Il tempo delle primule

Il tempo delle primule giunge nei giorni del freddo e porta una ventata di allegria, è uno dei preludi più dolci di primavera.
Le piccole primule sono semplici e leggiadre e quando ti trovi davanti un’intera distesa di vasetti è difficile scegliere: si vorrebbe comprarle tutte, tutte hanno una bellezza particolare.
Petali grandi e colorati, orlature deliziose, contrasti delicati.
Il tempo delle primule mi ricorda sempre che essere così semplici è una virtù rara e straordinaria e se a volte sembra persino improbabile che questa sia riconosciuta come una dote, resto sempre dell’opinione che la propria semplicità vada tenuta da conto.
Il tempo delle primule è così un momento di magnifica transizione, per i pensieri e per i giorni che scorrono.
E così, dovendo scegliere, ho portato con me diverse sfumature di primule dai colori vivaci e accesi.

Le ho sistemate in due vasi diversi e le ho messe davanti alla finestra della mia camera, mi fanno pensare all’imminente arrivo della primavera e alla bellezza della semplicità.

Ricordando la Mina

E ritorno, per un caso, sulle strade della memoria e dell’infanzia.
L’altro giorno mi trovavo in Carignano, un luogo che suscita dolci ricordi degli anni ‘70 e con l’immaginazione eccomi a bordo della 500 della mamma, si percorrono insieme i bei viali di Carignano e poi si infila la macchinetta in un parcheggio tra gli alberi.
Andiamo dalla Mina, una persona speciale.
La Mina era una bravissima sarta, di lei ho un ricordo tenero e affettuoso, c’era una certa inesorabile magia in lei.
Lei, con la sua dolcezza e la sua gentilezza, mi rammentava le tre fatine buone del film disneyano La bella Addormentata nel Bosco, avete presente? Anzi, dirò di più: ero segretamente convinta che lei fosse una di loro, ne ero proprio sicura!
Quando si andava dalla Mina a prendere le misure per gonne o chissà che altro mi perdevo a guardare tutti i suoi indispensabili accessori: la scatolina degli spilli, i bottoni, il metro, le forbici grandi.

E tra l’altro la Mina aveva una nipotina, anzi, se non sbaglio forse aveva due nipoti, ma io mi ricordo solo lei, la bambina con i capelli biondi un po’ più piccola di me.
E sapete perché ne ho memoria? Ah, perché lei aveva questo nome fantastico, modernissimo, insolito e per me hollywoodiano: si chiamava Alessia.
E insomma, io di Alessandre ne avevo conosciute ma Alessia era un’assoluta novità che mi pareva straordinaria, non so se mi spiego, era un po’ come chiamarsi Audrey o Grace.
E quindi, come vi dicevo, l’altro giorno mi trovavo in Carignano.
Così ho fatto una piccola deviazione verso la casa della Mina e arrivata in prossimità del palazzo ho visto uscire da un portone una signora di una certa età e mi è parsa una circostanza fortunata.
Così le ho chiesto se abitasse lì da tanto e alla sua risposta affermativa ho replicato:
– Signora, mi scusi, per caso si ricorda di una signora di nome Mina che faceva la sarta?
– Come no! – Ha esclamato lei sorridendo – Mi ha insegnato a cucire, abitava lassù!
E con lil dito ha indicato in il palazzo in questione.
Lassù! Me lo ricordo bene quel lassù! D’altra parte quando si va a casa di una fatina buona come si può dimenticarsene?
In quegli anni poi si andava in Carignano anche per un altro motivo: la mamma mi portava in  palestra o in piscina all’Andrea Doria.
Sì, perché come tutti i bambini di Genova anche io ho frequentato le Piscine di Albaro ma anche l’Andrea Doria, era una gioia imparare a nuotare!

E poi, dopo il nuoto, a volte di andava anche dalla Mina.
Mi è parso bello incontrare per caso per strada qualcuno che come me conserva un ricordo di una persona a me cara.
Chissà quante volte passiamo accanto a sconosciuti che custodiscono, in qualche remota parte della memoria un volto, il suono di una voce, i tratti di una persona che ha attraversato anche la nostra vita, quanti fili invisibili ci legano, in modo misterioso e imprevedibile, a persone che neppure conosciamo.
Passano le stagioni ma certe memorie, in qualche modo, resistono.
Cara Alessia, se mi leggi sappi che avevo tanta ammirazione per quel tuo nome hollywoodiano, che bambina fortunata!
E conservo ancora, tra le memorie dolci, il ricordo della Mina e della sua dolcezza.

I miei auguri di Buon Natale per voi!

Arrivano così i miei auguri per voi, con un suggestivo paesaggio innevato e invernale, nella dolce atmosfera delle feste.
E come ogni anno ci tengo a ringraziarvi per il tempo da voi dedicato ai miei scritti, per ogni volta che venite con me nei miei viaggi nel passato o nei luoghi che amo.
Con la speranza che questo giorno porti in dono gioia e serenità, cari amici, auguro buon Natale a tutti voi!

Il Natale del 1976

Il Natale del 1976 arrivò forse più freddo di questo, allora però avevo da poco compiuto dieci anni e secondo me neanche me ne accorgevo.
In quel Natale del 1976 c’era qui con noi un’ospite graditissima, la mia cara zia della quale spesso vi parlo, lei aveva appena avuto un intervento e allora si pensò che fosse meglio che stesse con noi per qualche tempo, così quando lo zio andava a lavorare lei non rimaneva a casa da sola.
Ricordo quei giorni di dicembre con particolare affetto perché avere la zia da noi era proprio un privilegio, con lei passavamo lunghe settimane nella casa del mare quando era estate ma in inverno, a Natale, era tutta un’altra cosa.
In quel Natale del 1976 al posto dell’abete qui in casa venne addobbato un olivo, se non ricordo male si trattava semplicemente di un grande ramo che venne sistemato in ingresso.
L’olivo era veramente alto e la mamma, con il suo solito estro creativo, lo aveva decorato con le palline dorate e con i fili dorati che andavano di moda negli anni ‘70, c’erano poi degli angioletti fatti da noi con la carta dorata e ripiegati in modo da poter essere riposti tra le foglie.
Gli angioletti, oggi gelosamente conservati in una scatola in cantina, erano stati ritagliati con pazienza certosina uno ad uno seguendo un disegno preciso tracciato con una sagoma, io ricordo quell’albero come una straordinaria particolarità per me davvero entusiasmante.
Quindi Babbo Natale arrivò e lasciò tutti i pacchettini sotto l’olivo e il mattino dopo che bella sorpresa per noi bambine!
C’è una foto di quel Natale del 1976, fatta evidentemente da mio papà che era il fotografo ufficiale di famiglia, in cui si vedono la mamma e la zia sorridenti sullo sfondo mentre io e mia sorella siamo sedute per terra a sfasciare i nostri regali.
Io avevo tutti i capelli scarmigliati, un codino in mezzo alla testa e una vestaglietta a quadretti.
La mamma e la zia sorridevano con quelle espressioni che ancora mi sono rimaste impresse nella memoria e che hanno avuto anche molti anni dopo nei diversi momenti felici delle nostre vite.
Non ricordo esattamente cosa arrivò per me in quel Natale del 1976, dalle foto mi pare di intravedere una confezione di un vestitino di Barbie e di certo ne sarò stata entusiasta.
Di sicuro in quel Natale del 1976 ci fu una bella tavola imbandita con tante cose buone, eravamo tutti insieme a festeggiare e a fare il brindisi con il moscato.
In quelle feste degli anni ‘70, non so precisamente in quali anni, a volte sotto l’albero trovavo gli angioletti di legno.
Erano piccoli, delicati e così graziosi nella loro semplicità, li ho sempre amati e naturalmente li conservo ancora tutti, ne ho molti e sono tutti diversi tra loro.
E oltre agli angioletti ci sono i pretini musicanti, ognuno di essi stringe tra le mani uno strumento e tutti insieme compongono un’orchestrina.
Tre di questi piccoli preti erano miei, due invece appartenevano alla zia: ora stanno tutti vicini e suonano un’allegra musichetta natalizia.
Stanno tutti insieme, proprio come noi in quel Natale del 1976.

Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo: la Cappella della Madonna della Guardia

Oggi vi porto con me nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo in Corso Firenze, un luogo a me molto caro per motivi personali.
Pur non essendo antichissima come certe chiese della città vecchia anche questa parrocchia di Circonvallazione a Monte racchiude bellezze e stupori.
Oggi ammireremo insieme la Cappella della Madonna della Guardia che trovate al termine della navata destra.

È ricca, fastosa, minuziosamente decorata e venne progettata da uno dei massimi rappresentanti del razionalismo, l’architetto Luigi Carlo Daneri, la cappella fu poi inaugurata nel 1937.

Contribuì alla sua realizzazione anche l’artista Giuseppe Lessi che era stato collaboratore di Gino Coppedè.
A lui si deve il Trittico dell’Annunciazione con i Santi Alessandro e Antonio che si ispira alle opere di pregiati maestri come Simone Martini e Beato Angelico.

Racchiuso in una nicchia riccamente adornata è collocato invece il gruppo scultoreo raffigurante la Madonna della Guardia e il beato Benedetto Pareto raccolto in preghiera ai piedi della Vergine.

La cappella è poi finemente dipinta con le scene della vita della Vergine sempre opera di Giuseppe Lessi.

Splendida è la figura di Maria realizzata da Galletti, autore di numerose sculture collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

E una meravigliosa armonia così vi sovrasta.

Le notizie che avete letto sono tratte dal volume “La Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo di Castelletto fra storia e arte “a cura di Caterina Olcese Spingardi e pubblicato dalla Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico della Liguria in occasione di Genova 2004, in particolare la parte relativa alla Cappella della Madonna della Guardia è curata da Simona Beltrami.
Attraversando questa cappella si giunge alla Sacrestia, per me è sempre un’emozione particolare tornare qui perché ho frequentato a lungo questa chiesa fin da piccola, qui ho fatto la comunione e la cresima e qui la mia mamma insegnava catechismo, ai tempi del compianto Don Francesco Urbano.

E così questa è una chiesa che mi è molto cara, ogni volta che ci entro suscita in me molti ricordi.

Vi potrete trovare opere d’arte degne di nota.

Se passate in Corso Firenze entrate anche voi nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e San Gerolamo ad ammirare la Cappella della Madonna della Guardia.

Un nuovo compleanno: tanti auguri a me!

Oggi è il 5 Novembre ed è il giorno del mio compleanno.
Nel cuore dell’autunno: quando ero piccola mi sentivo molto fortunata a compiere gli anni in questo periodo, si facevano le festicciole con i compagni e c’era sempre la torta di cioccolato, un rito davvero irrinunciabile.
Pensavo sempre che doveva essere insolito compiere gli anni d’estate quando tutti erano in vacanza e allo stesso tempo immaginavo anche che i bambini nati in estate celebrassero in modo diverso e più insolito, magari sulla spiaggia o in qualche luogo di villeggiatura.
Io invece no: 5 Novembre, in pieno autunno.
Adesso da quegli anni là sono trascorse molte stagioni e oggi è un nuovo compleanno, così porto qui un’intrepida margheritina di Fontanigorda per celebrare il mio giorno, sperando che porti cose belle e magari qualche novità.
Allora, amici cari, brindiamo virtualmente insieme: buon compleanno a me!

La ringhiera di Corso Firenze

La ringhiera di Corso Firenze ha accompagnato tutto il cammino della mia vita, non c’è stata stagione in cui io non abbia percorso questa direzione pensando al domani, alle cose fatte, ai traguardi raggiunti o a quelli mancati, alle persone che camminavano vicino a me e a quelle che invece non ci sono più.
Un passo dietro l’altro, nel mio amato quartiere.

La ringhiera di Corso Firenze è una poesia, è una canzone che conosco a memoria, una musica che potrei fischiettare in qualunque momento.

La ringhiera di Corso Firenze scende dolcemente, una volta ha avuto anche lei un grosso guaio ma per fortuna l’hanno riparata e restituita ai nostri sguardi proprio com’era e così si continua a camminare posando la mano sulla ringhiera di Corso Firenze.

Poi a un tratto c’è una curva straordinaria che così avvolge la scalinata che conduce in Via Pertinace.
E qui la memoria va sempre a giorni di scuola con lo zainetto sulle spalle anche se quella scalinata è sempre rimasta ancora mia, anche in questi anni.
Quindi, tra tutti, ci conosciamo da sempre, si può dire.

I luoghi che sono nostri, a volte, sanno di noi cose che nemmeno le persone con le quali ci confidiamo conoscono.
I luoghi ascoltano, forse a volte rispondono persino, a volte magari nemmeno come vorresti tu.
Eppure i luoghi, i nostri luoghi, ci riconoscono, sembrano sapere chi siamo, ci confortano, forse ci sfidano.
E ci aspettano, sempre, e questi pensieri mi accompagnano ogni volta che percorro Corso Firenze.

Oltre la ringhiera di Corso Firenze c’è l’orizzonte dove sempre si posa lo sguardo.

E sulla ringhiera di Corso Firenze si arrampicano le foglie arrossate dall’autunno.

Foglie che danzano sotto la luce.

E fremono i convolvoli dai fiori delicati.

Fiori che dondolano verso i tetti, verso il cielo, nell’aria leggera.

Verso l’azzurro e verso il profilo di Genova che così si ammira, fermandosi davanti alla ringhiera di Corso Firenze.

Improvvisamente

Non ho mai avuto prima una pianta di passiflora, quella acquistata la scorsa primavera è la mia prima passiflora.
È arrivata qui con alcuni boccioli che poi si sono aperti al sole, poi nel corso dell’estate è rimasta discretamente da parte, senza più rifiorire.
Ho avuto quasi l’impressione che patisse il caldo, a volte alcuni di noi sono insofferenti a certe cose e sopportano con pazienza, magari è successo così anche alla mia pianta.
Così l’ho spostata, l’ho messa in un altro vaso sempre in posizione soleggiata ma con la possibilità di metterla all’ombra, eventualmente.
La passiflora ha infine trascorso quietamente l’estate nel suo angolino e poi, all’improvviso, l’altro giorno è sbocciato un fiore.
Non vi dico il mio entusiasmo, sinceramente non ci speravo più!
E invece la passiflora è fiorita: come tante altre cose belle che accadono improvvisamente quando ormai non te lo aspetti più.

Le melanzane alla parmigiana della mamma

Le melanzane alla parmigiana della mamma (e in precedenza, ad esser precisi, le melanzane alla parmigiana della Nonna Mimma) sono da sempre un classico dell’estate in casa mia.
Ed è uno di quei piatti che mi ricorda le corse su per le scale con le ciabattine di gomma nella casa del mare, le parole crociate del dopo pranzo, le attese del venerdì sera alla finestra della casa di Fontanigorda, quando arrivava papà da Genova e suonava il clacson in modo particolare per farsi riconoscere da noi.
Quelle melanzane alla parmigiana sono deliziose, saporite ed invitanti, ottime per un serie di ragioni che ben comprenderete.
Dunque, la ricetta è molto semplice, si fa soffriggere l’aglio nell’olio extravergine d’oliva, si aggiungono poi la passata di pomodoro, qualche foglia di basilico, il sale e si lascia cuocere per un po’.
Occorrono poi delle belle melanzane lunghe, si tagliano a fette sottili, si fanno friggere e si mette il sale.
Quindi si prende una terrina o un contenitore capiente e si alternano gli strati, mettendo uno strato di salsa, uno strato di melanzane e infine una ricca spolverata di parmigiano grattugiato che costituirà anche l’ultimo strato.
Inoltre in casa mia si è sempre osservata una tradizione: queste melanzane si ripongono in uno specifico contenitore di vetro, da sempre.
È sempre stato così e continuo a fare così, naturalmente.

A questo punto abbiamo terminato, non ci resta che far raffreddare le nostre melanzane e riporle in frigorifero prima di portarle a tavola.
Infatti si gustano fredde e sono assolutamente deliziose, ve lo posso assicurare.
Sono le melanzane alla parmigiana che faceva la mia mamma, con un sorriso.

Un gelato alla fragola

Con questo caldo gusto volentieri un gelato alla fragola che mi riporta subito alle estati della mia infanzia e della mia adolescenza.
All’epoca erano diversi i miei gelati prediletti, è un po’ difficile fare una lista esaustiva, da bambina ero abbastanza golosa e quindi credo di avere una certa competenza in merito, modestamente.
Cornetti, ricoperti, coppette e granite, per ognuna di queste bontà c’era sempre un momento perfetto.
Vi ricordate quel ghiacciolo a quattro gusti diversi che si presentava con quattro strisce verticali?
Vi ricordate il cornetto al caffè?
E quello al whisky con l’uvetta sopra?
E il cono palla?
E il gelato con lo stecco di liquerizia?
E il croccante?
E la celebre, celebrata e leggendaria Coppa del Nonno? Per fortuna abbiamo ancora il piacere di poterla gustare, come del resto il mio delizioso gelato alla fragola che nella parte esterna ha la consistenza del ghiacciolo e l’interno di morbida panna, una bontà che mi induce nostalgiche riflessioni.

Andare a comprare il gelato, negli anni ‘70 e ‘80, era una sorta di rito del quale non si poteva fare a meno.
C’era il cartellone di metallo con le immagini di tutti i gelati e i relativi prezzi, non ho poi mai dimenticato l’emozione del frigo a pozzetto che si apre rivelando un universo di dolcezze senza fine.
Per non parlare della delusione che ti assaliva quando aspettavi il gelato da te prescelto e ti sentivi rispondere:
– È finito!
Come sarebbe? Io volevo proprio quello lì e mi state dicendo che ora dovrei scegliere un gelato diverso?
Da piccola avevo un debole per i gelati confezionati, lo ammetto, il gelato artigianale mi lasciava un po’ indifferente.
Ma poi, un giorno, tutto cambiò.
Ero al mare, nella solita località del ponente ligure frequentata da sempre dalla mia famiglia.
E là c’erano diverse gelaterie, una era molto rinomata per la qualità di suoi prodotti.
Ero una ragazzina, non più una bambina ma comunque è passato tantissimo tempo da quel giorno che ho impresso nella mente come un istante indimenticabile.
Quindi eccomi qui in coda, nel cuore dell’estate, c’è un sacco di gente che vuole comprare il gelato, tocca avere pazienza.
E poi finalmente arriva il mio turno e scelgo un gelato ad un gusto che non ho mai provato prima, mi pare un’assoluta novità: un gelato all’anguria.
Ed è una delle cose più buone che abbia mai mangiato, lo prenderò ancora, sempre in quella gelateria e poi altrove mai più, per timore della delusione, sapete com’è, vero?
E però sono passati decenni e quel gusto così gradevole e dissetante non l’ho mai dimenticato, è un ricordo delizioso, fresco e leggero come l’aria di certe estati lontane.