Un futuro radioso

È un ragazzino fiero e se ne sta così in posa nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi.
E ha quella luce negli occhi, un guizzo lucente, una vivacità fanciullesca.
E ha un destino, un futuro radioso.
Per adesso si prepara a diventare grande con la divisa del collegio che frequenta.

Porta la giacca con i bottoni tondi, il colletto e i polsini più scuri, ha la cintura alta con la fibbia.
E rimane così appoggiato alla sedia con tutta la vita davanti.

Con la posa sicura di chi sa il fatto suo.

Sul tavolino accanto a lui è posato il cappello della divisa del collegio.
E da lì inizia il domani, il futuro radioso che lo attende.

Custodisco il ritratto di questo piccoletto e se provo a immaginare i suoi sogni non so figurarmeli.
Lo vedo così, con i suoi pochi anni e la sua ingenua spavalderia, è sicuro di sé e pronto ad affrontare la vita.
Con un libro tutto da scrivere, pagina dopo pagina, con un futuro felice e radioso.

Il viaggio della vita

Il viaggio della vita ha inizio, per alcuni, davanti al mare.
Con il cappellino alla moda, il soprabito elegante e un sorriso meraviglioso a illuminare il volto.
Il viaggio della vita si intraprende in due, avendo ben presente la meta e con la consapevolezza che, durante la navigazione, può capitare di incontrare furiose tempeste.
Eppure nulla può fermare i cuori impavidi: si parte, così vicini, per un’esperienza indimenticabile che sarà emozionante, unica, straordinaria.
È il viaggio della vita, verso una riva diversa, verso un nuovo viaggio.

E si attende con la borsa tra le mani, accanto all’uomo del destino.
Seduta su una bitta, sulla banchina del porto.
E spira un vento autunnale, una voce che sussurra sogni, gioie e speranze.

E tutto è pienezza, felicità, trepidante eccitazione.
Mentre il mare attende gli animi palpitanti per il viaggio della vita.

L’età felice

L’età felice non conosce artifici, pose o maniere da ostentare.
L’età felice non ha preoccupazioni, problemi o altri ostacoli lungo il percorso: nell’età felice la questione è imparare a camminare.
Alzarsi in piedi, barcollare un po’, reggersi alla mano della mamma.
Mettere un piede davanti all’altro.
Scoprire il mondo, con sguardo meravigliato e stupefatto.
L’età felice è semplice, spontanea e permeata di naturalezza: non ha nessuna importanza venir bene nella fotografia, ciò che conta è vivere.
Vivere e ridere, così gioiosamente.
Ecco così uno scatto risalente ai giorni dell’età felice, davanti all’obiettivo di un paziente fotografo, forse uno di famiglia intento nell’impresa.
E però, come è ben noto, a quell’età lì mica mi sta fermi!
Sulla poltroncina di vimini, con una manina posata sulla spalliera e con un’impressione di continuo movimento ecco il ritratto dell’età felice.
Un cappellino in testa, gli occhi che brillano e un sorriso straordinario: uno di quei sorrisi raccontano l’allegria, la gioia di vivere e la meraviglia dell’età felice.

Genova, 1911: che bei tempi!

È una piccola fotografia, l’ho scovata sul fondo di un cartone pieno zeppo di carte diverse.
Dopo una paziente ricerca ecco così spuntare un frammento di passato imperfetto, impreciso e all’apparenza, se vogliamo, anche insignificante.
Vi mostrerò così la piccola fotografia nei suoi pochi dettagli e anche a voi sarà ben evidente che l’inquadratura non è neanche delle migliori: siamo in Piazza della Nunziata nel 1911.
C’è un signore con la paglietta calcata sulla testa e attraversa la piazza assorto nei suoi pensieri, forse non si accorge neanche di ciò che sta accadendo, sullo sfondo si vede un altro gentiluomo che sale i gradini della chiesa.

Sulla destra si nota un tale con tanto di capello a cilindro, sembra stringere qualcosa in una mano e non so dirvi di cosa si tratti, più che un bastone da passeggio parrebbe un frustino da cavallo.

E poi c’è lei, la vera protagonista della fotografia: Dirce che scende le scale dalla scalinata della Chiesa dell’Annunziata.
Il fotografo è un certo Mario, quindi ho provato a immaginare la scena e il dialogo tra i due.
Mario esorta Dirce a scendere le scale lentamente, forse le suggerisce di fermarsi su uno dei gradini, fare una fotografia è pur sempre una faccenda complicata.
Ed ecco lei, con l’abito elegante, la borsa alla moda, il fastoso cappello con le piume.

Nell’immagine d’epoca si scorge appena la prospettiva di questa chiesa genovese tanto amata.

E sappiate, cari amici, che sui protagonisti in questione non ho inventato nulla, è tutto scritto a tergo della piccola fotografia e le parole che vengono dal passato hanno così restituito un labile frammento di vita.

Mario era forse un fotografo dilettante, uno che si divertiva con la magnifica invenzione della fotografia.
La piccola immagine è quadrata e posso provare a supporre, con le mie modeste conoscenze della storia della fotografia, che si trattasse di una delle due immagini che costituivano una stereoscopia.
Era di certo un bel ricordo di un viaggio felice con una tappa a Genova e come scrisse una mano a noi sconosciuta: che bei tempi… 1911.

Egle e Mario

Loro sono Egle e Mario, sono due fratellini.
I loro nomi sono scritti a tergo della fotografia nella quale vennero ritratti, in bella calligrafia qualcuno ha segnato che questo era il ricordo dei nipotini Egle e Mario.
C’è anche una data: Sampierdarena, 30 Settembre 1923.
Sono passati più di cento anni da quel giorno e loro erano là, con la loro delicatezza infantile.
La bimba porta un nome desueto, anche mia nonna materna si chiamava così: Egle.
E questa piccola Egle ha i capelli folti e chiari, la frangetta e lo sguardo tenero, suo fratello Mario è biondo come lei, è vestito da marinaretto e ha gli occhi grandi spalancati sul mondo e sulla vita.

Si tengono per mano, nella metafora perfetta della cura, dell’amore e dell’affetto fraterno.

Egle sta ritta in piedi sul divanetto di vimini, porta le calzine chiare e le scarpette con il passante, Mario ha gli stivaletti con i lacci e le calze a quadretti.

Sono sguardi che provengono da un tempo distante: timidi, fiduciosi, colmi di fantasie e di piccoli ingenui desideri.
Sono gli sguardi di Egle e Mario, nel tempo dolce della loro infanzia.

Un piccolo marinaretto

È un bimbo di Genova, è un piccolo marinaretto.
Lo hanno vestito di tutto punto, con la sua blusa, il cappellino messo per traverso e poi lo hanno portato in Via Caffaro, nello studio di Emilio Bonacina che lo ritrasse in una fotografia in formato Cabinet che ho l’onore di custodire.
E così ecco lì il piccoletto, in piedi, appoggiato alla poltroncina.
Ha l’aria angelica e obbediente ma forse dietro a un aspetto mansueto si celava una personalità vivace e briosa.

Porta gli stivaletti con cui ha percorso mille strade e caruggi fino a quando, crescendo, sono diventati troppo piccoli per lui.

Lo studio è dotato dei consueti arredi di moda all’epoca: la colonna sullo sfondo, la tenda, il tappeto fantasia, la poltrona con le frange sulla quale si saranno accomodate decine di signore e signorine genovesi.
La vita è un’avventura, alcuni la cominciano con l’abito adatto, l’espressione pensierosa e lo sguardo che si affaccia sul mondo e sul domani.
Nello studio di un fotografo genovese ecco così un piccolo marinaretto con tutta la vita davanti.

Sei cuori

Sono sei cuori.
Sei cuori ingenui, avventurosi, colmi di felicità e di gioia di vivere.
Fratelli e sorelle, forse cugini.
Su una scaletta.
Quello più in alto ride divertito, sono cuori pieni di allegria questi!
La bambina sulla sinistra ha gli occhi che luccicano, l’altra sembra più timida ma osserva curiosa verso il fotografo.

Sono sei cuori che battono, ricciolini ribelli sotto i cappellini bianchi, abiti alla marinara, ritrosie e tenerezze.
E poi ci sono mani amorevoli che discrete e salde reggono il più piccolino del gruppo: vestina chiara, cuffietta e un ciuffetto di capelli morbidi.

Sono sei cuori.
Sono sei cammini, sei sogni, sei vite da immaginare e da costruire, con la fiduciosa speranza che il tempo sia stato gentile con loro.
Sei cuori e tutta la vita davanti.

 

Sorrisi

Questo è un post semplicemente di sorrisi, sono sorrisi di piccoletti che ho incontrato per caso in un giorno della scorsa estate: erano tutti insieme e sorridevano.
E certi sorrisi, si sa, sanno illuminare anche le giornata più nuvolose.
Questi sorrisi poi sono spontanei, sinceri, puliti, emozionanti e teneri: così sono i sorrisi dei bambini.
Ecco così due piccoletti seduti vicini, con i capelli un po’ scarmigliati e i cappottini bianchi.
Uno sguardo attento noterà poi che, nella parte sinistra della foto, in corrispondenza della spalliera della poltrona si nota la mano di una persona adulta, probabilmente la mamma dei due ridanciani!
Eh sì, perché tipetti come questi bisogna pur tenerli in qualche modo, non stanno mica fermi a farsi fotografare!
E anzi, se la ridono, la piccoletta con il fiocchetto in testa doveva avere un bel caratterino, secondo me.

Spostiamoci poi nello studio del fotografo genovese Vincenzo Giauni.
Un cuscino, le scarpette bianche, un candore di pizzi, una cuffietta vezzosa e un sorriso formidabile.

E infine, ritratto dal sempre talentuoso Achille Testa ecco un biondino a piedi scalzi.
Ha una bella tutina leggera e sembra anche che porti al collo una catenina.
Si regge saldo con le manine ai braccioli della seggiolina e sorride, sorride, sorride, con tutta la vita davanti.

Insieme alla mamma

È una foto di famiglia, sarà stata riguardata tante volte, memoria del tempo d’infanzia di quattro fratelli.
Ritratti così, insieme alla mamma.

Il maggiore dei due maschi sta ritto in piedi e tiene la mano posata sulla spalla della sua cara genitrice.
Ha già l’aria assennata e consapevole, è un giovane uomo pronto a fare il suo ingresso nella vita adulta.

Più sfacciato e divertito sembra invece il fratellino più giovane, il suo sguardo è vispo e vivace.
Nella sua grazia spicca poi la figlia maggiore: indossa il suo vezzoso abito a righe fermato dalla cintura alta, porta al collo un nastrino scuro e ai lobi graziosi orecchini.
Diventerà una donna affascinante, sarà forse a sua volta moglie e madre.

La più piccina, con i suoi lunghi capelli raccolti in una bella treccia fermata da un nastrino, se ne sta seduta accanto alla mamma e le stringe la mano.
Le mani accarezzano, confortano, asciugano le lacrime e uniscono.
Le mani di tutti, se osservate con attenzione, rappresentano l’indissolubile catena di affetti che lega i componenti di questa famiglia.

È una foto di famiglia in formato Cabinet e venne scattata contro un fondale sul quale erano raffigurati un portale e un albero dai rami ritorti.
Avvenne nello studio del bravo fotografo Achille Testa: tutti vicini, insieme alla mamma.

Pellegrini al Santuario di Nostra Signora della Guardia

È cara consuetudine dei genovesi celebrare la Madonna della Guardia nel giorno a Lei dedicato: in questo caldo 29 agosto si sale sul Monte Figogna dove Maria apparve al contadino Benedetto Pareto nel lontano 1490.
Eccoci così tra la folla di devoti pellegrini, in un viaggio nel tempo colmo di speranze e di sentite gratitudini.
Si rimane tutti vicini ed è un’allegra confusione di cappelli alla moda, di berretti calcati sul capo e di pagliette messe per traverso.
E si sorride, in questo frammento di felicità.

Ecco i religiosi che hanno accompagnato lassù il gruppo di fedeli.

E ci sono mamme, nonne, bambini e distrazioni e occhi strizzati a causa del sole.

E ci sono famiglie intere, fratelli e sorelle in pellegrinaggio.

Nell’ultima fila certe giovani ragazze reggono con grazia lo stendardo con l’immagine della Madonna.
Qui tutti sono giunti per Lei, qui infinite preghiere si levano verso di Lei.

E si sfoggiano sorrisi, timidezze, esitazioni, in questo istante immortalato dal fotografo.

Insieme, nel tempo della speranza con l’abito migliore e il cuore pulito.

Al Santuario sul Monte Figogna si saliva in ogni periodo dell’anno, non era certo necessario attendere il 29 Agosto.
Gli sguardi che avete veduto sono dettagli di una singola fotografia che venne scattata il 16 Giugno 1929.
E tutti i cuori battevano all’unisono, al Santuario di Nostra Signora della Guardia.