

E le grandi ali ripiegate sono il suo magnifico ornamento.

Accarezzato da luce radiosa così resta, nella sua grazia perfetta, l’incantevole angelo del Monumento  Calcagno.