La donna più desiderata, la diva più bella e splendente.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
La sua morte, sopravvenuta nella notte tra il 4 e il 5 Agosto del 1962, l’ha proiettata nel firmamento di Hollywood, tra le stelle eternamente giovani troppo presto strappate alla vita terrena.
Attori mai dimenticati, come il tenebroso James Dean che trovò la sua fine a bordo della sua Porsche o come l’affascinante e sofferto Montgomery Clift.
Bionde per sempre, come la compianta moglie di Clark Gable, l’attrice Carole Lombard, morta in un tragico incidente aereo o la giovane Carole Landis, che si uccise a soli 24 anni.
Ma l’astro più fulgido è lei, Norma Jean Baker.
Muore giovane chi è caro agli dei, recita un noto verso di Menandro.
E di alcuni restano eternamente alcuni frammenti di vita, reale o di celluloide.
Incorrotti agli attacchi del tempo, imperituri ed immortali.
Una bionda esplosiva, che cammina sui tacchi a spillo ondeggiando i fianchi.
Una bellezza gloriosa, calda e solare.
E alcuni fotogrammi ormai nella memoria di ognuno di noi.
Una nave da crociera, una bionda e una bruna cantano Diamond are a girl’s best friends in Gli uomini preferiscono le bionde.
Un abito rosa shocking, uno sberlucicchio, il make up perfetto e sensuale: è lei, Lorelei Lee.
Bye bye, baby, gorgheggia Marilyn al suo fidanzato, prima che la nave salpi.
E poi, ricordate Picci, l’attempato miliardario che impazziva per lei? E la tiara di diamanti sulle bionde chiome della diva?
La camicia annodata sul ventre, i pantaloni Capri e gli occhiali da sole.
Un sorriso ammiccante, lo sguardo che seduce, le curve che fanno impazzire gli uomini.
La pettinatura di Marilyn, inimitabile e particolare.
Svampita? Riusciva a esserlo meglio di chiunque altra.
Ricordate quando interpretò Pola Debevoise, in Come sposare un milionario?
Pola ha problemi di vista ma si rifiuta di portare gli occhiali per non compromettere il suo fascino.
Ed è estate, tempo di ferie.
Un marito, Richard Sherman, è rimasto in città.
La moglie è in montagna con il figlio e Sherman ha la fortuna di avere una vicina di casa speciale.
E’ una tipa davvero strana, quando fa caldo tiene gli intimi nel frigo.
Champagne e patate fritte.
E lui, l’aspirante fedifrago, cerca di sedurla con il secondo concerto per piano di Rachmaninov.
Musica classica? Osserva lei e puntualizza: L’ho capito perché non cantano.
E poi la musica che invece a lei fa venire la pelle d’oca: le tagliatelle.
E il getto dell’aria della Metropolitana di New York che solleva il suo abito bianco.
Marilyn è quell’immagine, per sempre fermata nel tempo.
E’ una foto su un calendario, che per molto tempo fu nelle cabine di tutti i camionisti d’America.
E’ Cherie, la ballerina di Fermata d’autobus, che indossava un costume nero e verde smeraldo e le calze a rete.
Marilyn è Zucchero Candito, la suonatrice di ukulele in A qualcuno piace caldo.
È la storia della mia vita: se c’è una ciliegia col verme tocca sempre a me, dice sconsolata la bionda bellezza in quel film.
Marilyn e i suoi amori tormentati, dal campione di baseball Joe Di Maggio a Frank Sinatra, dall’intellettuale Arthur Miller ai fratelli Kennedy.
Marilyn è un celebre quadro di Andy Warhol, in mille colori.
Il padre della Pop Art sosteneva che ad ognuno spettano quindici minuti di celebrità.
Ne ebbe assai di più Norma Jean Baker, nota al mondo come Marilyn Monroe.
Colei che dormiva con indosso solo due gocce di Chanel Nr 5 e che pagò la propria fama con la propria felicità.
Colei che cantò: Happy birthday, Mr President.
Un’infanzia triste, amori tormentati, una maternità tanto ricercata e mai raggiunta.
La femmina più desiderata dai maschi, in certi suoi scatti si coglie qell’espressione malinconica che vela il suo sguardo.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
Muore giovane chi è caro agli dei.
E a costoro non è concesso il tempo.
Così fu per Marilyn.
Non ha potuto nascondersi agli occhi del mondo, come fece Greta Garbo quando non volle mostrarsi mentre invecchiava.
Non finì i suoi giorni dilaniata dall’ Alzheimer come Rita Hayworth o in sedia a rotelle come Liz Taylor.
E non poté esibire le sue rughe, come fece un’orgogliosa e indomita Catherine Hepburn.
A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la sua fine tragica rimane un mistero ma nessuna ha mai eguagliato il fascino di Marilyn Monroe.
Ed è stata la stella più fulgida e luminosa del cinema, ma anche una creatura fragile e incompresa.
Una bionda svampita? Sapeva fingersi tale sullo schermo, certo.
Gli Studios, le copertine di Life, il successo.
E la lucida consapevolezza che la vita non concede sempre a tutti il privilegio di essere se stessi.
Poche amare parole, pronunciate un giorno da Norma Jean Baker, colei che divenne Marilyn Monroe.
Ad Hollywood ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima.
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Mille baci, poi altri cento
Dammi mille baci, poi altri cento, così scriveva il poeta Catullo alla sua amata.
Un bacio può rovinare una vita, sosteneva Oscar Wilde, che a causa della propria passione vide la sua vita fatta in pezzi.
Il bacio, la prima espressione del sentimento e dell’amore.
Mille baci, poi altri cento, nella storia di Hollywood.
E viene subito in mente Clark Gable che tiene a sé Vivien Leigh in Via col Vento e il ricordo va subito a quel tramonto che infuoca l’orizzonte che fa da scenario al loro primo indimenticabile bacio.
E poi il bacio languido e sensuale tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Notorious, uno dei più noti della storia del cinema.
Kiss, kiss me così cantava la bionda Marilyn in Niagara e numerosi sono i suoi baci mai dimenticati.
La ricordate in quel film, con l’impermeabile giallo, sotto alle cascate?
E vi rammentate di lei, con l’abito scintillante di lustrini, mentre le sue labbra sfiorano quelle di Tony Curtis in A qualcuno piace caldo?
I wanna be kissed by you, nobody else but you, cantava Norma Jean in quel film.
Baci languidi, quelli tra Humphrey Bogart e Lauren Bacall, coppia sullo schermo come nella vita. Ricordate come lui la stringe a sé in una celebre scena di Acque del sud?
Marito e moglie erano anche Paul Newman e Joanne Woodward, uno schiaffo, un bacio e un fremito sul set di La lunga estate calda.
Baci voluttuosi, come quelli di Marlon Brando a Eve Marie Saint in Fronte del porto, seducenti come quelli di Rodolfo Valentino alle dive del muto, romantici e carichi di promesse come quel bacio scambiato sulle scale antincendio tra Richard Gere e Julia Roberts nella scena finale di Pretty Woman.
Baci casti che hanno tutta la purezza delle fiabe disneyane, il bacio del principe alla Bella Addormentata e quello che riceve Biancaneve dal suo promesso sposo.
Baci che non conoscono attesa, tra Jack Nickolson e Jessica Lange, sul tavolo della cucina, in Il Postino suona sempre due volte.
Baci accarezzati dal vento, tra Leonardo di Caprio e Kate Winslet, in mare aperto sul Titanic.
Baci sotto la pioggia di New York, tra George Peppard e Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany.
Baci alle isole tropicali, nel film Gli ammutinati del Bounty, tra Marlon Brando e la sua moglie hawayana, Tarita Teriipia, tra collane di fiori e palme che ondeggiano sotto il sole.
Baci sulla sabbia, mentre il mare travolge i due amanti, Burt Lancaster e Deborah Kerr, in Da qui all’eternità.
Baci pieni di desiderio, tra James Dean e Natalie Wood, in Gioventù bruciata.
Mille baci, poi altre cento, nella storia di Hollywood.
Baci alla scoperta dell’amore, accanto agli scogli, durante le vacanze estive, tra John Travolta e Olivia Newton-John, in Grease.
Baci tra fiaccole accese che illuminano il buio della notte, tra Matthew Macfadyen e Keira Knightley, baci lenti e innamorati, in Orgoglio e pregiudizio.
Baci sotto il cielo di oriente, all’ombra di un grande albero, tra William Holden e Jennifer Jones, in L’amore è una cosa meravigliosa.
Baci che sciolgono un’algida eleganza nella passione, tra James Stewart e Kim Novak in Vertigo.
Baci in bianco e nero, a Casablanca, tra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.
Baci di commiato, tra Gerard Depardieu in procinto di lasciare gli Stati Uniti e Andie Mac Dowell, nella scena finale di Green Card.
Baci di fine anno, baci che inumidiscono gli occhi per la commozione, baci che preludono a un nuovo inizio tra Billy Crystal e Meg Ryan, in Harry ti presento Sally.
Baci tanto desiderati, mentre si gioca a modellare la creta, tra Patrick Schwayze e Demi Moore in Ghost.
Mille baci, poi altri cento, nella storia di Hollywood.
E potrei continuare ancora.
Ogni bacio è unico, non ne esistono due uguali.
E nella nostra lingua nemmeno esiste un sinonimo.
Mille baci e poi altri cento.
I baci di Hollywood, baci che ci hanno fatto sognare e sospirare, immaginare e desiderare.
E tra tutti ne ricordo uno, che mi è più caro degli altri.
E’ il bacio più sincero e pulito, il più spontaneo e il più tenero.
Lei ha sette anni, il suo nome è Drew Barrymore, ha i codini e porta una maglietta a righe.
Lui è un alieno, E.T.
Un piccolo bacio, sulla punta del naso, il bacio più dolce di Hollywood.
Edward Bunker, educazione di una canaglia
Una vita non è mai senza speranza, un destino non è mai scritto, ognuno di noi ha sempre la possibilità di compiere la virata necessaria per mutare il corso della propria esistenza.
E tra i molti libri che potrete leggere per confermare questo assunto, sul vostro scaffale non potrà mancare Educazione di una canaglia : ascesa, caduta, rinascita di un malvivente, uno con un quoziente intellettivo sopra la media, uno che si mette a nudo, con crudezza e ferocia, senza mai fare sconti a se stesso.
Il suo nome è Edward Bunker, malvivente incallito, rapinatore e falsario.
E scrittore di grande talento, questo suo libro è uno dei più avvincenti che abbia mai letto.
E può darsi che, senza saperlo, voi lo conosciate già: se avete visto Le iene di Quentin Tarantino, sua è la parte di Mr Blue creata su misura per lui dal regista americano, grande estimatore dei romanzi di Bunker.
La storia di una vita, dall’infanzia alla redenzione, dalla strada ai penitenziari d’America, da San Quintino a molti altri.
E’ un bambino difficile Bunker, e la sua carriera di malvivente la comincia in tenera età, è un ribelle, uno che già a cinque anni sfugge al controllo della famiglia, scappa, e quando i suoi genitori si separano finisce in collegio, il primo dei luoghi che lo vedranno rinchiuso.
Da uomo vivrà esperienze crude e feroci, la durezza del carcere, la prigionia, eppure Bunker all’inizio di questo sua autobiografia ricorda un evento della sua infanzia che, nel momento in cui scrive, ancora gli strazia il cuore, riguarda Babe, la sua cagnetta, soppressa a sua insaputa da sua zia e suo padre.
Credo che questo fu il momento preciso in cui il mondo mi perse, perché la sofferenza si tramutò presto in rabbia.
E’ perché ognuno di noi non è mai una sola cosa, mai.
Ognuno ha in sé inferno e paradiso, scrisse Oscar Wilde, definizione quanto mai adatta, se parliamo di Edward Bunker.
L’America, la sua America è quella degli Anni Cinquanta e Sessanta.
E’ Los Angeles, Hollywood, California.
Fuori c’è il dorato mondo del cinema, lui entra ed esce dal carcere, per i suoi molti reati, ma nell’America degli Studios può anche capitare che, durante la libertà condizionata, un cattivo ragazzo come lui finisca a lavorare per un’attrice famosa, una stella del cinema muto, Mrs Wallis, al secolo Louise Fazenda, biondissima ed eccentrica diva, moglie del produttore Hal B. Wallis.
Ad appena diciassette anni, in uno dei tanti penitenziari che conoscerà, a un ufficiale che gli fa notare quanto non sembri un duro, Edward risponderà:
Non sono un duro, i tipi duri sono sottoterra.
E sì, può anche succedere che uno che ha un passato da rapinatore finisca per trovarsi nella villa di William Randolph Hearst, noto editore e magnate americano, e anche che il caso gli faccia incrociare il cammino del commediografo Tennessee Williams.
E’ l’America, è il sogno e la visione di un universo parallelo al quotidiano di Bunker, fatto di ergastolani, di condannati a morte, di secondini e di celle di isolamento.
E la scrittura di Bunker è rapida, efficace, vi trascinerà con lui per cinquecento pagine e voi sarete, lì seduti accanto a lui, sul sedile della fiammante Jaguar che Edward guida per le strade della California.
Benefici di frequentare una stella del cinema, ma non scordate che Bunker è un criminale, con un suo codice morale, se così si può dire, non svaligia case private e non ruba ai poveri e agli anziani.
Ma Edward, il delinquente, trova il modo di rubare una Jaguar e di sostituirla alla sua che, ahimé, aveva qualche ammaccatura.
E’ l’America, e l’America di Bunker è fatta di partite a poker, di donne, di pugilato e di scazzottate, di risse e di fughe.
E di libri, i grandi romanzieri americani, Eddie legge Dos Passos, Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, e poi ancora Dostoevskij, Musil ed Hermann Hesse.
Carcere, evasioni, sbarre alle finestre e una macchina da scrivere, su quella Bunker creerà i suoi romanzi, ne scriverà sei prima che un editore si accorga di lui.
E il libro, quel libro, un capolavoro dal titolo Come una bestia feroce, è ancora pubblicato ai giorni nostri e ancora riscuote successo.
Nessuno di noi è una cosa sola, un universo sfaccettato compone l’animo di qualunque uomo, sia egli santo o malfattore, genio o persona semplice.
E’ la casa editrice Norton a mettere in luce il talento di Bunker.
Lui scrive:
La scrittura era diventata la mia sola possibilità di uscire dal pantano in cui era scivolata la mia vita.
Avevo perseverato anche quando la candela della speranza si era completamente consumata.
Bunker si è poi sposato, ha avuto un figlio e narra lui stesso, con stupore, come gli sembri strano che la moglie gli sia rimasta accanto.
Non si fa sconti e dice che certo prova vergogna per alcune sue azioni, ma sottolinea anche questo:
I tratti del mio carattere che mi hanno fatto combattere il mondo sono gli stessi che mi hanno permesso di farmi valere.
Ognuno di noi non è mai una sola cosa, mai.
Educazione di una canaglia dovrebbe stare in ogni libreria degna di questo nome, dovrebbe passare tra le mani di coloro che hanno perduto i loro sogni, dovrebbe essere la lettura di coloro che sono in cerca di speranza, in un mondo nel quale i sogni si pagano a caro prezzo.
Ma ognuno di noi non è mai una sola cosa, mai.
Così è per Edward Bunker, ladro, falsario, rapinatore, truffatore e scrittore.
E quando anche voi lo conoscerete, saranno vostre queste sue parole:
Un fiore di loto è nato dalla melma. E seguita a crescere.
La guerra di Kate
Ieri la lettura del quotidiano mi ha riservato una piacevole sorpresa: l’attrice inglese Kate Winslet ha fondato un sorta di partito contro il botox, per dire no all’affannosa quanto inutile ricerca di una bellezza artefatta e fasulla.
Kate Winslet: se penso a lei la vedo sommersa dall’acqua che invade il Titanic, nel disperato tentativo di salvarsi la vita, oppure la ricordo ondeggiare con le braccia spalancate, sulla prua di quella nave, Rose e Jack insieme controvento.
Ma la ricordo anche con gli occhi pieni di lacrime, che vaga sotto la pioggia, nelle vesti di Marianne Dashwood che rimpiange il suo Willoughby e a lui dedica uno dei più bei sonetti di Shakespeare sull’amore.
E ancora, di lei ho impresso il personaggio che interpretò in “Se mi lasci ti cancello”, un film che parla dell’inevitabilità del sentimento, di come, anche avendo un’altra possibilità, si sarebbe comunque destinati ad amare di nuovo coloro che avevamo scelto nella nostra precedente vita.
E’ stata la moglie borghese di “Revolutionary Road”, ancora accanto a Di Caprio, un capolavoro del cinema che narra l’incomunicabilità della coppia e in “The Reader” ha interpretato una parte non facile, restituendo al pubblico un personaggio di prima grandezza. In questo film la Winslet si mostra senza veli e non sembra certo perfetta, quella che appare sullo schermo è semplicemente una donna, una donna vera.
Mai scontati né banali i film in cui recita Kate, a mia memoria mi sembra abbia sempre fatto scelte originali e di qualità.
E in quel gran carrozzone che è il mondo del cinema, la Winslet è stata spesso biasimata per la sua immagine, era in sovrappeso, si diceva. Lei, a queste insulse critiche, ha sempre reagito con fierezza e intelligenza, non curandosene.
Da donna, io l’ho sempre trovata bella: ha un aspetto sano e luminoso Kate, gli occhi chiari, la bocca naturalmente carnosa, le rotondità femminili nei punti giusti.
E da donna la preferisco a molte altre sue colleghe che a stento si distinguono una dall’altra, proprio a causa dei troppi interventi del bisturi.
Bellezza non è omologazione, affatto, è anzitutto stile, naturalezza e personalità.
E leggendo di Kate e della sua battaglia, mi è subito tornata alla mente una sua illustre omonima, attrice stravagante e di grande talento, difficile da dimenticare: Katherine Hepburn.
E ho pensato, d’istinto a quel suo ruolo dolce e romantico, nel fim “Sul lago dorato”.
Ha le rughe, in quel film, Katherine Hepburn. Sono solchi profondi, sulle guance, attorno agli occhi, sul collo. Ed ha i capelli bianchi, e spesso indossa pantaloni e un cappellaccio. Perchè lì, sul lago dorato, lei e il marito, l’inossidabile Henry Fonda, praticano la pesca e quindi Kate non si acconcia in maniere troppo sofisticate.
E quanto è bella ed espressiva la Hepburn in quel film? Non credo lo sarebbe stata ugualmente, con il volto spianato dal botulino, no di certo.
Il suo viso, in quel film, è una storia, è un libro da leggere, è un amore vissuto insieme a quell’uomo che le cammina sempre al fianco, con passo affaticato, stanco. E’ saggezza, esperienza e vita, tutto lì, sul viso, sugli occhi che si incurvano, sulle labbra increspate, in quei segni inevitabili del tempo e lei, la grande Kate, non ebbe affatto timore di mostrarsi al mondo, così com’era. Anzi nel film, da impareggiabile attrice, accentua la sua immagine di donna anziana e quando parla le trema leggermente il labbro, e freme spesso, nei gesti, nei movimenti.
Ma quanto è unica, in quel film, Katherine Hepburn?
Ora, un’altra Kate ha intrapreso un sua personale iniziativa, alla quale hanno aderito altre due interpreti di grande valore: Emma Thompson, che con la Winslet condivise il set di “Ragione e Sentimento” e Rachel Weisz, splendida interprete della scienziata Ipazia in “Agorà”.
Queste non sono donne qualunque, sono persone che hanno carattere.
E allora, se Kate e le altre vanno alla guerra, io spero che la vincano.
A lei, a Kate Winslet, auguro una lunga carriera costellata di successi.
Avrà anche lei le rughe, un giorno.
Allora spero che ci sarà un regista che si ricordi di Rose, che stava sulla prua della nave con le braccia aperte verso il blu.
Un regista sapiente, di quelli che scrivono film memorabili, uno che sappia vedere, nel viso di una Kate non più giovane la stessa bellezza che lei ha adesso.
Uno che, invece della Hepburn e di Fonda, porti ancora sul grande schermo Leo e Kate: con il volto segnato, con i capelli grigi e i tratti sgualciti dal tempo che passa, ma con la bellezza che ti lascia una vita vissuta con intensità e consapevolezza.
Rosso giungla!
Cosa fanno le donne quando si trovano in un salone di bellezza? Chiacchierano.
E quale sarà mai il loro argomento preferito? Ma gli uomini, ovviamente, in particolare quelli delle altre.
E magari, mentre si fanno laccare le unghie, capita che la manicure sia una che parla troppo.
Parte da questo spunto quello che definirei, senza esitazioni, il mio film preferito: The Women, girato nel 1939 da George Cukor.
E così, tra donne, parliamone, delle donne.
Sono loro le uniche protagoniste di questo film divertente e spassoso, nel quale si parla di amori, di tradimenti, di matrimoni, di mariti ed amanti, di uomini che non compaiono mai sulla scena ma sono ben presenti nell’immaginario dello spettatore, grazie alla recitazione magistrale delle interpreti.
La protagonista del film è una certa Mary Haines, una donna che si crede felicemente sposata al suo Stefano, del quale è innamorata come il primo giorno, una donna che è moglie e madre esemplare.
La dolce e affabile Mary, interpretata da Norma Shearer, su suggerimento delle amiche, si reca presso un famoso salone di bellezza, per provare lo smalto più alla moda: rosso giungla.
Non per caso viene indirizzata ad Olga, una manicure che non sa tenere a freno la lingua e, inconsapevolmente, le rivela che il suo adorato marito ha un’amante.
L’altra si chiama Crystal Allen ed ha il volto intrigante e sensuale della splendida Joan Crawford.
Crystal è una donna tanto bella quando ambiziosa, che si vanta in giro di aver incastrato un pollo da spennare, e dovreste sentirla, quando parla al telefono con lui, con che voce suadente e con quali artifizi verbali riesce a rigirarselo, con quale consumata malizia si rivolge a lui, inducendolo a fare esattamente ciò che lei desidera.
La povera Mary, sconcertata e affranta, decide così di andare presso la profumeria dove la sua rivale lavora e, cosciente della situazione, prende una decisione ferma quanto sofferta: divorzierà da Stefano, lo lascerà cadere tra le grinfie di Crystal, malgrado lui preferirebbe restare con la moglie, e mai e poi mai vorrebbe compiere un simile passo.
Certi uomini, si sa, mancano di tempra, manca loro il coraggio delle proprie azioni, ciò di cui non difetta Mary Haines che, decisa nel suo proposito, sale su un treno per Reno, dove finalmente firmerà il divorzio dal marito.
Quante donne ci sono in questo film, tutte indimenticabili, e come incarnano alla perfezione pregi e difetti dell’universo femminile: c’è la moglie fedele, l’arrampicatrice sociale, l’ingenua, la vipera, la donna vissuta, la collezionista di mariti.
E il cast, nella migliore tradizione di Hollywood, è a dir poco stellare: una strepitosa Rosalind Russell interpreta Sylvia Mahlinas, la pettegola di turno, quella che se può spara a zero sulle amiche, una sognante e dolce Joan Fontaine ha il ruolo di Peggy, perdutamente innamorata del marito, l’eccentrica contessa De Lave ha il volto di Mary Boland, e poi, ancora, ci sono Edda Hopper e Paulette Goddard, e Marjorie Main nel ruolo di Lucy, una donna dal piglio deciso e quasi maschile, proprietaria del ranch di Reno presso il quale tutte queste donne si ritroveranno insieme e dove sono giunte con lo scopo comune di ottenere l’agognato divorzio.
E come sono divertenti le loro chiacchiere, com’è allegro il loro cicaleccio.
E poi ci sono gli abiti, i cappellini, i profumi, i grandi magazzini di Manhattan, i ricevimenti, ci sono le bellissime voci dei doppiatori italiani, una per tutte Tina Lattanzi che doppia Joan Crawford.
E c’è un happy end, come si addice ad un film di questo genere.
Come da copione infatti, la dolce, timida Mary, dai sentimenti puliti e dal carattere di ferro, avrà la meglio sulla perfida di Crystal, la quale, malgrado sia riuscita a farsi impalmare da Stefano, lo tradisce.
E sarà proprio la figlia di Stefano e Mary a rivelare alla madre di aver sorpreso la matrigna parlare al telefono con un altro uomo.
E’ una scena unica, impareggiabile, in cui si vede Crystal, immersa nella vasca da bagno, piena di schiuma fino al bordo. Crystal, con fare annoiato, fuma e mangia dolcetti, e intanto maltratta la cameriera, ma, quando questa la lascia sola, alza la cornetta e si mette ad amoreggiare con il suo nuovo amante, al quale si rivolge con gli stessi toni seduttivi e smielati che un tempo usava con Stefano.
Il film si chiude con l’immagine di Mary Haines che volge le braccia aperte verso il fedifrago pentito e nello sguardo di lei, così aperto e sereno, si legge tutta la grandezza di questa donna, capace di amare, di perdonare e di dimenticare.
Se avete voglia di sognare, di divertirvi e di rivedere voi stesse in queste attrici immortali, guardate questo capolavoro del cinema.
E tenetevi strette le amiche, quelle vere.
