Teatime

If you are cold, tea will warm you.
If you are too heated, it will cool you.
If you are depressed, it will cheer you.
If you are excited, it will calm you.

William E. Gladstone

In volo

A parte i pappagalli, che talvolta sostano sul nespolo ma, per mia grazia, preferiscono andare a cianciare sotto casa di Mitì, che è notoriamente più tollerante di me, qua intorno è tutto uno svolazzare e un cinguettare.
In primavera, in batteria, arrivano le rondini. E, disponendosi come se fossero un battaglione da combattimento prendono a volare in cerchio attorno alla casa, in una sorta di competizione sportiva, stridendo ed urlando come delle pazze.
A volte planano in picchiata verso il basso  ma, devo dire, se la spassano mantenendo una certa distanza di sicurezza dagli umani, dettaglio di non trascurabile importanza.
Di tanto in tanto, poi, timide tortore pensose si posano sulla ringhiera.
Saltellano qua e là, si fanno un voletto, e poi ripartono.
Nelle vicinanze abita anche un merlo, petulante e ciarliero, che quando vuole sa farsi sentire, anche con una certa prepotenza.
Al tramonto poi, un non bene identificato uccellino se la canta che è una meraviglia.
Emette un fischio modulato e lo ripete consecutivamente per due o tre volte, in totale spensieratezza. Prende per i fondelli, in sintesi.
Non fa un tubo tutto il giorno e ci tiene a sottolineare che, così, si vive da dio.
Qualche giorno fa, improvvisamente: i gabbiani.
Ora, al di là delle reminescenze letterarie che portano subito alla mente il famigerato Johnathan Livingston, questi bianchi pennuti mi incutono un certo malcelato timore.
Sarà per la loro imponenza, per l’ampiezza della loro apertura alare o forse per quel becco leggermente ricurvo, che conferisce loro un’aria un po’ snob.
Sarà forse una suggestione Hichcockiana.
Sarà che sul giornale si trovano queste notizie.
Insomma, va finire che se ne vedi uno librarsi nel cielo ad ali spiegate e posarsi sul campanile della chiesa di fronte, tremi. Puta caso che decida, autonomamente, di colonizzare il tuo terrazzo, il tuo tavolo da giardino, la tua corda da stendere. Ecco, in questo caso, che si fa? Si trasloca? Che altro?
Lo ignoro, sinceramente e spero di non doverlo scoprire.
Fatto sta che i gabbiani hanno vagolato un po’ per i dintorni, per poi sparire nel nulla, abbandonando il presidio per lidi migliori.
Stamattina, solista nel profondo blu, si stagliava lei, una cutrettola.
Ha il pancino giallo, elegantissima. E’ passata così, veloce e improvvisa, senza fermarsi. Spero che torni.

I biscornu di Miss Fletcher

 

Come si rilassa Miss Fletcher, quando scende la sera?
Ma con il punto croce, obviously. E dando regolarmente la caccia alle forbici, aggiungerei, che non c’è volta che non pronunci la frase “Ho perso le forbici!” , che abitualmente si alterna con “Mi è caduto l’ago!”. Da che ne consegue una ricerca forsennata sul pavimento, che è di graniglia scuro, vi faccio notare, quindi per trovare qualcosa bisogna munirsi di torcia e pazienza. L’ago generalmente si annida in qualche anfratto sperduto e irraggiungibile, le forbici si tuffano autonomamente tra i cuscini del divano, un classico.
A parte questi trascurabili inconvenienti, il ricamo mi diverte.
E mi piacciono molto i biscornu, quelli che vedete sono solo alcuni della mia collezione.
Gli schemi free di tutti i puntaspilli ritratti nella foto provengono da The Flossbox, un sito molto ricco di spunti e di idee.
Però io attendo sempre fiduciosa uno schema della Manu: quando lo farà, so che sarà bellissimo.

Claude Debussy

Monsieur Debussy,

Qu’aurait donc été ma vie sans vous

Où serais-je sans ce coup de foudre pour votre chant immense

Qui accompagne mes jours

Les plus denses et les plus doux

Que serais -je sans cette démesure

Qui approfondit, comble, élève,

A la fois vertige et prodige

Communion

Et joie

Parigi, Cimitero di Passy, agosto 2000

 messaggio di un anonimo lasciato sulla tomba di Claude Debussy

Finché al mondo esiste anche una sola persona che ascolta il Chiaro di Luna, e pensa.
E scrive quei suoi pensieri, su un foglio a caso.
E trova il tempo per mettersi al computer e riporta le sue riflessioni, stampandole su un materiale resistente all’acqua, perché si conservi in caso di pioggia.
Poi prende il foglio, lo incolla su una tavoletta, e la porta laggiù, dove riposa colui che gli ha regalato un sogno, un brivido, una musica che ha riconosciuto come sua, una vertigine.
Finché esiste anche una sola persona così, siamo salvi.

Brothers & Sisters

Se la storia è vera, è di quelle che piacciono a me.
Si dice che stia nascendo una liason tra il giovane Harry Windsor e Philippa Middleton, detta Pippa, sorella minore di Kate, consorte del futuro erede della Corona d’Inghilterra.
Fratelli e sorelle, così particolari e diversi tra loro come solo in terra d’Albione si potrebbero trovare.
Per parte loro, il Duca e la Duchessa di Cambridge incarnano alla perfezione, nell’immaginario comune, l’ideale di coppia reale.
William, pilota della Royal Air Force, coltiva la passione per il polo e per la caccia alla volpe.
Ha l’aspetto solido, tranquillo e rassicurante e porta impressa nella gentilezza dei tratti la sua ascendenza dal casato degli Spencer, ha gli stessi colori e il medesimo sorriso aperto di Diana.
Dalla madre ha raccolto il testimone di paladino delle cause umanitarie e, ormai da tempo, ha surclassato in popolarità il padre Carlo al quale, con tutta probabilità, soffierà con nonchalance sia trono che corona.
Kate è bella, delicata e filiforme ma, dietro la sua apparenza diafana, penso si nasconda un carattere d’acciaio.
La Duchessa di Cambridge è semplice e solare, di solito usa un make-up leggero e quasi invisibile e, a quanto pare, non sembra avere una particolare predilezione per le griffe, anzi, sovente sceglie i suoi abiti in negozi accessibili ai più.
Ad esempio, il vestito di Jersey blu, che indossava prima di partire per la luna di miele, è di Zara e, come riferisce il Daily Mail, il suo prezzo è di appena 84,00 dollari.
Aveva anche le scarpe con la zeppa di corda, quel giorno, la nostra Kate, e i capelli sciolti sulle spalle, come una ragazza qualunque.
Benché venga spesso criticata per le sue scelte in fatto di stile, la Duchessa pare non curarsene e all’occasione sa dimostrarsi all’altezza del suo ruolo, come di recente è accaduto per le celebrazione del Garter Day, dove ha sfoggiato una mise color perla e un cappellino con le piume davvero chic.
Gli altri due, i fratellini terribili, sembrano essere fatti di tutt’altra pasta.
Harry, principe di Galles, assai più bello dell’erede al trono, ha una faccia tra il canagliesco e il guascone e uno sguardo furbetto, in cui si legge, chiara, tutta la sua esuberanza.
E’ noto per le sue intemperanze e per alcune cadute di stile, nelle quali il suo ben più quieto fratello non è mai incappato.
Frequentatore di pubs, i tabloids riferiscono che in passato non gli dispiacesse alzare un po’ il gomito e si è guadagnato, nel tempo, il soprannome di principe ribelle.
Capitano della Royal Navy, ha sempre cercato, anche a costo della propria sicurezza, di essere in prima fila e di esporsi personalmente, cosa che, a mio giudizio, gli fa onore.
In occasione delle nozze dell’anno, la di lui allora fidanzata, la bionda sudafricana Chelsy, è stata relegata nelle retrovie mentre Harry, con al braccio l’avvenente Pippa, avanzava sicuro sul tappeto rosso di Westmister Abbey.
Poi, quando l’intera famiglia Windsor si è affacciata dal balcone di Buckingham Palace per salutare la folla come da consuetudine, tutti hanno potuto vedere i due giovani chiacchierare e ridacchiare tra di loro, in complice sintonia.
Ed è da quel giorno che si dice, si vocifera che sia nata una simpatia.
Ed è da quel giorno che Pippa ha letteralmente rubato la scena alla sorella, non so quanto inconsapevolmente.
Si è presentata al matrimonio con un abito bianco, cosa assai inconsueta per una damigella.
Pippa, “ the most eligible bachelorette”, è sempre al centro della scena: per la sua bellezza accattivante, per i suoi look azzardati, per le foto rubate che appaiono sui tabloids inglesi ormai ogni settimana.
E adesso per questi “rumors” che la vedono come probabile compagna di quel principe ribelle che, a quanto pare, sembra essersi dato una calmata.
I soliti giornali, attenti a tutto quanto ruoti attorno alla famiglia reale, dicono che i due ragazzi si chiamino reciprocamente “il capitano” e “la smutandata”, definizioni ironiche quanto eloquenti.
In tutto ciò, rimane granitica una certezza, per chiunque inconfutabile.
Su tutti, che siano borghesi o di sangue blu, inossidabile nei suoi tailleur dagli improbabili colori pastello, accompagnata da quel marito universalmente noto come il principe delle gaffes e dai suoi amati corgi, vigila l’instancabile, unica e insosituibile Elisabetta.
Long live Her Royal Majesty!

Manuela, la Principessa del Moulinè

 

I ricami ritratti in questa foto sono opera della mano di Miss Fletcher, armata di ago e fili variopinti.
La principessa del Moulinè, invece è  Manuela ovvero l’eclettica creatrice di questi splendidi schemi e di molto altro.
Manuela è un vulcano di idee: ricama, lavora all’uncinetto,  fa splendide fotografie, sa cucire, è una cuoca provetta,  ha il pollice verde, è mamma di due adorabili cuccioli.
A Miss Fletcher non è affatto chiaro come la sua nuova amica riesca a fare tante cose insieme, e tutte bene.
Ma le prove inconfutabili sono lì, sul suo blog: un posto che profuma di biscotti e di fiori freschi, un angolino che è un’esplosione di colori pastello e di creatività, ricco di spunti interessanti e dei lavori così magistralmente realizzati dalla nostra Principessa.
Ovviamente l’arte in cui eccelle è il ricamo a punto croce,  e quando disegna il suo tratto è molto personale e delicato, come i colori che lei predilige.
Manuela è una bella persona, ce ne vorrebbero di più, in questo mondo, di persone come lei.
Questo breve post è per ringraziarla per la sua generosità,  per la sua gentilezza,  per la sua capacità, assai rara, di trasmettere serenità con i suoi entusiasmi.

Urban writers

La gente scrive sui muri.
La gente scrive per amore, per rabbia, per senso di rivalsa.
Tu cammini per strada, leggi e ti chiedi se proprio non sia possibile trovare maniere più dirette e civili per sfogare le proprie emozioni. E non capisci come mai la passione per un partito politico o per la propria donna debba finire lì, vergata sul muro.
Sarà il segno dei nostri tempi, così difficili e distratti, nei quali è sempre più arduo comunicare.
Siamo sempre di fretta, nessuno ha tempo, nessuno ascolta più.
Nessuno ti ascolta, e tu scrivi sul muro.
Chissà quali tormenti avranno spinto la mano che incise sulle pareti della casa di Pinario Ceriale,  a Pompei, queste parole:
Marcellus Praenestinam amat et non curatur.
Marcello ama non riamato Prenestina.
E che tracotanza, invece, nel vantarsi delle proprie conquiste si scorge in questa lapidaria affermazione:
Restitutus multas decepit sepe puellas.
Restituto s’è fatto un sacco di belle ragazze.
C’è uno che, sinceramente, non ne può davvero più, e non può neanche fare a meno di scriverlo:
Serena Isidorum fastidit.
Serena glieli ha proprio rotti a Isidoro.
Qualcun altro, fortunato, suscita invidia e ammirazione:
Suspirium puellarum traex Celadus.
Sospiro delle ragazze, il tracio Celado.
Gli avventori della taverna di Aticto, invece, sono ben informati delle prelibatezze che presto potranno gustare:
Oliva condita XVII K. Novembres.
Olive messe in conserva il 16 ottobre.
Qualcuno, forse, si impietosirà e aiuterà il povero pastore nella sua ricerca:
Duaci capella, Donata nomine, aberravit.
Si è smarrita dal gregge una capretta di Duaco chiamata Donata.
Si concorderà, d’altra parte, che in politica bisogna scegliere bene i propri rappresentanti, come questo anonimo sostenitore afferma:
C. Iulium Polybium aedilem oro vos faciatis. Panem bono fert.
Vi prego di eleggere edile C. Giulio Polibio. Porta pane buono.
E i qualunquisti alzeranno un plauso all’autore di questa facezia:
Admiror, paries, te non cecidisse ruina, qui tot scriptorum taedia sustineas.
Mi meraviglio, o muro, che tu non sia crollato in rovina, tu che sostieni il peso di tanti slogan elettorali.
Queste ed altre mirabili perle di quotidianità le trovate nel volume, edito da Bur, Graffiti Latini, a cura di Luca Canali e Guglielmo Cavallo.
E se siete in cerca di un luogo ameno dove trascorrere le vostre vacanze, mi permetterei di darvi un consiglio:
Hospitium hic locatur triclinium cum tribus lectis et commodis.
Albergo: qui si affitta un triclinio a tre letti con relative comodità.
(Pompei, Locanda di Sittio).

Gli allegri musicanti del circondario

Vicino a casa mia abita uno studente di conservatorio: suona il pianoforte.
D’estate, con le finestre aperte, posso distintamente sentirlo esercitarsi con il suo strumento.
Tra i compositori mi pare che prediliga Chopin e quando studia ripete lo stesso brano all’infinito per ore. Normale, direte voi: deve imparare. Nulla da eccepire, è anche piuttosto piacevole starsene fuori adagiati al sole cullati da una Polonaise.
Poi io amo il pianoforte, ha un suono dolce, pieno, completo e, secondo me, non necessita di compagni di viaggio nelle sue digressioni tra le note.
Da un paio di mesi, tuttavia, il dopocena è allietato da una colonna sonora alternativa.
Al calar della sera, infatti, in un crescendo di acuti e virtuosismi, dal palazzo di fronte si leva prepotente il suono di un violino.
Lungi da me esprimere giudizi in merito alle capacità di questo emulo di Paganini, per il poco che ne posso capire mi sembra anche bravo.
Il solo, sgradevolissimo inconveniente è che il violino rievoca alla mia memoria immagini di devastante tristezza.
Ne ignoro il motivo ma, appena il dirimpettaio posa l’archetto sulle corde, mi si affacciano alla mente immagini di tundre gelate, desolanti steppe perdute dell’estremo nord battute dal vento e da tempeste di neve.
Auspicherei un incontro tra i due solisti, sarebbe di gran giovamento sia al mio umore che alle mie orecchie.
Tanto per non farci mancare nulla, con estremo disappunto di Miss Fletcher, universalmente nota per il suo carattere pacato e tollerante, da un paio di giorni si è palesato un suonatore di tamburi: tamburi africani, per la precisione, bonghi.
Non ho ancora capito bene dove caspita abiti il percussionista in questione ma, ovviamente, dovesse persistere coi suoi assoli domenicali, conto di sincerarmene quanto prima.
Cala indisturbato un insolito silenzio su questa sera di inizio estate e temo che questa pace non preluda a nulla di buono.
L’allegra compagnia dei musicanti, già lo so, ancora non è al completo.

Ieri e oggi

Quando andavo a scuola non amavo molto leggere.
Le mie compagne di banco, invece, in genere erano le più brave della classe e studiare insieme era improponibile. Una di loro, volonterosa e solerte, un pomeriggio mi obbligò a ripetere per ben tre volte a voce alta un intero capitolo dei Promessi Sposi, anche adesso me lo ricordo come un incubo, e glielo rinfaccio ancora. Lei scuote la testa e sospira.
Un’altra, suo malgrado, si ritrovò con un otto in condotta a causa della mia turbolenta vicinanza e, naturalmente, me lo rinfaccia ancora.
Quando andavo a scuola detestavo la storia.
L’evento che più mi rimase impresso, in quegli anni, fu la defenestrazione di Praga.
Questa faccenda di far volare dai piani alti gli avversari politici mi pareva, all’epoca, alquanto amena, oltre che risolutiva.
Quando andavo a scuola odiavo i calcoli, le espressioni e le cifre.
E gli unici libri che ho buttato via nel corso della mia vita sono proprio quelli di matematica e fisica, li ho strappati in mille pezzi, con estrema soddisfazione.
Quando andavo a scuola, per la maturità  presi ad andare a lezioni private da una giovane e direi serafica signora.
La sua casa era un continuo andirivieni di studenti, via uno sotto l’altro e , più che una professoressa, penso che lei fosse per loro e per me una sorella maggiore perchè dopo Foscolo e Leopardi ci si fermava a chiacchierare, a bere qualcosa insieme, e lei ti ascoltava e ti consigliava.
E nel suo regno c’erano pile e pile di libri, l’intera stupefacente collezione dei Meridiani e poi scaffali fino al soffitto, pieni di versi e parole.
Quando andavo a scuola avevo come vicina di casa una giovane coppia che è sempre stata il mio modello: affiatati, simpatici, disponibili e sempre pronti a partire alla scoperta del mondo, instancabili e avventurosi viaggiatori, entusiasti della vita e affascinati dalle nuove esperienze.
Quando andavo a scuola  avevo un’amica che l’anno della maturità mollò tutto per fare la mamma e, col senno di poi, devo dire che le è riuscito alla grande, non è banale come successo. E lei, che da ragazzina pareva così avventata e imprevedibile, adesso è diventata una donna solida, non di rado dispensatrice di saggezza.
Quando andavo a scuola avevo un’amica che non ci andava.
Un’amica che la sua laurea se l’è presa alla scuola della vita, dotata di grande intelligenza e sensibilità.
Ribelle, testarda, con il cuore grande, a volte incompreso, come spesso capita alle persone naturalmente buone.
Una di quelle che ti ascolta, sempre, e c’è, sempre.
Quando andavo a scuola avevo un’altra amica, che aveva una pazzesca cascata di boccoli biondi, una vitalità irrefrenabile ed era in continuo movimento. Io e lei abbiamo condiviso un lungo tratto di strada, abbiamo ricordi, pensieri ed esperienze che si intrecciano; ha un grande valore crescere insieme. Però ai tempi, tra tutte e due, non eravamo molto brave a sceglierci i fidanzati, ma poi, negli anni, almeno lei ha imparato.
Oggi non vado più a scuola.
Amo molto i libri, e la mia casa non è proprio come quella della mia placida professoressa, ma poco ci manca, ho scaffali ovunque, coi volumi infilati dentro come meglio si può, non so veramente più dove metterli.
Amo la storia con passione viscerale, ho imparato a leggerla come se fosse il diario del genere umano, e malgrado cambino i tempi, le filosofie e le tecnologie, penso che gli uomini, per certi tratti, siano rimasti identici a se stessi, ora che non vado più a scuola lo so.
E so che mi piace scorgere pregi e difetti, miserie e debolezze dell’umanità dietro le vicende dei nostri predecessori, è tutta lì, per me, la grandezza della storia, nel suo essere il nostro cammino nel mondo, la nostra indelebile impronta, ma quando andavo a scuola non lo sapevo.
Come un tempo, senza riserve e con convinzione, detesto i numeri e se devo usarli finisco per fare a botte con le percentuali e le formule, dev’essere una questione genetica, non c’è niente da fare al riguardo.
Come dire, alcune cose non cambiano mai.
Sono passati anni e la mia insegnante  ha esteso il suo regno e la sua libreria.
I vicini di casa abitano sempre qui, al piano di sopra, non hanno perso la loro verve e la loro sete di avventura e sono la naturale estensione della mia famiglia.
Le amiche di allora, compagne di banco e no, ancora mi ascoltano.
Una di loro, per il mio spirito indagatore, per la mia curiosità innata e per altri motivi su cui sorvolerò, sostiene che le ricordi la Signora Fletcher.
In effetti non so darle torto e, a quanto pare, la sua opinione sembra condivisa da molti.
E allora, se siete arrivati fino qui, accomodatevi in veranda, mentre il mare copre di spruzzi le rocce a picco su Cabot Cove, io faccio un salto in biblioteca e vi raggiungo per il the.