Fine d’agosto

“In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.”

Fine d’agosto

Cesare Pavese (9 settembre 1908 – 27 agosto 1950)

L’estate

“The earth had donned her mantle of brightest green; and shed her richest perfumes abroad. It was the prime and vigour of the year; all things were glad and flourishing.”

”La terra aveva indossato il suo manto di verde più luminoso; e spandeva i suoi profumi più intensi. Era il culmine e il vigore dell’anno; tutto era lieto e fiorente.”

Charles Dickens – Oliver Twist

John Kennedy Jr & Carolyn Bessette

John era New York.
Pur non essendo newyorkese di nascita aveva tutte le caratteristiche e la mentalità dei cittadini della Grande Mela. Viveva la città in modo totalizzante. La attraversava sulla sua bici da corsa (spesso anche prendendo le vie contromano e rischiando di essere investito più volte al giorno), sui rollerblade, a piedi, in metropolitana. Come tutti i newyorkesi.

E ripensando alle immagini di lui che venivano proposte dai giornali del tempo della sua gioventù, proprio così mi ricordo John Kennedy Jr: in sella alla sua bicicletta con gli immancabili occhiali da sole con le lenti scure.
Vivida e abilmente tratteggiata così emerge la figura del giovane Kennedy nella biografia intitolata John Kennedy Jr & Carolyn Bessette edita da Minerva e scritta da Ursula Beretta e Maria Vittoria Melchioni, la prima si è dedicata alla parte riservata a Carolyn, la seconda invece è autrice delle pagine dedicate a John.
Due esistenze, due percorsi che si intrecciano, un amore grande e una fine drammaticamente tragica.
John e Carolyn, la golden couple della famiglia reale americana: bellissimi, alla moda, protagonisti del loro tempo e simboli di un’epoca dorata.
Sposi nel settembre 1996, morirono entrambi il 16 Luglio 1999 insieme a Laureen, sorella di Carolyn, quando il velivolo sul quale viaggiavano pilotato da John si inabissò nelle acque dell’Atlantico, in un tragico incidente che spezzò la loro giovinezza.

Sono passati 25 anni da allora e John e Carolyn restano figure dal fascino immutabile.
Il libro percorre gli istanti delle loro vite dall’infanzia fino alla loro tragica morte, proponendo aneddoti, memorie e frammenti del passato.
Nel caso di John, figlio del compianto presidente John Fitzgerald Kennedy e di Jacqueline Bouvier, molto è già noto ai più, appartenere a questa famiglia leggendaria lo espose sempre agli occhi indiscreti dei fotografi, John era sempre al centro dell’attenzione della stampa per le sue iniziative imprenditoriali, per i suoi amori, per le sue passioni.
E c’era abituato, Carolyn invece non lo era e da queste pagine emerge il ritratto di una creatura schiva e timida, una ragazza che non amava essere fotografata per strada e che mai concedette un’intervista.
Bellissima, bionda ed eterea, Carolyn Bessette lavorava da Calvin Klein ed è sempre stata una vera icona di stile: sempre perfetta, prediligeva uno look essenziale e sobrio e i suoi outfits, anche adesso, non sarebbero certo fuori moda.
Il libro narra di lei e della sua importanza nel mondo della moda, non la si definisce a caso un’influencer ante litteram.
Ripensando a lui e a lei nel tempo in cui le loro stelle ancora brillavano, ricordo di aver pensato sempre che lui sarebbe andato lontano e che avrebbe forse seguito le orme paterne, le righe del libro ne danno conferma.

John era intensamente dedito a costruire il suo destino e aveva il potenziale per fare grandi cose. Incarnava una convergenza unica di fattori: era una persona buona e intelligente, nata si con un accesso straordinario al potere ma che deteneva un potere reale; era dotato di fiducia e di buona volontà – ereditate ma anche guadagnate. Per tutta la sua breve vita ha lavorato con diligenza per trasformare tutto ciò con cui era nato in qualcosa di valore. Sicuramente sarebbe stato presidente, ma c’erano anche altri lavori che avrebbe potuto svolgere bene.

Tra le pagine di questo libro troverete molto di lui: la sua infanzia, il suo carattere spavaldo ed entusiasta, il legame con la madre, i progetti, le amicizie.
E ugualmente a Carolyn è dedicata metà del volume, nel disvelamento di una figura alla quale ci si affeziona facilmente, per la sua grazia e per la sua capacità di essere nel mondo, nel suo mondo, in una maniera straordinariamente unica.
Le due autrici, con le loro scritture scorrevoli e coinvolgenti, hanno così offerto al lettore una biografia ricca ed interessante, anche se a tutti noi piacerebbe poter cambiare il finale.
Il volume è elegantemente arricchito da un album fotografico con immagini magnifiche di John e Carolyn, questo è un libro da leggere riguardando a loro, a quel tempo trascorso, a ciò che è stato e a ciò che non è stato.
E come sottolinea l’autrice, stranamente non è noto a nessuno come si siano incontrati John e Carolyn.

Ed è una cosa terribile e insieme meravigliosa.
Perché non avere un ricordo preciso del momento e della situazione esatta in cui Carolyn e John si sono conosciuti per prima volta appare come un trucco divino per liberare i due innamorati dalla necessità di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni e sottrarlo così alla condanna della durata del loro amore traghettandoli direttamente nel mito. Perché, se non è dato determinare un principio, allora non è possibile nemmeno che ci sia una fine.

John e Carolyn restano così impressi nella nostra memoria: eternamente giovani, eternamente insieme.

I libri, amici generosi

“The books – the generous friends who met me without suspicion – the merciful masters who never used me ill! The only years of my life that I can look back on with something like pride… Early and late, through the long winter nights and the quiet summer days, I drank at the fountain of knowledge, and never wearied of the draught.”

“I libri – gli amici generosi che mi hanno accolto senza sospetto – i padroni misericordiosi che non mi hanno mai maltrattato! I soli anni della mia vita ai quali posso guardare indietro con una sorta di orgoglio… presto e tardi, durante le lunghe notti invernali e nei tranquilli giorni d’estate, ho bevuto alla fontana della conoscenza, senza mai stancarmi di quella bevanda.”

Wilkie Collins,  Armadale

Il circolo delle donne a Manhattan

Le donne dovrebbero avere un proprio club. Esattamente come gli uomini. Un posto dove poter trascorrere la notte, farsi recapitare i pacchi, scrivere lettere, fare telefonate, cenare… è esattamente ciò che ci serve.”

A pronunciare queste parole è Florence Jaffray “Daisy” Harriman, socialite ed esponente del bel mondo nell’anno 1902 in cui ha inizio questa appassionante storia.
A Daisy è stato negato un pernottamento al Waldorf Hotel in quanto lei era priva di accompagnatore e così alla nostra intraprendente eroina è balzata in mente questa idea peculiare: fondare a New York un club per sole donne.
Con piglio ed iniziativa raccoglie attorno a sé le dame dell’alta società, tra loro ci sono molte suffragette e paladine dei diritti delle donne e della tutela dei più sfortunati, con loro Daisy si lancia in un’avventura straordinaria in nome dell’indipendenza e dell’autonomia femminile.
Questa è la storia narrata nel volume dal titolo Il circolo delle donne a Manhattan di Shelley Noble e pubblicato da tre60.
Si tratta di un romanzo storico nel quale si mescolano personaggi di fantasia e figure realmente esistite come la stessa Daisy Harrimann che fu molto attiva nel campo delle riforme, delle leggi sul lavoro minorile e ricoprì anche diversi incarichi diplomatici.
Daisy fondò davvero il circolo delle donne: il leggendario Colony Club narrato nel libro della Noble.

Ad affiancarla in questo progetto grandioso è Elsie de Wolfe, celebre attrice realmente esistita e nota per il suo particolare buon gusto in fatto di arredamento: Elsie de Wolfe è stata la prima interior designer della storia e grazie alla sua decantata raffinatezza e alle sue dote non comuni diverrà l’arredatrice d’interni del Colony Club.
La realizzazione del Colony Club viene affidata ad un architetto di grido di nome Stanford White, un personaggio eccentrico e molto in voga a quell’epoca.
C’è poi una terza figura femminile attorno alla quale ruota gran parte della vicenda del club: il suo nome è Nora Bromley ed è una giovane architetto di umili origini.
Nora è una ragazza ostinata, caparbia, fiera, una che sfida le ingiustizie e tenta in ogni modo di salvaguardarsi in un mondo nel quale gli uomini sono spesso prevaricatori e arroganti.
E così, quando si trova a lavorare alla corte di Stanford White, le tocca sopportare una serie di sgarbi e prepotenze che lei cerca di affrontare al meglio e saranno proprio il suo talento e la sua tenacia ad aprirle la strada verso l’affermazione personale e a garantirle amicizie autentiche.
Oltre alle protagoniste principali si muovono, sullo sfondo, diverse figure femminili secondarie, ogni personaggio costituisce un riflesso del variegato universo femminile: la mamma e la sorella di Nora delle quali lei deve prendersi cura, l’amica e collega che le offre supporto e aiuto, le segretarie dell’ufficio e poi tutte le brillanti dame del Colony Club.
La trama si snoda essenzialmente intrecciando i progressi nella realizzazione del Club e le vicende di autodeterminazione delle protagoniste e non manca, quasi sul finale, un inatteso colpo di scena che spariglia le carte rendendo la vicenda più complessa e intricata.
Il circolo delle donne a Manhattan è un romanzo scritto con garbo ed eleganza, una gradevole lettura che scorre piacevolmente ed è facile affezionarsi a queste donne e alla loro lotte appassionate, le signore del Colony Club si interessano delle persone meno fortunate e non esitano ad unirsi alle operaie tessili in sciopero per i loro diritti.
E noi osserviamo queste donne da questo tempo e guardiamo a loro con ammirazione, per quella loro forza e per la lungimiranza delle loro idee.

“È proprio per questo motivo che abbiamo bisogno di un club del genere; un luogo in cui discutere le nostre idee apertamente, esprimere le nostre opinioni – in modo rispettoso, naturalmente – e magari imparare a pensare in modi diversi. Dialogare, discutere e poi andare là fuori e agire.”

Il posto dei libri

“La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri.”

Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

Il futuro è stato bellissimo

Il lato positivo è che ho scoperto di poter eseguire giochetti psicologici con me stesso. Impiego una strategia che ho sempre usato per tutta la vita: se non sono certo di poter eseguire un’azione a livello fisico, faccio finta di esserne in grado. Fake it ‘till you make it, fai finta finché non ci riesci davvero, dice il proverbio. Otto volte su dieci funziona. Il restante venti per cento? Cerotti, ossa spaccate, umiliazioni.”

Questo è il racconto di una vita e di una lotta strenua e indomita contro una malattia terribile, il Morbo di Parkinson che ha colpito l’attore Michael J. Fox quando era appena trentenne.
Il futuro è stato bellissimo Considerazioni di un ottimista sulla mortalità è il libro di Michael J. Fox edito in Italia da Tea nell’anno 2022.
Il titolo originale è No time like the future (nessun tempo è come il futuro), parole che a mio parere meglio richiamano l’iconica trilogia di Ritorno al Futuro che ha consegnato Michael J. Fox all’empireo delle stelle di Hollywood rendendolo per sempre legato al personaggio di Marty McFly.
Michael J Fox, per me e per molti altri, non è semplicemente un attore.
Ho scritto queste medesime parole nella mia precedente recensione del suo libro dal titolo Lucky Man: per me e per molti di coloro che fanno parte delle mia generazione Michael J. Fox è uno di noi, un amico al quale vogliamo bene e del quale non ci dimentichiamo.
Ci ha tenuto compagnia con Casa Keaton, è stato magistrale protagonista del film Le mille luci di New York, trasposizione cinematografica del romanzo di Jay McInerney che fu voce di un decennio e di un’intera generazione.
E così quando ho visto questo libro l’ho acquistato senza esitazione: Michael chiama e il pubblico dei suoi amici c’è, sempre.

Il libro, sincero, toccante e scritto con una certa sapiente ironia narra le vicissitudini quotidiane di Fox, la sua costante lotta con il Parkinson che lo tormenta e tutte le difficoltà da esso derivanti, prima tra tutte la perdita di autonomia e i diversi disturbi motori.
Lui però non si arrende, continua per quanto possibile a recitare e a profondere il suo impegno per la fondazione da lui creata che occupa proprio della ricerca per trovare una cura per il Morbo di Parkinson.
E non è solo questo male ad aver afflitto l’attore negli ultimi anni, nel libro egli infatti racconta di aver subito un’importante operazione per rimuovere un tumore alla spina dorsale che gli causava diversi ulteriori problemi.
Michael però continua a guardare alla vita con uno sguardo in qualche modo colmo di speranza alimentata anche dall’amore delle persone a lui care: la moglie Tracy che ha condiviso con lui la vita intera, i quattro figli, la famiglia di origine, gli amici più intimi che sono da sempre vicini a Michael.
Da questo libro si comprende la straordinaria forza di Michael J. Fox e la sua coscienza perfetta del suo presente e del suo passato, lo seguiamo per le strade di New York, ci commuoviamo a leggere di lui che ricorda la sua adolescenza o che narra del suo amore per gli sport e della sua passione per il golf.
Il libro è anche ricco di aneddoti e di personaggi celebri ma anche di gente comune come tutti coloro che a vario titolo hanno condiviso un tratto di strada con Michael J. Fox.
E lui ci rimanda quell’immagine di sé che io e molti altri abbiamo spesso immaginato: una ragazzo gentile, affabile, con quel sorriso che riconosceremmo tra mille.
Una persona generosa, capace di guardarsi dentro e di condividere incertezze, paure, speranze.
Uno che era uno di noi, in quegli anni ‘80 in cui eravamo tutti giovani.
Uno che resta ancora adesso proprio uno di noi.

“Molte delle cose più importanti della vita mi colgono di sorpresa: impieghi talmente tanto tempo e tante energie per giungere a un traguardo, poi ci arrivi e la sensazione di esserci è comunque una rivelazione. Sono davvero qui, nonostante tutto quel che è successo.”

I libri

Books are the quietest and most constant of friends; they are the most accessible and wisest of counsellors, and the most patient of teachers.

I libri sono gli amici più silenziosi e costanti; sono i consiglieri più accessibili e saggi, e gli insegnanti più pazienti.

Charles W. Eliot  The Happy Life

Libreria Feltrinelli – Genova 

Tempi difficili

Era una città di mattoni rossi o, meglio, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero consentito. … C’era un canale nero e un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tentennavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine si alzavano e si abbassavano con moto incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancor più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale al ieri e al domani e ogni anno era la replica di quello passato e di quello che doveva venire.

Ecco Coketown, città immaginaria ed industriosa che fa da scenario alle vicende di Tempi difficili, romanzo di Charles Dickens pubblicato per la prima volta a puntate nel 1854 sul periodico Household Words.
Questo è un romanzo di forte denuncia sociale che mette in evidenza gli orrori della rivoluzione industriale e questa città immaginaria denominata appunto Coketwown che in italiano significa città del carbone si ispira a un luogo veramente esistito che Dickens visitò rimanendo fortemente impressionato per le drammatiche condizioni di coloro che ci vivevano e lavoravano.
A Coketown troviamo Thomas Gradgrind, lui si occupa dell’educazione e del sistema scolastico, è un uomo che bada solo ai fatti, null’altro per lui conta se non i crudi e reali fatti, la concretezza, egli non si dà pace al pensiero che i frequentatori della biblioteca si ostinino a usare l’immaginazione.
Josiah Bounderby, invece, è un ricco industriale che fa il bello e il cattivo tempo, è uno di quegli uomini che pensano di valere solo loro e si gloriano della propria opulenza.
Poi il mondo è vasto e variegato, lo popolano infinite anime tutte diverse tra loro ma per taluni è arduo comprendere quando siano difficili certi tempi difficili.

Non c’era capitalista che partito con sei pence in tasca e ritrovandosi con sessantamila sterline, non si stupisse che i primi sessantamila lavoratori che gli capitavano sott’occhio non facessero anche loro sessantamila sterline partendo da sei pence. Ed eccolo a rimproverarli di non essere riuscito ad ottenere un risultato tanto modesto. Quello che ho fatto io, puoi farlo anche tu, no? Perché non ti coi metti e lo fai?”

Il mondo invece, come dicevo, si tinge invece di diverse sfumature e le troviamo nello sguardo di Sissy, la ragazzina cresciuta nel circo e poi abbandonata dal padre, anche anche lei andrà a vivere a Coketown.
Percorre le strade della cupa città anche Steven Blackpool, esempio di onestà e di grande sfortuna, la sua parabola rappresenta la fragilità della vita nel contesto così duro che lo circonda.
Tempi difficili è un romanzo complesso, con una trama ricca e intricata, sono pagine affollate di personaggi memorabili come solo Dickens sapeva ritrarre.
E al di là della trama, ogni volta che leggo le pagine di questo maestro della letteratura mi ritrovo a considerare che i suoi scritti sono eterni, vanno al di là del tempo, pur ben circostanziato e narrato, la sua narrazione tuttavia travalica la sua epoca.
Rimangono immutate, nel genere umano, certe caratteristiche che ritroviamo nelle pieghe dei caratteri come la grandezza d’animo e la grettezza, l’arroganza e la sensibilità.
E c’è qualcosa di straordinario nello smisurato talento di uno scrittore capace di saper tratteggiare caratteri e persone che anche a noi pare di aver incontrato.
Tra queste pagine troverete storie di amore e di dannazione, di speranza e di sfiducia, di innocenza e tradimento narrate con la consueta maestria da Charles Dickens.
E trascrivo ancora una volta le sue parole in un brano che restituisce appieno quel senso di universalità capace di sorpassare il tempo.
Leggete con attenzione: Mr Charles Dickens parla anche di noi e parla proprio anche a noi.

Centinaia e centinaia di mani al lavoro in questa fabbrica; centinaia e centinai di cavalli a vapore. Conosciamo fino all’ultimo quello che può fare una macchina, ma neppure tutti i contabili della tesoreria nazionale, messi assieme, riusciranno mai a calcolare quale sia la capacità di agire nel bene e di operare nel male, di amore e di odio, di patriottismo o di scontento, la capacità di corrompere la virtù in vizio o di esaltare il vizio in virtù, che si annida nell’animo di ciascuno di questi schiavi mansueti, con i loro volti composti e i gesti regolarmente scanditi. Nessun mistero nella macchina, un insondabile mistero perfino nel più umile di loro – per sempre.

Il grillo del focolare

Giacché tutti i membri della tribù dei grilli sono spiriti potenti anche se la gente (come sovente è il caso), pur conversando con loro, non sa che non ci sono nel mondo invisibile voci più gentili e veritiere alle quali ci si possa affidare e che diano più teneri consigli: con queste voci, gli spiriti dei grilli dei focolari parlano alla mente degli uomini.”

Queste creature vigili abitano tra le pagine di un romanzo breve di Charles Dickens: Il grillo del focolare, dato alle stampe per la prima volta nel 1845.
Questa è una storia di gente semplice e dal cuore grande oppure duro come solo Mr Dickens sapeva descrivere, Il grillo del focolare è una delle storie di Natale nate dalla fervida fantasia dello scrittore inglese.
Ed è una storia anche complessa nel suo articolato intreccio, tra l’altro i tre capitoli sono denominati Primo Cri-Cri, Secondo Cri-Cri, Terzo Cri-Cri.
Si perché questo grillo del focolare è davvero uno dei protagonisti della storia, tanto da aprire il romanzo in compagnia di una pentola che se ne sta sul fuoco, questi due vanno avanti per pagine e pagine in una sorta di competizione del tutto particolare.

Poi c’è un matrimonio da celebrare e c’è un misterioso uomo venuto da lontano, ci sono anche i meno fortunati che tra le pagine delle storie di Dickens trovano sempre il giusto spazio.
E, puntuale e precisa, emerge la caratterizzazione dei personaggi tratteggiata da Dickens con autentica maestria.
Prendiamo, ad esempio, Mr Tackleton.

Tackleton, il mercante di giocattoli, era un essere la cui vocazione era stata mai compresa da genitori e maestri. Avessero fatto di lui uno strozzino, un azzeccagarbugli, uno sceriffo o un affarista, avrebbe potuto dar sfogo in giovinezza ai suoi istinti, ed essendosi alleggerito l’animo in quei tristi commerci, divenire poi, se non altro per la novità dell’esperienza, una creatura amabile.

E invece il nostro si guadagna da vivere con i giocattoli ma non ha nessuna predilezione per i bambini e detesta i giocattoli, è un personaggio dalle molte sfaccettature e se vorrete fare la sua conoscenza finirà per sorprendervi.
Ed è lui a pronunciare una di quelle frasi da scolpire nella pietra.

Ognuno pensa che le sue oche siano cigni.

Alle sue dipendenze c’è un certo Caleb Plummer che vive con la sua figlia cieca in una condizione miserevole, in un guscio di noce di una casetta di legno.
Magnifica è la descrizione del laboratorio dove preparano le case di bambola per tutti i livelli sociali.

“Casette suburbane per bambole dai mezzi limitati, cucine e appartamentini da bambole povere, palazzi per bambole d’altra classe.”

Eh, però il buon Caleb narra alla figlia che la sua casa è un’accogliente bomboniera, la protegge così dalle durezze del mondo e la fanciulla pensa persino che Mr Tackleton sia semplicemente un tipo molto eccentrico, figuratevi!
Non vi ho svelato di proposito l’intreccio della trama, lasciandovi il gusto di scoprirlo da voi se vorrete leggere Il Grillo del focolare.
Tra queste pagine, una volta in più, si scopre quanto Dickens fosse un profondo conoscitore dell’animo umano, quando arriverete anche voi attorno alla torta di nozze sul volto vi si stamperà un sorriso, ve lo garantisco.
E poi? Che altro aggiungere?

Un grillo canta nel focolare; un giocattolo rotto giace sul pavimento; non rimane null’altro.”