Fine d’agosto

“In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.”

Fine d’agosto

Cesare Pavese (9 settembre 1908 – 27 agosto 1950)

L’estate

“The earth had donned her mantle of brightest green; and shed her richest perfumes abroad. It was the prime and vigour of the year; all things were glad and flourishing.”

”La terra aveva indossato il suo manto di verde più luminoso; e spandeva i suoi profumi più intensi. Era il culmine e il vigore dell’anno; tutto era lieto e fiorente.”

Charles Dickens – Oliver Twist

I libri, amici generosi

“The books – the generous friends who met me without suspicion – the merciful masters who never used me ill! The only years of my life that I can look back on with something like pride… Early and late, through the long winter nights and the quiet summer days, I drank at the fountain of knowledge, and never wearied of the draught.”

“I libri – gli amici generosi che mi hanno accolto senza sospetto – i padroni misericordiosi che non mi hanno mai maltrattato! I soli anni della mia vita ai quali posso guardare indietro con una sorta di orgoglio… presto e tardi, durante le lunghe notti invernali e nei tranquilli giorni d’estate, ho bevuto alla fontana della conoscenza, senza mai stancarmi di quella bevanda.”

Wilkie Collins,  Armadale

Il posto dei libri

“La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri.”

Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

I libri

Books are the quietest and most constant of friends; they are the most accessible and wisest of counsellors, and the most patient of teachers.

I libri sono gli amici più silenziosi e costanti; sono i consiglieri più accessibili e saggi, e gli insegnanti più pazienti.

Charles W. Eliot  The Happy Life

Libreria Feltrinelli – Genova 

Tempi difficili

Era una città di mattoni rossi o, meglio, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero consentito. … C’era un canale nero e un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tentennavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine si alzavano e si abbassavano con moto incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancor più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale al ieri e al domani e ogni anno era la replica di quello passato e di quello che doveva venire.

Ecco Coketown, città immaginaria ed industriosa che fa da scenario alle vicende di Tempi difficili, romanzo di Charles Dickens pubblicato per la prima volta a puntate nel 1854 sul periodico Household Words.
Questo è un romanzo di forte denuncia sociale che mette in evidenza gli orrori della rivoluzione industriale e questa città immaginaria denominata appunto Coketwown che in italiano significa città del carbone si ispira a un luogo veramente esistito che Dickens visitò rimanendo fortemente impressionato per le drammatiche condizioni di coloro che ci vivevano e lavoravano.
A Coketown troviamo Thomas Gradgrind, lui si occupa dell’educazione e del sistema scolastico, è un uomo che bada solo ai fatti, null’altro per lui conta se non i crudi e reali fatti, la concretezza, egli non si dà pace al pensiero che i frequentatori della biblioteca si ostinino a usare l’immaginazione.
Josiah Bounderby, invece, è un ricco industriale che fa il bello e il cattivo tempo, è uno di quegli uomini che pensano di valere solo loro e si gloriano della propria opulenza.
Poi il mondo è vasto e variegato, lo popolano infinite anime tutte diverse tra loro ma per taluni è arduo comprendere quando siano difficili certi tempi difficili.

Non c’era capitalista che partito con sei pence in tasca e ritrovandosi con sessantamila sterline, non si stupisse che i primi sessantamila lavoratori che gli capitavano sott’occhio non facessero anche loro sessantamila sterline partendo da sei pence. Ed eccolo a rimproverarli di non essere riuscito ad ottenere un risultato tanto modesto. Quello che ho fatto io, puoi farlo anche tu, no? Perché non ti coi metti e lo fai?”

Il mondo invece, come dicevo, si tinge invece di diverse sfumature e le troviamo nello sguardo di Sissy, la ragazzina cresciuta nel circo e poi abbandonata dal padre, anche anche lei andrà a vivere a Coketown.
Percorre le strade della cupa città anche Steven Blackpool, esempio di onestà e di grande sfortuna, la sua parabola rappresenta la fragilità della vita nel contesto così duro che lo circonda.
Tempi difficili è un romanzo complesso, con una trama ricca e intricata, sono pagine affollate di personaggi memorabili come solo Dickens sapeva ritrarre.
E al di là della trama, ogni volta che leggo le pagine di questo maestro della letteratura mi ritrovo a considerare che i suoi scritti sono eterni, vanno al di là del tempo, pur ben circostanziato e narrato, la sua narrazione tuttavia travalica la sua epoca.
Rimangono immutate, nel genere umano, certe caratteristiche che ritroviamo nelle pieghe dei caratteri come la grandezza d’animo e la grettezza, l’arroganza e la sensibilità.
E c’è qualcosa di straordinario nello smisurato talento di uno scrittore capace di saper tratteggiare caratteri e persone che anche a noi pare di aver incontrato.
Tra queste pagine troverete storie di amore e di dannazione, di speranza e di sfiducia, di innocenza e tradimento narrate con la consueta maestria da Charles Dickens.
E trascrivo ancora una volta le sue parole in un brano che restituisce appieno quel senso di universalità capace di sorpassare il tempo.
Leggete con attenzione: Mr Charles Dickens parla anche di noi e parla proprio anche a noi.

Centinaia e centinaia di mani al lavoro in questa fabbrica; centinaia e centinai di cavalli a vapore. Conosciamo fino all’ultimo quello che può fare una macchina, ma neppure tutti i contabili della tesoreria nazionale, messi assieme, riusciranno mai a calcolare quale sia la capacità di agire nel bene e di operare nel male, di amore e di odio, di patriottismo o di scontento, la capacità di corrompere la virtù in vizio o di esaltare il vizio in virtù, che si annida nell’animo di ciascuno di questi schiavi mansueti, con i loro volti composti e i gesti regolarmente scanditi. Nessun mistero nella macchina, un insondabile mistero perfino nel più umile di loro – per sempre.

Il grillo del focolare

Giacché tutti i membri della tribù dei grilli sono spiriti potenti anche se la gente (come sovente è il caso), pur conversando con loro, non sa che non ci sono nel mondo invisibile voci più gentili e veritiere alle quali ci si possa affidare e che diano più teneri consigli: con queste voci, gli spiriti dei grilli dei focolari parlano alla mente degli uomini.”

Queste creature vigili abitano tra le pagine di un romanzo breve di Charles Dickens: Il grillo del focolare, dato alle stampe per la prima volta nel 1845.
Questa è una storia di gente semplice e dal cuore grande oppure duro come solo Mr Dickens sapeva descrivere, Il grillo del focolare è una delle storie di Natale nate dalla fervida fantasia dello scrittore inglese.
Ed è una storia anche complessa nel suo articolato intreccio, tra l’altro i tre capitoli sono denominati Primo Cri-Cri, Secondo Cri-Cri, Terzo Cri-Cri.
Si perché questo grillo del focolare è davvero uno dei protagonisti della storia, tanto da aprire il romanzo in compagnia di una pentola che se ne sta sul fuoco, questi due vanno avanti per pagine e pagine in una sorta di competizione del tutto particolare.

Poi c’è un matrimonio da celebrare e c’è un misterioso uomo venuto da lontano, ci sono anche i meno fortunati che tra le pagine delle storie di Dickens trovano sempre il giusto spazio.
E, puntuale e precisa, emerge la caratterizzazione dei personaggi tratteggiata da Dickens con autentica maestria.
Prendiamo, ad esempio, Mr Tackleton.

Tackleton, il mercante di giocattoli, era un essere la cui vocazione era stata mai compresa da genitori e maestri. Avessero fatto di lui uno strozzino, un azzeccagarbugli, uno sceriffo o un affarista, avrebbe potuto dar sfogo in giovinezza ai suoi istinti, ed essendosi alleggerito l’animo in quei tristi commerci, divenire poi, se non altro per la novità dell’esperienza, una creatura amabile.

E invece il nostro si guadagna da vivere con i giocattoli ma non ha nessuna predilezione per i bambini e detesta i giocattoli, è un personaggio dalle molte sfaccettature e se vorrete fare la sua conoscenza finirà per sorprendervi.
Ed è lui a pronunciare una di quelle frasi da scolpire nella pietra.

Ognuno pensa che le sue oche siano cigni.

Alle sue dipendenze c’è un certo Caleb Plummer che vive con la sua figlia cieca in una condizione miserevole, in un guscio di noce di una casetta di legno.
Magnifica è la descrizione del laboratorio dove preparano le case di bambola per tutti i livelli sociali.

“Casette suburbane per bambole dai mezzi limitati, cucine e appartamentini da bambole povere, palazzi per bambole d’altra classe.”

Eh, però il buon Caleb narra alla figlia che la sua casa è un’accogliente bomboniera, la protegge così dalle durezze del mondo e la fanciulla pensa persino che Mr Tackleton sia semplicemente un tipo molto eccentrico, figuratevi!
Non vi ho svelato di proposito l’intreccio della trama, lasciandovi il gusto di scoprirlo da voi se vorrete leggere Il Grillo del focolare.
Tra queste pagine, una volta in più, si scopre quanto Dickens fosse un profondo conoscitore dell’animo umano, quando arriverete anche voi attorno alla torta di nozze sul volto vi si stamperà un sorriso, ve lo garantisco.
E poi? Che altro aggiungere?

Un grillo canta nel focolare; un giocattolo rotto giace sul pavimento; non rimane null’altro.”

Le vie del Grand Tour

Qualsiasi città o tratto di strada o di mare cambia di continuo perché suscita rispondenze diverse, a seconda dell’epoca e dell’indole del viaggiatore che l’inquadra con lo sguardo. Parte non secondaria del fascino del Grand Tour risiede in questa scansione temporale che rivela o resuscita volti e prospettive di luoghi che il tempo ha cancellato per sempre consegnandoli alla gelosa custodia della storia.”

Così nasce l’epopea del Grand Tour, il viaggio di formazione e di svago attraverso l’Europa compiuto da intraprendenti aristocratici che lasciarono ai posteri le memorie dei loro viaggi e i ricordi dei luoghi visitati.
Le vie del Grand Tour è un saggio dotto ed avvincente scritto con abile maestria da Attilio Brilli, cattedratico di Letteratura Angloamericana e uno dei massimi studiosi ed esperti di letteratura di viaggio.
Il suo libro, edito da Il Mulino per la Collana Ritrovare l’Europa, restituisce un formidabile percorso da seguire con emozione attraverso tempi e luoghi diversi in compagnia di avventurosi viaggiatori alcuni dei quali molto celebri.

Nel percorrere questo viaggio di cultura che si snoda tra le capitali europee toccando inoltre i principali centri urbani del continente, Brilli ci accompagna con garbo e con una scrittura intensa e fluida, offrendo approfondimenti e particolari punti di vista e spiegando anche come, dapprima, il viaggio di studio e poi di formazione abbia evidenziato le differenze e i contrasti tra la cultura protestante e quella cattolica.
E quanto è emozionante seguire i viaggiatori inglesi che affrontano, non senza difficoltà, la traversata della Manica: le cronache settecentesche e ottocentesche sono ricche di dettagli su minacciose tempeste, con conseguenti disagi e malesseri fisici che rendono uguali i ricchi e i popolani.
E poi la Francia, con le sue seduzioni, molti sono coloro che ne scrivono con notevole vivacità.

“ ‘Quando un inglese arriva a Parigi non si fa vedere finché non subisce una completa metamorfosi’ scrive Tobias Smollett ‘infatti manda subito a chiamare il sarto, il parrucchiere, il cappellaio, il ciabattino e chiunque abbia a che fare con l’arredo del corpo umano.’ “

Da Amsterdam a Bruxelles, da Ratisbona a Berlino, da Vienna a Madrid, attraverso queste pagine osserviamo il mondo con gli occhi degli altri e a volte ci sono concessi privilegi inaspettati.
Ad esempio, seguendo Charles de Brosses ad Avignone ci troveremo di fronte alla tomba della giovane Laura amata da Francesco Petrarca. Il sepolcro, narra Brilli, venne poi profanato al tempo della Rivoluzione.
Generazioni di viaggiatori curiosi, attenti e cosmopoliti sfilano tra le pagine del volume di Brilli, è impossibile citarli tutti in quanto il libro è un’infinita miniera di aneddoti, non mancano le voci femminili come quelle della della Baronessa D’Aulnoy e di Elizabeth Gray e spero sinceramente di poter approfondire la conoscenza di queste due dame.
Il Grand Tour, come sappiamo, aveva anche una meta specifica che nell’Ottocento diverrà poi leggendaria: l’Italia.
E giungervi è un rito sacro che apre lo sguardo su uno scenario ricco di storie.

“Queste descrizioni ci dicono che, per i viaggiatori, le Alpi costituiscono una cesura temporale, oltre che fisica, con il resto del continente. Fare il proprio ingresso in Italia, loro tramite, è come entrare, più o meno inconsciamente, nel tempo del mito.”

L’Italia è culla dell’arte, della cultura, qui Stendhal viene colto dalla sindrome che porterà poi il suo nome, l’Italia è la sua storia antica e le sue tradizioni.
Cinque sono i capitoli dedicati alle maggiori città italiane, a me sarebbe piaciuto trovare anche una parte dedicata a Genova e alla Liguria.
Il viaggio con Antonio Brilli ha orizzonti vasti e mete inaspettate e si dipana per 244 pagine, con la bellezza dello stupore e della scoperta nella straordinaria avventura di quei viaggiatori e di quelle viaggiatrici che percorsero le vie del Grand Tour.

Per la prima volta

“We shall not cease from exploration
and the end of all our exploring
will be to arrive where we started
and know the place for the first time.”

“Non smetteremo di esplorare
e alla fine di tutte le nostre esplorazioni
ritorneremo al punto di partenza
per conoscerlo per la prima volta.”

Thomas Stearns Eliot – Quattro Quartetti

Autobiografia di Mark Twain

Inoltre, questa mia autobiografia non sceglie gli avvenimenti più spettacolari della mia vita, ma tratta semplicemente delle esperienze comuni di cui è fatta la vita dell’essere umano medio perché sono quelle le vicende con cui ha dimestichezza nella vita, in cui vede riflessa e stampata la propria vita.

Ecco così le memorie di Samuel Langhorne Clemens, noto al mondo con il nom de plume di Mark Twain: la sua Autobiografia da pubblicare cento anni dopo la morte secondo la volontà dell’autore è edita in Italia da Donzelli Editore.
Mr Clemens va del tutto a ruota libera, portando il lettore nel suo tempo in una sequenza interminabile di ricordi d’infanzia, eventi ed incontri, piccoli incidenti ed esilaranti aneddoti che la penna sagace dell’autore sa rendere incisivi e speciali.
In questo libro c’è l’America del suo tempo con i suoi protagonisti e anche diversi fatti di cronaca, ci sono i viaggi e le conferenze e Mr Clemens ci porta generosamente con lui.
E naturalmente c’è lo scrittore con la sua vita e con i suoi romanzi, se amate i libri di Twain troverete tra queste pagine la meraviglia dell’intreccio tra la realtà e l’immaginazione.
Ad esempio, ecco la madre dello scrittore nelle parole del figlio:

Mia madre non usava mai parole difficili, ma aveva il dono naturale di far compiere il lavoro a quelle facili. Visse fino quasi a novant’anni, in grado di usare la lingua fino alla fine – specialmente quando una meschinità o un’ingiustizia le accendeva lo spirito. Mi è capitata sotto mano parecchie volte nei miei libri, dove figura come la Zia Polly di Tom Sawyer.

Non è il solo personaggio letterario sul quale Twain rivela la fonte di ispirazione, in un mosaico nel quale vita e letteratura paiono incastrarsi e sovrapporsi perfettamente.
In questo volume corposo e variegato di oltre 450 pagine la parte a me più cara è proprio quella della dimensione domestica di casa Clemens dove si coglie la profondità degli affetti e l’autentica semplicità di questi legami.
E sono commoventi le parole dedicate alla rimpianta moglie Livy, Twain la ricorda nel trentaseiesimo anniversario di matrimonio quando lei è ormai mancata da un anno e otto mesi.
Eppure in qualche modo lei è ancora lì, viva e presente: fanciullesca, leale, caritatevole.

Aveva la risata dal cuore libero di una ragazza. Capitava di rado, ma quando si infrangeva sulle orecchie era ispiratrice come la musica.”

E quando si leggono righe come queste non sembra neanche di tenere un libro tra le mani, pare di essere lì, a casa Clemens, ad ascoltare un racconto di famiglia.
La vita dei Clemens, come spesso accadeva all’epoca, fu segnata da gravi perdite: il primo dei quattro figli della coppia visse appena 22 mesi, la figlia Susy morì invece tragicamente di meningite all’età di 24 anni.
I ricordi del padre riportano tra queste pagine quei dolori e la fatica di fronteggiarli, le sue parole si mescolano poi a quelle della biografia del padre scritta da Susy a partire dal 1885 quando l’autore aveva 50 anni.
Nostalgia, memorie, ricordi.
Le bambine dei Clemens davano sempre una mano alla mamma a rivedere i romanzi di papà: si mettevano comode in veranda e la mamma leggeva ad alta voce con la matita in mano in un particolare rito famigliare.
Memorie ed incontri, ad esempio con lo scrittore Lewis Carroll: dell’autore del libro Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie Twain rammenta in particolare di averlo trovato silenzioso e timido.
Aneddoti, incidenti e il consueto tagliente umorismo di Mark Twain.
Perché, ricordiamocelo bene, Twain è uno capace di farti venire le lacrime agli occhi dal ridere nel raccontarti i mille modi di sbagliare un indirizzo o piuttosto di tentare di indovinarlo, a tal proposito sappiate che la moglie collezionava tutte le buste inviate dagli ammiratori di Twain con gli indirizzi più improbabili.
E poi il nostro sa farti restare di buonumore per una giornata intera al solo pensiero di quella volta in cui venne ricevuto alla Casa Bianca recando con sé un particolare biglietto scritto con cura dalla moglie.
Vorrei concludere questa mia modesta presentazione di questo libro con un sincero e affettuoso ringraziamento a Mark Twain per averci regalato le sue memorie e le sue parole.
Oltre il tempo, con la consueta saggezza e la solita ironia.

In questa autobiografia terrò in mente il fatto che sto parlando dalla tomba. Sto letteralmente parlando dalla tomba perché quando il libro sarà uscito dalla tipografia sarò morto. In ogni caso – per essere preciso – diciannove ventesimi del libro non vedranno la stampa prima della mia morte. Parlo dalla tomba, piuttosto che a viva voce, per una buona ragione: da lì posso parlare liberamente.