Lady Windermere’s Fan

20 Febbraio 1892, al St James’s Theatre di Londra va in scena la prima di una commedia che riscuoterà molto successo: Lady Windermere’s Fan, A Play About a Good Woman, magistrale opera del genio di Oscar Wilde.
Come racconta Richard Ellmann, tra gli spettatori spicca un folto gruppo di dandies, sono gli amici di Oscar, tra i quali Robert Ross e Frank Harris: tutti loro, su indicazione di Wilde, portano all’occhiello un garofano verde.
E’ una delle tipiche trovate estetiche di Oscar, che amava suscitare sconcerto e stupore.
Molti dei critici presenti in sala stroncano la commedia, ma il pubblico ne è entusiasta, un’ovazione accoglie Wilde quando questi sale sul palco per pronunciare il suo discorso di ringraziamento.
Indossa i guanti e l’immancabile garofano, tra le dita tiene una sigaretta, particolare che alimenterà un certo disappunto tra i suoi detrattori.
Ma chi è Lady Windermere e come nacque l’intreccio che vede protagonista lei e il suo ventaglio?
Ancora Ellmann racconta che per questo personaggio Oscar Wilde si ispirò a Lily Langtry, una donna talmente bella da suscitare l’interesse di tutti gli artisti del suo tempo, qui trovate una sua splendida fotografia.
John Everett Millais dipinse questo suo ritratto, George Frederic Watts la immortalò in un celebre quadro, Edward Burne-Jones dovrà pregarla addirittura con una serenata perché posi anche per lui.
Wilde ne era affascinato, lo ammaliava la perfezione della sua bellezza e aveva trovato in lei una discepola pronta a seguire i suoi dettami estetici, come dimostra una lettera nella quale Lily descrive il vestito da lei prescelto per una festa in maschera: un abito nero, di foggia greca, con un bordo di stelle d’argento e di mezzelune, l’abito della Regina della Notte.
Wilde le leggeva i classici e le insegnava il latino e fu lui a spingerla a diventare attrice.
Sposata con Edward, nel 1880 Lily rimase incinta di un altro uomo e durante la gravidanza si allontanò da Londra, diede alla luce una bambina lontana da occhi indiscreti e da pettegolezzi.
E’ questo lo spunto per la commedia di Wilde.
E’ l’ora del tè, nel salotto londinese di Lady Windermere.
Lei è una giovane donna e mostra orgogliosa al suo ospite, Lord Darlington, un dono del marito: un ventaglio con le sue iniziali.
L’ospite la corteggia, Lady Windermere è virtuosa e ritrosa, ma ben presto la sua ingenua purezza sarà adombrata da una rivelazione.
Si dice in città, rivela la Duchessa di Berwick, che Lord Windermere tradisca la moglie con una certa Mrs Erlynne e per di più desidera che essa partecipi alla festa di compleanno della moglie.
Lady Windermere è stupefatta, si precipita alla scrivania del marito e lì crede di trovare la prova di quel tradimento, documenti bancari che dimostrano che Lord Windermere ha versato discrete somme di denaro alla sua presunta amante.
Ma la realtà è ben diversa, sebbene Lady Windermere si creda orfana, Mrs Erlynne altri non è che la sua vera madre che l’aveva abbandonata da piccola.
E chi scelse Oscar Wilde per interpretare la parte di Mrs Erlynne?
La splendida e avvenente Lily Langtry, la quale all’epoca non aveva neppure quarant’anni e sorrise al pensiero di interpretare il ruolo di madre di una giovane fanciulla.
E così, nel ricordare l’episodio, Wilde inserì nel quarto atto della sua commedia questa battuta:

Besides, my dear Windermere, how on earth could I pose as mother with a grown-up daughter?
Margareth is twenty-one, and I have never admitted that I am more than twenty-nine, or thirthy at the most.
Twenty nine when there are pink shades, thirty when there are not.

Inoltre, mio caro Windermere, come potrei mai passare come la madre di una figlia adulta?
Margareth ha ventun’anni e io non ho mai ammesso di averne più di ventinove, o trenta al massimo.
Ventinove quando ci sono i paralumi rosa, trenta quando non ci sono.

La morale e il moralismo, il peccato e la purezza nella società vittoriana, la bontà e la cattiveria, questi i temi della commedia, nella quale sfilano uno via l’altro una serie di personaggi indimenticabili.
Lady Windermere che, temendo di essere tradita, cade nella tentazione di cedere alle lusinghe di Lord Darlington, un uomo sinceramente innamorato.
Lady Windermere e il suo ventaglio, che lei dimentica a casa di Lord Darlington, questo sarà causa di una serie di equivoci, il marito crede che lei lo tradisca,  sarà Mrs Erlynne ad appianare le cose con un abile stratagemma.
Mrs Erlynne che sino alla fine manterrà il suo segreto senza mai svelare la propria identità.
Cecil Graham e Dumby, imperdibile la loro conversazione nel salotto Lord Windermere.
La trama, se non conoscete la commedia, è tutta da scoprire, ma qui, in queste pagine magistrali di Wilde troverete alcuni dei suoi più famosi aforismi, forse non l’avrete mai letta ma alcune sue parole le conoscerete di certo.
E’ Mrs Erlynne a pronunciare la frase che trovate nella testata di questo blog:

With a proper background women can do anything.
Con lo scenario adatto le donne possono tutto.

E sempre in questa commedia si trova l’altra perla che ho scelto per una delle mie pagine:

Experience is the name everyone gives to their mistakes.
Esperienza è il nome che ognuno di noi dà ai propri errori.

Il tradimento, il peccato e le sue tentazioni, chi di voi non conosce questa frase?

I can resist anything except temptation.
Resisto a tutto tranne che alla tentazione.

L’animo umano e le finezze che solo Wilde sapeva sottolineare:

It is absurd to divide people into good and bad. People are either charming or tedious.
E’ assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone sono affascinanti o tediose.

La società e i suoi moralismi, un mondo che ha certe regole da rispettare, ma a quale prezzo?

There are moments when one has to choose between living one’s own life, fully, entirely, completely or dragging out some false, shallow, degrading existence that the world in its hypocrisy demands.

Ci sono momenti nei quali uno deve scegliere tra vivere la propria vita, pienamente, interamente o trascinare quell’esistenza falsa, vuota, degradante che il mondo nella sua ipocrisia richiede.

E qui si legge una certa amarezza, certo.
Ma i personaggi di Wilde sono stravaganti, arguti e insoliti, lo è per certo Mrs Erlynne che si ripromette di lasciare Londra per il seguente motivo:

London is too full of fogs and serious people, Lord Windermere. Whether the fogs produce the serious people or  whether the serious people produce the fogs, I don’t know, but the whole thing rather gets on my nerves.

Londra è troppo piena di nebbia e di gente seria, Lord Windermere. Non so se sia la nebbia a far la gente seria o se sia la gente seria a produrre la nebbia, ma la tutto l’insieme mi dà sui nervi.

Una rappresentazione di una certa società, una commedia splendida che vi farà sorridere e vi offrirà molti spunti di riflessione.
E parole che mettono i brividi, a volte.
Parole di speranza scritte da Oscar Wilde e pronunciate da Lord Darlington:

We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.
Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle.

L’amore al tempo delle cabine

Quest’estate, nell’ameno paesino della Val Trebbia dove trascorro le vacanze, ho visto qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Una cabina del telefono, il cartello rosso affisso sul vetro preannunciava la rimozione della cabina stessa entro il 30 ottobre 2012.
In questi casi è data facoltà all’utenza di richiedere che il telefono resti attivo, chissà se qualcuno l’avrà fatto.
Temo di no, purtroppo.
Cala un velo su un’era che in realtà è terminata molti anni addietro.

Cabina

Ma voi ve lo ricordate l’amore al tempo delle cabine?
Lo so, i più giovani non sanno neppure di cosa io stia parlando.
No, non credo fosse meglio prima, era solo diverso.
L’amore e l’amicizia al tempo delle cabine erano ritmati dal clangore dei gettoni che scendevano uno ad uno, un suono inconfondibile.
L’amore al tempo delle cabine era un po’ complicato, difficile accorciare le distanze.
Intanto bisognava procurarsi un numero cospicuo di monetine o una splendida scheda telefonica che dava un senso di maggior sicurezza.
E poi c’era da aspettare il proprio turno, nei luoghi di villeggiatura le cabine telefoniche erano regolarmente prese d’assalto.
E c’era sempre la coda, una vasta umanità si affollava lì davanti.
E non c’era neanche tutta questa riservatezza, se ci riflettete, da fuori si sentiva quasi tutto.
Ci penso adesso, allora non ci facevo affatto caso.
L’amore al tempo delle cabine era un vetro grigio che ti proteggeva a mala pena dal mondo esterno e là fuori magari c’era la casalinga impaziente o l’anziano signore che vi guardavano torvi facendovi intendere che dovevate spicciarvi.
L’amore al tempo delle cabine era certe parole che non diciamo più.
A che ora ti chiamo domani?
Fai in fretta che sto finendo i gettoni!
L’amore al tempo delle cabine era ostacolato da una lucetta rossa: quando si accendeva voleva dire che non si poteva telefonare, accidenti!
L’amore al tempo delle cabine era darsi la buonanotte alle sette di sera, non si poteva far diversamente.
Era un altro tempo, il tempo delle cartoline.
Si tornava dalle vacanze e si trovava la buca delle lettere traboccante di cartoncini rettangolari con panorami marini e montagne innevate.
E poi c’erano alcune amiche che andavano sempre nello stesso posto e tutti gli anni mandavano la stessa cartolina.
Era il tempo della carta da lettere, una missiva ci metteva qualche giorno ad arrivare.
Era l’epoca dell’aspettativa e dell’attesa, della busta che si strappa, dei francobolli ritagliati e destinati ad arricchire certe collezioni.
Il tempo delle penne profumate e delle calligrafie tondeggianti.
Che voi sappiate c’è ancora qualcuno che scrive lettere? Credo di no, si usano altri mezzi di comunicazione rapidi ed immediati.
Era tutto più lento allora.
Era un altro tempo, un tempo che esiste ormai solo nei ricordi.
A volte viene quasi da chiedersi come abbia fatto a passare così in fretta.

I dolci intermezzi della Marescotti

Stasera vi offro un dolce intermezzo in un luogo che i miei lettori affezionati ormai conoscono, la Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo, uno di quei posti dove si sta semplicemente bene e quindi vi si torna sempre, per un tazza di tè servita con un’alzatina ricolma di pasticceria secca o per un aperitivo con le amiche.
E allora eccoci ancora qui, in Via di Fossatello.

Cavo

Una dolce digressione in questa giornata d’inverno.
A tutti noi piacciono le torte, quelle di pasticceria creano subito un’atmosfera di festa.
Il cabaret, la carta colorata, il nastro e la striscia di cartone che protegge un dolce preparato ad arte.
E sì, se si è in tanti si compra una torta intera!
Ma come soddisfare un piccolo peccato di gola?
Con un dolce intermezzo: le tortine della Marescotti.
Eccole, di tante qualità diverse, c’è torta Zena e la torta al caffé.

Dolci

Non sono neppure tanto piccine, sazieranno la vostra voglia di dolce, ve lo assicuro!
E ci sono anche altre delizie, tra queste vorrei mostrarvi una piccola selezione di dolcetti che hanno allietato i miei dopocena.
Una meringatina bianca e rosa, impreziosita dai frutti di bosco.

Meringatina

E ancora meringa, questa volta accompagnata da uno dei miei gusti preferiti, il pistacchio.
Ma che meraviglia!

Meringata al pistacchio

La pasticceria è un’arte, oltre a scegliere ingredienti di ottima qualità occorre saper presentare i dolci con cura ed attenzione e queste tortine, oltre che buone, sono bellissime.
Quando passate dalle parti di Fossatello, se ancora non la conoscete fate un passo alla Marescotti, troverete diverse delizie per il vostro palato.
Un cuore morbido di cacao, la codetta e i riccioli di cioccolato.
Sono i dolci intemezzi della Marescotti.

Dolce al cioccolato

Piazza Sant’Elena e i colori dei caruggi

Una piazza nei caruggi.
Direte voi, il solito fazzoletto nascosto tra vicoli oscuri, così sono spesso i luoghi che piacciono a me.
Una piazza di caruggi che ha la magia bella dei luoghi antichi.
Piazza Sant’Elena, qui c’era un tempo il famoso mercatino di Shangai, nato nel secondo dopoguerra.
Bancarelle di souvenir e di abiti che venivano dagli Stati Uniti.
Le nuove generazioni non l’hanno mai veduto ma tutti gli altri genovesi si ricordano bene di quel mercatino sempre affollato di gente.
Passeggiò in quel mercatino l’attore Jean Gabin, in quel celebre film dal titolo “Le Mura di Malapaga”, se non lo avete mai visto ve lo consiglio, potrete rivedere molti parti di Genova che non esistono più.
Abbiamo ancora Piazza Sant’Elena ed è’ una cartolina a restituirci la memoria di quel luogo così come era un tempo.

Piazza Sant'Elena

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Amedeo Pescio scrive che questo luogo deriverebbe il suo nome da un antico oratorio, dedicato a Sant’Elena, che qui si trovava.
Una piazza ampia e spaziosa che vive una seconda vita da quando le sue case sono state restaurate.
Laddove si apportano interventi di recupero sugli edifici del centro storico la città risplende di quei colori che dovrebbe avere in ogni caruggio.

Piazza Sant'Elena (2)

Qui, dove è facile giocare con l’immaginazione e vedere ciò che un tempo è stato.
La Genova dei caruggi più antichi, del popolo che a Messa andava in San Sisto, la chiesa della quale qui trovate la storia.
E le donne che sciamavano per i caruggi con i bambini al seguito, erano le popolane che abitavano nel cuore della città vecchia e andavano a lavare i panni ai lavatoi in Via Carlo Alberto, come un tempo si chiamava Via Gramsci.
Le fatiche di altri anni.

Lavandaie in Via Carlo Alberto

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Altri anni, tempi distanti.
Le medesime case e il medesimo cielo.

Piazza Sant'Elena (4)

I terrazzini sui tetti, le finestre lassù dalle quali probabilmente si colgono prospettive inaspettate.
E’ così Genova, cambi il punto di vista e la città ti svela qualcosa che prima non avevi veduto.

Piazza Sant'Elena (5)

Qualcosa che è sempre stato lì, siamo noi a essere distratti, mentre dovremmo avere ogni giorno la meraviglia negli occhi.
Queste strade sono di tutti noi, dovremmo viverle, amarle e trattarle con rispetto.
Con la meraviglia negli occhi.
Colori confetto, queste sono le case del tratto di Via Prè che affaccia su Piazza Sant’Elena.

Via Prè

Le case che non sono tutte uguali e creano questo gioco di altezze.
Noi siamo abituati a tutto questo, eppure è un dono averlo preservato, è un privilegio che sia ancora tutto nostro.

Piazza Sant'Elena (6)

Muri sui quali si vedono ancora antichi archetti.
Tutto ciò ci circonda ogni giorno e forse per questa ragione non sappiamo vederlo?

Piazza Sant'Elena (3)

Questo sono i vicoli, uno questo scrigno prezioso di culture e di mondi, la testimonianza del nostro passato e della nostra storia.
E sì, può accadere solo qui di imbattersi in certe stranezze.
Nei caruggi assetati di sole c’è anche chi coltiva piccoli giardini metropolitani, bastano due spazi vuoti, in un muro antico, due piante grasse attaccate alla vita.
Accade in Piazza Sant’Elena.

Piazza Sant'Elena (7)

La Piazza si apre su Via Gramsci e forse il vostro sguardo non potrà evitare di incontrare la Sopraelevata che scorre davanti alla palazzata di Caricamento.
Ma il mio sguardo non la vede, vede soltanto il cielo davanti a Piazza Sant’Elena.

Piazza Sant'Elena (8)

Boccoli, trecce e chignons, le acconciature del nostro passato

Gli abiti, le mode e gli stili valorizzano la figura, è così da sempre.
E ugualmente si può dire dei tagli di capelli e delle acconciature, così diverse ai nostri tempi rispetto al passato.
Come si pettinavano le donne che vissero nei secoli passati?
Un altro secolo, altre maniere di acconciarsi e di abbigliarsi.
Ci sono luoghi che vi portano in altri tempi, si cammina accanto a signori che indossano scure marsine e cappelli dalla tesa rigida, le dame portano gonne ampie e scialli orlati di pizzo, corsetti che stringono e mantelli fatti di tessuti scivolosi.
Camminare in un altro secolo, tra le statue del Cimitero Monumentale di Staglieno, osservando le pettinature femminili nelle diverse età della vita.
Una bimba, ha davvero pochi anni.
Indossa un abito chiuso sulla schiena da piccoli bottoncini, i riccioli le cadono composti sulla nuca.

Staglieno

Un’altra piccina, appena più grande, ha invece boccoli gonfi e ordinati.

Staglieno (2)

Le età della vita, capelli lunghi e mossi, quasi selvaggi e liberi, questa è un’immagine che rimanda alla prima giovinezza ma ha, al contempo, una certa modernità.

Staglieno (3)

Una coroncina, certi fiori in boccio a cingere la fronte.
E subito è sogno, una dimensione lontana e angelica.

Staglieno (4)

Una giovane donna dalla vita sottile, i ricci le incorniciano il viso e le lunghezze sono ben pettinate e raccolte in una coda ordinata.

Staglieno (5)

Il fiore degli anni, l’età nella quale la bellezza femminile è al culmine del suo fulgore.
Armoniosa e speculare questa pettinatura, a mio giudizio piuttosto attuale.

Staglieno (6)

Ancora boccoli, questa volta ampi e lunghissimi.

Staglieno (7)

E capelli raccolti ciocca a ciocca in un romantico chignon.

Staglieno (8)

Capelli che paiono sciolti, semplicemente attorcigliati sulla schiena nuda.

Staglieno (9)

Le età della vita e il tramonto della giovinezza.
E le tante maniere di raccogliersi le chiome, così si pettinavano le nostre nonne.
Ed ecco una lunga treccia girata su se stessa e fermata al centro del capo.

Staglieno (10)

Capelli folti e lunghi, una coda fermata da un nastrino e ancora una treccia, ma questa volta larga e morbida, fissata in più punti alla testa.

Staglieno (11)

Un’imponente e fiera matrona genovese porta i capelli raccolti in un modo insolito.

Staglieno (12)

Certe sono acconciature davvero ricercate.

Staglieno (14)

Talvolta alcune ciocche si posano vezzose sulle spalle.

Staglieno (15)

Pettinature morbide e capelli che si direbbero di seta.

Staglieno (17)

Il cammino della vita, ogni età è qui rappresentata, ogni età ha la propria maniera di acconciarsi e di esaltare la grazia e la femminilità.
Una ragazza, nella sua età acerba.
E’ snella, delicata e sottile.
Due trecce lunghissime chiuse da due grandi fiocchi, così è quando alla giovinezza si accompagna la bellezza.
Una ragazza, nella sua età acerba, in un altro tempo.

Staglieno (16)

Il cassetto del tipografo

Dedicato al mio amico Chagall che ama le fiabe e  il mondo della fantasia

C’era una volta il cassetto di un tipografo.
Era pesante, di legno scuro e massiccio, nei suoi scomparti quadrati stavano spaparanzate certe vocali panciute, mentre gli spazi lunghi e stretti ospitavano consonanti magre e segaligne.
La Q stava per conto suo, era un tipo timido e taciturno, nel cassetto si favoleggiava che avesse stretto una profonda amicizia con la U, quelle due erano sempre insieme!
La Zeta, essendo l’ultima dell’alfabeto, si sentiva quasi emarginata e non parliamo della Enne che, avendo una gambetta in meno rispetto alla Emme, soffriva di devastanti complessi d’inferiorità.
Quel cassetto ospitava un mondo assai variegato: c’era la K che era una vera scansafatiche e la J che si dava grandi arie da stella di fama internazionale, mentre la Esse stava sempre a sibilare, sussurrare e sussultare, era rumorosissima!
E malgrado ciò, quando c’era da far silenzio, era lei stessa che dal suo scomparto zittiva tutti:
– Ssssh!
La A era la prima della classe,  era aperta e di buon carattere.
La C e la H erano pettegole e ciarliere, passavano ore e ore a chiacchierare di chicchessia, a chiedere di chiunque e a chiosare.
La Erre era vanitosa e romantica, quando parlava francese nessuno sapeva resisterle, era molto invidiata dalla D, una consonante dal cuore tenero che ci pativa moltissimo di essere una dentale.
La V e la W erano cugine, in realtà non è che si incontrassero spesso ma quando capitava si salutavano con entusiasmo, avreste dovuto sentire!
Una diceva evviva, evviva e l’altra rispondeva wow!
La O era golosa e godereccia, era solita cenare fuori con la B.
Queste due, a causa delle loro scorpacciate pantagrueliche, erano piuttosto rotondette.
Talvolta capitava che si imbattessero in colei che era rinomata per la sua frugale morigeratezza, la I, la quale non mancava mai di rimbrottarle:
– Ma voi due quando la finite di rimpinzarvi?
E quelle, oziose e mai satolle, rispondevano all’unisono:
– Boh!
Un mondo in un cassetto.
Certe lettere amavano girare in coppia, ad esempio le Effe, signorine affascinanti, affabili e affettuose.
A volte un po’ affettate, è vero, ma sempre effervescenti, non si affliggevano certo per affari di poco conto.
Le T erano attente, ottimiste e attraenti.
Attaccate una all’altra come poche, due destini uniti da uno stesso trattino.
Le Elle erano di carnagione pallida, ma questo certo non diminuiva la loro bellezza e allegria, erano lodevoli pulzelle e quando si separavano restavano comunque liete e gentili.
C’erano poi certe lettere misteriose che tutti osservavano con una certa riverenza: la X e la Y erano un vero enigma.
La P era spesso vittima dei lazzi altrui, certe parole la ferivano a morte:
– Ma che pancia hai! Così in alto, poi!
Anche la G soffriva perchè tutti la prendevano in giro, si sentiva sempre ripetere:
– Hai un suono così gutturale!
Ma poi arrivava  la E e tutto si sistemava.
La E era un’eccezione, si può dire così?
Era colei che sapeva unire tutte le altre lettere, nessuno ha mai capito come facesse, le bastava esserci e come d’incanto andavano tutte d’accordo.
Al centro del cassetto c’era una serie di scomparti rettangolari, lì abitavano i segni d’interpunzione e i segni grafici.
Di tutti loro il solo che avesse certezze era il punto.
Preciso, puntuale e definitivo.
Punto e a capo, appunto.
Fianco a fianco dormivano il punto di domanda e il punto esclamativo, una convivenza difficile.
Il primo amletico, dubbioso e curioso, il secondo sempre entusiasta e sorpreso.
Le parentesi e le virgolette se ne stavano tra di loro senza dar troppa confidenza agli altri.
Il punto e virgola aveva vissuto nei secoli passati periodi gloriosi; da qualche tempo si sentiva trascurato e messo da parte, nessuno lo cercava più.
Mai che fosse il suo turno, possibile?
I due punti erano assertivi e decisi, mai un’esitazione.
Lo stesso si può dire per il trattino che era uno con le idee chiare.
Dalle parti della virgola e dell’apostrofo, però, erano guai e continue discussioni.
A notte fonda li si sentiva cianciare tra di loro, l’apostrofo era estremamente indispettito, si trovava spesso fuori posto e non certo per colpa sua.
Per di più si azzuffava di continuo con l’accento che si intrometteva a sproposito.
E la virgola a sua volta ribatteva che lei aveva una funzione precisa che taluni parevano ignorare.
I puntini di sospensione, per parte loro, andavano ripetendo tutto il giorno:
– Noi ci muoviamo a gruppi di tre! Noi ci muoviamo a gruppi di tre!
Che vita faticosa!
Un mondo in un cassetto.
Un cassetto che nei tempi antichi aveva vissuto un passato glorioso: la casa delle vocali e delle consonanti, il condominio dell’alfabeto.
Passò molto tempo, il tipografo chiuse la sua bottega.
Le lettere se ne andarono in giro per il mondo in cerca di nuove parole.
E il cassetto?
Fu coperto da una mano di pittura verde brillante ed ebbe una nuova vita.
Ancora oggi, quando ricorda il bel tempo andato, sospira.
E gli pare di sentire la Esse che sibila:
– Ssssh!

Cassetto del tipografo

Fontanigorda e la neve, una fiaba d’inverno

Il paesino delle mie vacanze.
Il paese delle biciclette, della corda da saltare, dei cento nascondigli per giocare a guardie e ladri.
Il paese dei prati e dei boschi, per alcuni il paese delle partite a bocce e dei tornei di calcetto, delle sfide a carte al tavolino del bar e delle chiacchiere in piazza della Chiesa.
E qui ci sono i miei ricordi d’estate, qui le immagini delle fontane di Fontanigorda sotto il sole caldo d’agosto, è così che sono abituata a vederla.
Ma oggi vi racconto una fiaba, una fiaba che ha la luce abbacinante della neve caduta sui tetti e sui rami, una fiaba d’inverno.
In Val Trebbia, a Fontanigorda.

Fontanigorda

E questa è una fiaba di foglie racchiuse nel gelo, di ghiaccioli che pendono dagli alberi carichi di neve.

Fontanigorda (3)

Una fiaba che racconta di un ponte quieto e silenzioso, sul quale c’è traccia di passi.

Fontanigorda (5)

In una fiaba d’inverno i rami si curvano sotto il peso gentile della bianca visitatrice e creano un riparo, un passaggio.
Oh, forse qui potremmo incontrare la principessa dei ghiacci con il suo cavaliere?

Fontanigorda (18)

In certi giorni, nel paese delle fiabe, le nubi minacciose sovrastano le montagne.

Fontanigorda (10)

Ma giunge poi la luce del sole che tutto rischiara e illumina i tetti, le scale e le strade.

Fontanigorda (12)

E scalda la ruota del mulino, così è nelle fiabe d’inverno.

Fontanigorda (22)

Il tempo e le stagioni mutano i luoghi, in estate ronzano le api e le farfalle si posano sui petali dei fiori, è un’esplosione di colori vivaci ed allegri, la vita sboccia in sfumature sgargianti.
Ma in gennaio una candida coltre ricopre ogni luogo e quasi si fatica a riconoscere posti tanto familiari.
Una strada che sempre percorro sotto il sole, in estate ci si siede là sotto per ripararsi dal caldo.
Tutto è silenzio e pace, in questa fiaba d’inverno.

Fontanigorda (30)

E il ghiaccio disegna arabeschi sui rami, è la magia del freddo e del gelo.

Fontanigorda (17)

Sono sommerse di neve certe panchine dove a volte mi fermo a leggere un libro.

Fontanigorda (27)

E sono spogli e nudi gli alberi al Bosco delle Fate.

Fontanigorda (23)

La neve ricopre lo scivolo, le altalene e gli steccati.

Fontanigorda (16)

E certo non è questo il tempo per due calci al pallone!

Fontanigorda (25)

Ma quassù  c’è qualcuno che davvero se la spassa, sapete?

Fontanigorda (29)

E tutto attorno cala l’incanto del candore e di questa luce chiara.

Fontanigorda (28)

Una fiaba d’inverno racconta di montagne dalle quali si domina la vallata e di cieli pennellati di oro.

Fontanigorda (19)

Una fiaba d’inverno racconta del ricamo del ghiaccio che gelido adorna certi rami.

Fontanigorda (2)

Racconta di un’orizzonte niveo dove il cielo sfuma tra il celeste e il rosa.

Fontanigorda (32)

Di tavoli e panche vestiti di bianco.

Fontanigorda (24)

Di fontane dalle quali in estate ci si ferma a bere per ristorarsi.

Fontanigorda (26)

Di una campana il cui rintocco potrebbe seguire il ritmo del creato.

Fontanigorda (21)

Di steccati, di alberi e di nuvole e dell’infinita bellezza della natura.

Fontanigorda (6)

Una fiaba d’inverno racconta la gioia e la felicità della condivisione e del gioco, cosa c’è di più bello di avere un amico con il quale trascorrere il proprio tempo?

Fontanigorda (33)

E racconta il silenzio e la pace.

Fontanigorda (14)

Goccia a goccia, un disegno di ghiaccio sui rami.

Fontanigorda (20)

Goccia a goccia, non cade, si ferma e si trasforma in cristalli.

Fontanigorda (8)

Goccia a goccia, ora dopo ora e giunge la notte e aggiunge altra magia ai giochi dell’acqua.

Fontanigorda (9)

Una fiaba d’inverno narra di luoghi che si coprono del lucente incantesimo del freddo e dell’attaccamento per la propria terra.
Narra dello sguardo innamorato verso la propria casa e il proprio mondo, uno sguardo che riesce a fissare nelle fotografie l’affetto per questi boschi e per Fontanigorda.
Le splendide immagini che avete veduto non sono mie, io non ho mai visto il mio paesino avvolto in questa meraviglia invernale, un giorno spero di riuscirci!
Le fotografie appartengono ad un fontanigordese DOC, Alessandro Garbarini, il proprietario del bellissimo cane che avete visto scorrazzare felice nella neve e  dell’albergo Augustus, del quale qui trovate il sito.
Grazie Alessandro, il tuo sguardo attento e le tue immagini raccontano l’incanto di questa fiaba d’inverno.

Fontanigorda (11)

Sulle Torri di Porta Soprana, munita di una mirabile cinta di mura

Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura, così si legge su un’iscrizione che si trova su Porta Soprana.
Vi ho già narrato le vicende della sua costruzione, che risale al 1155, se desiderate leggere la gloriosa storia di Porta Soprana, delle tante lapidi che si trovano sulle sue mura e del mondo che gravitava all’ombra delle sue torri, vi invito a leggere questo articolo.
Ma oggi vi porto lassù, sopra le torri.
E sarà come viaggiare nel tempo, in un passato lontano e per noi misterioso.
Tenebre scure e sinistre avvolgono le mura e le torri.

Porta Soprana

L’arco della porta, dove un tempo erano appese le catene del porto di Pisa, portate in trionfo a Genova dopo averle strappate ai nemici nel 1290.

Porta Soprana (2)

Porta Soprana, la testimone silenziosa della storia di Genova.
Suggestiva di notte e splendente sotto la luce del giorno.

Porta Soprana (3)

Porta Superana, gemella di Porta dei Vacca, come già vi dissi, ospitò un tempo il boia di Genova, un certo Louis Victor Samson, parente stretto di colui che decollò il Re di Francia e la sua illustre consorte al tempo della Rivoluzione Francese.
E allora entriamo a Porta Soprana e salutiamo con una certa reverenza chi ci accoglie all’ingresso.

Porta Soprana (4)

E con altrettanta cautela saliamo le scale, verso le due torri.
Sono gradini altissimi questi, come sempre capita in edifici tanto antichi.

Porta Soprana (5)

E superata la prima rampa il vostro sguardo andrà in cerca della città.
Si cammina per i caruggi protetti dalla loro altezza, ma qui li si osserva da una prospettiva differente.
E lo sguardo trova Via Ravecca.

Via Ravecca

E salita del Prione, che scende gentile e sinuosa verso Piazza delle Erbe.

Salita del Prione

Potrete percorrere un breve tratto del camminamento di ronda delle mura del Barbarossa.
E poi camminerete qui, tra le torri, sospesi sulla città.

Porta Soprana (6)

La traccia del tempo è di solida pietra che resiste all’usura, allo scorrere delle ore e alle intemperie.
La traccia del tempo è sotto questi archi.
Porta Soprana, la testimone silenziosa della storia di Genova.

Porta Soprana (7)

E poi, d’un tratto, vertigine.
E come ho già avuto modo di ricordare, la prima volta che salii quassù mi impegnai nell’ascesa come se si trattasse di una normale scala.

Porta Soprana (8)

Ma questa è la scala della Torre!
Affrontatela con una certa calma, è un consiglio da amica, questi gradini sono stati fatti per gente di ben altra fibra, ve lo dico io!

Porta Soprana (9)

Vertigine e vortice, grandezza e imponenza.
Dentro la torre, la testimone del nostro passato.

Porta Soprana (10)

La città che si scorge appena in uno scatto che potrebbe rappresentare parte dell’essenza di Genova.
Così si intravede la luce in certi nostri caruggi.

Porta Soprana (11)

E ancora si sale.
E così si mostra ai vostri occhi la Superba.
E questa è un’immagine che racconta una storia.
Una storia di monti innevati  e del campanile di una cattedrale che svetta fiero.
Una storia di case strette, addossate una all’altra, se le osservate dalla strada non vi parrà che siano così alte, eppure le vedrete così, mentre salite verso la Torre.
I luoghi hanno un’anima e l’anima di Genova ama giocare con l’infinito.

Genova

Vertigine, gradini.

Porta Soprana (12)

E una porta che si apre sul blu.

Porta Soprana (13)

E siete in cima alla Torre.

Porta Soprana (14)

Tra i merli, in un spazio che non è poi così ampio.

Porta Soprana (15)

E anche le Torri giocano con il cielo, certo.

Porta Soprana (16)

Una sfida continua.

Porta Soprana (18)

E non sono certa che a vincere sia l’infinito!

Porta Soprana (19)

E la Torre accanto a quella in cui mi trovavo si distingueva eccome dagli edifici moderni che le fanno da sfondo!

Porta Soprana (17)

La Superba vi circonda, attorno a voi le tante anime di Genova.
La città dei nostri tempi, Piazza Dante e la sua modernità.

Piazza Dante

La città delle alture, della circonvallazione e dei corsi.

Genova (2)

La città dei tetti così vicini uno all’altro.

Genova (3)

Le strade sotto di voi, ancora Salita del Prione e Via di Porta Soprana.

Genova (4)

Altezza e vertigine, un piccolo berceau, il mare e il porto.

Genova (5)
E questa è Genova.
E poi si scende, scale e vortice.
Vertigine.

Porta Soprana (20)

E le si guarda ancora le Torri di Porta Soprana, da lassù è ben evidente la loro struttura.

Porta Soprana (21)

Le Torri di Porta Soprana sono visitabili grazie all’Associazione Culturale Genovese Porta Soprana , volontari che permettono ai cittadini e ai turisti di accedere ad alcuni monumenti cittadini.
Nel caso specifico, unitamente alle Torri è possibile visitare con un unico biglietto la Casa di Colombo che si trova a breve distanza.
Gloriose e magnifiche svettano le Torri contro il cielo di Genova.

Porta Soprana (22)

E così termina questa passeggiata su per le scale della testimone silenziosa del nostro passato.
Vi lascio con le memorie di un viaggiatore, uno dei massimi poeti italiani, Gabriele D’Annunzio.
Venuto a Genova per inaugurare il monumento dei Mille, volle vedere Genova di notte e lo spettacolo dei suoi palazzi con l’oscurità.
Vide anche Porta Soprana, colei che un tempo fu  ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura, e così scrisse:

Non dimenticherò mai Porta Soprana immersa nel chiaro di luna.
Le vecchie pietre sembravano fosforescenti.
Il cielo che si vedeva al di là dell’arco era come uno specchio rivolto verso il mare, che quella sera doveva essere d’argento.

Porta Soprana (23)

Il lago del Brugneto, riflessi sull’acqua

Dal mare ai monti, tante sono le ricchezze di Liguria, risorse da proteggere e da scoprire.
E oggi vi porto con me, nell’entroterra di Genova, ancora tra le montagne.
Nel territorio del Parco Naturale Regionale dell’Antola,  tra le  meraviglie della natura.
Qui, tra i boschi, si trova il Lago del Brugneto, un bacino artificiale che è la primaria riserva idrica della Superba.
E’ anche un luogo di incantevole bellezza.
E capita, anche in inverno, di trovarsi qui in certe giornate terse.
Davanti all’acqua calma del lago.

Lago del Brugneto

Qui, a poca distanza da Fascia e Rondanina, piccoli paesi che in estate si popolano di villeggianti.
E questo è il lago dei pescatori.
Canna da pesca, lenza ed esca, stivali di gomma e cestino, si va a pesca di trote!
Mio papà era un pescatore e questo lago, insieme al fiume Trebbia, era uno dei suoi luoghi prediletti.
Vi porto quassù, in inverno.

Lago del Brugneto (3)

Qui, dove ora si trova il lago, erano un tempo due piccoli borghi di poche case, Frinti e Mulini di Brugneto.
E sapete cosa si diceva, anni e anni addietro?
Nei periodi di siccità dalle acque basse del lago si può vedere il campanile di Frinti e udire il suono della campana che si diffonde per la valle.
In realtà, si tratterebbe solo di una suggestiva e romantica leggenda, in tempi recenti i sommozzatori si sono immersi nel Brugneto senza trovare nulla.
Vero e reale è invece il fascino del lago, con i suoi giochi di luce.

Lago del Brugneto (6)

Nella campagna ligure, dove si mette da parte il fieno.

Lago del Brugneto (7)

Tra gli alberi vivono le creature del bosco, le donnole e le volpi, i daini e i tassi.
E ogni stagione ha un suo colore, queste sono le tinte brune dei mesi freddi.

Lago del Brugneto (4)

Come forth into the lights of things,
Let nature be your teacher

Entra nella luce delle cose,
Lascia che la Natura sia tua maestra

Sono versi del poeta William Wordsworth, scelgo le sue parole per accompagnare questo spettacolo.
La meraviglia che suscita la vista del lago, con la sua superficie calma e piatta, sulla quale si specchiano le cime dei monti.
La luce delle cose.

Lago del Brugneto (8)

Una simmetria perfetta, un quadro dai toni intensi del blu e dai magici riflessi di luce.

Lago del Brugneto (9)

La luce delle cose e l’addio del giorno.
Scorrono le ore e lentamente cala il velo della sera sui rami e sugli alberi, sulle acque del lago che si addormentano tra le montagne silenziose.

Lago del Brugneto (10)

Théroigne de Méricourt, la belle liègeoise

Il suo vero nome è Anne-Josèphe Terwagne.
Théroigne de Méricourt, la belle liègeoise, la bella di Liegi, così era conosciuta a causa della sua prorompente venustà.
Figlia di un fattore, Théroigne fugge, fugge via dalla sua casa, alla volta dell’Inghilterra dove diverrà cantante.
Théroigne dai molti amanti, da cortigiana a donna che si erge sulle barricate, la ragazza di Liegi sente il prepotente richiamo della rivoluzione.
Parigi e le sedute dell’Assemblea Nazionale, Théroigne è sempre presente.
E sono giorni di fuoco e di sangue, viene il 1789 e la presa della Bastiglia.
E poi il 5 ottobre dello stesso anno, leggendario il ricordo di Théroigne de Méricourt in quel giorno a Versailles.
Ha 27 anni, è bella e fiera la ragazza di Liegi, cavalca un destriero scuro come la pece, indossa una giacca rossa e un copricapo di piume, ha due pistole e una sciabola, è l’immagine della Francia rivoluzionaria.
Insieme a Théroigne le donne del popolo di Parigi, è un evento epocale, marciano compatte verso Versailles per rivendicare i loro diritti, la loro voce reclama pane e giustizia, obbligheranno il Re e la sua famiglia a lasciare la reggia e a tornare nella capitale.
La sua parola aveva l’eloquenza del tumulto, così scrive di lei Alphonse de Lamartine.
La sua arma è la bellezza, la sua arte migliore è la retorica, con le parole sa trascinare chi la ascolta, a Parigi Théroigne apre salotto dove si ritrovano illustri personaggi quali Danton e Mirabeau.
Racconta Camille Desmoulins di un discorso che Théroigne tenne al Club dei Cordiglieri, la ragazza di Liegi, colei che non conosceva timori, sale sulla tribuna tra Danton e Marat e chiede che il Palazzo dell’Assemblea Nazionale sia costruito là dove sorgeva la Bastiglia, un luogo dal forte significato simbolico.
Altre vicende la attendono, torna a Liegi nel 1790, ma finisce nelle mani della polizia austriaca e in carcere in Tirolo con l’accusa di aver attentato alla vita della Regina Maria Antonietta.
Mancano le prove e dopo un anno la giovane viene scarcerata e così torna a Parigi, è il richiamo potente della Rivoluzione a trascinarla ancora in quella città.
Schierata dalla parte dei Girondini, Théroigne è tenace, passionale e caparbia, tenta persino di costituire un esercito di donne.
Il suo fervore le fa guadagnare soprannomi memorabili, la chiamano l’Amazone rouge e la furie de la Gironde.
La bella di Liegi ha un acerrimo rivale, è il giornalista François-Louis Suleau, un nemico degli ideali della Rivoluzione e autore di alcune articoli dai toni denigratori verso Théroigne.
E viene uno dei momenti più drammatici di quel tempo, nella notte tra il 9 e il 10 agosto 1792 una folla di popolo spinta dalla rabbia e dall’odio si muove come un’onda verso le Tuileries.
E quando vi giunge, al mattino, quell’orda armata di picche e bastoni si riversa in quelle sale, è una folla impazzita.
I nobili e i sostenitori del re vengono tratti in arresto, tra loro c’è anche Suleau.
Sarà un massacro, uno scempio di gole tagliate e lo storico Jules Michelet narra della ragazza di Liegi che inferocita e furente sferra un colpo mortale di sciabola sul suo nemico.
Una vita improntata sulla rivoluzione ma che negli ultimi anni diviene più moderata, un epilogo tragico quanto drammatico.
Théroigne non è nelle grazie di Robespierre, lui è un avversario temibile e lei lo sa bene, assapora l’amarezza quando un giorno, mentre sta ascoltando un discorso di lui, tenta di prendere la parola ma viene buttata fuori dalla sala.
E giunge la primavera del 1793.
Théroigne è sulla Terrazza dei Foglianti, parla, arringa la folla, la retorica è ancora il suo dono.
D’un tratto un gruppo di donne giacobine le si avventa contro.
La spogliano, la frustano, la colpiscono con una tale violenza da procurarle lesioni alla testa, derisa e umiliata la bella di Liegi crolla a terra priva di sensi, si dice che a soccorrerla fu lo stesso Marat.
Verrà condotta in un ospedale per poveri, il suo destino è ormai segnato.
L’amazzone di splendente bellezza a poco a poco scolora, lascia il posto a una donna che ha perso il senno e la padronanza di sé.
Trascorrerà 23 anni della sua vita nella pazzia, rinchiusa nei più cupi ospedali, per terminare i suoi giorni a La Salpêtrière, la bella di Liegi è ormai una creatura triste e cupa.
Lo storico Simon Schama delinea un ritratto tanto potente quanto vivido dei suoi ultimi anni.
Eccola Théroigne, siede a terra nella sua cella, ha il capo rasato ed è senza abiti addosso, è lei a rifiutarli malgrado il freddo pungente.
Inveisce ancora contro i nemici della rivoluzione, di tanto in tanto getta l’acqua gelata sul suo pagliericcio e quando esce in cortile beve dalle pozzanghere putride.
Inconsapevole ormai, perduta e priva della scintilla del pensiero.
Morì così, nel 1817, colei che si era distinta per il suo furore e per lo splendore della sua bellezza, la sua stella fulgida si spense ora dopo ora nella più buia delle notti.