Ofelia, è lei il personaggio shakespeariano femminile che più mi abbia colpita.
Sarà per solidarietà, forse.
A lei è toccato in sorte l’individuo più contorto e complesso che si possa immaginare, Amleto, il principe del dubbio.
Dramma, tragedia, omicidio.
E amore, quanto è grande l’amore di Ofelia?
Immenso, incommensurabile, puro e perfetto.
E’ quella specie di amore che può gettare in un abisso.
Ed è proprio in un baratro che precipita Ofelia, spinta giù dal rifiuto di lui e dalla perdita dell’illusione d’amore.
Io ricordo, nei miei anni di università, quando studiai l’Amleto.
Ero affascinata dalle parole di lui, da quel suo elucubrare, dormire, forse sognare.
E poi quel tormento, quell’inquietudine continua, perenne e costante, i suoi turbamenti.
E insomma, diciamocelo, aveva intortato anche me.
Ora poi, non vorrei far rimbalzare il Bardo nella tomba, ma questo Amleto, lasciatemelo dire, è davvero perfido.
Ofelia lo ama, visceralmente.
E come tutte le giovani innamorate, è sprovveduta e segue il suo istinto.
Eppure Laerte, il fratello di lei, la mette in guardia, Amleto è nobile, la scelta della sua sposa sarà inevitabilmente legata al suo titolo.
Fear it, Ophelia, fear it, my dear sister, and keep within the rear of your affection
Non fidarti, mia cara sorella, non fidarti, e tieni la retroguardia del tuo affetto
Ma Ofelia è certa dell’affetto di Amleto, oh sì, lui la ama!
Springes to catch woodcocks, laccioli per beccacce, dice Polonio, il padre di Ofelia, che ordina alla figlia di tenere a freno la sua passione, di moderare i suoi sentimenti.
E poi c’è l’incontro, quell’incontro fatale.
Amleto chiede ad Ofelia di ricordarsi di lui, nelle sue preghiere.
E poi le parla, le dice che lui non l’ha amata mai, le ripete più di una volta queste parole: get thee a nunnery, vai in convento.
Delusione, rifiuto, distacco, addio.
E le parole di lui, le sue parole, sono piene di disincanto e di amarezza.
E Ofelia che fa?
Mi perdoni il Cigno di Avon, per questo finale alternativo da me auspicato, ma lei, anziché prendere una padella e fracassarla sul regale cranio del principe di Danimarca, si lascia travolgere dal dolore.
Ofelia impazzisce , perde il senno e la padronanza di sé.
E muore annegata, nelle acque di un ruscello, sulle cui rive era andata ad intrecciare romantiche ghirlande di fiori.
Avrebbe dovuto spingerci lui, nell’acqua, altrochè! Con tanto di armatura e tutto, sarebbe andato a fondo in un battibaleno e tanti saluti.
Eh, però se lo avesse fatto, non avremmo quella tragedia.
E io non mi sarei tanto commossa per la fine di quella fanciulla, mi capita ogni volta che prendo tra le mani quel libro, sapete.
Quando sono stata a Londra, alla Tate Gallery, sono rimasta incantata ad osservare per un tempo infinito questo quadro, di John Everett Millais.
L’acqua scura, le braccia aperte, in quel gesto arreso, impotente.
I fiori che galleggiano sull’acqua, i capelli di lei, lunghissimi e mossi.
E il suo viso, quella pelle candida, quasi trasparente, gli occhi sbarrati di stupore, le labbra socchiuse, dopo che le ha abbandonate l’ultimo respiro.
Questa è Ofelia, nella sua fragilità, nella fine, nella sconfitta.
E sì, ho un po’ divagato nel raccontarvi cosa sia lei per me, è vero.
E poi insomma, i tipi complicati, enigmatici e imperscrutabili hanno un certo fascino, bisogna ammetterlo.
E lui non era uno qualunque, era Amleto, uno che sapeva incantatare con le sue parole.
Mi ha sempre fatto una tenerezza infinita Ofelia, travolta dall’acqua del fiume, implacabile e crudele come sono certi amori, così potenti da non lasciare scampo.
Come certi interrogativi, eterni e senza risposta.
To be or not to be, that is the question.
