Un saluto da Pegli

Un saluto da Pegli, dal passato del ponente ligure e dall’ultimo scampolo della stagione estiva.
Un saluto da un manipolo di intrepidi cittadini che se ne stanno su certi leggendari scogli pegliesi: qualcuno agita il cappello, altri restano seduti in placida calma.

Un saluto dalla bella spiaggia sulla quale riposano le barche dei pescatori.
Mentre l’onda lenta canta sulla riva, davanti alle sdraio e agli ombrelloni aperti per ripararsi dal sole.

Vi ho mostrato i dettagli di due mie cartoline di Pegli, a volte leggere il testo a tergo rivela particolari interessanti.
La prima cartolina venne scritta il 17 Agosto 1909 e spedita a certe signorine in Scozia.
È scritta in italiano e la mittente riferisce di aver fatto qualche bagno a Cornigliano e aggiunge:

“Oggi fa burrasca. Il mare è grosso, anche ieri lo fu, ma mi son ancor più divertita. Comincia a venire il sole, tra poco sarà tutto celeste il cielo o tuonerà.”

Ah, il clima bizzarro della fine di agosto, dopo i primi temporali tutto cambia, è sempre stato così!
E allora un saluto da Pegli, dagli scogli Pietra Pulla sferzati dalle onde salmastre.

La seconda cartolina venne scritta e spedita il 13 Agosto 1930.
Chi scrive racconta di essere giunto ottimamente a Genova essendo solo nello scompartimento di 1° che funzionava da 2°. Una bella fortuna!
Anche il nostro visitatore riferisce di aver trovato un clima capriccioso, a tratti nuvolo e piovoso.
E tuttavia si gode la spiaggia, il sole, i giorni felici nell’ozio beato.
Da quei tempi lontani e dalla bella spiaggia luminosa a tutti voi un saluto da Pegli.

Sanremo e i sospiri di Caterina

E finalmente era di nuovo nella sua Sanremo: luogo della giovinezza, delle speranze e delle emozioni.
Lì Caterina aveva conosciuto il suo Peter, lì aveva sempre voluto ritornare, da Sanremo era iniziata l’avventura della vita accanto al suo consorte.
Insieme a Peter, diplomatico britannico al servizio della Corona, Caterina aveva girato il mondo: avevano vissuto in India e poi nel gelido Canada, erano stati in Africa e in diversi paesi dell’Oriente, avevano condiviso ogni istante e gli ultimi anni li avevano trascorsi nell’accogliente dimora di Warwick, un’antica casa a graticcio a breve distanza dal celebre castello.
Sempre insieme, sempre vicini.
Nessun luogo, per quanto esotico e ricco di attrattive, era per loro come Sanremo.
Sanremo, Sanremo! Finalmente!
Accompagnata dalla sua buona sorella Maria, ritta in piedi davanti alla balaustra, Caterina osservava la costa e il panorama.

Densa di una certa pigrizia estiva, l’aria di Sanremo era fresca di erbe aromatiche, con accenti di rosmarino e basilico e con note frizzanti di zagara e gelsomino.
Frinivano le cicale, accompagnate in lontananza dal ritmo lento delle rane gracidanti, mentre gli ulivi fremevano sospinti dalla brezza salmastra.
Era dolce il tempo dell’ozio a Sanremo, aveva il sapore della gioia lontana.
Caterina sospirò nostalgica, riandando così con il pensiero ai giorni ormai trascorsi.

– Ritorna, my dear Caterina – così le aveva detto Peter con voce calma e serena – Ritorna nella nostra Sanremo e saluta il nostro mare anche per me.
E ora lei era là, in silenzio, davanti alla costa che cinge l’azzurro come in un abbraccio.
Immobile, quasi severa, con il cappello fastoso sul capo mentre sotto la camicia inamidata il cuore le batteva all’impazzata.
Il sorriso di lui, l’anello di fidanzamento, le onde bianche, le dita intrecciate, le strelitzie del giardino, il tramonto suadente, le palme imponenti, gli occhi negli occhi.
Per sempre.
Sorrise.
Era serena, appagata, in pace.
E ne era certa: il suo Peter era lì accanto a lei.
Eternamente.
Davanti al loro mare, davanti alla loro Sanremo.

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Questo breve racconto è uno dei miei giochi di fantasia.
Le figure eleganti che si stagliano davanti alla bella località della Riviera dei Fiori mi hanno fatto immaginare un amore grande, una nostalgia di memorie, una felicità da ricordare.
Davanti al mare di Sanremo.
Eternamente.

Un saluto dai bagnanti di Ventimiglia

Ritornando a svagarsi nel passato e ritrovandoci in certe antiche villeggiature eccoci nel lembo estremo della Liguria, nella ridente località di Ventimiglia.
Per orientarci sarà bene consultare la mia Guida Treves del 1911 dove sono anche indicati alberghi e caffè: qui tutto ha un fascino particolare, immaginate il vostro soggiorno all’Hotel des Voyageurs o le soste golose presso la Maison Dorée nelle vicinanze della stazione.
In questo 1911 la bella Ventimiglia, sita alla foce del Roja, annovera circa 10.000 abitanti ed è una località strettamente legata alla vicina Francia.
Amici, sappiate che da Ventimiglia partono sprintose vetture alla volta di Mentone, per arrivarci ci si impiega un’ora e mezza ma il panorama è straordinario e magnificente.
La nostra Guida Treves di questo favoloso 1911 ci avverte inoltre di un dettaglio: qui si calcola l’ora su quella di Parigi che ritarda su quella di Roma 55 minuti.
E inoltre le Lire italiane non valgono più, qui si usa valuta francese, oui!
È dolce il tempo dei bagnanti di Ventimiglia che se ne stanno a mollo a prendere il fresco.

Si sfoggiano cappelli importanti, pesanti costumi scuri bordati di chiaro, i più piccini se la spassano e qualcuno rema su una barchetta.

Sorridono i bagnanti di Ventimiglia, da un tempo antico e meno caotico, in questo luogo del ponente ligure destinato come molti altri a cambiare e a divenire moderno e popoloso.
Sorridono i bagnanti di Ventimiglia, dalla loro quieta estate.

In questa prospettiva del loro luogo del cuore.
Un paese tutto scale, come recita ancora la Guida Treves.
La Guida naturalmente suggerisce a noi visitatori di godere delle straordinarie bellezze dei Giardini Hanbury con le loro scenografiche terrazze sul mare: in questo 1911, per poterle visitare, bisogna fare domanda per iscritto ed è prevista una mancia di Lire 1.

Quante meraviglie riserva questo spicchio di Liguria a noi che viaggiamo a ritroso con la macchina del tempo.
E con la speranza che il vostro soggiorno sia gradevole, a tutti voi un saluto dai bagnanti di Ventimiglia.

Passeggiando al fresco davanti al Monumento al Duca di Galliera

Tic tac, tic tac, riparte inesorabile la macchina del tempo e ci porta ai giorni di un’estate lontana non distante dalla Stazione Marittima.
Noi genovesi di questa epoca distante amiamo andare a prendere il fresco in quei giardini rigogliosi che sorgono a pochi passi da Villa del Principe, sovrastati dall’esclusivo Hotel Miramare.
Così si passeggia, reggendo un grazioso parasole per preservare la pelle diafana e delicata.

Oppure si trova posto su una delle panchine dove si può rimanere amabilmente a chiacchierare mentre spira una brezza gentile e confortevole.

E in questa prospettiva amatissima, tra il verde generoso si staglia il monumento a Raffaele Luigi De Ferrari Duca di Galliera, opera del valentissimo scultore Giulio Monteverde.
Con incomparabile grazia così si erge la figura della Munificenza che tiene accanto a sé il suo genio alato, colui che siede ai piedi della Munificenza è invece Mercurio, dio dei commerci, arte nella quale il Duca di Galliera eccelleva in maniera particolare.

La scultura magnifica di Monteverde, come sappiamo, ha trovato posto ai nostri tempi in fondo a Via Corsica e così la si ammira là dove si erge contro il cielo blu della Superba.

Dove un tempo era la statua, all’ombra del Miramare, oggi ormai tutto è cambiato, il progresso muta i luoghi e li trasforma.
Nel tempo che era un altro tempo si amava invece passeggiare al fresco, tra le palme, davanti al Monumento al Duca di Galliera.

Giorni d’estate al Lido d’Albaro

Erano giorni d’estate nella cornice dell’esclusivo Lido d’Albaro.
Nel chiarore di un secolo nuovo così sbocciava la bella stagione genovese con le sue lusinghe sulla riva del mare.
Inaugurato nel 1908, il Lido d’Albaro è una meta cittadina di élite, ecco così le signore e signorine con gli abiti fruscianti e i cappelli ampi per ripararsi dal sole.

C’è chi raggiunge con tutto agio la suggestiva grotta.

Taluni invece preferiscono lasciarsi cullare dal dondolio gentile delle onde.

È dolce l’estate al Lido d’Albaro, ognuno può trovare la propria dimensione perfetta.
La terrazza, la luce brillante, la confortevole brezza salmastra, il tempo dello svago e del riposo.

Una raffinata signorina in bianco se ne sta seduta ad ammirare il panorama, non le mancano l’ombrellino parasole e una certa romantica vaghezza nei modi.

Questo breve viaggio a ritroso nel tempo è avvenuto grazie ai dettagli di due belle cartoline della mia raccolta.
Entrambe sono opera dell’artista e acquarellista Aurelio Craffonara, le cartoline vennero realizzate da alcuni suoi dipinti all’inizio del ‘900 da Fratelli Benzo Editore di Alessandria.
Restituiscono così l’incantevole magia di un’atmosfera, la bellezza di una stagione marina nel levante della città.

Erano giorni d’estate e il tempo scorreva lieve al Lido d’Albaro.

Luglio 1924: il funambolo in Piazza Umberto I

Era il tempo di una calda estate della Superba e i genovesi accorsero numerosissimi ad assistere a uno spettacolo straordinario, ne dà notizia il quotidiano Il Lavoro in questi giorni di luglio del 1924.
E per citare proprio il quotidiano è un pubblico imponentissimo ad assieparsi nella vasta Piazza Umberto I che noi ai nostri tempi conosciamo come Piazza Matteotti.
Ah, c’è un evento fenomenale al quale non si può mancare: il funambolo spezzino Guglielmo Pace si esibirà sulla fune tesa a trenta metri d’altezza dal suolo!
Il funambolo è temerario, sorprendente e avventuroso, a ogni suo passo leggero sulla fune si leva dalla piazza un coro di voci meravigliate e gli occhi stupefatti sono tutti per lui.
Guglielmo avanza, compie le sue evoluzioni, ripete le sue acrobazie e la folla lo premia con scrosci di applausi.
Così accade la prima sera e la seconda volta c’è ancora più gente!
L’acrobata poi ogni sera se ne inventa una nuova, scrive il cronista del Lavoro che il nostro ha strabiliato il pubblico con le scene del commensale e dell’arrotino.
Per la terza rappresentazione poi Guglielmo Pace ha in serbo per i suoi spettatori una sorpresa notevole: la marcia nelle ceste e un esercizio con straordinari fuochi d’artificio.
Va detto che una parte dell’incasso è destinato alla Croce Verde Genovese e così il quotidiano cittadino si premura di farlo sapere a quei pochi che ancora non sono a conoscenza dell’evento.
E tra le pagine del Lavoro del 15 Luglio ecco ancora l’evocazione del mirabolante spettacolo tenutosi nella domenica precedente.
Da tanti anni non si assisteva a esibizioni acrobatiche tanto straordinarie!
Pensate che Guglielmo Pace, da talentuoso equilibrista, diede prova di essere anche un abile tiratore perché colpì con il moschetto i palloncini che venivano lanciati dal basso della piazza.
Che emozione, che meraviglia, che stupore!
Fu uno spettacolo indimenticabile in quell’estate del 1924 in Piazza Umberto I.

Una cartolina per Rita

È una cartolina romantica indirizzata alla gentilissima signorina Rita e a scriverle, con un tutto il garbo del caso, è un certo Enrico che doveva avere molto a cuore la signorina Rita.
Siamo nel 1902 e il nostro Enrico con la sua bella calligrafia ringrazia Rita per la letterina che lei gli ha inviato (sapeste quanto mi piacerebbe leggerla!) e per le sue affettuose parole.
E dalle poche righe vergate dal mittente si comprende che un qualche ostacolo del quale nulla sappiamo si frappone tra i due ma il nostro rassicura comunque Rita dicendole che la attenderà ansiosamente.
Nel mentre le invia questa deliziosa cartolina, un autentico capolavoro di romanticismo, con questo cuore imbrigliato nel nastro e trattenuto da quello che sembra un piccolo Cupido.
Credo che la signorina Rita abbia conservato questa cartolina tra le sue cose belle e care, fino a quando poi il tempo implacabile ha separato lei dalle parole scritte da Enrico e dagli arzigogoli di una calligrafia antica.
Oggi conservo io la cartolina che Enrico spedì a Rita, nei giorni dei dolci romanticismi.

A pranzo al Ristorante Cinotto

Ritornando a viaggiare a ritroso nel passato di Genova di certo potrebbe capitarci di sentire un certo languorino e allora converrà mettersi in cerca di un buon posto dove gustare le specialità liguri e i piatti tipici più ricercati.
Andiamo al Ristorante Cinotto, nel cuore della vecchia Portoria, una zona di Genova destinata a mutare aspetto e a divenire moderna e irriconoscibile.
Compiremo il nostro viaggio nel passato osservando i dettagli di una mia cartolina d’epoca, eccoci quindi pronti ad assicurarci un tavolo da Cinotto, pregusto già il pesto profumato e la cima della nostra tradizione.

Con la bella stagione, poi, potremmo decidere di accomodarci nel bucolico giardino.

Un vero angolo di paradiso nel centro della Superba.

E che dire degli arredi sontuosi che abbelliscono lo chalet al primo piano?
Devo dire che il lampadario mi pare un pezzo di rara raffinatezza!

Per raggiungere il Ristorante Cinotto ci incammineremo giù da Via XX Settembre e poi dovremo passare sotto l’arco che collega due edifici della via.

Osservando poi con attenzione questa altra bella cartolina di proprietà dell’amico Stefano Finauri vedremo che oltre l’arco c’è proprio il Ristorante Cinotto.

E ritornando invece ad uno dei dettagli della mia cartolina ecco qui la nostra agognata meta: come si legge sull’insegna, il Ristorante Cinotto è dotato di quel vasto giardino che abbiamo già avuto modo di apprezzare.
Si nota poi che il locale è addossato proprio alla colonna dell’arco.

Tutto è cambiato, in questa parte di Genova.
Case, caruggi, vicoletti antichi e mattonate sono scomparsi e anche l’edificio che ospitava il Ristorante Cinotto non esiste più, al suo posto si trova invece un palazzo moderno.

Sul retro della mia cartolina pubblicitaria, naturalmente, è anche riportato l’indirizzo.

E come già vi ho detto questa è oggi denominata Via V Dicembre.
Chi ci ha preceduto deve aver pensato che in questi nostri tempi veloci e distratti forse ci saremmo dimenticati del vecchio toponimo della via e infatti sulla targa si legge anche che questa un tempo era Via Portoria.
Questa non è l’unica targa di Via V Dicembre, ce n’è un’altra forse più recente sull’altro lato che non riporta nessun riferimento all’antica Via Portoria.
La memoria è importante, la memoria ci consente di riannodare i fili del passato e di riscoprire anche i luoghi che non abbiamo mai vissuto.

E così viaggiando con la macchina del tempo ci ritroviamo in buona compagnia al tavolo di un apprezzato ristorante della vecchia Portoria.
In alto i calici, in ricordo del glorioso Ristorante Cinotto.

Antonio Andrea Erede: patriota e mazziniano

Questa è la storia di un genovese di nome Antonio Andrea Erede, ardente patriota e mazziniano.
Nato nel 1820, Erede fu educato fin da bambino al patriottismo e nel 1844 si guadagnò la patente di Capitano di Lungo Corso che gli venne rilasciata dal Contrammiraglio Giorgio Mameli all’epoca presidente della commissione esaminatrice e padre dell’eroico Goffredo.
Un filo sottile unisce il destino di Erede e quello di Mameli: Goffredo morirà a Roma il 6 Luglio 1849, dopo essere stato ferito gravemente durante l’assedio della città e ad assisterlo negli ultimi giorni della sua breve vita ci sarà anche Antonio Erede.
Indomito difensore della libertà, Erede è tra le fila di coloro che a Genova contrastano l’attacco dei bersaglieri di La Marmora nelle ore furenti del 1849 e lo troviamo a valorosa difesa della barricata di San Tommaso.
Si unisce poi al Generale Avezzana e parte quindi alla volta di Roma dove sarà tra i combattenti che credono negli ideali Mazzini e della Repubblica Romana.
E qui Erede si distingue quale Ufficiale di Stato Maggiore in quei giorni di gloria e di furore.

Entrata di Mazzini in Roma nel 1849
Illustrazione tratta dal libro Della Vita di Giuseppe Mazzini
di Jessie White Mario

Volume di mia proprietà

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Erede si stabilisce a Costantinopoli dove rimarrà per qualche anno.
In seguito lo ritroveremo a Londra ancora al fianco di Giuseppe Mazzini.
Esiste una lettera di Mazzini indirizzata a Erede e datata ottobre ‘57 (da me reperita in una raccolta della Società Ligure di Storia Patria) nella quale Mazzini usa queste parole:

“Mio caro Erede, noi non ci siamo visti che una volta, ma tra compatrioti e patrioti una stretta di mano concede diritti al di là del formalismo sociale.”

Gli affida poi il suo amico Giacomo Profumo che appunto aveva partecipato ai falliti moti del ‘57 ed era poi fuggito a Londra.
Antonio Erede diventerà il segretario di Giuseppe Mazzini e rimarrà con lui a Londra fino 1860.

Instancabile e indomito in quell’anno fatale parte alla volta della Calabria in aiuto ai preparativi della Spedizione dei Mille.
A lui venivano affidati gli incarichi più delicati: ad esempio venne inviato da Ignazio Florio a rinnovare le cambiali che servirono per l’acquisto delle armi necessarie all’insurrezione della Sicilia, armi che furono spedite da Mazzini al Comitato di Azione.

Divise garibaldine
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Dopo l’Unità d’Italia Erede tornò a vivere nella sua Genova, dove sempre coltivò le sue idee democratiche.
Ho scoperto questa singolare figura di patriota leggendo un interessante articolo di Bice Pareto Magliano pubblicato sul Il Secolo XX – Rivista Popolare Illustrata di Maggio 1915.
Bice Pareto era figlia del Marchese Ernesto, uno dei più ferventi seguaci di Giuseppe Mazzini, fu giornalista e scrittrice e in quelle righe, oltre a rammentare le gesta di Erede, consegna ai posteri anche un suo ricordo di lui.
Lo descrive come un vecchietto dalla prontezza arguta e sempre felice di ricordare i tempi gloriosi che aveva vissuto, lei dice che Erede abitava in una casa in Piazza Ponticello, all’ultimo piano, lassù curava i suoi fiori e e le sue lontane memorie.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ricorda poi l’autrice di aver incontrato Erede proprio il giorno prima della sua morte, sopravvenuta il 25 Marzo 1909.
In quell’occasione lei disse al vecchio patriota, ormai ottantanovenne, che nell’aria si sentiva profumo di violette.
Alla sera, rientrando a casa, trovò un mazzo di violette omaggio gentile del sensibile Antonio Erede.
E di lui si ricorda anche l’anonimo giornalista del quotidiano Il Lavoro che scrisse la memoria del patriota sul giornale in data 26 Marzo 1909.
Egli racconta di averlo incontrato in Via Luccoli, alle 10 del mattino del giorno precedente, quello della sua morte.

Erede indossava il suo solito scialle e si era lamentato di non aver ricevuto, a causa di un disguido postale, l’invito a una festa patriottica tenutasi la domenica precedente.
“Perché io non manco mai!” Soggiunse.
Ed era davvero così, Erede era rimasto il fervente patriota di sempre.
E scrive ancora il giornalista che il fiero capitano aveva scritto sul suo biglietto da visita: Ufficiale della Repubblica in aspettativa.
Per amor di precisione aggiungo che il giornalista scrive che Erede, all’epoca della sua morte, abitava in una dimora in Via di Ravecca.

Al suo funerale ci fu grande partecipazione: c’erano i membri della Confederazione Operaia, diverse altre associazioni con la bandiera, una rappresentanza delle scuole popolari e altri personaggi illustri del tempo.
Secondo le sue volontà Antonio Andrea Erede venne cremato e le sue ceneri riposano nel Tempio Crematorio di Staglieno.
E io che non conoscevo la sua storia sono così andata a cercarlo.
La lapide in sua memoria riporta solo i dati anagrafici, non c’è traccia del suo tumultuoso passato e del suo contributo alla storia della nostra nazione.
Così ho voluto rendergli omaggio: qui riposa il Capitano Antonio Andrea Erede, patriota, mazziniano e Ufficiale della Repubblica in aspettativa.

All’ombra del Ponte di Carignano

All’ombra del Ponte di Carignano, dove un tempo ferveva la vita tra le semplici case di Via di Madre di Dio, davanti alle botteghe e ai negozi.
Il lavoro e la fatica, il sudore e le speranze, il cigolio dei carretti, mentre una signora che fa capolino sulla porta di casa.
Si cammina all’ombra del Ponte di Carignano, ognuno verso il proprio destino.

E c’è anche tempo per scambiare due parole con la vicina, mentre il vento di Genova pare smuovere quelle gonne ingombranti.
Il vento poi porta le voci, le risate e anche i ricordi di una rimpianta strada genovese che oggi non esiste più.

Ne rimane la memoria di un’epoca svanita in cui si passava sotto il Ponte di Carignano.

Mentre ancora il vento spirava potente sollevando i lenzuoli, le tovaglie e i panni stesi ad asciugare davanti alle finestre.

La vita poi, in realtà, non è un pallido bianco e nero ma è fatta di contrasti e sfumature e seppe coglierli con garbata grazia un artista di nome Aurelio Craffonara nato a Gallarate nel 1875 e cresciuto e vissuto a Genova dove poi morì nel 1945.
Allievo di Tammar Luxoro, Aurelio Craffonara fu illustratore e acquarellista e c’è la cifra del suo talento in una serie di belle serie di cartoline dedicate a Genova e realizzate dai suoi dipinti agli inizi del ‘900 da Fratelli Benzo Editore di Alessandria.
Così il candido bucato sventola glorioso davanti al blu di Genova.

E una folla colorata e rumorosa attraversa la via, le donne hanno la cesta sotto il braccio e tutto appare così vivace, reale e autentico.

Ed è un giorno qualunque, nella luce di un secolo nascente.
È una piccola memoria lasciataci dall’estro di Aurelio Craffonara: semplicemente la vita, all’ombra del Ponte di Carignano.