Antonio Andrea Erede: patriota e mazziniano

Questa è la storia di un genovese di nome Antonio Andrea Erede, ardente patriota e mazziniano.
Nato nel 1820, Erede fu educato fin da bambino al patriottismo e nel 1844 si guadagnò la patente di Capitano di Lungo Corso che gli venne rilasciata dal Contrammiraglio Giorgio Mameli all’epoca presidente della commissione esaminatrice e padre dell’eroico Goffredo.
Un filo sottile unisce il destino di Erede e quello di Mameli: Goffredo morirà a Roma il 6 Luglio 1849, dopo essere stato ferito gravemente durante l’assedio della città e ad assisterlo negli ultimi giorni della sua breve vita ci sarà anche Antonio Erede.
Indomito difensore della libertà, Erede è tra le fila di coloro che a Genova contrastano l’attacco dei bersaglieri di La Marmora nelle ore furenti del 1849 e lo troviamo a valorosa difesa della barricata di San Tommaso.
Si unisce poi al Generale Avezzana e parte quindi alla volta di Roma dove sarà tra i combattenti che credono negli ideali Mazzini e della Repubblica Romana.
E qui Erede si distingue quale Ufficiale di Stato Maggiore in quei giorni di gloria e di furore.

Entrata di Mazzini in Roma nel 1849
Illustrazione tratta dal libro Della Vita di Giuseppe Mazzini
di Jessie White Mario

Volume di mia proprietà

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Erede si stabilisce a Costantinopoli dove rimarrà per qualche anno.
In seguito lo ritroveremo a Londra ancora al fianco di Giuseppe Mazzini.
Esiste una lettera di Mazzini indirizzata a Erede e datata ottobre ‘57 (da me reperita in una raccolta della Società Ligure di Storia Patria) nella quale Mazzini usa queste parole:

“Mio caro Erede, noi non ci siamo visti che una volta, ma tra compatrioti e patrioti una stretta di mano concede diritti al di là del formalismo sociale.”

Gli affida poi il suo amico Giacomo Profumo che appunto aveva partecipato ai falliti moti del ‘57 ed era poi fuggito a Londra.
Antonio Erede diventerà il segretario di Giuseppe Mazzini e rimarrà con lui a Londra fino 1860.

Instancabile e indomito in quell’anno fatale parte alla volta della Calabria in aiuto ai preparativi della Spedizione dei Mille.
A lui venivano affidati gli incarichi più delicati: ad esempio venne inviato da Ignazio Florio a rinnovare le cambiali che servirono per l’acquisto delle armi necessarie all’insurrezione della Sicilia, armi che furono spedite da Mazzini al Comitato di Azione.

Divise garibaldine
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Dopo l’Unità d’Italia Erede tornò a vivere nella sua Genova, dove sempre coltivò le sue idee democratiche.
Ho scoperto questa singolare figura di patriota leggendo un interessante articolo di Bice Pareto Magliano pubblicato sul Il Secolo XX – Rivista Popolare Illustrata di Maggio 1915.
Bice Pareto era figlia del Marchese Ernesto, uno dei più ferventi seguaci di Giuseppe Mazzini, fu giornalista e scrittrice e in quelle righe, oltre a rammentare le gesta di Erede, consegna ai posteri anche un suo ricordo di lui.
Lo descrive come un vecchietto dalla prontezza arguta e sempre felice di ricordare i tempi gloriosi che aveva vissuto, lei dice che Erede abitava in una casa in Piazza Ponticello, all’ultimo piano, lassù curava i suoi fiori e e le sue lontane memorie.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ricorda poi l’autrice di aver incontrato Erede proprio il giorno prima della sua morte, sopravvenuta il 25 Marzo 1909.
In quell’occasione lei disse al vecchio patriota, ormai ottantanovenne, che nell’aria si sentiva profumo di violette.
Alla sera, rientrando a casa, trovò un mazzo di violette omaggio gentile del sensibile Antonio Erede.
E di lui si ricorda anche l’anonimo giornalista del quotidiano Il Lavoro che scrisse la memoria del patriota sul giornale in data 26 Marzo 1909.
Egli racconta di averlo incontrato in Via Luccoli, alle 10 del mattino del giorno precedente, quello della sua morte.

Erede indossava il suo solito scialle e si era lamentato di non aver ricevuto, a causa di un disguido postale, l’invito a una festa patriottica tenutasi la domenica precedente.
“Perché io non manco mai!” Soggiunse.
Ed era davvero così, Erede era rimasto il fervente patriota di sempre.
E scrive ancora il giornalista che il fiero capitano aveva scritto sul suo biglietto da visita: Ufficiale della Repubblica in aspettativa.
Per amor di precisione aggiungo che il giornalista scrive che Erede, all’epoca della sua morte, abitava in una dimora in Via di Ravecca.

Al suo funerale ci fu grande partecipazione: c’erano i membri della Confederazione Operaia, diverse altre associazioni con la bandiera, una rappresentanza delle scuole popolari e altri personaggi illustri del tempo.
Secondo le sue volontà Antonio Andrea Erede venne cremato e le sue ceneri riposano nel Tempio Crematorio di Staglieno.
E io che non conoscevo la sua storia sono così andata a cercarlo.
La lapide in sua memoria riporta solo i dati anagrafici, non c’è traccia del suo tumultuoso passato e del suo contributo alla storia della nostra nazione.
Così ho voluto rendergli omaggio: qui riposa il Capitano Antonio Andrea Erede, patriota, mazziniano e Ufficiale della Repubblica in aspettativa.

5 Maggio 1860 allo Scoglio di Quarto

È il luogo del nuovo inizio della nazione, è il luogo dei cuori intrepidi e delle rinnovate speranze.
È il 5 Maggio 1860: i piroscafi della Società Rubattino sono pronti a sfidare le onde, partiranno dallo Scoglio di Quarto con un carico di ardimentosi animati dal desiderio di fare l’Italia.
L’imbarcazione denominata Piemonte è comandata da Nino Bixio, sul Lombardo invece si trova il Generale Garibaldi e coloro che credono in lui lo seguono.

È un popolo variegato per provenienza geografica e per estrazione sociale, tra le Camicie Rosse di Garibaldi ci sono facchini, avvocati, negozianti, falegnami, calzolai, questo è il popolo fervente dei garibaldini.
E i loro nomi compongono la scritta che riluce nel luogo dal quale partirono.

Davanti agli scogli e davanti al mare che videro il loro eroismo.

Qui, in questa parte di Genova, si leggono anche le parole di un grande scrittore che forse meglio di chiunque altro definì i tratti della vera forza di Garibaldi: un uomo di libertà e di umanità che portò con sé l’anima del popolo.

In quel tratto di costa genovese vedrete una lapide affissa sul muro esterno un tempo di pertinenza di Villa Spinola, la dimora nella quale soggiorno il Generale Garibaldi prima della sua partenza.
E lì davanti è posizionata una stele commemorativa in onore dell’Impresa dei Mille.

E l’onda fluisce, alle spalle di quel marmo che celebra Le Camicie Rosse nel luogo dal quale presero il largo.

Poche parole, il ricordo di istanti nei quali si fece la storia.

Era il 5 Maggio 1860, allo Scoglio di Quarto.
E il vento e il mare di Genova ancora custodiscono la memoria di quel giorno.

Michele Novaro, artefice di possenti armonie

Il suo nome è legato indissolubilmente alla storia d’Italia e a quelle note del nostro inno nazionale che Michele Novaro compose.
Una musica fiera, concitata e colma di passione che accompagna le parole ardenti scritte da un altro genovese, quel ragazzo di nome Goffredo Mameli a me tanto caro.
Il Canto degli Italiani, comunemente noto come Inno di Mameli, è in realtà l’Inno di Mameli e di Novaro ed è una delle più belle pagine patriottiche di questa nostra Italia che tanto spesso pare dimenticare i suoi eroi anche se in certi cuori la memoria di loro rimane sempre viva e presente.
E al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, si trova anche lo sguardo di lui: Michele Novaro, così ritratto dal Maestro Giuseppe Isola.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Come Mameli, anche Novaro era genovese e, per un caso del destino, i due nacquero in due case situate a breve distanza una dall’altra.
Mameli nacque in San Bernardo, Novaro invece ebbe i natali il 23 Dicembre 1818 in una dimora situata in Vico Vegetti al civico 18 in un portico oggi murato come narra il Dottor Leo Morabito, già direttore del Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, nel suo volume Genova Risorgimentale.

Novaro fu musicista, compositore, cantante lirico, tenore e maestro di canto e direttore dei cori del Teatro Regio e del Teatro Carignano, era particolarmente versato proprio per la musica patriottica.
Abita a Torino in quel 1847 in cui il suo destino si intreccia a quello di Goffredo: Novaro ha 29 anni, Mameli ne ha 20.
È una sera di novembre e Novaro si trova nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio quando giunge il pittore Ulisse Borzino che consegna a Michele un foglio pronunciando queste parole: To’, te lo manda Goffredo.
E Novaro legge, si commuove, le parole di Mameli lo avvolgono in un unico afflato patriottico: sul foglio ci sono i versi dell’Inno, quel Canto degli Italiani sul quale Novaro comporrà la sua musica.
Michele Novaro si siede al cembalo e inizia a imbastire qualche nota, il furore e la fretta si fanno concitati così egli lascia la casa di Valerio e, una volta giunto nella propria dimora, senza neanche togliersi il cappello si mette al pianoforte e compone così l’armonia del nostro Inno Nazionale.
Ho già avuto modo di raccontarvi questo aneddoto nel mio articolo dedicato a Mameli e al Canto degli Italiani ma era inevitabile riportarlo di nuovo in questa occasione.

Il Canto degli Italiani
Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Quel canto così ardente infiammò i cuori dei patrioti che lo intonarono in quel 10 Dicembre 1847 in occasione della processione al Santuario di Nostra Signora di Loreto in Oregina.

Quel Canto degli Italiani consegna così Mameli e Novaro alla storia d’Italia.

La vicenda umana del giovane Goffredo, sacrificatosi per la patria e per i suoi ideali, fu breve e tragica, quella di Novaro fu lunga ma la sua carriera non fu particolarmente fortunata, egli ebbe spesso problemi di natura economica.
Si sposò, divenne padre, il suo ardore patriottico non lo abbandonò.
Nel volume Il Teatro Carlo Felice cronistoria dal 7 aprile 1828 al 27 febbraio 1898 di Ambrogio Brocca ho trovato notizia di un’iniziativa del Maestro Novaro risalente al 13 Febbraio 1860.
In quel giorno, infatti, egli organizzò in teatro un concerto musicale in favore della sottoscrizione per il milione di fucili promossa dal Generale Garibaldi.
E intervennero molte bande cittadine, venne eseguito anche Il Canto degli Italiani, una grande folla applaudì l’evento in un tripudio di autentico patriottismo.

Generoso e appassionato, a metà degli anni ‘60, Novaro istituì una Scuola Gratuita Popolare di Canto per ambo i sessi che arrivò presto ad annoverare un centinaio di allievi che impararono così il canto da uno delle figure più importanti per questa nostra patria.
Ho cercato notizia di questa sui miei libri antichi e nella Guida Commerciale di Genova del 1874-75 di Edoardo Michele Chiozza ho trovato traccia di lui tra i maestri di musica e canto, la sua scuola risultava in quella Piazza de’ Tessitori oggi scomparsa a causa dei bombardamenti della II Guerra Mondiale, si trovava nella zona tra Piazza delle Erbe e Salita del Prione.

Il maestro Michele Novaro, come già detto, ebbe in sorte poca fortuna e solo in tarda età ormai nel 1878, ricevette l’incarico di maestro di canto nelle scuole municipali di Genova.
Il ritratto di Giuseppe Isola ci mostra il Maestro Novaro ritto in piedi con la penna tra le dita e appoggiato al pianoforte, sul leggio è posto lo spartito con il suo e nostro inno e sventola il tricolore nel quadro che ci tramanda l’immagine di colui che compose quelle note immortali.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Michele Novaro morì a Genova il 20 Ottobre 1885 e riposa nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno non distante da Giuseppe Mazzini e da molti altri patrioti che là dormono il loro eterno sonno.
La scultura che custodisce le spoglie del Maestro è opera dell’artista Giovanni Battista Cevasco che ne fece dono.

Su di essa si staglia una lira racchiusa da una corona d’alloro, come si conviene a colui che compose quella musica magnifica.

In memoria di lui le parole di Arrigo Boito così incise su candido marmo.

E così, ritornando nella quiete di Staglieno, andate a porgere il vostro omaggio anche a lui e ricordate quel giorno, a Torino, provate a immaginarlo mentre stringe tra le mani il foglio con le parole di Goffredo Mameli.
E sentirete risuonare quella musica, tanto potente quanto cara.
Qui riposa il Maestro Michele Novaro: genovese, patriota e artefice di possenti armonie.

Corso Magenta: tre pietre d’inciampo per la famiglia Valabrega

Sono tre nuove pietre d’inciampo e sono state collocate di recente nella loro sede così come altre dieci pietre posizionate in diverse strade di Genova.
Le pietre d’inciampo, come è noto, sono targhe in ottone ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig e pensate come memoria perenne delle vittime dell’Olocausto.
Vengono poste a terra in luoghi particolari e significativi per le persone delle quali testimoniano le esistenze, può trattarsi della casa di famiglia o magari del luogo nel quale la persona venne tratta in arresto.
Queste tre nuove pietre d’inciampo raccontano e rammentano la vicenda tragica della famiglia Valabrega.

Le trovate in Corso Magenta, in Circonvallazione a Monte.

Davanti al civico 5 dove abitavano i Valabrega.

Di fronte al portone, a terra, luccicano nella luce dell’inverno le tre targhe poste in memoria di queste persone.

Ed era un giorno d’inverno quello in cui i Valabrega abbandonarono la loro casa.
Arturo Valabrega, la moglie Ida e il figlio Luciano intendevano rifugiarsi in Svizzera dove speravano di trovare la salvezza e così fuggirono, lasciando Genova.
Con loro c’era anche il nipote, il Dottor Bruno De Benedetti che abitava in Via Mameli, a poca distanza dalla dimora dei Valabrega.
Anche per il Dottor Bruno De Benedetti è stata posizionata tempo fa una pietra d’inciampo della quale ebbi modo di scrivere qui.
Tutti loro non riuscirono mai a raggiungere la frontiera, vennero arrestati, condotti a Fossoli e poi deportati ad Auschwitz il 22 Febbraio 1944: fecero quel terribile viaggio in treno insieme a Primo Levi.
Arturo Valabrega venne assassinato nel maggio di quello stesso anno.

La moglie Ida, invece, fu uccisa il giorno del suo arrivo al campo.

Il loro figlio Luciano, con la sua bella e fiorente giovinezza, perse invece la vita in un luogo differente.

Le pietre d’inciampo, con la precisione di date e luoghi che delimitano i destini delle persone, non restituiscono certo i sorrisi, il suono delle voci, il ricordo dei momenti felici.
E tuttavia, nella loro semplice chiarezza, costituiscono la memoria reale di ciò che queste persone hanno perduto a causa dell’odio cieco di altri uomini, rappresentano il luogo del ricordo per coloro che non ebbero nemmeno una tomba.
Inducono a fermarsi, a leggere i nomi, a rivolgere il pensiero alle speranze svanite, alle famiglie disgregate, alle mani che si lasciarono senza mai più ritrovarsi.
I Valabrega e Bruno De Benedetti erano parenti dell’Avvocato Filippo Biolé che si dedica in diverse maniere a valorizzare e mantenere viva la memoria delle vittime dell’Olocausto, il suo impegno riguarda così anche le pietre d’inciampo e include le visite nelle scuole per parlare ai ragazzi e trasmettere loro le testimonianze di ciò che è accaduto.
Io da qui lo ringrazio per tutto il suo lavoro e per avermi raccontato la tragica storia dei Valabrega.
In questo giorno della memoria ricordiamo tutte le vittime e ricordiamo questa famiglia: un padre, una madre e il loro ragazzo.
Forse prima di lasciare la loro casa si guardarono intorno un’ultima volta, forse con la speranza di tornarci, un giorno.
Aprirono il portone del palazzo di Corso Magenta e il portone si richiuse alle loro spalle.
Per sempre.

La casa dalla porta dorata

“Si sente ancora nell’aria l’odore fresco della rugiada.
L’acqua zampilla con un leggero mormorio nella fontana sul bordo della quale è coricata una piccola Venere di marmo. Amara prova un’ondata di felicità. Ecco cosa significa essere liberi: poter godere di tutto questo.”

Una quiete bucolica, una dimora sontuosa: ecco la nuova residenza di Amara, colei che fu una schiava del lupanare e ora, da liberta, vive con un certo agio sotto la protezione del suo patrono Rufo.
Amara e le sue compagne di sventura, già protagoniste del romanzo Le Lupe di Pompei, tornano a rivivere tra le pagine di La casa dalla porta dorata, secondo volume della trilogia scritta da Elodie Harper  pubblicata da Fazi Editore.
E se nella prima parte della trilogia il filo conduttore della vicenda era l’amicizia solidale tra le donne del lupanare, in questo seguito della storia le parole chiave sono timore, disincanto, incertezza.
Tutto ha un prezzo e quella libertà che da principio Amara confidava di aver conquistato per sempre non è realmente quel che lei credeva e quel passato che lei pensava di essersi lasciata alle spalle è ancora una torbida minaccia.
In questa Pompei del 75 d.C. destinata ad essere devastata dall’eruzione del Vesuvio la lotta per la vita non conosce tregua: Amara non solo si batte per la propria libertà ma custodisce nel cuore il senso di giustizia e di amicizia e dovrà affrontare il peggiore dei tradimenti.
Amara poi, in modo del tutto inaspettato, scoprirà quel sentimento che la renderà forte e vulnerabile allo stesso tempo: l’amore vero che non potrà vivere alla luce del sole.

Dietro alla porta dorata si consuma la passione, si compie il destino e vengono commessi i fatali errori che segneranno il futuro di Amara.
Inganno e disillusione fanno crescere inesorabile il senso di insicurezza.

“Solo gli sciocchi pensano che la vita sia come una commedia, e che sia possibile mantenere intatta la propria virtù.”

E Amara, così caparbia e tenace deve continuamente confrontarsi con l’universo maschile: gli uomini della sua vita sono, per la maggior parte prepotenti, prevaricatori e superbi.
E nel destino di lei c’è ancora Felicio, colui che era suo padrone al lupanare e ancora la tormenta e la perseguita, vuole distruggere in ogni modo le sue speranze di felicità.
La Harper, con il consueto raffinato talento, ci trasporta ancora in quel mondo duro, difficile e complesso del quale sa cogliere ogni sfumatura come se lo avesse veduto con i suoi stessi occhi.
Crudo, realistico, incalzante, questo romanzo illumina nuovamente quella Pompei e le usanze di quell’epoca, vi conduce nel luogo dove si acquistano giovani schiave o tra il popolo urlante nell’anfiteatro mentre i gladiatori combattono per la loro sopravvivenza.
Con esaustiva ricchezza di particolari la Harper delinea i diversi ruoli nella società romana e le differenze tra le classi sociali e il suo sguardo si posa su quel travagliato universo femminile, scandagliando le esistenze delle donne e svelando le loro sconfitte e le loro conquiste.
E come chiaramente dice Amara queste ragazze di Pompei sanno anche essere consapevoli del loro valore.

“C’è sempre un prezzo da pagare quando si sottovaluta una donna”.

Ho letto questo romanzo appassionante con autentico coinvolgimento, ogni capitolo, come nel caso del volume precedente, si apre con una dotta citazione latina o con un’antica iscrizione di Pompei e quelle parole del passato trovano riscontro nel trama intessuta dalla Harper.
Sul finire del volume il destino di Amara muta nuovamente, tuttavia nulla lascia presagire cosa le accadrà ma sappiamo che la ritroveremo nel libro che concluderà la trilogia.
Silente e minaccioso, il Vesuvio sovrasta le case di Pompei, i suoi abitanti e le loro felicità.
E il passato e il presente restano intrecciati, nell’anima e nel cuore, in un solo potente battito.

“Amara vede con gli occhi della mente la statuina della divinità protettrice dell’Attica nella casa dei suoi genitori. Pallade Atena, dea della saggezza e della strategia, la più amata di tutti gli immortali nella città natale di Amara. La dea che Amara ha abbandonato in favore di Venere, protettrice di Pompei.”

Le lupe di Pompei

L’Attica. Quante cose in una parola sola. L’orgoglio della sua origine, il dolore per quanto ha perso. Casa. D’un tratto la sente più vicina.

Lo sguardo che si perde lontano, nel rimpianto e nella nostalgia della propria esistenza perduta, è quello di Timarete, greca di Afidna, figlia di un medico e schiava a Pompei con il nome di Amara.
È il 74 d.C., cinque anni prima della drammatica eruzione del Vesuvio che travolgerà Pompei e con essa i suoi abitanti.
Amara è un ragazza del lupanare di Pompei e viene venduta senza troppi riguardi dal suo padrone Felicio così come le schiave Didone, Berenice, Vittoria e Cressa, nessuna di loro porta il proprio nome, nessuna di loro ha più un legame con il proprio passato.
Le lupe di Pompei è il primo straordinario volume della trilogia scritta da Elodie Harper e pubblicata da Fazi Editore, un libro magnifico scritto con vivace sapienza e ricco di dotte citazioni.
È una storia di sopraffazione e di sopravvivenza, è una storia di dolori e di speranze negate, è una storia di sconfitte e di coraggio, si coglie una varietà di emozioni diverse sui visi di queste giovani donne.
Ed è una storia di libertà, sognata, inseguita, inarrivabile, per qualcuno neanche più immaginabile.

Pensa a quando vedi un uccello volare. Nell’istante in cui decide di scendere in picchiata o salire ancora di più, quando c’è solo l’aria a fermarlo; ecco, quella è la sensazione della libertà.

Ognuna delle ragazze troverà il proprio imprevedibile destino, la loro vita è faticosa e carica di violenza.
L’autrice usa spesso, volutamente, un linguaggio crudo nel quale non mancano parole scurrili: è lo stesso modo di esprimersi che si trova inciso nelle iscrizioni lasciate sui muri di Pompei dai suoi antichi abitanti o in certi epigrammi licenziosi di Marziale o in alcune poesie di Catullo.
È la vita vera quella cosa lì e ci lascia stupefatti e attoniti davanti alle difficoltà che queste giovani devono affrontare.
Con talento la Harper ci offre un punto di vista inusuale su questo mondo e su questa società dai valori molto diversi dai nostri: è lo sguardo delle donne e delle schiave.
L’intreccio, complesso e avvincente, si snoda sulla loro quotidianità descritta con minuziosa perizia: si cammina per le vie di Pompei, si seguono le ragazze ai Vinalia e ai Floralia, le si osserva scegliere una stoffa per un’esibizione, si comprende che in questo mondo anche i più crudeli, in realtà, sono degli sconfitti.
Le vite di queste donne si reggono sulla solidarietà, sull’amicizia, sull’affetto che riescono reciprocamente a darsi.
E Timarete, detta Amara, palpita ricambiata per Callia, anche lui schiavo e noto come Menandro, figlio del miglior ceramista di Atene.
E il loro è un amore fragile e ha il sapore dell’amarezza, è un amore che non conosce libertà.
Timarete e Callia, il vero nome: la cosa più preziosa che ognuno ha.

A Pompei nessuno ha mai osato chiederglielo: il vero nome è l’ultimo residuo di privatezza, di se stesso, che rimane a ogni schiavo un tempo nato libero.

Ogni minuto è fatica nel lupanare.
Le voci delle amiche, un sacco di fave per giaciglio, le luci delle lanterne, i clienti, gli abiti che denunciano lo stato di schiave.
E l’immaginario si intreccia alla realtà.
Allo spettacolo dei gladiatori, ad esempio, le ragazze vanno in visibilio per il prestante Celado che è realmente esistito.
Il suo nome è inciso infatti nella scuola dei gladiatori di Pompei e così ci è stato tramandato il ricordo di lui:

Suspirium puellarum/traex/Celadus.

Sospiro delle ragazze/il tracio /Celado.

Non è il solo personaggio reale che incontriamo tra le pagine del romanzo: Amara conoscerà Gaio Plinio, comandante in capo della flotta imperiale, studioso e naturalista noto come Plinio il Vecchio.
Le pagine dedicate al suo confronto con questa figura così carismatica sono tra le più intriganti ed avvincenti, si resta con il fiato sospeso a seguire i tentativi di Amara di trovare uno spiraglio di fiducia, un nuovo inizio.
Al tempo dell’eruzione del Vesuvio Plinio il Vecchio si trovava a Miseno, in qualità di comandante della flotta.
Si avvicinò a Pompei per osservare ciò che accadeva, prestò soccorso ad alcuni amici e perse la vita egli stesso morendo probabilmente soffocato.
Il racconto della sua morte e di ciò che egli vide ci è stato tramandato da suo nipote Plinio il Giovane in due lettere che egli scrisse a Tacito.
Presumendo che nei volumi a seguire si affronti l’eruzione di Pompei ritengo plausibile ritrovare ancora Plinio il Vecchio descritto dalla sagace penna di Elodie Harper.
Questo romanzo potente è una lettura magnifica e lascia una sensazione di aver impegnato le proprie ore in un vero viaggio a ritroso che offre molti spunti di riflessione.
E al di là di tutte le inevitabili differenze che ci fanno sembrare quel mondo lontano dal nostro, un filo sottile ci unisce ad Amara, Berenice e a tutte le altre: è l’essenza del cuore umano, la perpetua ricerca di amore e felicità, con la speranza di trovare infine il proprio posto nel mondo.

Timarete, persino gli schiavi sono padroni della loro felicità. Anzi, le emozioni sono le uniche cose che possediamo.

Giovanni Battista Albini: un uomo e il suo mare

Ha l’espressione indomita e fiera, luccicano sul suo petto le molte decorazioni al valore e le medaglie conquistate durante la sua carriera.
Ecco lo sguardo intenso, la figura solida e il nome di lui: Giovanni Battista Albini, militare della Real Marina Sarda e della Regia Marina, nella sua esistenza verrà promosso al grado di Contrammiraglio.
Originario di La Maddalena, nacque nel 1812 dall’Ammiraglio Giuseppe Albini e da Raffaella Ornano, aveva appena 11 anni quando entrò a far parte della Regia Scuola Militare di Marina di Genova.
La sua vita si svolse così all’insegna del coraggio e dell’audacia, le sue imprese e le notizie sulle sue gesta sono ampiamente riportate con ricchezza di dettagli sul sito del Ministero della Difesa.

E così si legge il lungo elenco delle onorificenze ricevute da Albini e citandone alcune vorrei ricordare che egli partecipò alla Campagna di Guerra in Adriatico (1848-1849) per la quale ricevette la Croce di Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, prese poi parte alla Campagna di Crimea (1855-56) e per le sue gesta ottenne la Legion d’Onore.
Inoltre partecipò alla Campagna dell’Italia meridionale e all’assedio di Ancona che gli fece guadagnare la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

Pel modo ardito e sotto ogni aspetto commendevole con cui si comportò nell’assedio di Ancona.
R.D. 4 ottobre 1860.

Un giorno il mio sguardo ha trovato quello di questo italiano del passato, i soggetti militari non sono così frequenti da reperire e in realtà io in genere prediligo altri ritratti.
In questo caso, tuttavia, ho fatto un’eccezione, mi hanno colpita proprio il portamento fiero di lui e il suo aspetto nobile così ho aggiunto la sua fotografia alla mia piccola collezione.
Ci tengo a specificare che non è mio il merito di aver riconosciuto nella Carte de Visite un personaggio di tale caratura, a svelare il suo nome è stato infatti il Signor Claudio Scarpellini che nuovamente ringrazio anche da qui.
Giovanni Battista Albini, contrammiraglio, venne così ritratto dal celebre fotografo Célestin Degoix.

Albini lasciò le cose del mondo in un giorno d’estate del 1876 a Cassano Spinola e venne sepolto a Genova, nel nostro Cimitero Monumentale di Staglieno.
E così sono andata là, a portagli un saluto, egli riposa in una tomba monumentale sita nel Porticato Inferiore e opera del bravo scultore Antonio Rota.

Per rendere omaggio ad un uomo di mare Rota scelse proprio un marinaio così effigiato nell’atto di rendere il dovuto omaggio al defunto.

E una prua intanto fende la spuma bianca: ogni dettaglio del monumento richiama i giorni trascorsi per mare da Giovanni Battista Albini.

La lapide scolpita in memoria di lui è semplice ed esprime il dolore dei suoi cari per la grave perdita.

Non distante da qui, nella Galleria Inferiore a Ponente, riposa anche la madre di Giovanni Battista Albini e di lei vengono rammentate le numerose virtù.

Sulla tomba di Giovanni Battista Albini si trovano poi anche le cime marinare e una grande ancora, elementi che di nuovo ricordano il legame con il mare.

Una preghiera, un omaggio silente.

Nella mia visita a Staglieno ho voluto portare con me la Carte de Visite di Degoix, mi pareva giusto che l’Ammiraglio ritornasse proprio là, nel luogo del suo eterno sonno e dove si trova un marinaio in ginocchio davanti al sepolcro che racchiude le sue spoglie mortali.

Nella quiete e nell’ombra mistica del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Un pietra d’inciampo per Bruno De Benedetti

Oggi è il 27 Gennaio e in questo giorno si celebra la Giornata della Memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto, persone vittime dell’odio cieco che ha percorso anni terribili della nostra storia.
A loro sono dedicate le pietre d’inciampo, targhe in ottone che “raccontano” queste vicende dolorose e tragiche.
Ogni pietra d’inciampo viene posizionata in un luogo significativo per la persona alla quale si riferisce come ad esempio la dimora o il posto nel quale questa persona venne tratta in arresto e portata via ai suoi affetti.
Ho già avuto modo di scriverne in passato, qui e qui trovate i miei post dedicati alle pietre d’inciampo di Genova.
Di recente è stata collocata una nuova pietra d’inciampo, è l’undicesima: vi si legge il nome del Dottor Bruno De Benedetti, di professione pediatra.

Il tempo scorre, ci sono ancora tra di noi alcuni sopravvissuti che scamparono a quella furia: raccontano le loro storie, possiamo ancora sentire dalle loro voci ciò che videro e la tragedia immane che essi vissero.
Alle nuove generazioni è lasciato il compito di preservare queste memorie e conservare il ricordo di quanto accaduto perché non avvenga mai più.
Il Dottor De Benedetti era un giovane poco più che trentenne e la pietra d’inciampo in sua memoria è posta davanti al civico 1 di Via Mameli dove era sita la sua abitazione e dove i suoi cari attendevano il suo ritorno.
Oggi si legge là il suo nome, per non dimenticare.

Nostra Signora di Loreto: il Santuario dei patrioti

Vi porto con me nella quiete di una chiesa molto cara ai genovesi: il Santuario Nostra di Loreto si staglia contro l’azzurro del cielo e si erge maestoso sulla Piazza di Oregina.

È una chiesa ampia e vasta, la sua edificazione risale agli inizi del ‘600 e venne realizzata nel luogo dove pochi anni prima era stata costruita una piccola cappella fondata da alcuni monaci.
Il Santuario fu arricchito da molte diverse opere e abbellito grazie alla generosità di molti benefattori.
E sebbene non tutto sia come era in origine Nostra Signora di Loreto resta una chiesa splendida e molto suggestiva.

Un santuario, una città, la sua storia.
Andiamo così ai tempestosi giorni del 1746 quando in città infuriano i combattimenti contro l’invasore austriaco.
È il 9 Dicembre e Genova è in tumulto: al Santuario si trova un religioso, il suo nome è Candido Giusso e prega per la salvezza di Genova e del suo convento.
Scende la notte e, narrano le cronache, accade un fatto straordinario.
Padre Giusso apre la finestra e vede la luna e poi tra le nuvole gli appare la figura dell’Immacolata Concezione con la serpe ai suoi piedi, poco distante, in ginocchio e in devota preghiera, c’è Santa Caterina da Genova.
E Padre Giusso continua a pregare, quell’apparizione dura piuttosto a lungo.
Il giorno successivo segna un punto di svolta per la città: è il 10 Dicembre 1746, sono i tempi del Balilla e di molti altri eroi che portano a termine la sconfitta e la cacciata degli austriaci.
Il Senato, giunto a conoscenza dell’apparizione, stabilisce così che poi si debba sempre rendere grazie alla Madonna per aver salvato Genova dal nemico.
Si decide così che ogni anno, il 10 Dicembre, le autorità si recheranno in pellegrinaggio al Santuario.
E là, sulla facciata, è dipinta la scena di quell’apparizione.

Padre Candido qui riposa, nel silenzio della sua chiesa.

Ogni anno così i fedeli si recavano il processione al Santuario, questo accadde fino al 1810 quando un decreto napoleonico stabilì la soppressione degli ordini religiosi e il Santuario venne chiuso per poi riaprire tre anni dopo.

Sull’altare, con questa grazia, è posta la statua della Madonna di Loreto.

Trascorsero poi altri anni e giunse il tempo di diversi furori.
È il 10 Dicembre 1847 e ad infiammare i cuori dei genovesi è un prode ragazzo indomito e valoroso: il suo nome è Goffredo Mameli.

Goffredo Mameli, olio su tela di Domenico Induno
Opera conservata all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento di Genova

Sono trascorsi 101 anni dal giorno dell’apparizione e il corteo che salirà al Santuario è straordinario ed eccezionale, questo evento passerà alla storia e non verrà dimenticato.
E ci sono 35.000 persone e sventolano le bandiere e battono i cuori e forte si leva un canto: è il Canto degli Italiani scritto da Mameli su musiche di Michele Novaro.
È il nostro inno nazionale, cantato per la prima volta nelle strade di Genova: così si rinnova il ringraziamento a Maria e al tempo stesso si riafferma il desiderio degli italiani di essere una sola nazione.
Guidati da Mameli i patrioti cantano con l’intensità del loro amor patrio, di quel 10 Dicembre scrissi già tempo fa in questo articolo.
I patrioti salgono su per le creuze ripide di Genova e intonano quelle parole che anche noi conosciamo.
Questa scala che conduce al Santuario è denominata Scalinata Canto degli Italiani.

E poi immaginate quei valorosi mentre giungono in questo luogo che è anche uno straordinario punto panoramico: dalla Piazza di Oregina si vedono Genova, il suo porto e i suoi tetti, quell’orizzonte infinito come gli ideali di Goffredo Mameli.

È un luogo dalle molte suggestioni e se verrete a Genova vi invito a scoprirne la bellezza.

È una chiesa ampia e luminosa, cosi suggestiva e densa di storia di Genova e della nostra nazione.

Qui riposa anche un valente artista, lo scultore Bartolomeo Carrega.

E tra queste mura dorme il suo sonno eterno il patriota Alessandro De Stefanis, protagonista dei moti genovesi contro il governo sabaudo.

L’epigrafe sulla sua tomba ci ricorda il suo valore e il suo coraggio.

Qui, nella bella chiesa di Oregina potrete ammirare un dipinto di Giovanni Maria delle Piane, detto il Molinaretto, artista vissuto tra il 1660 e 1745.
È l’Angelo Custode che così lieve si libra nell’aria, ho una particolare predilezione per questo quadro.

Vi è anche un quadro del pittore seicentesco Giovanni Andrea Carlone: questo è San Giuseppe con Gesù fanciullo.

E dolce è lo sguardo della Madonna di Loreto posta sull’altare.
Questa statua un tempo era collocata all’interno di una piccola costruzione situata davanti all’altare al centro della navata ed edificata ad imitazione della casa di Nazareth, questa piccola cappella fu poi rimossa negli anni ‘20.

Armoniosa è la grazia di certe figure che ammirate in questa chiesa, statue di santi sono collocate nelle nicchie sulle pareti laterali.

Il sole attraversa le vetrate e così ravviva i colori.

In questo luogo di fede così legato alla storia di Genova e alla fede autentica dei genovesi.

Questa è la bellezza di Nostra Signora di Loreto, il Santuario dei patrioti.

Una targa per Pittamuli

Era un eroico ragazzo, era poco più che un bambinetto, si dice che Pittamuli avesse circa 10 anni.
Vi ho già narrato la sua vicenda, in questo vecchio post.
Questo ragazzino detto Pittamuli brillò per il suo coraggio nei giorni di dicembre del 1746, in quella stagione infiammata dalle gesta del Balilla.
Eccolo Pittamuli, è svelto e indomito, lui agisce dalle parti del Ponte di Sant’Agata, i soldati austriaci cercano di superare la Val Bisagno per entrare in città e nello strenuo tentativo di tenere la posizione si asserragliano in un’osteria, la popolazione è terrorizzata.
Ci sono poi quelli che invece non si fanno intimorire e uno di questi è Pittamuli, lui va là davanti e appicca un incendio con una fascina e poi con le armi e insieme ai suoi concittadini difende la città dal nemico che viene così ricacciato indietro.
La memoria di questo ragazzo è rimasta nelle vicinanze di quei luoghi che lo videro protagonista.
Per leggere il suo nome dovrete varcare la soglia di questo edificio di Piazza Manzoni dove si trovano ai nostri tempi gli uffici del Municipio Bassa Val Bisagno.

L’eroismo di un ragazzino e il nome con il quale è da sempre ricordato brillano in lettere dorate sulla targa apposta nell’atrio.
Per il suo valore Pittamuli viene paragonato ad Andrea D’Uberdò e a Pier Maria Canevari, anch’essi eroi di quei giorni difficili: il primo era un calzolaio ed era soprannominato lo Spagnoletto mentre il secondo era un nobile, potrebbe sembrare ai nostri occhi che non potessero esserci persone più distanti tra loro.
Entrambi, invece, combatterono per lo stesso ideale e per cacciare gli austriaci dalla città, entrambi morirono con le armi in pugno e furono onorati per il loro ardimento.
Al loro coraggio è così accostata l’audacia del giovane Pittamuli, un ragazzino di Genova che si distinse in quei tempi difficili del 1746.