Via di Porta Soprana: nel segno di Gesù

Ritornando a camminare nella città antica ritroviamo ancora le tracce di un passato lontano e percorriamo insieme la nostra Via di Porta Soprana osservando i portoni e le antiche dimore.

Partiremo da qui, dal punto in cui si snoda il Vico dei Notari.

Sopra questo portone vi è la bella edicola dedicata alla Madonna Assunta della quale ho già avuto modo di parlarvi in questo post.

Si nota è anche un’iscrizione antica che rimanda a una certa saggezza, queste parole dovrebbero significare “un animo sereno è sufficiente”.

A poca distanza c’è un altro portone che ancora testimonia antichi fasti.

Tra decori floreali e splendide conchiglie si leggono le parole “A Patrem luminum” e la citazione latina proviene dalla Lettera di San Giacomo 1-17 e significa “dal Padre delle luci” ed è estratta dalla seguente frase: “ogni grazia eccellente, ogni bene perfetto, discendono dall’alto dal Padre delle luci”.

Sono come sempre numerose le testimonianze di fede nelle vie di Genova antica.

E su un semplice portoncino è posto un piccolo medaglione marmoreo riportante le lettere IHS che rappresentano il trigramma di Cristo e sotto di esse le lettere A e M che unite formano il monogramma di Maria.

Sotto al cielo blu di Genova.

Fermiamoci poi davanti a un altro portone.

Qui troviamo ancora il trigramma di Cristo sotto al quale leggiamo ancora altre parole incise nel marmo che significano “Io sono il Signore” e rimandano a un versetto del Libro di Isaia.

Si desiderava la protezione dell’Altissimo, con la speranza che volgesse lo sguardo verso quelle case che custodivano il battito dei cuori delle persone amate.

E ancora ecco di nuovo il trigramma di Cristo.

Una commovente devozione tra le case colorate così ravvivate dalla luce del sole.

E poi, tra due finestre, l’immagine più cara: la figura dolce di Maria.

Abbiamo percorso appena pochi metri eppure i nostri occhi hanno trovato numerose tracce di un tempo distante che rimane tra noi, malgrado la nostra distrazione.

In una delle vie più antiche della Superba, all’ombra delle torri.
In Via di Porta Soprana, nel segno di Gesù.

Genova, 1926: la bottega dei Fratelli Canepa

Ritorniamo nel passato di Genova, siamo nel 1926 e ce ne andiamo a far compere nei nostri caruggi.
Un passaggio rapido di nuvole e il cielo turchese, sapete riconoscere il luogo nel quale ci troviamo?

Percorriamo un altro tratto di strada, dove ci sovrasta un magnifico incrocio di vicoli, uno di quei luoghi autentici della Superba.

Benvenuti in Canneto il Lungo, luogo amatissimo dai genovesi tutti, qui si coglie l’anima semplice e vera della città.
Botteghe e fastosi palazzi, quotidianità e grandiosità e una sapiente armonia.

Andiamo avanti con fiducia, la nostra meta è il fornitissimo negozio dei Fratelli Canepa, abili commercianti che hanno cura della loro clientela.
Qui tutti vengono accolti con un sorriso e con disponibilità: i Fratelli Canepa hanno una bella macelleria al 18 rosso di Canneto il Lungo.
E sapete, all’epoca la concorrenza doveva essere notevole, da quanto risulta dalla mia Guida Pagano dell’anno 1926.
Su queste pagine infatti si legge che in quell’anno in Canneto c’erano altre nove macellerie e quindi le massaie che andavano in giù per far compere avevano una bella scelta, ah sì!
Di conseguenza i negozianti dovevano essere abili nel fidelizzare la propria clientela, secondo me i Fratelli Canepa lo sapevano bene!

Ogni volta che cammino in centro ormai osservo la città vecchia in altra maniera, certo tracce e piccoli indizi anche insignificanti che possano in qualche modo condurmi nel passato.
E così, notando un antico negozio sono andata a cercare notizie di questa bottega del tempo passato e vi ho portato ancora una volta con me, nel magnifico negozio dei Fratelli Canepa in Canneto il Lungo.

Nostra Signora della Provvidenza in San Torpete

Questa è un’antica storia di fede e per narrarla bisogna andare indietro nel tempo.
Siamo nel 1810 e, a seguito della soppressione del Monastero di Nostra Signora della Misericordia sotto la regola di S. Brigida, le pie monache vengono destinate ai monasteri rimasti, la Madre Abbadessa si ritira con alcune sorelle nel Monastero dell’Incarnazione.
La Madre porta con sé una sacra effige di Maria, una statua che le è molto cara e che la religiosa decide di affidare a una donna devota di sua conoscenza perché se ne prenda cura, la sua intenzione è tornare a riprendere la statua al momento del rientro nel vecchio monastero.
Purtroppo questo evento tanto auspicato non si verificò e il Monastero, su decreto napoleonico, fu affidato a Padre Ottavio Assarotti che lì realizzò il suo Istituto Sordomuti.
Così occorreva trovare una giusta sistemazione per la sacra immagine di Maria, venne così deciso di donarla alla Chiesa di San Torpete: la statua fu quindi consegnata al Rettore Niccolò Gandolfo che le diede il titolo di Madre della Divina Provvidenza.

La sacra effige in un primo tempo trovò posto su uno degli altari minori, in seguito si stabilì di esporla solo in occasione del giorno della sua festa e di ritirarla per il resto del tempo.
Accadde, tuttavia, un fatto particolare che viene narrato con dovizia di particolari dagli storici Remondini che hanno tramandato i vari dettagli di questa vicenda che qui vi narro.
Si legge infatti che uno dei patroni della Chiesa si ammalò gravemente e domandò di pregare davanti alla sacra immagine e così avvenne, le cronache riferiscono che le sue suppliche non rimasero inascoltate e l’uomo riacquistò la buona salute, da allora la statua non venne più mossa dall’altare maggiore.

Gli autori descrivono ancora altre testimonianze di alcune suore che ricevettero grazie e buona salute.
La statua tuttavia, presentava una problematica: era infatti di un materiale non ammesso per le immagini sacre e così, per evitare che ne venisse impedita l’esposizione, nel 1854 il successore di Gandolfo fece realizzare da Giovanni Battista Drago una statua lignea identica all’originale e la scambiò cautamente, come scrivono i Remondini, con la statua antica che venne così ritirata.
La statua antica tuttavia non fu messa da parte, di lei si prese cura il viceparroco che la portò nella sua casa venerandola ogni anno in maniera devota.
La statua realizzata da Giovanni Battista Drago è oggi collocata sopra l’ingresso principale della Chiesa.

San Torpete è una bella Chiesa genovese, uno dei gioielli dei nostri caruggi.

E così si affaccia su Piazza San Giorgio.

E nella fastosa nicchia decorata si ammira la statua lignea realizzata da Giovanni Battista Drago.
Maria è regale e indossa un abito ricco e sontuoso.

Tiene un braccio destro disteso mentre con il sinistro indica il cielo.

Nella mia ricerca relativa a questa bella statua ho anche fatto una piacevole e inaspettata scoperta che riguarda un luogo a me molto caro.
Infatti, la suggestiva statua lignea che ritrae San Giacomo Maggiore e sita nella Chiesa di Fontanigorda è opera di Giovanni Battista Drago.

I fili delle storie sono intessuti in trame misteriose e ogni disvelamento contiene, in qualche maniera, una nuova storia che rimane impressa nel ricordo.
Oggi i miei passi vi hanno condotto con me nell’antica Chiesa di San Torpete dove si ammira la statua di Nostra Signora della Provvidenza.

Sorella in Campetto

Un gioco di geometrie di luce in una giornata radiosa.
Alcuni, in lontananza, chiacchierano tra di loro, altri passano distratti, ognuno ha le proprie faccende alle quali pensare.
Un sole lucente, diverse sfumature di grigio e il passo sempre sicuro e leggero, con la certezza della meta.
Una mattinata limpida, una sorella in Campetto.

Chiesa della Maddalena: la Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso

Vi porto con me nella Chiesa della Maddalena che si affaccia sulla piazza omonima nei caruggi di Genova: la denominazione completa di questo luogo di culto è Chiesa di Santa Maria Maddalena e San Gerolamo Emiliani.
Il santo fu fondatore dell’Ordine dei Padri Somaschi, congregazione alla quale questa Chiesa fu affidata sul finire del ‘500, tale circostanza spiega così l’esistenza della fastosa Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso sita in capo alla navata sinistra.
La scultura lignea ospitata nella nicchia è opera magnifica del genovese Agostino Storace e risale al XVIII secolo.

Spicca, nella sua devozione, la figura di San Gerolamo Emiliani, inginocchiato davanti a Gesù.

Così assorto in preghiera.

Con le mani rivolte a Lui in una gestualità ricca di significati.

E infinitamente potente è la grandezza di Gesù circondato da piccoli angeli.

Altre giocose creature celesti sono poste alla base della croce, hanno la grazia e la gaiezza spontanea dei bambini.

E ancora altri angeli sono effigiati nella cornice marmorea che circonda la nicchia.

E altri angioletti si librano leggeri nel loro mistico volo attorno alla croce nell’affresco che abbellisce il soffitto della cappella.

Sulla parete sinistra è collocato il dipinto intitolato L’incoronazione di spine di Gian Enrico Waymer, artista vissuto tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700.

Sulla parete desta si trova invece La deposizione di Jacopo Antonio Boni, anch’egli vissuto vissuto tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700.

E al centro è posta l’armoniosa scultura di Agostino Storace.

In questa chiesa nei nostri caruggi.

In questo luogo così caro ai genovesi.

Nella Chiesa della Maddalena, dove si ammira la Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso.

Parole di fede in Via dei Giustiniani

Camminando nei caruggi si trovano, molto spesso, parole di fede.
Sono negli attributi a Maria, sotto le edicole che ospitano la sua effigie, sono nelle preghiere che accompagnano le immagini dei santi.
E a volte sono incise sopra certi portoni.

Attraversando Via dei Giustiniani e fermandosi davanti al civico nr 3 si trovano scolpite nel marmo alcune parole in francese.
Qui si legge: “Le salut est d. l. croix” e cioè “le salut est dans la croix” che significa la salvezza è nella croce.

Accanto, sopra un’altra porta, troviamo un riferimento al Vangelo.
Qui si legge “S Luc Chap 6 V 31” e andando a ricercare nel Vangelo secondo San Luca il corrispondente versetto troviamo queste parole di Gesù: ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

In un antico caruggio di Genova, sotto le persiane aperte e le inevitabili finestre dipinte.

Sono parole di fede nella città vecchia, dove ogni luogo regala nuovi emozionanti stupori.

Santa Maria di Castello: il Polittico dell’Annunciazione

Ritornando nella Chiesa di Santa Maria di Castello vi porto con me ad ammirare un capolavoro di bellezza: il polittico dell’Annunciazione opera di Giovanni Mazone che venne ultimata entro l’anno 1469.
Si tratta di un autentico capolavoro eseguito con perizia e straordinaria bravura e la sua leggiadria risplende di oro.

Nella tavola centrale si ammirano le figure di Maria e dell’Arcangelo Gabriele, sullo sfondo sono scritte a lettere dorate le parole latine pronunciate dall’angelo: Ave grazia plena, Dominum tecum che significa Ave, piena di grazia, il Signore è con te.

Nelle due tavole laterali sono effigiati dei santi.
A sinistra San Giacomo e San Giovanni Battista che regge su un cuscino rosso l’Agnello di Dio.

A destra invece si nota San Domenico con l’abito del suo ordine e accanto lui San Sebastiano.

La ricchezza dell’opera si ritrova poi anche nell’opulenta e raffinata cornice di legno dorato.
Osservando la parte superiore si noterà che vi sono collocati tre quadretti raffiguranti il Calvario e i Santi Giovanni Evangelista e Rocco.

Nella predella invece sono dipinti diversi episodi riferiti alla venuta al mondo di Gesù, dal Matrimonio della Vergine fino alla presentazione al tempio.

E poi, in questa sublime rappresentazione sacra, si ammira la grazia eterea di Maria.
Ha il manto regale, l’abito ricco e fastoso, le perle incorniciano i capelli biondi, il suo velo è impalpabile e prezioso e le sue mani dalle dita sottili sono incrociate sul petto.

Davanti a lei un libro di preghiere, gli sportelli aperti lasciano intravedere altri piccoli volumi.

L’angelo, solenne e magnifico, annuncia così la parola di Dio.

Sullo sfondo, tra le due figure, si scorgono un panorama bucolico e una bella fontana marmorea.

In un insieme di assoluta bellezza e di mistica armonia.

A incorniciare ulteriormente questo capolavoro di lucente bellezza è poi il baldacchino in marmo scolpito da Domenico Gagini.

Così, visitando la bella Chiesa di Santa Maria di Castello, alzate lo sguardo verso la meraviglia del Polittico dell’Annunciazione di Giovanni Mazone.

Vico delle Cavigliere: Santa Maria in Aracoeli nei caruggi

Alle spalle di Via del Campo c’è un vicoletto dal toponimo particolare, come ci narra il solito imbattibile Amedeo Pescio.
Vico delle Cavigliere, infatti, prende il suo nome dai fabbricanti di caviglie che erano pezzi di legno usati per fissare i fasciami di bordo.
E in questo luogo così sovente attraversato in anni lontani da esperti marinai è custodita la memoria di un’antica leggenda tramandata anche da Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea: questa è la vicenda dell’Imperatore Augusto e della Sibilla Tiburtina.

Leggiamo così l’antica pietra seguendo le parole di Jacopo da Varagine che ci narra di Ottaviano Augusto che, davanti agli uomini del Senato che volevano adorarlo come un dio, rispose di essere soltanto un uomo mortale.
E siccome Ottaviano Augusto voleva sapere se un giorno infine sarebbe nato uno più grande di lui, decise di consultare la Sibilla Tiburtina.
Costei impose all’Imperatore un digiuno di tre giorni che terminò “in die Nativitatis Domini, hora meridiana” e cioè a mezzogiorno del giorno della Natività del Signore.
E lassù, alto nel cielo, a quell’ora, Ottaviano Augusto alzò gli occhi verso il sole radioso e vide attorno ad esso un cerchio dorato all’interno del quale si stagliava una Vergine bellissima che stava sopra un altare e teneva un bambino in grembo.
E si udì una voce che diceva: Haec est Ara Coeli e cioè Questa è l’ara del cielo.

La Sibilla Tiburtina allora disse ad Augusto: questo bambino è più grande di te, adora lui.
E in Vico Cavigliere si vede un uomo devotamente inginocchiato: questo è Augusto.
La donna alle spalle di lui rappresenta invece la Sibilla Tiburtina.

Davanti a loro, a terra, una corona e sopra di essa tre parole latine qui poco leggibili: nemo felisior Augustus che significa nessun Augusto fu più felice.

Narra ancora Jacopo da Varagine che Augusto non accettò di essere venerato come un dio e consacrò quell’altare in Campidoglio che venne poi fu chiamato Ara Coeli e lì, dove si trovava prima un tempio di Giunone, sorgerà la Basilica di Santa Maria in Aracoeli.
Nella parte destra della lastra che sovrasta il portoncino si scorge poi un bucolico panorama con colli e alberi.

Così, in un semplice vicoletto genovese, è rappresentata una storia antica.

Nella memoria che resta unita alla pietra, in Vico delle Cavigliere, nei caruggi di Genova.

Sopra i tetti davanti alla Chiesa della Maddalena

Questa è una storia di tetti, ardesie e cielo azzurro che sovrasta i palazzi di Genova e la Chiesa di Santa Maria Maddalena nel cuore della Genova antica.
E queste vedute privilegiate le ho potute ammirare dalla bellissima dimora di una mia cara amica: sono quei panorami sorprendenti e segreti che si scorgono soltanto da certe altezze, affacciandosi da un terrazzino che ha di fronte la cupola e il campanile della Chiesa della Maddalena.

E tutto attorno la Genova antica con le sue case vetuste e colme di storie.

I palazzi sfiorati dal sole potente.

E le ardesie, i comignoli e altri terrazzini che sfidano l’azzurro.

E lo stupore, la meraviglia, l’unicità assoluta e il raro privilegio di ammirare Genova da un diverso punto di vista.

Una piccola croce si staglia così tra le case.

E il campanile svetta nel cielo chiaro di Genova.

In lontananza, tra i palazzi, si scorge un altro campanile ed è quello della Chiesa del Gesù.

Non conosciamo mai abbastanza le bellezze nascoste della Superba, la ammiriamo alzando lo sguardo ma lassù, dove non sempre possiamo arrivare, c’è un’altra Genova: rara, autentica, discreta, semplicemente stupefacente.

Le case vicine, le finestrelle e gli abbaini.

Il profilo del Teatro Carlo Felice.

E ancora diverse altezze, diverse epoche, diverse vite.
E ardesie, mattoni, tendine bianche, piantine, muri spessi che hanno racchiuso gioie e amori di secoli lontani, talmente tanti da non poterli immaginare.
E ogni esistenza ha lasciato la sua traccia, in qualche maniera.

La grande croce della Chiesa della Maddalena risalta nel turchese straordinario di una giornata limpida e realmente genovese in tutti i suoi colori.

Questa è Genova La Superba, nella magnificenza della sua anima vera, sopra i tetti davanti alla Chiesa della Maddalena.

Luce d’inverno in Via di Santa Croce

La gioia delle giornate limpide è nella bellezza del cielo e nella freschezza frizzante dell’aria, così gironzolando per il centro storico si apprezzano ancora di più le sue meraviglie e le vedute del quotidiano.
E così è l’azzurro d’inverno, in Piazza di Santa Croce.

Scendo verso Via di Santa Croce, una delle strade antiche dove già vi ho portato in passato e a me molto cara, qui si respira davvero l’anima della città vecchia, qui soffia il vento di mare con i suoi sentori salmastri.

E la luce disegna i profili delle case.

In un giorno sorprendente di colori e sfumature.

Toni caldi e aranciati si stagliano nel contrasto con il turchese del cielo.

E lo sguardo trova ancora la bellezza di Salita della Seta, altro luogo ricco di storie e di memorie lontane.

Respirare Genova, la sua intensità e la sua autenticità, qui è per me più semplice che altrove.

Un’antica Madonnetta vigila su noi passanti.

E la si ammira anche in questa prospettiva straordinaria.

Si scende con il passo leggero per Via di Santa Croce.

E si sale affrontando la salita con una certa decisione.

E continuando a scendere, laggiù dove la nostra via si perde in altri caruggi, c’è ancora uno stupore di luce e di cielo, di caruggi, finestre e panni stesi.
Nel tempo d’inverno, in Via di Santa Croce.