Vicino a casa mia abita uno studente di conservatorio: suona il pianoforte.
D’estate, con le finestre aperte, posso distintamente sentirlo esercitarsi con il suo strumento.
Tra i compositori mi pare che prediliga Chopin e quando studia ripete lo stesso brano all’infinito per ore. Normale, direte voi: deve imparare. Nulla da eccepire, è anche piuttosto piacevole starsene fuori adagiati al sole cullati da una Polonaise.
Poi io amo il pianoforte, ha un suono dolce, pieno, completo e, secondo me, non necessita di compagni di viaggio nelle sue digressioni tra le note.
Da un paio di mesi, tuttavia, il dopocena è allietato da una colonna sonora alternativa.
Al calar della sera, infatti, in un crescendo di acuti e virtuosismi, dal palazzo di fronte si leva prepotente il suono di un violino.
Lungi da me esprimere giudizi in merito alle capacità di questo emulo di Paganini, per il poco che ne posso capire mi sembra anche bravo.
Il solo, sgradevolissimo inconveniente è che il violino rievoca alla mia memoria immagini di devastante tristezza.
Ne ignoro il motivo ma, appena il dirimpettaio posa l’archetto sulle corde, mi si affacciano alla mente immagini di tundre gelate, desolanti steppe perdute dell’estremo nord battute dal vento e da tempeste di neve.
Auspicherei un incontro tra i due solisti, sarebbe di gran giovamento sia al mio umore che alle mie orecchie.
Tanto per non farci mancare nulla, con estremo disappunto di Miss Fletcher, universalmente nota per il suo carattere pacato e tollerante, da un paio di giorni si è palesato un suonatore di tamburi: tamburi africani, per la precisione, bonghi.
Non ho ancora capito bene dove caspita abiti il percussionista in questione ma, ovviamente, dovesse persistere coi suoi assoli domenicali, conto di sincerarmene quanto prima.
Cala indisturbato un insolito silenzio su questa sera di inizio estate e temo che questa pace non preluda a nulla di buono.
L’allegra compagnia dei musicanti, già lo so, ancora non è al completo.
Come sarebbe bello cara Jessica poter far parte di quel gruppo di musicanti , sapendo che c’è un cuore che ti ascolta, al calar delle sera, quando si accendono fuochi di ogni specie e la tenerezza chiede compagnia e il cuore anela soffi e brezze lontane…
Pensavo a dei versi, ma forse i miei versi tristi, dall'”ultimo fiato sospeso”di sicuro si dovevano intrecciare nel coro musicale per essere digeriti in maniera indolore…Si mi manca di certo quel complessino che suona e canta alla luna….
Sherlock
Caro Sherlock, benvenuto !
Grazie per le belle parole, il tuo commento tocca punte di lirismo elevatissime.
Spero che tornerai a trovarmi spesso e, mi raccomando, non dimenticare la lente d’ingrandimento!
Anch’io sento un pianoforte, ma viene dalla casa dove c’era Gallolatteria. I bonghi mi sono risparmiati, così come il violino. Però c’è una tromba ;-*
Una tromba?! Mitì. se questi cinque si incontrano siamo finite!
L’unica soluzione sarebbe poter spegnere l’apparecchio acustico…
Io ci sento benissimo, santo cielo!
insomma…abiti in paradiso!
E direi di sì…per fortuna il suonatore di tamburi africani è durato poco 🙂