Una bella mattinata di sole, a Palazzo Ducale, per celebrare un’antica usanza che risale all’inizio del XIV Secolo, la Cerimonia del Confeugo, l’omaggio del popolo alle alte cariche dello Stato.
Un’antica tradizione, che un tempo si teneva il giorno della Vigilia di Natale per accogliere il Nuovo Anno che nel Medioevo aveva inizio il giorno di Natale.
Ma andiamo con ordine, a ciò che narra lo storico Michele Giuseppe Canale.
Andiamo al 1270, anno nel quale veniva istituito l’ufficio dell’Abate del Popolo, che aveva il permesso di sedere tra i due Capitani del Popolo.
Canale lo definisce un rettore della Plebe, della quale l’Abate tutelava i diritti, cercando anche di prevenire l’insorgere di pericolosi tumulti, in tempi nei quali i nobili facevano il bello e il cattivo tempo.
Ed era l’Abate del Popolo a dare inzio alla Cerimonia del Confeugo, da principio furono investiti di tale carica gli Abati delle Podesterie del Polcevera, di Voltri e del Bisagno, in seguito il solo Abate del Bisagno ebbe il compito di occuparsi del Confeugo.
Laggiù, in Bisagno, c’erano due massi di grandi dimensioni, posti a breve distanza uno dall’altro e lì aveva inizio il rito: su uno montava l’Abate del Popolo dell’anno precedente, sull’altro il nuovo Abate.
Quest’ultimo riceveva dal suo predecessore lo stendardo di San Giorgio, nonchè invocazioni e proteste.
E quindi partiva il corteo, con l’Abate del Popolo vestito di tutto punto, con tanto di toga, colore e berretto senatorio.
Dietro di lui un carro, sul quale veniva trainato un tronco d’alloro, il confeugo, riccamente addobbato con fiori e foglie.
E dietro i paesani più in vista, alcuni portavano la bandiera bianca con la croce rossa, attaccata ad un’asta alta oltre cinque palmi.
E facevano sventolare la bandiera, la tiravano in aria facendole compiere infinite evoluzioni.
L’Abate del Popolo era scortato da 25 granatieri con la baionetta in canna.
Attraversavano tutta la città: a Porta Pila e a Porta dell’Arco, scrive Canale, le guardie stavano sulle armi.
E così è ai giorni nostri, ricordiamo il nostro passato, certi tempi gloriosi.
La rievocazione del Confeugo si deve all’Associazione A compagna, che ha riportato in auge questa antica cerimonia.
Nelle vesti dell’Abate del Popolo il presidente della Compagna, Franco Bampi, mentre l’autorità alle quale si rende omaggio è rappresentata dal Sindaco di Genova.
Vi porto con me, al Confeugo di Zena.
E tutto è pronto, in questa piazza baciata dal sole.
E nell’attesa si danza, le donne hanno sul capo dei mezzeri.
Rullano i tamburi, forti e potenti, mentre il corteo incede.
Ed eccoli gli sbandieratori di Lavagna, che avanzano verso Palazzo Ducale.
Un altro tempo, altri usi e costumi che sono stati nostri.
Luccicano gli elmetti.
In armi, per la cerimonia del Confeugo.
Volano le bandiere sotto il cielo blu di Genova.
E sapete, Piazza Matteotti era gremita di folla.
Oh, tanti genovesi sono accorsi a dare il benvenuto all’anno che verrà!
Ecco un fierissimo balestriere.
E un giovane nobile con un ricco mantello.
L’orgoglio dei genovesi, alcuni lo hanno davvero scritto in volto.
Un balestriere del Mandraccio regge l’insegna sulla quale sono scritte quelle parole, Pe Zena e Pe San Zorzo, per Genova e per San Giorgio, motto dei tempi della Repubblica di Genova.
E allora sembra davvero di esserci a quei tempi.
L’abate del Popolo si recava dal Doge e gli rivolgeva il saluto di rito Ben trovòu Messé ro Duxe, bentrovato signor Doge, questi rispondeva Ben vegnùo Messé l’Abbòu, benvenuto Signor Abate.
L’abate offriva un mazzo di fiori finti al Doge e riceveva da lui un biglietto di Cartulario della Banca di San Giorgio del valore di cento lire.
Il corteo così si ritirava.
A notte fonda, poi, il Doge e i Collegi scendevano a dare fuoco al ceppo di alloro, vi si buttava sopra vino, zucchero e confetti.
E poi si restava a osservare il fumo che saliva verso il cielo.
I carboni del Confeugo erano ritenuti magici, in grado di preservare da certe malattie e il popolo si scapiccolava per potersene aggiudicare un pezzetto, tanto che le autorità, per evitare disordini, decisero di distribuirlo tra i genovesi.
Come a quei tempi, ieri è stato acceso il ceppo.
Fumata bianca e diritta, di buon auspicio per la città di Genova.
E la cerimonia è continuata all’interno, nella splendida cornice del Salone del Maggior Consiglio.
Dapprima sono entrati i gruppi storici, uno dietro l’altro.
Mantelli, copricapi, abiti che toccavano per terra.
E i balestrieri del Mandraccio hanno fatto il loro ingresso brandendo le armi all’urlo “Pe Zena e Pe San Zorzo”.
Bandiere, lance e tamburi.
In spalla la faretra con le frecce.
Una cerimonia suggestiva e coinvolgente.
E in questo splendido salone l’Abate del Popolo, Franco Bampi, presidente dell’Associazione A Compagnia, ha rivolto il saluto di rito al Doge, il Sindaco Marco Doria e ha da lui ricevuto il benvenuto.
Ben trovòu Messé ro Duxe, Ben vegnùo Messé l’Abbòu.
Si è parlato di Genova, dei problemi dei nostri tempi, di quanto poco sia conosciuta la città, di come la sua storia e certe sue bellezze non siano valorizzate.
E Maria Vietz ha rivolto al sindaco i mugugni in rima, in genovese ovviamente.
E al sindaco è stato che non sorride abbastanza, sì.
E Marco Doria ha sorriso, più di una volta e poi ha dato le sue risposte.
In questo salone che non mi stanco mai di ammirare.

In questa mattinata tersa e fresca, con l’ aria frizzantina, come spesso accade in questa città in inverno.
In questo giorno nel quale il fumo bianco del confeugo è salito alto sul cielo di Genova.





















