A Forest

E poi c’era quella canzone che girava nello stereo di tutti.
Era là, sospesa, sul crinale che separa l’inquietudine dalla coscienza di sé, sul confine tra il vuoto e la terra ferma.
Lo spazio dell’inquietudine assume per ognuno un colore diverso, alcuni sanno muoversi meglio di altri nel gioco di specchi della vita e fermarsi laddove quella superficie riflette un’ immagine di se stessi che si avvicina al proprio ideale.
Ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, non sempre questi due piani collimano alla perfezione.
E poi un giorno accade l’imprevisto.
Tu, avevi altri progetti, è vero.
Avevi un amore inconfessato, una valigia pronta davanti alla porta, un biglietto aereo.
In un cassetto la mappa di una città immaginata, avevi tracciato il percorso a matita, la strada più breve o quella più interessante?
E poi, come dicevo, un giorno accade l’imprevisto.
La vita compie le sue deviazioni e tu scopri che ti piaci così come sei, anche se avevi altri progetti, è vero.
E prima di questa consapevolezza cosa c’è?
Quella canzone che girava nell’autoradio.
La musica, quella c’era sempre.
E cercavamo di capire.
Cosa significano certe parole? Qual è il messaggio criptico e oscuro da svelare?
Carta, penna e scrivo la canzone.
Non è che ci fosse sempre il testo riportato da qualche parte, lo sapete anche voi.
Io questi flashback li vivo già di mio, a volte finisco in quegli anni grazie a qualcuno che molto spesso scrive cose nelle quali mi riconosco.
Leggo ed è come se mi dicesse: ti ricordi?
Sì, molto bene.
Rewind.
Cercavamo di capire.
Quella canzone che girava nello stereo di tutti era ansia e agitazione, era ipnotica e visionaria, una voce femminile che attira dentro al bosco, una corsa forsennata verso l’ignoto.

I hear her voice
And start to run
Into the trees
Into the trees

Nella foresta dell’inquietudine, nell’oscurità e verso l’illusione, in realtà non c’è nessuna ragazza da seguire, questo gioco di specchi confonde e disorienta.

I’m running towards nothing
Again and again and again

Tentavamo di comprendere e  ci siamo accorti molto tempo dopo che quelle parole si prestano a diverse interpretazioni, quella è la voce di tutte le inquietudini di ogni colore e di ogni intensità.
Alcuni di noi avevano un amore inconfessato, una valigia pronta davanti alla porta, un biglietto aereo.
Altri invece cercavano la corsa concitata verso il nulla, ci siamo voltati e abbiamo teso loro la mano.
Vieni anche tu.
Vieni con noi.

I’m lost in a forest
All alone

A volte qualcuno non riesce a sentirti e si perde.
E poi il tempo scivola via ma la nostra musica rimane.
Io ascolto ancora la musica di quegli anni là, anche questa canzone, la canzone di tutte le inquietudini.
The Cure, A Forest.

29 pensieri riguardo “A Forest

  1. Mioddio! Quant’era giovane e irriconoscibile Robert Smith!! Sembrava quasi umano… poi abbiamo scoperto che non lo è, non può esserlo.
    Grande canzone, una delle mie preferite. Ottimo inizio di giornata, Miss.

    1. Davvero, era proprio diverso da come siamo abituati a conoscerlo, la sua immagine è cambiata in seguito.
      Anche il video è inquietante, con quegli alberi che incombono.
      Ciao Tiptoe, grazie!

  2. Era veramente un ragazzino Robert Smith! Un’immagine da bravo ragazzino rispetto a quella che poi si è costruita.
    Era davvero carino, proprio un amore di ragazzino, parafrasando altri personaggi che definire inquieti è sicuramente limitativo.
    Cmq, mi viene in mente di consigliarti di vedere, se non l’hai già fatto, This must be the place, diretto da Paolo Sorrentino, con Sean Penn nei panni del protagonista Cheyenne, che è una trasposizione realistica proprio di Robert Smith – con un occhiolino invero anche a Siouxsie Sioux, almeno nel nome – e del quale voglio riportare una citazione usata anche come epigrafe nella pagina relativa di wikipedia: Lo sai qual è il vero problema? Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”.
    A proposito di inquietudini….

    1. No, non l’ho visto questo film, grazie per la dritta.
      Adoro i Cure e la loro musica inquieta, così riconoscibile e particolare.
      Sì, qui era proprio giovane Robert Smith.
      Ciao Roberto, grazie!

  3. Sai che nella mia giovinezza non ci sono stati i Cure? Questa canzone non la conoscevo neppure… Forse ero troppo poco inquieta 😉 un abbraccio mentre mi ascolto la canzone…

    1. Ognuno ha la propria musica, io i Cure non ho mai smesso di ascoltarli, certe loro canzoni sono davvero cupe però le sento proprio mie.
      Grazie Viv, buona serata.

      1. Anche a me, sapessi quanti musicisti mi ha fatto scoprire un nuovo amico, avevo anche linkato un suo post nell’ultimo post dedicato ai vostri articoli, lui conosce artisti che io non ho nemmeno mai sentito nominare, artisti contemporanei dei quali ignoravo l’esistenza, pensa un po’!

  4. Ti dico solo : DARK tutta la vita !!! Il mio nome da Dark al Liceo Barabino era Deliria ( la mia amica invece era Demonia ) … quasi 30 anni fa .

  5. la ragazza non è mai esistita, quindi. Gran bel pezzo, il tuo e quello dei Cure. Non so davvero come ringraziarti per tutta l’attenzione che mi dedichi.

    1. The girl was never there…in un certo senso questa canzone è davvero un incubo, eppure è proprio un gran pezzo.
      Grazie a te per l’apprezzamento e grazie per quello che scrivi e come lo scrivi.
      Ciao Plus!

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