Il figlio unico

All’epoca delle famiglie numerose lui era figlio unico, per lo meno credo che lo sia stato per un certo periodo se non proprio per tutta la vita.
Così eccolo tra mamma e papà, in un’armonia di famiglia così catturata dal bravo fotografo Giulio Rossi.

Papà è un tipo bonario, anche se nella foto pare quasi austero mi pare di cogliere, autentica, una vena di buon cuore e una positiva inclinazione del carattere.
Le fotografie a volte parlano, chissà se davvero noi sappiamo leggerle.

Maman è giovane, più di quanto voi possiate supporre.
Maman ha avuto i suoi dispiaceri, probabilmente, forse ha solo un figlio perché gli altri li ha perduti, accadeva di sovente alla sua epoca.
Eccola nella sua fierezza con i suoi gioielli, gli orecchini importanti e la pettinatura complicata.

Il figlio unico hai il completino con i dettagli ricercati.
Dal suo abito, e non solo, si intuisce che la sua famiglia di appartenenza gode di certi agi, lui è cresciuto in un ambiente privilegiato.

Stivaletti, pantaloni sotto il ginocchio e tutta la vita davanti.

E una gestualità famigliare che racconta di accudimento e cura: il bambino è tra braccia del papà il quale stringe nella sua mano salda le dita sottili del suo piccino.
La mamma invece regge il ventaglio e al contempo sfoggia i suoi anelli favolosi con le pietre preziose.

Era un giorno di un tempo lontano, nello Studio di Giulio Rossi.
C’era il consueto scenario tante volte ritrovato in altri ritratti: la sedia con le frange, il tavolino con i libri posati sopra, il tempo sospeso della fotografia.
E là, insieme alla sua mamma e al suo papà, con la giacchetta aperta e lo sguardo esitante c’era lui: il figlio unico.

Il seggiolone del fotografo Bettini

Nel mio girovagare per mercatini spesso mi imbatto in fotografie dove si apprezzano arredi e dettagli del tempo passato.
Ed è il caso di questa Carte de Visite del fotografo livornese Ugo Bettini dove si può ammirare un seggiolone d’antan probabilmente di proprietà dello studio fotografico.
Dunque, sul seggiolone trova posto occhioni blu che pare manifestare una certa curiosità per questa faccenda della fotografia.
Cosa fa quel signore laggiù? Cosa armeggia?
Nel dubbio, per distrarsi e baloccarsi un po’, sul seggiolone c’è anche un animaletto adatto a ditina piccine piccine.

E poi un abitino tutto pizzi e le scarpette belle.
A guardar con attenzione sembra anche che la creaturina sia seduta su un morbido cuscino.

Chissà quanti piccoletti si saranno seduti su quel seggiolone per mettersi in posa per la fotografia, chissà in quanti album di famiglia saranno state conservate fotografie simili a questa.
E dove sarà fino questo arredo così particolare e di domestica utilità?
Spero davvero che qualcuno lo conservi con la dovuta cura che si deve ad un oggetto al quale si sono aggrappate manine piccine e incerte.
Era un giorno di un tempo lontano e sul seggiolone del fotografo Bettini c’era qualcuno che ancora aspettava di vivere tutta la vita che aveva davanti.

Le bambine della IV B

Loro sono le bambine della IV B e se ne stanno sedute sui sassi, una vicina all’altra.
Portano i capelli a caschetto, le collanine, i vestiti bianchi, hanno le facce un po’ imbronciate o magari stupite.
Le bambine della IV B sono vivaci ma anche studiose, molte hanno un libro tra le mani.

E molte di loro sfoggiano un grande fiocco vezzoso per trattenere i capelli.

Al centro della foto c’è la signora maestra.
Lei è giovane, appare forse severa con quel cappellino chiaro e l’espressione seria.
Per le bambine della IV B la signora maestra è una guida, un esempio, una luce, la signora maestra conosce tante cose ed è bellissimo che una giovane donna come lei sia così indipendente, alcune bambine della IV B sognano di diventare proprio come lei.
E ci riusciranno, bambine come queste possono fare qualunque cosa vogliano, questo è sicuro!

Per adesso stanno qui, in attesa di diventare grandi mentre il tempo scorre come la marea.

Condividono segreti, gioie, piccole delusioni e grandi conquiste.
Ne hanno di strada da percorrere!

Conservo questa loro foto e a tergo una mano gentile ha scritto: classe IV B.
Ci sarà un tempo per ogni cosa, per ognuna di loro.
Loro sono le bambine della IV B, una vicina all’altra e tutta la vita davanti.

Le ragazze

Le ragazze sono coraggiose, riflessive, testarde, a volte sognatrici e a volte disilluse.
Le ragazze sono state bambine obbedienti o capricciose, ognuna di loro è forza e dolcezza insieme.
Le ragazze stanno così in posa, una vicina all’altra, con gli occhi sgranati sul loro futuro.

L’abito a righe oppure con le pieghe, i capelli scuri, gli orecchini minuti e il cerchietto, tra le ragazze si colgono anche certe somiglianze.

Una giovinezza intrepida o uno sguardo incerto, tutte le sfumature della loro femminilità.

Le ragazze leggono, studiano, desiderano migliorarsi e poter definire il loro cammino nel mondo.

Un fiocco, una camicia graziosa, il tempo di fiorire.
Le ragazze attendono la vita che verrà, con la fiducia dei loro pochi anni, fiere di essere le ragazze che sono.

Un simpatico burlone

Forse arrivò nello studio del fotografo in compagnia dei suoi amici più cari, compagni di scherzi e di bricconate.
Immagino una certa progettazione dietro a un ritratto così impegnativo e particolare, il nostro simpatico burlone doveva essere un tipo brillante e spiritoso.
Ed eccolo qui con una specie di elmo piumato, una scopa come arma e una specie di piatto come scudo.

E il destriero? Ah, il nostro baldo cavaliere se ne è scelto uno abbastanza insolito: un cavallino di legno che va su e giù.

Mi dispiace non conoscere il nome di questo notevole personaggio, doveva essere un tipo allegro e gioviale.
La fotografia in formato Carte de Visite è del pregiato Stabilimento Fotografico Duroni di Icilio Calzolari nel cuore di Milano.

E tra i suoi clienti c’era anche lui: un simpatico burlone che certo conosceva l’arte di divertirsi.

Amore senza fine

Il loro era un amore senza fine, io credo.
Non so nulla di loro ma i loro sentimenti traspaiono da quegli sguardi complici e dai sorrisi che descrivono una felicità completa.
Lei è bella come una diva di Hollywood dei suoi tempi, ha i capelli biondi, la messa in piega perfetta, un filo di rossetto, gli orecchi piccoli ai lobi, ha una dolcezza leggiadra e raffinata.
Lui la guarda trasognato, c’è un’intesa perfetta tra di loro.
È questa la gioia dell’amore per la quale è difficile trovare le parole.

Lui tiene un libro tra le mani, porta la cravatta e il cardigan con lo scollo a V, lei è elegantissima nel suo tailleur.
Sono insieme, in un giorno di ottobre del 1948 a Cortina.
Si amano, si comprendono, si aiutano vicendevolmente.
Insieme.
Insieme nelle strade della vita, anche in quelle accidentate e difficili da percorrere.
In un tempo che diverrà ricordo, commozione e a volte forse nostalgia.
Loro sono Maria Livia ed Emanuele, il loro era un amore senza fine.

Carnevale a Gattorna

Era il tempo di Carnevale a Gattorna.
Era l’anno 1930 e questa non è una fotografia fatta in uno studio, è semplicemente un piccolo ricordo di un giorno felice e si scorgono le tracce di una certa spontaneità.
Un copricapo insolito, una collana, un ingombrante colletto vaporoso e la bellezza di divertirsi soltanto mettendosi in maschera.
La mano nella mano, le dita intrecciate, gli sguardi timidi.

Le faccine felici, gli occhi ridono allegri.
Forse la bambina sulla destra potrebbe essere una fatina e l’altra magari un fiorellino, entrambe sembrano molto contente e soddisfatte del loro abito.

Tutte portano le scarpette con il passante e sul retro della fotografia sono scritti i loro nomi.
Erano i giorni di Carnevale a Gattorna e loro sono Natalia, Luisa, Giuseppina e Lina.
Sorrisi ingenui e tutta la vita davanti.

Assenze

Talune assenze altro non sono che prepotenti presenze, palpabili, sentite e reali, questo è ciò che ho pensato accostando due fotografie che fanno parte della mia piccola raccolta.
Assenze, ricordi.
La prima fotografia ci mostra due fratellini, paiono diligenti e obbedienti, la bimba porta un bel fiocco tra i boccoli e tiene tra le mani un foglio.
E forse potrebbe quasi sembrare che i due abbiano scritto una bella letterina, una di quelle piene di parole affettuose e ingenue.
Forse.
Una lettera.
L’assenza.

Uno sguardo che li protegge e veglia su di loro.
Da lontano, ovunque.
Un’assenza che diviene reale.

Lei invece è una sposa e una giovane madre.
È una ragazza semplice ma credo anche fortissima e capace di affrontare le tempeste della vita.
Accenna un sorriso.
Salda, sicura, come crede sia giusto essere.

Accanto a lei il frutto del suo amore.
E il cappello del soldato: il capofamiglia, il padre, il marito, la sua assenza.
La mamma tiene la mano posata con amorevole cura sulla spalla della sua creatura.
E lì, inesorabile, l’assenza.

Il ricordo non ha bisogno di parole, la memoria freme nelle emozioni che restano e in quei legami eterni che nessuna assenza può spezzare.

Quando fa freddo

Quando fa freddo bisogna coprirsi bene, a Genova poi c’è sempre vento e bisogna pensare a ripararsi nel modo giusto.
E allora, quando fa freddo, ci vuole una comoda cuffietta morbida che copra le orecchie e incornici il visetto, in questa maniera si sta proprio bene.
E poi, anche quando fa freddo, bisogna sempre indossare un bel sorriso, quello è ovvio!

Poi ci vuole un manicotto per tenere le manine al caldo.

E anche un bel cappottino chiaro che ripari bene, poi bisogna mettersi le calzine chiare e le scarpine con il passante.

Ora, così vestita di tutto punto, la piccoletta è pronta per la sua passeggiata.
Senza timore del freddo, con un sorriso radioso e tutta la vita davanti.

A Sestri Ponente con la mantellina scura

Sono in due, di due età diverse, in una bella fotografia di Gaetano Svicher che realizzò il loro ritratto in formato Cabinet nel suo studio di Sestri Ponente agli inizi del ‘900.
Il tempo ha lasciato la sua inesorabile traccia su questi dolci visetti, offuscando i tratti e la luce degli sguardi, una ragione in più per fermare questo istante di un giorno lontano.
Sono in due, con le testoline piene di sogni, di fantasie innocenti e di gioie semplici.
E portano lo stesso cappello e la stessa mantellina scura.

La mantellina è di un tessuto spesso e riparava certo dal freddo, forse ondeggiava sotto la potenza della tramontana di Genova.
L’abito chiaro, le scarpette con i bottoncini oppure con i lacci e tanta strada ancora da fare.

E lo sguardo timido sotto il cappellino sul quale campeggia la scritta Italia che ho notato soltanto dopo aver ingrandito la fotografia.

Sono in due, con questa esitazione e questa tenerezza.
A Sestri Ponente, con la mantellina scura e tutta vita davanti.