È un uomo stanco, esausto, piegato dalle fatiche della vita.
Ha il volto incavato, i suoi occhi paiono chiudersi, il suo respiro sembra affannato, le rughe del suo volto raccontano gli anni e i giorni.
È un uomo stremato e ha lungamente vissuto.
Così sfiancato, simbolicamente seduto sulla scala della vita, egli custodisce l’eterno sonno del Cavalier Nicolò Mangini, commerciante e capitano marittimo, sulla tomba collocata nel Porticato Superiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.

La figura di questo anziano così languente e privo di forze si deve ancora al talento magnifico di Santo Saccomanno ed è un’ulteriore rappresentazione del tempo, totalmente opposta alla figura fiera, poderosa e prestante posta sul sepolcro di Erasmo Piaggio.
Il tempo pare aver terminato il suo tempo e il suo lungo cammino.
E così rimane appoggiato, fragile e fremente.
Curvo, sofferente, debole, sul confine tra la luce e l’ombra.
La sua pelle è sottile e rugosa, le sue dita segnate dalla vecchiaia sembrano incerte e prive di vigore.
E così si abbandona.
Alla base della statua, in corrispondenza del piede, è incisa un’iscrizione, sono le seguenti parole tratte dal Canto III dell’Inferno di Dante: tutti convengon qui d’ogni paese.
L’uomo antico, vecchio e stanco è una figura talmente drammatica e tragica da essere la perfetta rappresentazione della caducità della vita.
Così rimane il tempo, fragile e indifeso, sulla tomba di Nicolò Mangini.







