E poi una mattina d’inverno, mentre il sole scherza con la ringhiera.
Camminando con il solito passo deciso e fidente sotto il sole che brilla alto nell’azzurro dopo giorni di vento furioso.
Un gioco di luce e ombra e un effimero disegno sinuoso, mentre il mio pensiero va ancora più lontano.
Seguendo la ringhiera di Corso Andrea Podestà.
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Scoprendo Via dei Sansone
Percorrendo Salita San Leonardo ci si trova immersi in un’atmosfera dal sapore antico.
Questa ripida mattonata che da Via Santa Chiara scende fino in Via Fieschi si svela come uno splendido e silenzioso mistero, a due passi da qui c’è la trafficata Piazza Dante eppure la nostra creuza conserva tuttora la sua beltà.
Sulla creuza si trova un antico passaggio che conduce a Via dei Sansone.
E inizia da qui la scoperta di un luogo ancora più nascosto e sconosciuto.
Lassù una vetusta edicola ospita una statuina della Madonna di fattura recente, tutto l’insieme necessiterebbe di un restauro e sono certa che riacquisirebbe una rinnovata bellezza.
Da qui si giungeva all’antico Convento di San Leonardo e questa è così la ragione delle tracce di questa antica devozione.
Alcune finestre di Via dei Sansone ospitano vasetti e piantine.
Alla ringhiera, in cerca di luce e sole.
Ci guardiamo indietro e ancora proseguiamo.
Terminata la salita ci si ritrova in uno spazio sul quale si affacciano eleganti edifici e tutto attorno c’è ancora questa quiete inaspettata.
Un grande limone è prodigo dei suoi frutti.
E un maestoso kumquat così si staglia nel suo giardinetto.
Una facciata è poi una splendida illusione di finestre dipinte.
E in questo luogo che è del nostro tempo ma sembra un po’ distante, in qualche modo, ecco ancora una traccia più antica.
Un muro, un archivolto.
Mi incammino e vado fino in fondo, c’è sempre una magia incantata nei luoghi che conservano, in qualche maniera, la loro perduta identità.
Qui c’è anche la targa antica di questa via che prende il suo nome da una famiglia savonese di lontane origini e di parte ghibellina che si distinsero in varie maniere nella città della Torretta.
Percorrendo le strade non conosciute c’è sempre qualche insondabile incanto che resiste alla nostra distrazione.
Un muro, un archivolto, un tempo che non è più.
Una silenziosa e celata bellezza da conservare e riscoprire, in Via dei Sansone.
Ricordando la Mina
E ritorno, per un caso, sulle strade della memoria e dell’infanzia.
L’altro giorno mi trovavo in Carignano, un luogo che suscita dolci ricordi degli anni ‘70 e con l’immaginazione eccomi a bordo della 500 della mamma, si percorrono insieme i bei viali di Carignano e poi si infila la macchinetta in un parcheggio tra gli alberi.
Andiamo dalla Mina, una persona speciale.
La Mina era una bravissima sarta, di lei ho un ricordo tenero e affettuoso, c’era una certa inesorabile magia in lei.
Lei, con la sua dolcezza e la sua gentilezza, mi rammentava le tre fatine buone del film disneyano La bella Addormentata nel Bosco, avete presente? Anzi, dirò di più: ero segretamente convinta che lei fosse una di loro, ne ero proprio sicura!
Quando si andava dalla Mina a prendere le misure per gonne o chissà che altro mi perdevo a guardare tutti i suoi indispensabili accessori: la scatolina degli spilli, i bottoni, il metro, le forbici grandi.
E tra l’altro la Mina aveva una nipotina, anzi, se non sbaglio forse aveva due nipoti, ma io mi ricordo solo lei, la bambina con i capelli biondi un po’ più piccola di me.
E sapete perché ne ho memoria? Ah, perché lei aveva questo nome fantastico, modernissimo, insolito e per me hollywoodiano: si chiamava Alessia.
E insomma, io di Alessandre ne avevo conosciute ma Alessia era un’assoluta novità che mi pareva straordinaria, non so se mi spiego, era un po’ come chiamarsi Audrey o Grace.
E quindi, come vi dicevo, l’altro giorno mi trovavo in Carignano.
Così ho fatto una piccola deviazione verso la casa della Mina e arrivata in prossimità del palazzo ho visto uscire da un portone una signora di una certa età e mi è parsa una circostanza fortunata.
Così le ho chiesto se abitasse lì da tanto e alla sua risposta affermativa ho replicato:
– Signora, mi scusi, per caso si ricorda di una signora di nome Mina che faceva la sarta?
– Come no! – Ha esclamato lei sorridendo – Mi ha insegnato a cucire, abitava lassù!
E con lil dito ha indicato in il palazzo in questione.
Lassù! Me lo ricordo bene quel lassù! D’altra parte quando si va a casa di una fatina buona come si può dimenticarsene?
In quegli anni poi si andava in Carignano anche per un altro motivo: la mamma mi portava in palestra o in piscina all’Andrea Doria.
Sì, perché come tutti i bambini di Genova anche io ho frequentato le Piscine di Albaro ma anche l’Andrea Doria, era una gioia imparare a nuotare!
E poi, dopo il nuoto, a volte di andava anche dalla Mina.
Mi è parso bello incontrare per caso per strada qualcuno che come me conserva un ricordo di una persona a me cara.
Chissà quante volte passiamo accanto a sconosciuti che custodiscono, in qualche remota parte della memoria un volto, il suono di una voce, i tratti di una persona che ha attraversato anche la nostra vita, quanti fili invisibili ci legano, in modo misterioso e imprevedibile, a persone che neppure conosciamo.
Passano le stagioni ma certe memorie, in qualche modo, resistono.
Cara Alessia, se mi leggi sappi che avevo tanta ammirazione per quel tuo nome hollywoodiano, che bambina fortunata!
E conservo ancora, tra le memorie dolci, il ricordo della Mina e della sua dolcezza.
Bellezze perdute di Genova: la Chiesa di Santa Margherita della Rocchetta e il suo Oratorio
“Il quartiere di Portoria in Carignano è assai poco popolato, tutta questa parte a partir da S. Margherita, ove comincian le batterie da grossi pezzi di artiglieria guernite e che è alla falda di questo colle situato fino a S. Stefano, è ricoperta nella sua superficie da ville e case da contadino, da palazzi e giardini, anzi che da case e strada divisa, cosicché più che ad una amena campagna che a quartiere di grande città rassomiglia.”
Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818
Sagep Editrice, 1974 – Volume a cura di Ennio e Fiorella Poleggi
La descrizione puntuale e per noi ricca di inevitabile nostalgia risale ad un secolo lontano e si deve alla penna di un ignoto autore del quale è stata tramandata una preziosa opera: la Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 è un volume capace di guidarci in quel passato nel quale possiamo ritornare soltanto grazie alle pagine dei libri e ai dipinti di valenti artisti.
E così il quartiere di Carignano, oggi elegante zona cittadina ricca di eleganti palazzi, era all’epoca campagna bucolica, pacifica e silenziosa con ridenti giardini e anche semplici case di contadini.
Racconta poi l’anonimo che su un poggio, baciato dalla luce radiosa del sole, vi era la bella chiesa di Santa Margherita della Rocchetta con annesso monastero.
Dalla chiesa presero il loro nome le Mura di Santa Margherita, tutta la zona subì poi gravi danneggiamenti durante la II Guerra Mondiale con le conseguenti demolizioni che riguardarono anche le mura stesse.
Della Chiesa di Santa Margherita e del suo Oratorio, a margine del testo dell’anonimo, riferisce il Poleggi che precisa che essa era stata fondata nel XIV Secolo dalle Monache Cistercensi che poi la lasciarono nel 1535.
In seguito a riedificarla furono i membri dell’Arte dei Merciai per le loro figlie che desiderassero ritirarsi a vita religiosa, allora la chiesa mutò il suo titolo e venne dedicata ai Santi Bernardino e Alessio.
Per ritrovare il luogo dove si ergeva la Chiesa di Santa Margherita della Rocchetta dovrete percorrere Via Mylius in Carignano e dovrete arrivare fino ad una salita ripida denominata Salita dei Sassi.
Si chiamava un tempo Passo della Rocchetta e prese il suo attuale nome proprio per quei ciottoli che la caratterizzano.
E scrive in proposito Amedeo Pescio: ardua e lastricata di ciottoli con due guide di mattoni.
È ancora così la Salita dei Sassi, anche se ormai non c’è più traccia dell’antica chiesa che racchiudeva alcuni dipinti di pregio, uno era di Bartolomeo Guidobono.
Scrive ancora Amedeo Pescio che la chiesa e il monastero furono venduti nel XIX secolo al Municipio che adibì quegli spazi a caserma delle guardie municipali e daziarie, in seguito fu invece una scuola.
Osservando tra i palazzi di Salita dei Sassi si vedono in lontananza i colori luccicanti della modernità: il mare, le navi, la ruota panoramica.
Questo presente racchiude anche quel passato che non abbiamo vissuto e la memoria fragile dei luoghi perduti come la Chiesa di Santa Margherita della Rocchetta e il suo quieto oratorio.
Camminando nel passato di Piazza della Marina
Vi riporto ancora indietro, nel passato della Superba e grazie ad una mia nostalgica cartolina faremo un inatteso viaggio nel tempo.
Ci troviamo in una piazza ampia e ariosa accarezzata dalla brezza del mare che non lontano da qui vibra e ruggisce: siamo in Piazza della Marina, in un tempo diverso dal nostro, laggiù sulla destra si può andare in Via Madre di Dio e tutte le persone qui ritratte in questo scorcio genovese potrebbero raccontarci tante storie a noi sconosciute.
È un’avventura essere bambini in questo tempo del passato e in questa parte di Genova, i più piccini paiono godere di una certa libertà.
Questa è una zona di solerti lavoratori, consultando la mia Guida Pagano del 1926 ho scoperto che in Via della Marina c’erano diversi falegnami e tornitori, c’erano però anche una bella merceria e un fornitissimo negozio di ricami e non sapete quanto mi piacerebbe averli veduti!
Sulla Piazza della Marina ci si ferma anche a riprendere fiato lasciando le ceste posate lì per terra e nessuno di noi, purtroppo, sa indovinare cosa ci fosse dentro.
E si cresce, si diventa grandi e si impara la vita tra ostacoli e difficoltà.
Questi bambini, divenuti adulti, forse riguarderanno ai luoghi della loro infanzia e ad un certo punto non sapranno più riconoscere la loro piazza, quelle scalette dove andavano a sedersi, il portone nel quale andavano a nascondersi, la finestra dalla quale si affacciava sempre sorridente la signora Maria.
Cosa è rimasto di quel mondo e di quelle case svettanti colorate dai panni stesi e vibranti di vita?
Proviamo a viaggiare tra passato e presente per comprendere quei luoghi e il loro destino e osserviamo insieme questo scorcio della cartolina focalizzando la nostra attenzione sui due edifici collocati sull’estrema sinistra dell’immagine.
Ora volgiamo lo sguardo ai giorni nostri e osserviamo quei palazzi dalle diverse tonalità di rosa che risultano più avanzati rispetto agli altri.
Intendo questi tre palazzi così bene restaurati e caldi di sole.
Ho accostato la mia fotografia ad una porzione della mia immagine d’epoca, la riga rossa separa l’immagine del passato dallo scatto contemporaneo: i due palazzi rosa risulterebbero essere quindi i due palazzi all’estrema sinistra della cartolina.
Non è semplice ritrovare ciò che è rimasto da quel passato e dopo essere andata alle Mura della Marina a fare queste fotografie ho sottoposto le mie supposizioni agli amici Pier Giorgio Gagna e Stefano Finauri che sono molto esperti di cose genovesi ed entrambi hanno confermato la mia impressione, da qui li voglio così nuovamente ringraziare per il loro aiuto.
Gran parte degli edifici ritratti nella porzione destra della mia cartolina scomparvero a causa dei bombardamenti della II Guerra Mondiale, così questa parte di Genova ha mutato aspetto.
In quel tempo c’era questo spazio aperto con le case inondate di luce e di salmastro, lassù svettava imperiosa la Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano.
Rivolgendo di nuovo lo sguardo in quella direzione, ai giorni nostri, il panorama è questo: la modernità ha stravolto questo zona della vecchia Genova senza donarle nuova ulteriore bellezza ma lasciando, in luogo degli edifici scomparsi, una costruzione che nella mia opinione non ha nulla di attrattivo.
E ancora, camminando in Via della Marina, ecco ancora una diversa prospettiva, i bambini della mia cartolina se rimarrebbero amareggiati e dolorosamente stupefatti.
Riguardando indietro a quei giorni che non abbiamo vissuto possiamo ritrovare le vedute di questa Genova perduta.
E allora ci sembra quasi di sentire le voci di quei bambini che giocano sulla piazza, il frastuono di quella vita lontana e laggiù, alla finestra, ci pare di scorgere la signora Maria che forse pensa di andare a fare qualche acquisto in quella merceria della quale vi parlavo.
In un giorno di un tempo lontano, camminando nel passato di Piazza della Marina.
Carignano: a casa di Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi visse a Genova, in certi anni della sua vita, diversi sono i luoghi che ancora rammentano la sua presenza.
Così vi porterò in uno di questi posti, davanti ad una dimora che lo ospitò e dove il già celebre e stimato compositore giunse grazie ad un suo caro amico: l’ingegnere Giuseppe De Amicis, cugino del più famoso scrittore Edmondo e flautista dilettante.
Della loro profonda amicizia si legge ampiamente nel volume “Giuseppe Verdi – Le lettere genovesi” a cura di Roberto Iovine e Raffaella Ponte edito dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma nel 2013, da questo interessante libro sono tratte le notizie che trovate in questo articolo.
De Amicis era sempre disponibile per il Maestro, lo aiutava nelle piccole incombenze, si occupava per lui di certe commissioni ed era sempre pronto a risolvergli i problemi.
Verdi d’altra parte si rivolgeva a lui per sbrigare le più svariate faccende, ad esempio in una lettera del 1 Novembre 1881 il compositore riferisce che ci si sarebbe una questione da risolvere per Lorito, il pappagallo di famiglia:
“Mia moglie desidererebbe che la gabbia di sua eccellenza Lorito venisse ridipinta. … Dunque quando andate all’omnibus allungate un po’ la strada e dite allo spegazin della casa di colorire questa gabbia.”
E De Amicis, solerte, premuroso e affidabile, si assunse il compito richiesto.
Fu sempre l’attento amico a procurare a Verdi una lussuosa dimora: trovò per lui un appartamento a Palazzo Sauli, magnifica costruzione di proprietà della marchesa Pallavicino e sita in Via San Giacomo sul colle di Carignano, una zona elegante, verde e salubre.
Ed eccone uno scorcio in una cartolina della mia collezione dove si vede un tratto di Via Corsica.
Verdi si dimostrò entusiasta di questa sistemazione, quella zona all’epoca era chiaramente meno fitta di edifici e costruzioni e il nostro, sempre in una sua missiva, disse che si trovava d’incanto in quel palazzo: gli piacevano l’appartamento e la vista, aggiunse che contava di viverci per 50 inverni.
Era la primavera del 1867, poco dopo il Consiglio Comunale di Genova concesse a Verdi la cittadinanza onoraria della città.
Inoltre, in quella dimora in Carignano, Verdi aveva il vantaggio di avere come vicino di casa un caro amico: il direttore d’orchestra Angelo Mariani che abitava nella zona delle mezzerie mentre Verdi aveva affittato il piano nobile.
Immagine tratta dalla rivista L’Illustrazione Popolare del 13 Gennaio 1884
(copia di mia proprietà)
Il passato, a volte si sovrappone al presente.
O forse resta, a tratti offuscato e a tratti più chiaro, forse ci sembra di poterlo ancora intuire nell’eleganza di un’antica costruzione, nella bellezza di uno stile che ancora incontra il nostro gusto.
E così accade, camminando in questo bel quartiere genovese.
Prima di giungere in Carignano Verdi era solito soggiornare al celebre Hotel Croce di Malta, a Palazzo Sauli rimase fino al 1874, in seguito si trasferì nel fastoso Palazzo del Principe Doria.
La scelta di vivere a Genova pare fosse legata al genuino desiderio di sfuggire alla mondanità milanese e tuttavia, come si legge nel già citato volume, sembra che Verdi non amasse troppo il vento che sferza il colle di Carignano e che questo sia stato uno dei motivi del suo successivo trasloco.
Camminando nel presente restano, a volte, le tracce di un magnifico passato.
E là, nella nostra Via Corsica, si incede quasi a ritmo di musica, sulle note composte da un celebre italiano che certo merita di essere ricordato: in un tempo lontano qui visse Giuseppe Verdi.
Sulla rotonda di Via Corsica
Compiamo insieme un nuovo viaggio a ritroso nel tempo e grazie a una suggestiva cartolina del passato ci ritroviamo nell’elegante quartiere di Carignano, sulla rotonda di Via Corsica.
Era un tempo diverso e quanto mai sorprendente ai nostri occhi, sfogliando la mia Guida Pagano del 1926 ho scoperto che in Via Corsica c’era una serie innumerevole di negozi.
C’era la macelleria del Signor Dante e la bottiglieria della Signora Luigia, c’erano una drogheria, una salumeria, un calzolaio, un ottonaio e un fruttivendolo ma soprattutto vorrei aver veduto il glorioso Caffè Goffredo Mameli, chissà che posto speciale!
Quel tempo scorreva davvero a una diversa velocità: era più difficile, certo, era anche molto più lento e seguiva il ritmo cadenzato del passo dei cavalli.
Si viaggia seduti in carrozza, con gli ombrelli chiari e le pagliette per ripararsi dal sole.
Sulla rotonda di Carignano, in un’epoca distante.
Sulla sinistra già si nota il magnifico edificio al termine di Via Corsica che così sovrasta il mare e la rotonda di Carignano.
E già all’epoca della cartolina le belle figure sulla facciata posavano i loro sguardi benevoli sui passanti.
Gli alberi non erano ancora così alti in quella via dove è davvero bello passeggiare: per me Via Corsica è la strada più “parigina” di Genova, mi si passi la definizione, la trovo molto piacevole con la sua ampiezza, le sue case eleganti e le sue panchine dove fermarsi a riposare.
Nella cartolina del passato avrete certamente notato un’aiuola con una grande palma al centro.
Al termine di Via Corsica, da ottobre del 2018, all’incirca in quel punto, c’è il monumento dedicato a Raffaele De Ferrari Duca di Galliera, come già ebbi modo di scrivere in passato la statua un tempo si trovava nella zona della Stazione Marittima.
La foto che segue fu scattata da me nel 2017 prima che la magnifica scultura di Monteverde fosse posizionata nella sua attuale collocazione.
Il tempo vola e fugge via, a volte non si capisce nemmeno come accada.
Eppure in certi posti lo spirito del luogo ancora resta, vibrante e vivo.
Basta osservare bene e provare a sentire quei rumori per noi insoliti, le ruote e lo scalpiccio dei cavalli, una musica che piano si affievolisce mentre la carrozza si allontana verso un tempo che non abbiamo conosciuto.
Chiesa del Sacro Cuore e San Giacomo: la Cappella di San Giacomo Maggiore
Se anche voi avrete occasione di entrare nella Chiesa del Sacro Cuore e San Giacomo di Carignano soffermatevi ad ammirare una delle opere conservate in questa bella chiesa genovese.
Al termine della navata sinistra, in una sorprendente armonia di colori vivaci, si trova la Cappella di San Giacomo Maggiore.
Una legenda esplica ai visitatori alcuni dettagli relativi all’opera: l’altare risale al 1933 ed è decorato con intarsi marmorei e mosaici.
La statua lignea fu realizzata su disegno dell’artista Mattia Traverso, San Giacomo regge con una mano le sacre scritture ed è così effigiato mentre evangelizza il popolo.
Entrando in questa chiesa colpisce ed attira la potenza impressa in quel gesto, San Giacomo richiama i fedeli e quella sua forte vitalità ha catturato la mia attenzione.
Nello stupore assoluto che riserva questa chiesa, in un gioco di vetrate, affreschi e sfumature nel quale nulla è lasciato al caso.
E lassù un tono acceso di blu e la grazia di certi angeli.
Con questa potenza, con questa fermezza di fede che in un gesto racchiude mille parole, San Giacomo pare rivolgersi a chi lo osserva per svelare amorevole la grandezza della Parola di Dio.
In una mistica suggestione, mentre sullo sfondo rifulge la luce degli angeli, questa è la suggestiva rappresentazione di San Giacomo Maggiore.
Camminando nel passato sulla Circonvallazione a Mare
Ritorniamo a ripercorrere insieme la Circonvallazione a Mare, in un giorno di sole e di primavera, volgendo lo sguardo a ponente e verso la Lanterna ecco la strada ampia, il nastro di asfalto e sullo sfondo le case alte dei caruggi.
Osserviamola meglio e con occhi diversi in un tempo differente: sfogliando il prezioso volume Genova Nuova edito nel 1902 si scopre che la Circonvallazione a Mare, realizzata alla fine dell’Ottocento, era allora considerata una tra le migliori passeggiate d’Italia.
Viene descritta con parole suggestive, se ne esalta l’ampiezza e le grandiose vedute che si godono da questa passeggiata che così si snoda per un lungo tratto.
Tra ieri e oggi, tutto muta e cambia e forse potremmo provare a lasciare dietro di noi il rumore del traffico e tornare, anche solo per qualche istante, nel nostro passato.
Forse potremmo anche prendere del tram: ecco una delle straordinarie conquiste della modernità!
Diamo le spalle alla Lanterna e guardiamo nella direzione opposta: è così piacevole camminare, con tutta la calma del mondo, sulla Circonvallazione a Mare.
C’è una fila di alberi giovani e poi ci sono palme frondose, la ricchezza di verde che abbellisce la passeggiata viene anche ricordata sulle pagine del già citato libro Genova Nuova.
Passo dopo passo, con fiera eleganza.
Ed ecco arrivare un carro e il rumore degli zoccoli del cavallo, questo è davvero il ritmo di un tempo diverso.
E qualcuno preferisce mettersi seduto e magari riposarsi un po’ e godere del profumo del mare e della freschezza di questo luogo incantevole.
Da un tempo all’altro, mentre il bianco e nero scivola nei colori vividi e accesi della realtà.
Sulla sinistra, fastosa e imponente, ecco l’ottocentesca Villa Mylius con il suo scenografico loggiato.
I genovesi di ieri andavano a spasso in questi luoghi ed io in qualche modo li ho riportati proprio lì, sulla Circonvallazione a Mare.
Villa Mylius predomina ancora sulla prospettiva di Corso Aurelio Saffi che così appare in questa nostra epoca.
Il tempo fugge, svanisce e muta gli scenari.
Ho scelto tre delle mie cartoline per raccontarvi questi luoghi e come sempre mi sono dilettata a cercare i dettagli, perché così si compiono i veri viaggi nel tempo: osservando e sognando ad occhi aperti.
E allora è come ritrovarsi là, a camminare piano piano, con un ombrello parasole, vero conforto delle giornate calde.
Seguendo il rumore dei tram e quello del carro, sentendo la brezza marina che sfiora il viso: camminando nel passato, sulla Circonvallazione a Mare.
La Madonna di Via a San Giacomo
Via a San Giacomo è una stradina di Carignano, silenziosa e un po’ nascosta, collega Via Rivoli a Via Corsica.
Mi è capitato di recente di percorrerla, in un pomeriggio di sole che illuminava le case mentre sullo sfondo si ammirava il blu limpido del cielo.
E così ho alzato gli occhi verso l’alto, come sempre mi piace fare.
E proprio su questo edificio ho notato una bella scultura della Madonna con il Bambino, una cara immagine verso la quale, nei tempi distanti, si saranno levati gli sguardi imploranti di molti fedeli.
Ai piedi di Lei scolpite nel marmo queste parole in latino: ad fores meas quotidie e il loro significato è alle mie porte ogni giorno.
Dovrebbe trattarsi di una citazione biblica tratta dal Libro dei Proverbi: Felice chi mi ascolta e veglia alle mie porte ogni giorno (8-34).
L’immagine sacra così suggestiva ha colpito la mia attenzione anche per la sua collocazione, si trova infatti un una nicchia accanto a una finestra, sui quei vetri la luce ha lasciato una magia di riflessi.
E là, custode del sonno, dei pensieri e dei destini la figura dolce di Maria.
È la Madonna di Via a San Giacomo che così veglia sugli abitanti di questa casa e su coloro che percorrono questa strada genovese.







































































