Genova del passato: i nastri e le chincaglierie del Signor Gaetano Cassini

Tic tac, tic tac, saliamo ancora con gioia ed entusiasmo sulla macchina del tempo, cari amici, oggi ce ne andremo insieme a far compere nel passato di Genova.
E troveremo una vecchia conoscenza, non sapete che soddisfazione sia stata per me ritrovare un vecchio amico!
Andiamo con ordine senza far confusione e salutiamo il Signor Gaetano Cassini, lungimirante imprenditore e commerciante.
Il Signor Cassini è titolare di una fornitissima merceria, vende fili, bottoni preziosi, nastri pregiati e raffinate passamanerie, da lui si trova tutto per la felicità di signore e signorine genovesi.
Naturalmente il nome del nostro abile commerciante ricorre nelle guide commerciali della sua epoca.
E infatti è nominato sul Lunario del 1882 e risulta nell’elenco delle Mercerie e Novità per Signora, la sua attività è situata sotto i Portici dell’Accademia.

Sul Lunario del 1892 il negozio risulta poi ancora in Piazza De Ferrari ma nel 1894 si aggiunge anche un’altra merceria in Via Giulia, la strada che un giorno verrà demolita per la costruzione di Via XX Settembre.

Ma la macchina del tempo, cari amici, ci porta ancor più indietro negli anni, seguitemi in questo viaggio per me emozionante.
Dunque, dovete sapere che qualche anno fa durante uno dei miei giretti per mercatini ho avuto la fortuna di reperire un raro foglio di carta intestata del Signor Cassini firmato per quietanza dal Signor Cassini medesimo!
È evidentemente un elenco di merce probabilmente destinato ad uno dei suoi clienti.

Guardando con più attenzione si nota in alto a destra la data: questo sgualcito foglio di carta risale al 1860.

Osserviamo poi la stampa dalla quale si evince che il negozio si trova nella piazza centrale di Genova, nella cornicetta sono poi ben specificate le pregiate merci trattate dal Signor Cassini.
Vi occorrono delle cavigliere in filosella? Ecco, adesso sapete dove trovarle!

Notiamo poi il dettaglio del documento: si riferisce a una ricca fornitura di filo, filosella e filato lucido rosa che forse sarà servito per certi leziosi abitini di ambiziose bimbette o signorinette!

Ora le fortunate circostanze che hanno portato sul mio cammino il Signor Gaetano Cassini non sono certo terminate qui.
Infatti, un po’ di anni fa ebbi già modo di fare la sua conoscenza quando al mercatino di Fontanigorda trovai su una bancarella un delizioso puntaspilli proveniente dal negozio di Piazza De Ferrari.

È un piccolo oggetto passato tra le mani sapienti di qualche abile sarta o madre di famiglia, sul bordo ho trovato appuntati alcuni spilli e lì li ho lasciati.
Questo gadget pubblicitario era chiaramente destinato dal Signor Cassini alla sua affezionata clientela e, come forse i miei più fidati lettori ricorderanno, ho già avuto modo di scriverne in passato in questo articolo.

Ora potete comprendere il mio entusiasmo per il fatto di essermi imbattuta in un foglio spiegazzato che ancora una volta ha condotto davanti ai miei occhi il nome di Gaetano Cassini.
Come se un sottile e scivoloso filo di seta potesse ricondurre questo abile commerciante davanti agli sguardi dei suoi concittadini, in quella città che lo vide protagonista dei suoi successi commerciali.
Da questa Genova così lontana mando così un affettuoso saluto a lei, caro Signor Cassini.

La sorella e il vento

E così quando inizia l’autunno il clima si fa più incerto, talvolta una pioggia bizzosa si alterna al sole, le giornate si fanno piano piano più corte.
E poi il vento, allegro, vivace, fresco, ristoratore, autenticamente autunnale.
Ha smosso l’abito di lei, lei ha svoltato sotto i portici: e così la sorella e il vento hanno camminato insieme.

Genova, 1827: impressioni di Giacomo Navone

Genova, 1827: per le strade della Superba giunge un viaggiatore, è uomo dotato di spirito di osservazione e di una certa curiosità.
Annoterà poi le memorie del suo viaggio compiuto nella mia città e nella mia regione in un volumetto dal titolo Passeggiata per la Liguria Occidentale fatto nell’anno 1827 dal Signor Giacomo Navone edito a Torino dalla Stamperia Alliana nel 1831.
In casa abbiamo da sempre una copia di questo curioso libretto e tra le sue pagine ho trovato diversi argomenti interessanti, i miei lettori più affezionati forse ricorderanno che in passato ho già avuto occasione di citare il libro del Signor Navone in riferimento alla fondazione del Teatro Carlo Felice, egli infatti era in città proprio nei giorni in cui il teatro veniva edificato, come ebbi modo di scrivere in questo articolo.

Genova nel 1827 è una città in crescita e in fermento: come scrive Navone, conta 110.000 abitanti mentre nel 1813 erano appena 80.000.
In quell’epoca sgraziata, osserva il nostro, non si vedeva altro che cartelli con la scritta si appigiona, nel 1827 invece è tutta un’altra storia, trovare una casa è diventata un’impresa, gli affitti sono aumentati del 30 e del 50 per cento e per questa ragione si costruiscono nuove case e nuovi quartieri.
La ragione di questo aumento si deve ai floridi commerci e agli affari che attirano molte persone dalle due riviere, Navone narra di aver sentito che i locali del portofranco erano insufficienti per le molte merci e i coloniali prodotti e così fu necessario trovare nuovi depositi.
Egli stesso poi dice di aver veduto moltissimi navigli entrare ed uscire dal porto di Genova.

La città è ricca e in molti vivono negli agi, per lo meno così scrive Navone.
Elogia il talento dei liguri per le imprese in mare e ricorda alcuni celebri figure come ad esempio Filippo Doria e Biagio Assereto.
E da lungimirante si domanda quale sarà il destino di Genova dopo cent’anni, egli scrive infatti che nel dedicarsi alle opere pubbliche è d’uopo pensare alle generazioni future e alle loro necessità.
A tal proposito Navone considera che la costruzione del Teatro Carlo Felice sia opera meritoria ma invece trova da ridire a proposito dei portici dell’Accademia e scrive: ho udito forestieri che biasimavano la picciolezza di tale lavoro, sentii cittadini che lo disapprovavano.
Se la mia macchina del tempo funzionasse a dovere mi piacerebbe portare ai nostri giorni in Signor Navone e condurlo con me a spasso per Genova.
Da quel 1827 molte cose sono cambiate, la città è mutata in una maniera che Giacomo Navone non avrebbe mai potuto indovinare e così mi piace immaginare il nostro viaggiatore mentre percorre insieme a me Piazza De Ferrari e osserva le architetture tardo ottocentesche, la fontana e i palazzi maestosi sorti in seguito: avrei così un nuovo racconto di Giacomo Navone dedicato alle sue impressioni sulla Superba.

Chiaroscuro genovese

Una bicicletta.
Il cartello che segnala la fermata della metropolitana, una geometrica precisione.
I portici dell’Accademia e il susseguirsi perfetto di quelle curve, una sequenza di linee, luci ed ombre.
Il manifesto della mostra di Giorgio de Chirico ed è coloratissimo, in realtà.
Le sedie e i tavolini al riparo.
E poi sul vetro del bar certe figurette di persone immaginarie fatte con gli stencils: un cameriere con un vassoio, i clienti seduti in amabile conversazione.
Un gioco di belle illusioni e di netti contrasti, un chiaroscuro genovese.

Genova del passato: la favolosa merceria di Gaetano Cassini

Era un negozio magnifico, io ne sono certa: il signor Gaetano Cassini doveva essere un abile commerciante, aveva intuito, capacità dialettica e soprattutto vendeva merci di prima qualità.
Penso che in città fossero in molti a conoscerlo, anche su questo sono sicura di non sbagliarmi.
Riuscite ad immaginare il suo grande magazzino?
Decine di scatole di cartone rigido ricolme di ogni ben di Dio, matasse di lana e di cotone, nastri e pizzi, bottoni dorati e di madreperla, piccole delicate raffinatezze per abbellire gli abiti delle genovesi.
Ho trovato notizia della sua bottega sul Lunario del 1882 e precisamente nell’elenco delle Mercerie e Novità per Signora, il negozio era in una zona elegante ed esclusiva: sotto i Portici dell’Accademia.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sul Lunario del 1894 l’attività risulta sempre a De Ferrari e in più si aggiunge un altro indirizzo: il nostro faceva i suoi affari anche in Via Giulia, la strada destinata a scomparire per lasciar posto all’attuale Via XX Settembre.
E per me un interrogativo è quasi d’obbligo: il Signor Cassini avrà mai conosciuto il mio antenato Vincenzo che era passamantiere in quel di Campetto?
Eh, chissà, del resto Genova non è una città poi così grande e quindi è molto probabile.

E veniamo alla nostra epoca e a questi giorni d’estate.
Su una bancarella del mercatino dell’antiquariato di Fontanigorda una certa persona si ritrova per le mani un piccolo gingillo che proviene proprio da quel negozio.
Forse sarà appartenuto ad una sarta o magari ad una madre di famiglia che aveva il suo bel da fare a cucire gli abiti dei suoi molti bambini.
Certi oggetti seguono percorsi misteriosi e in qualche modo arrivano a noi, le cose che hanno avuto già una vita hanno sempre grande fascino per me.
Doveva essere un modo per farsi pubblicità, io sono convinta che l’articolo in questione non fosse in vendita.
E ve l’ho detto, il Signor Gaetano Cassini era uno che sapeva il fatto suo!
Vendeva filati, mercerie e calze e così ebbe questa bella idea per far circolare il suo nome: un magnifico puntaspilli.
Sul retro c’è l’etichetta ormai ingiallita con gli indirizzi delle sue attività.

Sul bordo sono fissati alcuni spilli ormai arrugginiti, chissà quali dita operose li hanno maneggiati.
Al centro c’è un’immagine romantica, è la suggestione di un altro tempo.
Questa piccola carabattola ora appartiene a me ed è una grande gioia mostrarla anche a voi e riportare qui la memoria di quel magnifico negozio sul quale mi piace fantasticare.
Con un pensiero a lui, Gaetano Cassini, abile commerciante di quella Genova che non abbiamo mai veduto.

I successi di un editore e i mugugni di Vico Vegetti

Vi porto ancora nella città vecchia, sui passi di un genovese che alla sua epoca ebbe uno sfolgorante successo.
Ludovico Lavagnino nasce nel 1821, sono anni complicati e turbolenti ma lui in qualche modo è destinato a lasciare il suo segno.
Cresce tra buone letture e con autentico amore per i libri, sua madre ha una libreria sotto i portici dell’Accademia Ligustica e da qui inizierà l’avventura del nostro nel mondo dell’editoria, a 28 anni Ludovico rileva la tipografia di Nicolò Dagnino.

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In linea con i tempi il giovane imprenditore dà voce alla politica dell’epoca, stampa giornali ed almanacchi di ispirazione democratica.
E non solo, pubblica anche guide e orari del treno, quanti mi piacerebbe avere uno di quei testi!
La sua impresa coinvolge la moglie e il figlio, Lavagnino ha entusiasmo e spirito d’iniziativa, la chiave del suo successo è nell’interesse costante per l’innovazione, sono per lui fonte di ispirazione le belle edizioni illustrate dei Fratelli Treves.
E come dargli torto?
Io possiedo un volume del romanzo L’Ammazzatoio di Emile Zola edito da Treves e le illustrazioni sono un vero valore aggiunto.

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Gli affari vanno bene così il nostro Lavagnino acquista due appartamenti al numero 1 di Vico Vegetti.

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In quei locali dal 1871 avrà la sua sede il glorioso Stabilimento Tipografico di Ludovico Lavagnino, rotative nuove di zecca permettono di sveltire le pubblicazioni.
E sono celebri i giornali da lui pubblicati, basti citare Pensiero ed Azione, Il Caffaro e il Dovere.
Ed è lui a dare vita a Il Mondo Illustrato, un settimanale diretto da Luigi Arnaldo Vassallo.
Ed è ancora lui a pubblicare L’Epoca nel quale le notizie sono arricchite da belle illustrazioni, uno stile vincente che verrà adottato anche dalla celebre Domenica Del Corriere.
Lungimirante e intuitivo Lavagnino ha le doti dell’editore di successo: sceglie i macchinari migliori e si avvale dell’uso del telegrafo, ha sempre un occhio di riguardo per le novità e per la valorizzazione delle immagini, è anche un abile uomo di marketing e fa ottima pubblicità ai suoi giornali.
Tuttavia la sua carriera conoscerà anche delle ombre, Lavagnino dovrà affrontare la pesante accusa di frode fiscale e sul finire dell’Ottocento il suo astro perderà il suo fulgore.

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A farmi conoscere questa vicenda è stata la Professoressa Marina Milan, docente di Giornalismo Internazionale e di Storia del Giornalismo presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova, colgo l’occasione per ringraziarla in quanto è un vero piacere averla tra i lettori di questo blog.
Tutte le notizie che avete letto in questo articolo sono tratte da un suo saggio dal titolo “Carte d’archivio e giornali. Fonti inedite per la storia del giornalismo” pubblicato in Le Eredità della Liguria. Viaggio nell’Ottocento attraverso i documenti fiscali – Catalogo della Mostra organizzata dall’Agenzia delle Entrate di Genova (Palazzo San Giorgio – autunno 2004), Genova, 2004, pp. 81-90.
Ovviamente il testo della Professoressa Milan è molto più approfondito e tocca anche altri argomenti, io ho soltanto raccolto alcune notizie per presentarvi questa figura di un altro tempo.
E dovete ancora conoscere la chicca di tutta la vicenda, cari lettori, non è mica finita!
Torniamo là, in Vico Vegetti.

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L’edificio che ospitava la Tipografia ha una bellezza speciale per me.

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Amo questo caruggio e le sue suggestioni, questo palazzo poi ha un piccola corte nella quale c’è un’edicola, per l’occasione ho trovato anche una bicicletta in questo luogo dal fascino antico.

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E insomma, dovete sapere che all’epoca delle glorie di Lavagnino non tutti erano così felici del suo produttivo successo, diciamolo.
Eh questi genovesi, sempre a mugugnare!
Infatti in Vico Vegetti serpeggiava lo scontento, gli abitanti erano piuttosto inviperiti!

Possibile che non si possa più neanche stare in pace in casa propria? Son cose da non credere, eccoli lì i benefici del progresso!
Ah beh, ma non è mica finita qua, vedremo!

Insomma, immaginatevi una serie infinita di assortite lamentazioni all’indirizzo di Lavagnino, quelli della zona mugugnavano per l’intollerabile frastuono che proveniva dallo stabilimento tipografico.
Le due rotative lavoravano di continuo, senza mai fermarsi.
Santo cielo, che rumore, che insopportabile fracasso!

Ma insomma, la gente deve pur dormire, no?

E così via, per lunghissimo tempo, poi alla fine quelli di Vico Vegetti in nome della pubblica quiete trascinarono il Lavagnino in tribunale, ecco lì!
E lui come l’avrà presa?
Beh, non posso che riportare qui la sagace osservazione della Professoressa Marina Milan alla quale non manca certo un fine senso dell’ umorismo.
E infatti lei sostiene che il Lavagnino non avrà fatto una piega e forse, rivolgendosi ai suoi accusatori, avrà anticipato la celebre battuta di Humphrey Bogart scandendo queste parole:
– È la stampa, bellezza!
Già, la stampa e la gloriosa impresa di Ludovico Lavagnino in Vico Vegetti.

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