Questa è la storia di una fanciulla che osò sfidare una dea.
Rispolverate le vostre memorie di scuola e vi tornerà alla mente un termine greco, ὕβρις, che letteralmente significa superbia, tracotanza.
Cosa accade se gli umani osano mettersi sullo stesso piano degli dei dell’Olimpo?
Questa è la storia di una fanciulla che non ebbe timore e pagò per il suo orgoglio.
Aracne abitava ad Ipepi, una piccola località della Lidia, ed era una così abile tessitrice che la sua fama aveva raggiunto le terre più lontane.
Persino le Ninfe abbandonavano i vigneti e i corsi d’acqua per andare ad assistere al mirabile lavoro di Aracne.
Oh, non solo le tele già terminate!
Era uno spettacolo anche vederla all’opera, seguendo con lo sguardo le sue dita che muovevano il fuso e la lana con grazia ed abilità.
Scrive Ovidio:
Scires a Pallade doctam, l’avreste detta istruita da Pallade.
Eccola la pietra di paragone, Pallade, la dea della sapienza.
Ah, che mi sfidi! – disse Aracne.
Potete immaginare che la dea non se lo fece dire due volte, ma pensò di presentarsi alla fanciulla sotto mentite spoglie, prendendo le sembianze di una vecchia.
Le disse di essere modesta, tibi fama petatur inter mortales, ricerca la fama tra i mortali, ma paragonarsi a una dea è inaccettabile, agli dei si devono tributare onore e rispetto.
Che la fanciulla chieda perdono a Pallade, la dea certo sarà magnanima.
Aracne, per nulla intimorita, disse che restava della sua opinione, anzi rilanciò e chiese:
– E perché mai Pallade non accetta la sfida?
In quell’istante la dea riprese le sue sembianze.
E Aracne?
Finalmente aveva un’occasione per dar prova della sua abilità!
E così entrambe si misero a tessere.
Il pettine, le spolette, i fili dai mille colori.
Dalle mani di Pallade scaturirono le figure degli dei dell’Olimpo, a esaltazione della loro grandezza e della loro gloria.
Ecco Giove con la sua maestà, con attorno dodici dei.
E poi se stessa, con lo scudo, l’elmo e l’egida.
E affinché la sua sfidante capisse quanto sapessero essere vendicativi gli dei dell’Olimpo, ai quattro angoli la dea ritrasse vicende di uomini che avevano contrastato i numi e per punizione erano stati destinati ad avere altre sembianze.
Il prezioso manufatto di Pallade era orlato di rami d’ulivo, simbolo della pace.
Aracne, invece, imbastì una splendida tela sulla quale erano effigiati gli amori degli dei.
E invece di esaltare le virtù dei numi, Aracne mise in evidenza i mezzi ai quali gli dei ricorrevano per ingannare gli uomini.
Ecco le mille fattezze assunte da Giove per sedurre le donne che desiderava: Giove diviene pioggia per possedere Danae, cigno per avere Leda, toro per amare Europa.
E poi ancora altri inganni, quelli di Apollo, Bacco e Saturno.
Così accade, gli dei non sono sinceri con gli uomini e la tela di Aracne schernisce l’Olimpo e i suoi abitanti.
L’opera di Aracne, però, era splendida e magnificente e Pallade, vinta dall’ira, distrusse la tela.
Poi, con la spola colpì Aracne sulla fronte e la fanciulla, per la disperazione, si mise un laccio intorno al collo e si impiccò.
Pallade la soccorse e le concesse di vivere, ma per lei aveva in serbo una sorte crudele.
Vive quidem, pende tamen, improba.
Vivi quindi, ma resta appesa, sfrontata.
Cosparse il suo corpo con un’erba e lentamente la fanciulla mutò aspetto, punita per sempre per la sua tracotanza, destinata a tessere incessantemente tele sottili e finissime, Aracne, la fanciulla che venne trasformata in ragno da una dea.
Immagine di Susanna,
bravissima fotografa e mia insostituibile amica

