Dalla stessa parte

Eccoli qua, loro sono due piccoletti teneri e vispissimi, hanno quella luce negli occhi che racconta proprio una certa vivacità.
E se ne stanno lì, buoni buoni, così vicini.
Devo ammettere che appena li ho visti ho sorriso, è stato inevitabile.
E poi, mi sono domandata se questi due fosssero gemelli o magari cuginetti, è una bella domanda alla quale non so rispondere, direi però che sembrano coetanei.
E poi, subito dopo, un preciso particolare ha suscitato la mia curiosità: i due piccoletti guardano dalla stessa parte.
Sì, erano tempi diversi ma i bambini in realtà sono uguali in qualunque tempo e come poteva fare il bravo fotografo Barone a far rimanere questi due in posa per la fotografia? Un bel problema, ma non certo per un professionista come lui!
E quindi, facendo una personale supposizione, credo di poter sostenere che i due piccoletti guardano verso un punto che attira la loro attenzione: e in quel punto c’è una persona cara, magari una mamma amorosa o un papà affabile che cerca di distrarli.
Non mi è nemmeno tanto difficile immaginare la scena, a dire il vero.

Sì, poi che dolcezza questi due!
Con quelle cuffiette tutte pizzi e fiocchi, con gli abitini candidi e vaporosi e le manine piccine.
Con gli occhi spalancati sul tempo che verrà portando piccole, nuove gioie.
Lì, seduti, con tutta la vita davanti.
E mi piace pensare che la vita sia stata gentile con loro e che siano cresciuti insieme, aiutandosi reciprocamente e ascoltandosi e che siano diventati grandi  guardando ancora dalla stessa parte.

I due birichini all’Acquasola

Loro sono due e a tergo della fotografia una mano gentile ha scritto: i due birichini all’Acquasola.
A vederli così, a dire il vero, sembrano due tipi tranquilli e anche un po’ timidi o scontrosi, se ne stanno in piedi, compiti e composti, in posa per la fotografia.
Sono fratello e sorella, secondo me, si scorge tra loro una certa somiglianza.

Com’è che ci si guadagna il titolo di birichina pur non sembrandolo affatto?
Un cappellino a cloche con i fiori, un grande fiocco sul vestitino, un’espressione imbronciata.

Un braccialettino al polso e poi la manina che stringe qualcosa, mi sono chiesta se si trattasse di un sasso però non ho proprio modo di saperlo.
Che impazienza di tornare a giocare, però, questa faccenda di fare le fotografie fa perdere un sacco di tempo, all’Acquasola si va per divertirsi, non certo per star lì immobili!

Il fratellino più piccolo indossa la sua rebecca, la camiciola bianca, ha persino un fazzoletto nel taschino e si direbbe che non sappia bene come tenere le mani, è impacciato e pure lui, sotto sotto, un vero birichino!

E poi per entrambi calzette bianche, scarpette con il passante e tutta la vita davanti.

A un certo punto, grazie al cielo, terminò il tempo della fotografia e ritornò per loro il tempo della libertà e del gioco: erano i due birichini all’Acquasola.

Diventare grandi in Spianata Castelletto

Diventare grandi è sempre un’avventura.
Un gioco di continui entusiasmanti cambiamenti, una scoperta, ogni giorno un nuovo inizio e una nuova cosa da imparare.
Diventare grandi è un’emozione, tenendo stretta la mano della mamma.
E poi correre, scappare, sporcarsi la faccia con il gelato, rialzarsi, sbucciarsi le ginocchia, piangere un po’, ridere forte, nascondersi, saltare, correre giù per le discese, sdraiarsi sui prati, fare le capriole nell’acqua.
Diventar grandi è una faccenda estremamente divertente, dai.
Ed è anche una questione terribilmente seria, a dire il vero.
Si diventa grandi anche pedalando, prima con le rotelle e poi senza, su una bicicletta piccina che racconta questa bellezza qui di crescere e di diventare grandi.
In un pomeriggio tiepido, nella gioia dell’infanzia, in Spianata Castelletto.

La neve e una certa felicità

Appena pochi anni e una luce negli occhi che racconta una certa felicità.
La neve, la libertà di divertirsi e di scivolare lievi mentre tutto attorno c’è un panorama incantato e magico.
I maglioni pesanti, i berrettini in testa, una sciarpa calda intorno al collo, niente tessuti tecnici e forse non fa neanche tanto freddo visto che si possono impugnare le bacchette senza indossare i guanti!
Eh, è un altro tempo e si sorride così, con le montagne sullo sfondo.

Con i calzettoni pesanti e gli sci ai piedi.
Sulla neve, portando nel cuore una certa grandiosa felicità.

Le due contadinelle

Loro sono due piccole contadinelle dai lunghi capelli e dagli sguardi stupefatti.

Una porta un fazzoletto al collo, orecchini minuti e una collanina che pare di corallo, sul capo ha una serie di fiocchi lucidi e vezzosi.

Anche l’altra bimba ha un copricapo con un grande fiocco, poi sembra che ci siano delle decorazioni a forma di fiore, dalla sua collanina pendono tanti ciondolini.

Le due contadinelle stringono tra le dita fiorellini delicati.

E sono vestite di chiaro, hanno le calze bianche e le scarpette belle, ognuna indossa un grembiulino e ognuna porta un cestinetto sottobraccio.

Vennero ritratte nello studio del fotografo Erminio Zanollo, non penso di sbagliare nel sostenere che le due bimbe fossero mascherate per Carnevale.
Con questa dolcezza, loro erano le due contadinelle.

Le trombette di Achille Testa

Ritornando nel nostro passato vi porto ancora una volta nello studio del bravo fotografo Achille Testa, uno dei più talentuosi nel ritrarre i più piccini cogliendo il loro candore e il loro naturale stupore.
Achille Testa nel suo studio genovese custodiva un tesoro di accessori come giochi, bambole, animaletti, un leggendario cavallino di legno e molto altro ancora, mi immagino il suo capiente armadio colmo di oggetti da utilizzare per le sue fotografie.
E tra le altre cose Achille Testa aveva anche alcuni strumenti musicali come le trombette.
Quindi ecco qui un piccoletto con un grande cappello calcato sul capo, gli occhi sgranati di meraviglia e la trombetta tra le mani.

Lui invece si chiama Enrico e anche lui stringe una trombetta, Enrico è un po’ più grandicello, è biondino e se ne sta obbediente a farsi ritrarre dal bravo fotografo.

Poi c’è una bimba e anche lei regge la sua trombetta sulla quale è attorcigliata una graziosa passamaneria.

È la musica di un tempo lontano e risuona come una memoria da non dimenticare.

E anche sulla terza trombetta si nota una delicata passamaneria.

Tre bambini è ognuno con la sua trombetta.
Ecco la piccina in piedi sul divanetto con il suo abitino bianco rifinito di pizzi delicati e il sorriso timido.

Enrico con la frangetta bionda e lo sguardo che cerca il futuro.

E poi il più piccino di tutti, con giacca pesante coi bottoni lucidi, un cappello importante e un morbido cuscino sul quale sedersi.
Una trombetta tra le manine e tutta la vita davanti.

Con il cappottino bello

Lei è una bella bambina vestita di tutto punto, ben coperta perché fuori fa molto freddo e allora le hanno messo il cappottino bello.
Così eccola lì, con quel cappottino vezzoso, gli occhi celesti, un sorriso un po’ timido e un cappellino a coprirle bene la testa.

E secondo l’uso del tempo ha le scarpette scure e le ghette chiare come il cappottino.

Lei è una bimbetta di Bologna, ritratta nello Studio Fotografico La Serenissima.
In un certo tempo del passato negli studi dei fotografi di tutte le città italiane c’era una seggiolina o magari una poltroncina con il bracciolo, arredi usati spesso proprio per immortalare i più piccini.
Come lei, con il cappottino bello e tutta la vita davanti.

Una cartolina per la Signorina Eugenia

È una corrispondenza che viene da lontano e fu spedita nel 1906, la destinataria era la Signorina Eugenia.
La cartolina, accompagnata da saluti e baci affettuosi, fu scritta e inviata dalla zia Antonietta, con cura amorevole verso la sua nipotina.
Contrasti di colori, sorrisi e un celebre gioco del tempo d’infanzia.
Le dita che si muovono svelte, gli sguardi attenti, un gesto antico e tante volte ripetuto.
Guardando questa cartolina mi sono ricordata che questo gioco era in voga anche nei nostri anni ‘70 ma forse i bambini di adesso non lo conoscono più.
Di certo lo conosceva bene la Signorina Eugenia che sarà stata poco più che una ragazzina e avrà sorriso felice rigirandosi tra le mani la cartolina della zia Antonietta, in un giorno distante del 1906.

Ricordando la Mina

E ritorno, per un caso, sulle strade della memoria e dell’infanzia.
L’altro giorno mi trovavo in Carignano, un luogo che suscita dolci ricordi degli anni ‘70 e con l’immaginazione eccomi a bordo della 500 della mamma, si percorrono insieme i bei viali di Carignano e poi si infila la macchinetta in un parcheggio tra gli alberi.
Andiamo dalla Mina, una persona speciale.
La Mina era una bravissima sarta, di lei ho un ricordo tenero e affettuoso, c’era una certa inesorabile magia in lei.
Lei, con la sua dolcezza e la sua gentilezza, mi rammentava le tre fatine buone del film disneyano La bella Addormentata nel Bosco, avete presente? Anzi, dirò di più: ero segretamente convinta che lei fosse una di loro, ne ero proprio sicura!
Quando si andava dalla Mina a prendere le misure per gonne o chissà che altro mi perdevo a guardare tutti i suoi indispensabili accessori: la scatolina degli spilli, i bottoni, il metro, le forbici grandi.

E tra l’altro la Mina aveva una nipotina, anzi, se non sbaglio forse aveva due nipoti, ma io mi ricordo solo lei, la bambina con i capelli biondi un po’ più piccola di me.
E sapete perché ne ho memoria? Ah, perché lei aveva questo nome fantastico, modernissimo, insolito e per me hollywoodiano: si chiamava Alessia.
E insomma, io di Alessandre ne avevo conosciute ma Alessia era un’assoluta novità che mi pareva straordinaria, non so se mi spiego, era un po’ come chiamarsi Audrey o Grace.
E quindi, come vi dicevo, l’altro giorno mi trovavo in Carignano.
Così ho fatto una piccola deviazione verso la casa della Mina e arrivata in prossimità del palazzo ho visto uscire da un portone una signora di una certa età e mi è parsa una circostanza fortunata.
Così le ho chiesto se abitasse lì da tanto e alla sua risposta affermativa ho replicato:
– Signora, mi scusi, per caso si ricorda di una signora di nome Mina che faceva la sarta?
– Come no! – Ha esclamato lei sorridendo – Mi ha insegnato a cucire, abitava lassù!
E con lil dito ha indicato in il palazzo in questione.
Lassù! Me lo ricordo bene quel lassù! D’altra parte quando si va a casa di una fatina buona come si può dimenticarsene?
In quegli anni poi si andava in Carignano anche per un altro motivo: la mamma mi portava in  palestra o in piscina all’Andrea Doria.
Sì, perché come tutti i bambini di Genova anche io ho frequentato le Piscine di Albaro ma anche l’Andrea Doria, era una gioia imparare a nuotare!

E poi, dopo il nuoto, a volte di andava anche dalla Mina.
Mi è parso bello incontrare per caso per strada qualcuno che come me conserva un ricordo di una persona a me cara.
Chissà quante volte passiamo accanto a sconosciuti che custodiscono, in qualche remota parte della memoria un volto, il suono di una voce, i tratti di una persona che ha attraversato anche la nostra vita, quanti fili invisibili ci legano, in modo misterioso e imprevedibile, a persone che neppure conosciamo.
Passano le stagioni ma certe memorie, in qualche modo, resistono.
Cara Alessia, se mi leggi sappi che avevo tanta ammirazione per quel tuo nome hollywoodiano, che bambina fortunata!
E conservo ancora, tra le memorie dolci, il ricordo della Mina e della sua dolcezza.

Con il cappottino bianco

Eccola qui con il cappottino bianco, caldo e morbido con i bottoni grandi e il colletto ampio.
Le manine aperte e gli occhi spalancati.

E l’espressione ingenua e stupita dipinta sul visetto.
Il nasino all’insù, una testolina di riccioli e una cuffietta chiara tutta nastrini e fiocchetti.

E le ghette bianche chiuse dai bottoncini.

In piedi su una panchina, forse a Villetta Di Negro o in qualche altro luogo che fu scenario dei suoi giochi d’infanzia.
Con il cappottino bianco e tutta la vita davanti.