Andavo al liceo in quel periodo.
E ricordo che siamo arrivati a scuola, nello stordimento generale, e tutti già sapevamo cosa era accaduto nella notte, a New York. Certo, allora la vita non era così interattiva come adesso, non avevamo l’eterna connessione al web per ricevere aggiornamenti in tempo reale, avevamo solo la notizia, nuda e cruda, e le nostre stupefatte supposizioni.
John Lennon, rientrando nella sua residenza di Manhattan insieme a Yoko Ono, era stato colpito da quattro proiettili che avevano fermato il suo cuore.
Era da poco uscito l’ultimo disco del ragazzo di Liverpool, Double Fantasy, un vinile con la copertina in bianco e nero, con i profili di John e Yoko, un album che raccoglie indimenticabili capolavori come Woman, Just like starting over e I’m loosing you.
In questo LP c’è anche Beautiful Boy, una canzone dolce e struggente che John aveva dedicato al figlio Sean, che allora aveva appena cinque anni.
Life is what happens to you when you’re busy making other plans, la vita è ciò che ti capita mentre sei impegnato a fare altri progetti, così recita un verso di quella canzone.
E io mi sono sempre domandata con quale dolore sia diventato uomo Sean, nel sentire la voce di suo padre che canta per lui questa ninna nanna, dalla musicalità chiaramente orientale, che è una tenera poesia per un bambino molto amato.
Close your eyes, have no fear the moster is gone and your daddy is here.
Chiudi gli occhi, non aver paura, il mostro è andato via e tuo papà è qui.
John Lennon era, allora, qualcuno che è sempre esistito.
Sapete, una di quelle persone che lascia una traccia nella tua vita e tu sai solo che c’è sempre stato, senza inizio e senza fine.
Molti userebbero il termine icona, ma quanto è riduttivo, se pensiamo a John Lennon, uno che per noi era mito, ma che lo era già stato per i nostri genitori, a loro volta cresciuti al ritmo delle sue note, sul ritornello di She loves you e sulle rime di I want to hold your hands.
E poi i campi di fragole, Help, Sergent Pepper, la misteriosa copertina di Abbey Road in cui tre dei Beatles attraversano sulle strisce pedonali mentre il solo Paul Mc Cartney è a piedi scalzi e fuori passo rispetto ai suoi compagni.
E poi l’India, gli hippies, Yoko Ono, il pacifismo.
E come scordarsi di Imagine, una canzone che fa da sfondo ad ogni conflitto, alle immagini di guerra che periodicamente si presentano ai nostri occhi, perché le parole di John Lennon non hanno tempo, non hanno spazio né collocazione.
E’ l’eternità questa, lo è per me.
E ogni anno quando arriva l’otto di dicembre, io penso sempre a lui, e rivado con la mente a quei miei giorni di scuola, al mio diario, con le sue foto e i testi delle canzoni scritte con i pennarelli colorati.
E con la memoria ritornano quelle emozioni, il senso di spaesamento che ci aveva lasciato la sua morte.
Allora era ampio il divario tra gli adolescenti e il mondo degli adulti, se avevi sedici anni uno di venticinque apparteneva ad un altro mondo, era lontano da te, era grande, era diverso e distante.
Ora non è più così, le nuove forme di comunicazione avvicinano le generazioni, il tempo scorre in altra maniera, è tutto compresso, rapido e accessibile, anche le rockstars lo sono, in certo qual modo.
Ma allora no, i mostri sacri della musica erano lassù, in un Olimpo irraggiungibile.
E tra loro c’era anche lui, il ragazzo di Liverpool.
E sapete di cosa mi stupisco ancora oggi, in questi giorni così lontani dal quel 1980?
Il fatto che io ho realizzato molto tempo dopo, nella mia età adulta, che quando John Lennon è morto aveva appena quarant’anni.
Sapete, a me non sembrava così giovane allora, a dire il vero neanche mi pareva che avesse un’età, era John Lennon, uno che c’era sempre stato, uno che dalla sua siderale lontananza aveva parlato anche a me.
Questo è il video che ho scelto per ricordare quel giorno.
New York, Central Park, potrebbe essere autunno o anche primavera.
Lui è circondato da bambini, ride, firma autografi, scherza e accenna dei passi di danza.
Indossa un soprabito nero, porta il cappello e i suoi soliti occhialini rotondi.
Ciao John, sei sempre qui con me.