Con papà a Villetta Di Negro

Tra i luoghi del cuore dei genovesi c’è di certo la nostra bucolica Villetta Di Negro dove tutti noi da piccoli abbiamo potuto giocare e divertirci in assoluta libertà.
Nel tempo che era un altro tempo anche una dolce bambina ebbe modo di svagarsi all’ombra degli alberi di Villetta Di Negro ed eccola qui in posa con il suo papà.
Lui è elegante e signorile, lei è una piccoletta deliziosa con i guantini bianchi, l’abito chiaro la giacchetta con i bottoncini e l’espressione dolce e ingenua.

Ha la gonna rifinita da una vezzosa rouche, le calze bianche e le scarpette con il passante.
Con quelle scarpine e con il suo passo avventuroso percorrerà i viali di Villetta Di Negro e i sentieri della vita sempre accompagnata dal suo amato papà.

E sulla testolina porta un cappellino meraviglioso che è un capolavoro di raffinatezza, forse qualche sua amichetta glielo avrà anche invidiato.

In quel tempo che era un altro tempo c’erano certi fotografi che immortalavano le famiglie, le mamme e i papà con i loro bambini, le coppie di fidanzati o i gruppi di amici.
Era una maniera per avere un ricordo, una fotografia di una giornata felice e spensierata.
In quel tempo che era un altro tempo anche lei venne così ritratta, appoggiata alla caratteristica staccionata di legno.
Una bimbetta con il suo papà a Villetta Di Negro.

Una fotografia per il capo d’anno

È un dolce ritratto, un ricordo destinato a persone amate.
E c’è una tenera biondina con l’abito a righe, la camicina bianca, un cerchietto con il fiocco tra i capelli e tutta la vita davanti.
La mamma, elegante e un po’ severa, accenna appena un timido sorriso e guarda dritta verso il fotografo.
Lei indossa un capo che pare di velluto, con applicazioni di passamaneria sulle maniche, con i bottoni grandi e a chiudere il colletto si nota una spilla importante.

La fotografia è inserita in un passe-partout debitamente decorato per l’occasione con motivi floreali, uno strumento musicale e una magnifica armonia adatta alla circostanza.
Un cartoncino verde scuro, l’augurio di un buon capo d’anno e gli sguardi che provengono da quel tempo lontano.

Tre ragazze

Sono tre ragazze.
Sono tre sorelle, io credo.
A ben guardare, infatti, indossano identiche candide camicie e il loro abbigliamento è un capolavoro di raffinatezza.
La camicia è rifinita con un pizzo pregiato, sulle spalle si notano tondi bottoncini che paiono foderati di stoffa.
Le ragazze hanno gli occhi grandi e ingenui, i capelli mossi e folti che portano divisi in boccoli setosi e raccolti da un grande fiocco.
Una delle due ha una collana di pietre dure, l’altra una catenina con un ciondolo.

E poi c’è lei, la più giovane delle tre.
Con il suo sorriso appena accennato, il fiocco grande sul capo e i guanti che le arrivano ai gomiti, certamente anche le altre due ragazze indossano quei guanti anche se nella foto non sono visibili.

Sono tre ragazze ritratte nel 1920 nella grazia luminosa della loro prima giovinezza nello studio del fotografo Arizio.
Nei loro sguardi si leggono dolcezza, ingenuità, fiducia in quel futuro che tuttavia avrà le sue ombre.
Loro attendono la vita e le sue promesse, nel tempo delle speranze.

Un ragazzino genovesissimo

Lui è un ragazzino genovesissimo ritratto nel tempo degli anni della scuola.
Forse, come altri coetanei della sua epoca, anche lui frequenta un rigoroso collegio con regole severe.
Forse, come i suoi coetanei di tutti i tempi, anche lui vorrebbe godere di maggior libertà.
E invece eccolo qui, davanti al fotografo, a farsi fare il ritratto in questa posa ai nostri occhi un po’ artificiosa per un ragazzo della sua età.
Nulla di straordinario, invece, per quel suo tempo così diverso dal nostro.
E dunque il ragazzino se ne sta lì, con il suo completo alla marinara, l’espressione un po’ distaccata e aristocratica, lo sguardo perso in pensieri suoi e là, sullo sfondo, la Lanterna.
Sì, perché lui è un ragazzino genovesissimo, non c’è alcun dubbio.

Porta le scarpe coi lacci, i pantaloni al ginocchio, tiene il suo cappello in una mano e sta appoggiato a una roccia che pare proprio di cartapesta o di qualche altro materiale simile.

Il ritratto porta la firma del bravo fotografo Sciutto e restituisce un frammento di una giovinezza lontana, con i suoi sogni e le sue aspirazioni nascoste: un ragazzino genovesissimo con tutta la vita davanti.

Sul seggiolone

A noi custodi delle antiche cose e delle memorie smarrite capitano a volte alcune strane e gradevoli sorprese.
Ad esempio talvolta succede di ritrovare, a distanza di tempo, un secondo ritratto di una persona che già abbiamo incontrato sul nostro cammino e che con nostro stupore ritorna a incrociare il nostro sguardo.
Ecco, questo è uno di quei casi fortunati!
Sapete, quando ho estratto questa foto da una scatola al mercatino lì per lì non ero proprio certa che non fosse un doppione di quella che avevo già, non ricordavo sinceramente la posa precisa del soggetto ma il visetto dolce sì, molto bene!
Forse i miei affezionati lettori si ricorderanno la fotografia di questa tenera creatura già in mio possesso, ne scrissi in questo post tempo fa.
E poi, appunto riecco quel bel faccino!
In questo scatto c’è da dire che ha l’espressione un po’ scocciata eh, sta lì con quel braccino che penzola fuori dal seggiolone, gli occhi blu spalancati e la boccuccia a cuore.
Non ne ho la certezza ma ho l’impressione che fosse una bambina.

Ha la vestina bella con il nastrino lucido, i fiocchetti, i piedini scalzi e tutta la vita davanti.

In posa in un frammento d’infanzia.

Entrambe le fotografie sono in formato Cabinet, entrambe portano la firma del bravo fotografo Sciutto e di seguito le vedete affiancate.
Sulla sinistra c’è la foto più recente che avete veduto in questo post nei dettagli, sulla destra invece c’è il ritratto che era già in mio possesso.
Quanto tempo sarà intercorso tra i due scatti?
Davvero non lo so, tuttavia credo che qualcuno allora presente nella stanza, magari il papà o la mamma, fece distrarre il frugoletto di casa strappandogli un sorriso tenerissimo.
Erano i suoi primi giorni, ingenui e spontanei e pieni di gioia.

Un futuro radioso

È un ragazzino fiero e se ne sta così in posa nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi.
E ha quella luce negli occhi, un guizzo lucente, una vivacità fanciullesca.
E ha un destino, un futuro radioso.
Per adesso si prepara a diventare grande con la divisa del collegio che frequenta.

Porta la giacca con i bottoni tondi, il colletto e i polsini più scuri, ha la cintura alta con la fibbia.
E rimane così appoggiato alla sedia con tutta la vita davanti.

Con la posa sicura di chi sa il fatto suo.

Sul tavolino accanto a lui è posato il cappello della divisa del collegio.
E da lì inizia il domani, il futuro radioso che lo attende.

Custodisco il ritratto di questo piccoletto e se provo a immaginare i suoi sogni non so figurarmeli.
Lo vedo così, con i suoi pochi anni e la sua ingenua spavalderia, è sicuro di sé e pronto ad affrontare la vita.
Con un libro tutto da scrivere, pagina dopo pagina, con un futuro felice e radioso.

Il viaggio della vita

Il viaggio della vita ha inizio, per alcuni, davanti al mare.
Con il cappellino alla moda, il soprabito elegante e un sorriso meraviglioso a illuminare il volto.
Il viaggio della vita si intraprende in due, avendo ben presente la meta e con la consapevolezza che, durante la navigazione, può capitare di incontrare furiose tempeste.
Eppure nulla può fermare i cuori impavidi: si parte, così vicini, per un’esperienza indimenticabile che sarà emozionante, unica, straordinaria.
È il viaggio della vita, verso una riva diversa, verso un nuovo viaggio.

E si attende con la borsa tra le mani, accanto all’uomo del destino.
Seduta su una bitta, sulla banchina del porto.
E spira un vento autunnale, una voce che sussurra sogni, gioie e speranze.

E tutto è pienezza, felicità, trepidante eccitazione.
Mentre il mare attende gli animi palpitanti per il viaggio della vita.

L’età felice

L’età felice non conosce artifici, pose o maniere da ostentare.
L’età felice non ha preoccupazioni, problemi o altri ostacoli lungo il percorso: nell’età felice la questione è imparare a camminare.
Alzarsi in piedi, barcollare un po’, reggersi alla mano della mamma.
Mettere un piede davanti all’altro.
Scoprire il mondo, con sguardo meravigliato e stupefatto.
L’età felice è semplice, spontanea e permeata di naturalezza: non ha nessuna importanza venir bene nella fotografia, ciò che conta è vivere.
Vivere e ridere, così gioiosamente.
Ecco così uno scatto risalente ai giorni dell’età felice, davanti all’obiettivo di un paziente fotografo, forse uno di famiglia intento nell’impresa.
E però, come è ben noto, a quell’età lì mica mi sta fermi!
Sulla poltroncina di vimini, con una manina posata sulla spalliera e con un’impressione di continuo movimento ecco il ritratto dell’età felice.
Un cappellino in testa, gli occhi che brillano e un sorriso straordinario: uno di quei sorrisi raccontano l’allegria, la gioia di vivere e la meraviglia dell’età felice.

Genova, 1911: che bei tempi!

È una piccola fotografia, l’ho scovata sul fondo di un cartone pieno zeppo di carte diverse.
Dopo una paziente ricerca ecco così spuntare un frammento di passato imperfetto, impreciso e all’apparenza, se vogliamo, anche insignificante.
Vi mostrerò così la piccola fotografia nei suoi pochi dettagli e anche a voi sarà ben evidente che l’inquadratura non è neanche delle migliori: siamo in Piazza della Nunziata nel 1911.
C’è un signore con la paglietta calcata sulla testa e attraversa la piazza assorto nei suoi pensieri, forse non si accorge neanche di ciò che sta accadendo, sullo sfondo si vede un altro gentiluomo che sale i gradini della chiesa.

Sulla destra si nota un tale con tanto di capello a cilindro, sembra stringere qualcosa in una mano e non so dirvi di cosa si tratti, più che un bastone da passeggio parrebbe un frustino da cavallo.

E poi c’è lei, la vera protagonista della fotografia: Dirce che scende le scale dalla scalinata della Chiesa dell’Annunziata.
Il fotografo è un certo Mario, quindi ho provato a immaginare la scena e il dialogo tra i due.
Mario esorta Dirce a scendere le scale lentamente, forse le suggerisce di fermarsi su uno dei gradini, fare una fotografia è pur sempre una faccenda complicata.
Ed ecco lei, con l’abito elegante, la borsa alla moda, il fastoso cappello con le piume.

Nell’immagine d’epoca si scorge appena la prospettiva di questa chiesa genovese tanto amata.

E sappiate, cari amici, che sui protagonisti in questione non ho inventato nulla, è tutto scritto a tergo della piccola fotografia e le parole che vengono dal passato hanno così restituito un labile frammento di vita.

Mario era forse un fotografo dilettante, uno che si divertiva con la magnifica invenzione della fotografia.
La piccola immagine è quadrata e posso provare a supporre, con le mie modeste conoscenze della storia della fotografia, che si trattasse di una delle due immagini che costituivano una stereoscopia.
Era di certo un bel ricordo di un viaggio felice con una tappa a Genova e come scrisse una mano a noi sconosciuta: che bei tempi… 1911.

Egle e Mario

Loro sono Egle e Mario, sono due fratellini.
I loro nomi sono scritti a tergo della fotografia nella quale vennero ritratti, in bella calligrafia qualcuno ha segnato che questo era il ricordo dei nipotini Egle e Mario.
C’è anche una data: Sampierdarena, 30 Settembre 1923.
Sono passati più di cento anni da quel giorno e loro erano là, con la loro delicatezza infantile.
La bimba porta un nome desueto, anche mia nonna materna si chiamava così: Egle.
E questa piccola Egle ha i capelli folti e chiari, la frangetta e lo sguardo tenero, suo fratello Mario è biondo come lei, è vestito da marinaretto e ha gli occhi grandi spalancati sul mondo e sulla vita.

Si tengono per mano, nella metafora perfetta della cura, dell’amore e dell’affetto fraterno.

Egle sta ritta in piedi sul divanetto di vimini, porta le calzine chiare e le scarpette con il passante, Mario ha gli stivaletti con i lacci e le calze a quadretti.

Sono sguardi che provengono da un tempo distante: timidi, fiduciosi, colmi di fantasie e di piccoli ingenui desideri.
Sono gli sguardi di Egle e Mario, nel tempo dolce della loro infanzia.