Le Cinque Terre, la voce dell’anima di Riomaggiore

Quando il mare è magia.
Quando il mare è stupore.
Riomaggiore è la prima località delle Cinque Terre che raggiungerete provenendo da La Spezia.
Questo è il tratto di costa più spettacolare della Liguria, dichiarato dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Cerco le parole, a mio modo.
E no, non sono certa che bastino per raccontare la pura bellezza di questo piccolo borgo.
Lo si intravede laggiù, incastonato in un’insenatura lambita dall’acqua calma e turchese.


Liguria impervia e ripida.
Abbarbicata alla roccia, circondata da colline, in questa che è terra di vigne.
Liguria scoscesa, erta, a volte difficile.
Liguria dalla bellezza semplice e misteriosa.
Le case alte di Riomaggiore, un tempo queste terre erano minacciate dagli assalti dei Saraceni.
Liguria che ha i colori della terra e del sole.

Riomaggiore (2a)

Si scende, lentamente.
Verso quel nugolo di case.
Meta turistica prediletta dagli stranieri, le Cinque Terre sono gremite di visitatori anche in una domenica d’ottobre.
Calzoncini corti, scarpe sportive e zainetto.
E facce accaldate, occhi che cercano, scovano e scoprono gli angoli incantati di questa mia regione.

Riomaggiore (3)

Un scorcio, una veduta tipica di certi borghi marinari.

Riomaggiore (4)
Il luoghi hanno un’anima, sempre.
A volte è silente, muta, timida.
A volte invece inizia a sussurrare, poi la sua voce si fa sempre più vibrante e potente.
Parla.
Parla, racconta una storia di salino e di pietra, di caruggi e porte dipinte di verde.

Riomaggiore (5)

E poi si addentra in quei vicoli stretti.
Liguria vera che parla il suo linguaggio, facile da comprendere.
E’ come il fragore di un’onda che si abbatte sulla roccia.
E’ il linguaggio dei luoghi di mare e della loro anima.

Riomaggiore (6)

La luce batte sulle case di Riomaggiore, in un pomeriggio d’autunno.

Riomaggiore (7)

Terra di vini deliziosi e pregiati.

Riomaggiore (8)

Di balconi e di persiane che si spalancano sul cielo azzurro.

Riomaggiore (8a)

Di scale e  gradini che si perdono nella luce abbacinante e nella vertigine.

Riomaggiore (9)

Di ringhiere, archetti e gatti guardinghi che si nascondono dietro ai vasi.

Riomaggiore (10)

Di colori e portoni aperti.

Riomaggiore (11)

A Riomaggiore che dolcemente scende verso il mare.
L’abisso trasparente, brillante di cristallo e velato d’argento.
E se in questo mare di Liguria nuotassero le sirene certamente guizzerebbero tra le onde increspate che battono sulle rocce, sotto la celebre Via dell’Amore.

Riomaggiore (12b)

Tra scale, ringhiere e terrazzi carichi di vasi colmi di piante.

Riomaggiore (13)
E il colore vince, trionfa sovrano sulle facciate delle case di Riomaggiore.

Riomaggiore (13a)

Mi affaccio alla ringhiera.
Ripida Liguria, che scende verso l’approdo delle barche.
E all’orizzonte il bagliore del sole sfavilla, mentre lo sguardo precipita in quella vertigine.

Riomaggiore (14)
E scendo anch’io.
Giù per un caruggio dove ancora parlano l’anima e la voce di Riomaggiore.
E’ Liguria vera questa, è la Liguria delle Cinque Terre.

Riomaggiore (15)

E mi perdo a guardare, in un caruggio.
Dietro di me i miei amici e poi dei turisti stranieri.
Su, cammina! Stiamo bloccando tutti!
No, questi non sono posti per chi ha fretta.

Riomaggiore (16)
Ci vuole tutta la calma del mondo per poter ammirare ogni angolo.
E io devo contare gli scalini.
Uno, due, tre.
Infinito.

Riomaggiore (17)
E devo fotografare le piante.

Riomaggiore (18)

E poi scendere, scendere, scendere.
Oltre una scala, oltre un archetto.
Giù per le scale.

Riomaggiore (19)

E poi guardare verso l’alto, un nastro di cielo sopra di me.

Riomaggiore (20)

E si svela lentamente Riomaggiore, tra ombrelloni, gozzi e reti da pesca.

Riomaggiore (21)

Il cuore raccolto e semplice di Riomaggiore.
E certo, ci sono gelaterie e ristoranti, negozietti di artigianato e prodotti tipici.
E bambini e coppie di innamorati e persone che scattano foto per l’album dei ricordi.
Io ascoltavo la voce dell’anima di Riomaggiore e forse la potete sentire anche voi.

Riomaggiore (22)

I gozzi a riva, disposti così a questa maniera.
E basta questo per creare un quadro degno del più grande artista.
E poi la Liguria aggiunge la luce e il cielo terso, l’aria pulita e fresca.

Riomaggiore (23)
E scale, scalini, vicoli stretti.

Riomaggiore (23a)
Ed è una poesia dalla rima baciata, una filastrocca melodiosa di parole comuni, la complessità della bellezza risiede lì, nelle cose piccole.
In un sasso, in una conchiglia, nelle squame lucenti dei pesci.
In quella rete da pesca appesa alla ringhiera.

Riomaggiore 38

Davanti al mare di Riomaggiore.

Riomaggiore (24)

Ognuno ha il proprio viaggio, la propria barca con la quale prendere il largo.
Verso il mare aperto, con le sue onde.

Riomaggiore (26)

Anche se davvero non riuscirei a trovare un solo motivo per andarsene da qui.

Riomaggiore (27)
E’ dolce il clima in questo inizio d’autunno.

Riomaggiore (28)

E perché non ho contato i gozzi? Avrei dovuto farlo, questa è una valida ragione per tornare a Riomaggiore.

Riomaggiore (29)

Terra di mare e di gente di mare.

Riomaggiore (30)

E poi ancora una salita.
E davvero qui senti tutte le lingue del mondo.
In una domenica d’ottobre, l’estate non pare tanto lontana.

Riomaggiore (31)
E trovo una porta gialla come un girasole.

Riomaggiore (31a)
E alzo lo sguardo, un gabbiano sorvola le case di Riomaggiore.

Riomaggiore (31B)
E poi gli occhi cercano il mare.
E trovano vento, azzurro e rocce.
Quelle rocce e quella costa che rendono famosa questa parte di Liguria in tutto il mondo.

Riomaggiore (32)
Questa case di pescatori, così semplici e così ambite.
La Liguria verticale, la Liguria che profuma di sale.

Riomaggiore (33)
E io ne sono certa, se in questo mare di Liguria ci fossero le sirene le vedreste nuotare sinuose in queste acque ed immergersi nel profondo, verso l’abisso.

Riomaggiore (34)

Davanti alle dolci linee delle case di Riomaggiore, un panorama unico al mondo.

Riomaggiore (35)
Gorghi marini si attorcigliano di spuma e implodono tra le rocce e gli scogli.

Riomaggiore (36)
E ci si allontana, si torna indietro.
Ma lo sguardo nostalgico torna ancora laggiù, dove si ode la voce dell’anima di Riomaggiore, verso quel mare che sempre accarezza la costa tortuosa delle Cinque Terre.

Riomaggiore (37)

Anselmo Adorno, l’uomo che venne dal Nord

Tornare a casa.
Tornare nella città dalla quale si proviene.
Tornare a casa dalle terre che si affacciano sul mare del Nord.
Da Bruges, nelle Fiandre, dove Anselmo Adorno era nato nel lontano 1424.
Una famiglia genovese con interessi economici assai proficui, una famiglia che acquistò dei terreni e lì stabilì la sua residenza, facendo fruttare le proprie ricchezze in terra straniera.
Gli Adorno si imparentarono con i nobili del luogo ed acquisirono ruoli di un certo rilievo nella città di Bruges, un luogo dalla magica atmosfera.

Bruges (3)

 Bruges  – Immagine tratta dal profilo Flickr di Visitflanders (c)milo-profi

Altre epoche, epoche di appassionata devozione.
Il padre di Anselmo, Pieter, fu cavaliere del Santo Sepolcro e per ben due volte si recò in Terra Santa.
E nella città che lo aveva accolto, a Bruges, fondò la Jerusalemkerk, un luogo di Culto dedicato al Santo Sepolcro.
Una chiesa che risale al 1427 e ancora esiste, una chiesa voluta da un genovese.
E poi, a volte, giunge il tempo di tornare, là dove sono le tue radici.

Genova

E da lassù, inviato in missione diplomatica da Carlo il Temerario, Anselmo Adorno se ne partì per un viaggio che lo portò in terre lontane, dall’Egitto alla Palestina.
Un viaggio che nel maggio del 1470 lo condusse anche nella sua città d’origine.
Anselmo lasciò ai posteri il resoconto di quel suo lungo itinerario: questa parte del testo che riguarda la sua tappa genovese è riportata, completo di traduzione dal latino, nel libro Genova Medievale vista dai contemporanei di Giovanna Petti Balbi.
Genova, la più illustre per taluni aspetti e la più bella, nelle parole di Anselmo.
Una città per lui paragonabile solo a Damasco, tra i monti e il mare, con i suoi marmi e le sue chiese.
E anche le reliquie che tanto colpiscono l’attenzione del devoto Anselmo, nostra guida di oggi nella Genova del suo tempo.
In Cattedrale si sofferma a venerare le ceneri del Battista.

Cattedrale di San Lorenzo

E ammira con particolare emozione il sacro catino che si credeva essere stato usato da Gesù durante l’ultima cena.
Anselmo, come gli uomini a lui coevi, crede che sia di puro smeraldo, è affascinato dalla mirabile fattura di questo sacro oggetto che l’Embriaco aveva donato alla Superba.
E ciò che  ancora stupisce è che il catino sia stato ricavato da un unico blocco, circostanza che rende questo oggetto particolarmente raro.

Sacro Catino

E ancora, nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni l’Adorno venera il volto di Cristo ritratto sul Santo Mandillo, qui ne trovate l’immagine.
Genova città di mare, Anselmo descrive l’acquedotto e la cinta muraria.
E narra della vastità del porto, capace di accogliere un numero incredibile di navi, dei moli e della fatica grande impiegata per costruirli.
E narra della Lanterna che con la sua luce che rischiarava  la notte buia ai naviganti.
Era diversa la nostra Lanterna all’epoca di Anselmo, da quegli anni ha subito restauri e modifiche, resta e rimane il simbolo di questa città, della sua potenza navale e della sua grandezza.

Lanterna

Per le strade della Superba con l’uomo che venne dal Nord.
L’uomo che vide altre città di questa penisola e che venne anche qui, tra queste strade.
E la città che vide è certamente la stessa che si può ammirare in un celebre dipinto di Cristofaro Grassi che si trova al Galata Museo del Mare, una veduta di Genova del 1481.
Mi sono soffermata spesso davanti a questo quadro, cliccate qui e lo vedrete in tutto il suo splendore.
Questa è Genova, con i velieri e le galee, le innumerevoli torri, la maggior parte di esse è andata perduta.
Se andrete a vedere questo dipinto riconoscerete i palazzi di Caricamento, vedrete l’onda che si frange, poco lontano dalle case, vedrete le chiese e le porte della città, il percorso tortuoso di certi caruggi che ancora percorriamo.
Cercate le torri che ancora resistono e che sono un sicuro punto di riferimento, cercate la Torre degli Embriaci e camminate nella Genova di Anselmo Adorno.
Superba, magnanima e forte, queste le parole di Anselmo per descrivere Genova.
E per i genovesi ha parole generose, li definisce assennati e modesti.
Evidentemente quando è stato qui i miei concittadini se ne sono guardati bene dal mugugnare!
E narra di aver trovato piazze strette eppure così pulite e tenute in ordine.
Eh, proprio così, le nostre piazzette sono piccole, basti guardare Piazza del Sale!

Piazza del Sale

Le famigli nobili e le loro abitazioni, ogni famiglia ha la propria chiesa e la propria loggia.
Questo annota nel suo diario di viaggio il nostro Anselmo.
E magari penserò a lui, quando passerò dalle parti di Via Lomellini.

Vico degli Adorno

 Là dove sulla pietra nera ancora vive l’antica devozione.

Vico degli Adorno (2)

E poi il viaggio di Anselmo continua fuori dalla città gremita di case alte che sfiorano il cielo.
E si va verso le alture, dove ci sono dimore con ricchi giardini e alberi rigogliosi.
E vigne e funghi e frutti della terra che finiranno sulle tavole dei genovesi, così racconta Anselmo.
Anselmo Adorno lasciò Genova via mare, proseguì il suo viaggio verso altre mete lontane e lasciò a noi il racconto dei suoi ricordi.
Giunse da Bruges, lui era l’uomo che venne dal Nord.

Bruges (2)

Bruges  – Immagine tratta dal profilo Flickr di Visitflanders (c)milo-profi

Bambini

I bambini, i figli, nelle parole di chi scrive di loro.
E ti trasmette emozioni vere e profonde, suscitando tenerezza senza confini.
Lei è una mia cara amica alla quale voglio molto bene.
E’ un’artista e una cantante di grande talento, una persona dalla sensibilità esemplare e credo che sappia comprendere la musica in maniera davvero unica.
Una mamma e il suo bimbo, la musica e parole dolci e speciali, questo è Beethoven di Lauracanta.
Lui invece lo conosco soltanto tramite il blog ma presto o tardi spero di incontrarlo.
E insomma, è uno che con le parole ci sa davvero fare.
Caustico, ironico, tagliente, sempre sul pezzo.
E poi a volte ti tira questi colpi bassi e ti colpisce proprio al cuore.
Di cosa profumano i vostri figli di Plus1gmt, commozione vera.
Genitori e bimbi ancora in viaggio, bimbi che arriveranno presto in una cameretta, con un carillon sopra il lettino e un pupazzetto da abbracciare.
E le usanze cambiano, a seconda di dove ci si trova.
Questa è la Gravidanza alla svedese raccontata da Daniele.
Genitori e primi giorni di scuola.
E grembiulini, cartelle e pennarelli.
E anche in questo caso le usanze cambiano, a seconda di dove ci si trova.
A volte i preparativi sono piuttosto impegnativi, soprattutto per le mamme.
Manco Harry Potter – Storie di divisa di un’esilarante Mammainse che da Londra ci narra le sue peripezie con la pre-scuola della sua bimba e di ben 72 etichette da cucire con certosina pazienza.
Non si può parlare di bambini senza pensare a Maddalena e a Edoardo, loro che riescono a far sembrare tutto possibile.
Quattro figli e un approccio creativo e ricco di stimoli, una bella maniera di crescere e di imparare.
E questo è il loro post:  Inizia la scuola, ecco cosa vorrebbero i nostri bambini dagli insegnanti di Farmacia Serra.
Bambini, scuola e grandi emozioni.
E che tenerezza grande!
E’ un papà a raccontare, uno bravo davvero a scrivere, tanto.
E anche ad ascoltare, evidentemente.
Confidenze di un bimbo al suo papà, Nuovi romantici di Simone.
Adulti e bambini, si cresce e si cambia.
E si resta, in qualche maniera, i bambini che siamo stati.
E allora la parola fa vivere il ricordo, si narra di se stessi e della propria infanzia.
Memorie di una ragazzina, del mare, della spiaggia: il ghiacciolo azzurro di Tiptoe.
Sì proprio quello là all’anice, quello che a me non piaceva affatto e che invece per Tiptoe è legato ricordi che lei sa narrare con grande dolcezza.
Una carrellata di sorrisi, fossette, quaderni a quadretti ed emozioni.
Le emozioni grandi che regalano i bambini e coloro che sanno scrivere di loro.

E se una mattina in Vico di San Bernardo

Ci sono cose che accadono in un determinato istante.
E basterebbe una minima frazione di tempo perché tutto mutasse.
Così è nella vita, del resto.
Vi sorprenderete mai a interrogarvi sulle infinite possibilità del vivere e sulle varianti che possono cambiare il corso degli eventi?
A me capita spesso, soprattutto in certi istanti.
Vista, tatto, udito e certe esperienze uniche, irripetibili.
E rimani a porti certe domande.
E se in quel momento non fossi stata lì?
E se fossi stata distratta, assente, pensierosa?
E se.
E se invece.
E invece no.
Io c‘ero.
Io ho detto quella parola, accennato quel sorriso, sono rimasta in silenzio.
Ed era il momento giusto, proprio quello.
E se.
Io c’ero.
Una mattina di settembre, in Via San Bernardo.
Cercavo cosa? Nulla, in realtà.
Camminavo.
E se.
E se invece non sei distratta.
E se alzi lo sguardo, proprio in quell’istante lì che poi non torna.
Oppure sì, torna, ma chissà quando.
Sapete, ci sono tutte le variabili del caso.
E se invece sei lì.
E alzi gli occhi.
Una facciata color giallo chiaro, una tinta sfumata.
E un raggio di sole.
Potente, forte, effimero.
E se.
In Vico di San Bernardo.

Vico di San Bernardo

17 Maggio 1684, le bombe del Re Sole sulla Superba

Oggi vi racconto una storia.
O meglio, vi racconto una pagina di storia: drammatica e appassionante, avventurosa e reale.
C’era una Repubblica indomita e orgogliosa e c’era un sovrano che sedeva sul trono di Francia: Luigi XIV detto il Re Sole.
Genova intratteneva i suoi fruttuosi traffici commerciali e aveva ottenuto concessioni in Oriente, Genova era fedele alla Spagna.
Anno dopo anno si accesero i contrasti, la potenza francese esigeva la sottomissione della Superba.
E così, nel lontano 1679, a Genova fu ingiunta una perentoria richiesta: le artiglierie genovesi dovevano rendere omaggio alle navi francesi sparando a salve al loro ingresso nel porto di Genova.
Ma figurarsi, sono i foresti che devono tributare omaggi ai genovesi!
E insomma, il Comandante della flotta francese, l’Ammiraglio Abrahm Duquesne, non la prese affatto bene e in quella circostanza si allontanò dalle coste liguri cannoneggiando Sampierdarena e in seguito Sanremo.
E gli anni passarono, giunse il 1682.
Credete che il Re Sole si fosse dato per vinto?
Manco per idea, anzi!
In quei giorni accaddero cose strane, sul territorio della Repubblica si potevano incontrare certi personaggi vestiti da pittori e da religiosi.
Nessuno sapeva che quelli in realtà erano agenti segreti inviati dalla corte di Francia con il compito di setacciare ogni angolo della Repubblica per controllare il sistema difensivo, le fortificazioni e le batterie delle quali Genova disponeva.
Ma i nemici provenivano da ogni dove, la Superba doveva difendersi.
E così c’erano quattro galee all’ancora, nel porto di Genova, quattro imbarcazioni per difendere la città in caso di attacchi barbareschi.
E queste divennero uno dei pretesti che la Francia usò per attaccar briga e poter aggredire la città.
Vennero poste alcune condizioni, tra queste il disarmo delle quattro galee, i Francesi accusavano i genovesi di averle armate contro di loro.
E poi, naturalmente, si intimò alla Repubblica di mettersi sotto la tutela della Francia e di tributare, come già richiesto, il saluto alle navi francesi.
Il Doge Francesco Maria Imperiale Lercari e i senatori si trovarono concordi: le condizioni erano inaccettabili.
E giunse quella mattina di primavera, giunse il 17 Maggio 1684.
Chissà, forse era una giornata di cielo terso e luminoso come spesso accade in Liguria in quella stagione.

Il mare

Quel giorno l’intera flotta francese si schierò nel mare di Genova, vascelli, galee e bastimenti coprirono la superficie dell’acqua dalla Foce alla Lanterna, 756 bocche di fuoco erano puntate contro la Superba.
Giunse un ultimatum, si decidevano questi genovesi a sottomettersi al Re Sole?
Come risposta dalle batterie dei forti partirono cannonate contro la flotta francese.
E fu l’inizio della disfatta.
La città fu bombardata per 4 giorni consecutivi, su Genova piovvero le terribili bombe incendiarie che distrussero chiese ed edifici.
Una di queste bombe si trova a Palazzo San Giorgio che pure venne colpito in quei giorni difficili.

Palazzo San Giorgio (4)

Una città devastata e aggredita, le bombe caddero sulla Chiesa delle Grazie, su San Donato, su Santa Maria in Passione, sul Ducale che era dimora del Doge e sulle case dei cittadini.
Distruzione, morte e fuoco.
E fuga, vennero aperte le porte dell’Acquasola e di Carbonara, fuggì la plebe e fuggirono i nobili.
Il Doge fu costretto a riparare all’Albergo di Carbonara, ovvero l’Albergo dei Poveri, lì si trasferì anche il Governo della Repubblica e lì vennero condotte ceneri del Battista che si trovano nella Cattedrale di San Lorenzo.

Cappella di San Giovanni Battista

La Francia ripropose le sue condizioni ma queste vennero nuovamente rigettate.
E le bombe continuarono a cadere.
E le bombe continuarono a cadere, la città era un incendio.
I genovesi ebbero la forza di difendere la Superba con grande coraggio, evitando che la gran parte dei soldati francesi sbarcasse dalle navi.
C’è un quadro che testimonia quei giorni, si trova in Santa Maria di Castello e raffigura la chiesa  in fiamme a causa delle bombe lanciate dalla flotta francese.

Quadro S. M. Castello

E lì, in quella stanza, si trova una di queste bombe.

Bomba

Ne caddero in totale 13300, il bombardamento ebbe fine il 28 Maggio in quanto i francesi avevano terminato le loro munizioni.
La storia triste e drammatica di questa vicenda ha un epilogo curioso e a suo modo divertente che vede protagonista il Doge Lercari.
La storia è fatta di trattati e di compromessi, a volte.
Era il mese di maggio 1685: il Doge con il suo seguito di nobili, si vide costretto a recarsi a Versailles a richiedere la clemenza del Re, che in cambio avrebbe fornito alla Repubblica i denari necessari per ricostruire gli edifici di Genova danneggiati dal bombardamento.
Fu accolto con grande sfarzo e grande sfoggio di ricchezza, attraversò le sale splendenti di Versailles e infine si trovò nel luccichio della Galleria degli Specchi.
Tutto si svolse secondo il protocollo nella splendida reggia del Re Sole.
E si narra che infine venne chiesto al Doge Lercari che cosa lo avesse maggiormente stupito di Versailles.
E lui, al cospetto del Re di Francia, pronunciò solo due parole in dialetto genovese:
Mi chi!
E cioè, io qui.
Mentre l’intera corte si attendeva  che magnificasse la grandezza e il fulgore di Versailles, il Serenissimo Doge lasciò tutti con un palmo di naso esprimendo così il suo amaro rammarico nel vedersi lì, davanti a Luigi XIV, colui che aveva ordinato l’aggressione della sua Genova.
Accadeva diversi anni fa, dopo che le bombe francesi erano cadute sulla Superba.

Palazzo Ducale

Borzonasca, d’ottobre e d’autunno

Ho incontrato l’autunno.
In questa domenica appena trascorsa, in un piccolo paese dell’entroterra ligure.
A Borzonasca, in Valle Sturla.
Ho incontrato l’autunno, in occasione di Agricasta, una manifestazione legata alla valorizzazione dei prodotti di queste terre e delle antiche tradizioni.
Con un cielo indeciso, a tratti grigio, era il cielo di ottobre.

Borzonasca (2)

Ho incontrato l’autunno, aveva lasciato foglie secche e ricci su un gradino, disposti ad arte, con il favore del caso e del vento.
Ed era autunno di ocra e di giallo.

Borzonasca (3)
L’autunno era nel sonno immobile di una farfalla, una creatura notturna forse.
Ferma, tra il muschio e quei legnetti spezzati che erano il suo giaciglio.

Borzonasca (4)

Tra le case dai muri di pietra di Borzonasca.

Borzonasca (5)
Bancarelle di prodotti di ogni genere, come le buone erbe esposte in contenitori di legno.

Borzonasca (6)

E come i canestrelli confezionati con un nastrino giallo.

Borzonasca (7)

L’autunno era per le strade.
Sotto l’archivolto e nei giardini.

Borzonasca (7a)

E come si ingannano le stagioni?
Con le piante dalle foglie verdi e lucide, davanti alle porte di legno.

Borzonasca (8)
E con i vasi allineati davanti alle finestre.

Borzonasca (9)
Con quei colori che potrebbero farti pensare che ancora sia estate.

Borzonasca (10)
L’autunno era nelle vetrine dei negozi addobbate con tutti ciò che ricorda questa stagione dalle tinte calde.
Era davanti ai cancelli e sulle ringhiere.
Era sui banchetti che esponevano le bontà delle nostre valli, questi sono i prodotti dell’Albergo delle Lame che si affaccia sull’incantevole lago dalle acque brillanti.
E c’erano i rombi di mais quarantino, le marmellate e la torta di miele e castagne.

Borzonasca (11)
L’autunno era nei caruggi di Borzonasca, guardo sempre in questa maniera i paesi di Liguria.

Borzonasca (13)

L’autunno è arrivato ed ha lasciato i suoi doni davanti alle buche delle lettere.
Le castagne, ingrediente base di tante delizie.

Borzonasca (14)

L’autunno è giallo, intenso come le pannocchie.

Borzonasca (15)

L’autunno ha lasciato funghi sodi e sani che fanno bella mostra in un cestino.

Borzonasca (16)

E per altre cose, invece, non c’è stagione.
Non c’è stagione per il rispetto, per l’affetto, per l’attaccamento al proprio passato.
E per la memoria di certi anni difficili, presso questo canale che un tempo ebbe una funzione molto importante per gli abitanti di Borzonasca.

Borzonasca (17)

E qui, a Borzonasca, ho incontrato davvero l’autunno.
L’autunno era in ogni luogo, in ogni portone, in ogni via, su ogni scala.
Era spighe di grano, pigne e foglie secche.

Borzonasca (21)

Una bella manifestazione e gli stand predisposti per i visitatori.
E che bel pranzetto!
C’erano la polenta e la panissa fritta, io ho scelto testaieu con una generosa mestolata di pesto sopra.

Borzonasca (18)

E poi le frittelle di baccalà e di funghi, gnocco fritto con il lardo, le saporite torte di verdure.

Borzonasca (19)

E dolcetti di vario genere, torte e frittelle a base di castagne.

Borzonasca (20)

Autunno di sapori, profumi e colori.
Autunno è un cielo azzurro che tenta di scalzare le nuvole, è una piccola chiesa di pietra arroccata in cima a una salita.

Borzonasca (23)

Silenziosa, raccolta, con le travi sul soffitto.

Borzonasca (24)

E la porta della chiesa, spalancata sulla valle e sulle montagne.

Borzonasca (25)

In giro per il paese, dove ognuno espone i propri prodotti, le persone curiosano tra le bancarelle di artigianato locale.
E c’è la signora Olga a vendere le sue delizie, qui tra queste mura di pietra.

Borzonasca (26)
E allora ecco gli sciroppi.

Borzonasca (22)

E i funghi di questi boschi, sia sott’olio che secchi.

Borzonasca (27)

E le fettine di mela essiccata, uno dei frutti certo più tipico di questa stagione.

Borzonasca (28)

L’autunno è una cesta piena di micotti, piatto tipico di queste zone,  a base di farina di mais.

Borzonasca (29)

L’autunno, l’autunno è un’antica bilancia e tante ceste da colmare con i frutti della terra generosa.

Borzonasca (30)

Ho incontrato l’autunno in una domenica d’ottobre inaspettatamente calda.
Come un folletto uscito dal fitto dei noccioli e dei castagni, l’autunno è venuto e ha lasciato le pannocchie appese ai rami spogli.

Borzonasca (32)
E poi ha tinto di rosso le foglie per la più suggestiva delle sue scenografie.

Borzonasca (35)

Bottiglie e vasetti di marmellate e confetture prodotte dalle Aziende Agricole della vallata e dolci tipici di questo paese, le ruëtte, ovvero rotelle di Borzonasca che trovate soltanto presso la Pasticceria Macera.
Si tratta di grandi canestrelli di pasta frolla che hanno un‘origine lontana, i primi biscotti vennero prodotti nel 1870.
E ancora oggi sono una specialità molto apprezzata, non solo a Borzonasca.

Borzonasca (31)

Ho incontrato l’autunno.
Aveva una bicicletta con un cestino carico di doni del bosco.

Borzonasca (36)

Ed era testimone di quel passato che alcuni sanno conservare e valorizzare.
Perché ciò che ieri eravamo può rendere migliore il nostro presente, abbiamo da imparare e da ricordare.
Il nostro ieri di antiche tradizioni rivive e rinasce in queste valli.
Questo era lo spazio espositivo dell’Azienda Lucchetti, tra antichi mobili e vecchi attrezzi contadini.

Borzonasca (37)

E sul tavolo ecco il tostino che certo sarà stato rovente in certe passate sere d’inverno.

Borzonasca (38)

Sul bancone vasetti di origano e sacchetti di nocciole.
E a terra, in una cesta, le tipiche patate quarantine che trovate come base di molte ricette di queste zone.

Borzonasca (39)

E ancora il mais, sempre presente in quest’autunno di Borzonasca.

Borzonasca (40)

E un vecchio campanaccio appeso al muro.

Borzonasca (41)

E i sacchi di farina e le zucche.

Borzonasca (42)

E ancora fiori di zucchine in abbondanza e altre patate.

Borzonasca (33)

Un’antica falce e gli attrezzi per affilarla.

Borzonasca (43)
Sono venuta qui e ho incontrato l’autunno.
E l’autunno era ricci spaccati che offrivano le loro castagne.

Borzonasca (44)
E tutto faceva pensare a certi altri giorni, a tempi in cui le stanze erano illuminate dalla luce fioca.

Borzonasca (45)

L’autunno umido, di pioggia sottile e bruma.
Di muschi, di sottobosco odoroso e fertile, di creature lente, il loro colore è simile a quello degli alberi d’autunno.

Borzonasca (46)

Sono venuta qui e l’autunno aveva lasciato i suoi doni sopra a un muretto, ancora erano funghi, castagne e foglie.

Borzonasca (47)

Sono venuta qui, a Borzonasca.
E la fiamma bruciava, spandendo nell’aria uno dei profumi più tipici di questa stagione.
Ed erano risate di bimbi, felici di avere le mani nere per le caldarroste.
Sono le piccole gioie semplici che si scoprono quando si incontra l’autunno.

Borzonasca (48)

Mrs Bentley & Mr Whitehead

Oggi vi presento due persone particolari.
La signora Julia Bentley e il suo distinto consorte, l’Ingegner Benjamin Whitehead, provengono dalle Isole Britanniche.
Inglesi, in terra di Liguria.
Inglesi, certamente avranno apprezzato il clima di questa regione come tanti loro compatrioti.
Inglesi, a Genova.
Oh, ma che sbadata!
Ancora non ve li ho presentati!
Gentili lettori, la signora Julia Morison Bentley e il signor Whitehead.

Bentley Whitehead (3)

Li trovate lungo il viale ombreggiato del Cimitero Protestante a Staglieno.
Effigiati nel marmo dallo scultore Lorenzo Orengo, i loro monumenti vivono una nuova stagione di splendore grazie a Walter Arnold, un generoso mecenate statunitense che ne ha finanziato il restauro.
Opere di grande valore artistico riconosciuto anche oltreoceano.
Non sono le sole statue ad essere state restituite di recente alla loro originaria bellezza, altri momumenti sono stati restaurati, sono tornate lucenti di bianco anche la tomba del celebre fotografo Alfred Noack e quella di Constance Lloyd, la moglie di Oscar Wilde.
Un museo sotto al cielo, questo è Staglieno.
E lì sì trovano anche il la Signora Bentley e il suo illustre consorte.

Bentley Whitehead (2)

In occasione del restauro del loro monumento sono state rese note alcune notizie in merito a questa bella coppia che scelse la Superba quale propria dimora.
E allora immaginateli, a bordo di una nave, nel lontano 1856: il futuro li attende, il futuro è l’Italia.
E’ in quell’anno che giunsero da queste parti e vennero ad abitare in Spianata Castelletto.
Là, dove ci si affaccia da una ringhiera e si vede il mare e la distesa infinita dei tetti d’ardesia, la città è ai vostri piedi.

Genova

E se vi foste trovati lì, in quelle serate dal clima tiepido, avreste potuto incontrare Julia Bentley a passeggio.
Tra le mani stringe quell’ombrellino vezzoso e indossa un abito sofisticato, adorno di pizzi e merletti.

Bentley Whitehead (5)Il suo vestito ha le maniche così lavorate, i bottoni tondi e grandi, il fiocco che le pende sul petto, il colletto così ricco.   E che pettinatura complicata!

Bentley Whitehead (4)

Che dire poi del suo amato?
Oh, lui era un ingegnere!
E viene qui ritratto accanto al suo banco da lavoro.

Bentley Whitehead (8)

E sulla tomba c’è scolpita una macchina a vapore che certo il signor Whitehead avrà usato.

Bentley Whitehead

E poi dovete sapere che Julia aveva ben 11 anni più di Benjamin, doveva essere davvero una donna di grande fascino!
Sapete, in realtà si conosce poco o nulla della loro vita.
Inglesi, a Genova.
Io sono certa che avranno conservato certe loro gradite abitudini, una tazza di té e i tramezzini al cetriolo per riscaldarsi dall’infido vento di tramontana che qui spira potente.
E sono certa che siano andati a passeggiare insieme sul lungomare di Nervi, quando il mare si infuria e solleva le onde contro la scogliera.

Nervi Mareggiata (14)

E poi ci sono alcuni segreti che fanno parte della vita di ognuno, sono i pensieri, le speranze, i sogni, i sentimenti.
Li teniamo con noi, li portiamo con noi.
E sono nostri, solo nostri.
Il destino fu beffardo con Julia, sebbene avesse un marito molto più giovane dei lei, lui se ne andò per primo.

Bentley Whitehead (7)

E fu Julia a volere che fosse Lorenzo Orengo a scolpire queste due statue, fu lei che scelse come essere ricordata.
Rimase qui, nella città che aveva scelto insieme al suo Benjamin.

Bentley Whitehead (6)
Ci sono alcuni segreti che fanno parte della vita di ognuno.
I sentimenti, i rimpianti, i ricordi.
Restò Julia, in Spianata Castelletto, davanti al mare e ai tetti di Genova.
Restò con quei suoi segreti che erano suoi, soltanto suoi.

Bentley Whitehead

 

Io e il Duca Bianco

Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
Scrivevo lì sopra i testi delle canzoni per poi tradurli.
Lo avete fatto tutti, ammettetelo.
E d’altra parte a che serve studiare l’inglese se non a questo?
Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
E sì, c’erano anche le canzoni del Duca Bianco.
Oltre il tempo, oltre gli stili e le mode, misterioso, intrigante e particolare.
E la sua voce, la voce di David Bowie è inconfondibile.
Le sue canzoni erano nel mio stereo e sullo schermo del cinema, le ascoltavo, le ballavo e le trascrivevo.
E sì, ho ancora le sue cassette, avevate dei dubbi?
Ricordo un celebre film, Il Bacio della Pantera, l’interprete era la splendida Nastassja Kinski.
Lei era torbida, carnale, trasudava sensualità ad ogni respiro e le sue movenze sinuose erano accompagnate da musiche composte da Giorgio Moroder.
E c’era quella canzone, Cat People: inizia piano, quasi lenta, poi la voce di Bowie esplode e pervade la vostra testa, è una voce che vi batte nel petto.
Ricordo le mie serate in discoteca, io che in realtà non ho mai amato tanto andarci.
Let’s dance, Golden years, China girl: ragazza fortunata, a me è toccata quella musica lì.
David Bowie può portarti ovunque, con le sue note e la sua musica, può portarti persino nello spazio, la sua Space Oddity è straniante, suscita una sorta di inquietudine interiore.
E risale al 1969, eppure è moderna, innovativa, fuori dal tempo come è lui.
E poi ricordo me, a Londra, ai tempi dell’università.
Su e giù per King’s Road, infinite volte.
Stravaccati per terra, intorno a un lampione, un gruppo di punk con la divisa d’ordinanza: chiodo, anfibi, cresta colorata.
E io ero assolutamente certa che avrei incontrato Boy George.
Sì, proprio lui, ne ero sicura.
Sono entrata in tutti i negozi, compresi quelli che vendevano abiti decisamente improbabili, almeno per me.
E ricordo quella ragazza che mi venne incontro con un sorriso luminoso.
Mi diede un volantino, lavorava per un celebre coiffeur e mi fece questa proposta:
– Saresti interessata a fare da modella per noi?
Parrucchiere? Forbici? Non scherziamo!
Capelli lunghi fino alla vita, non si toccano!
Ecco, a ripensarci adesso forse avrei dovuto accettare, il volantino comunque ce l’ho ancora, questo è ovvio!
E comunque stavo cercando Boy George, su e giù per King’s Road.
Eh, lui non si fece vedere, eppure ero così sicura di incontrarlo!
Tornai a casa a cambiarmi, quella stessa sera mi attendeva una discoteca londinese.
L’ho detto, io non sono mai stata tanto appassionata di locali.
Ma ero a Londra, era ben diverso caspita!
E così eccomi lì, calze nere coprenti, scarpe con la zeppa, minigonna nera, giacca nera.
In una discoteca di Londra, a Chelsea.
Confusione, rumore, luci, musica e birra.
Musica.
E d’un tratto, una visione.
Tra la folla.
Tra tutta quella gente.
E mi sembrò davvero strano che Ziggy Stardust fosse lì, a pochi passi da me.
Ground Control to Major Tom
Quella sera avevo anche conosciuto un ragazzo che per un caso del destino si chiamava David, solo che lì davanti a me c’era David Bowie.
E questo fece tutta la differenza.
E no, non mi venne in mente di avvicinare il Duca Bianco, rimasi incantata a guardarlo.
Io che ero certa che avrei incontrato Boy George.
Era come se intorno non ci fosse più nessuno.
Confusione, rumore, luci, musica e birra.
Qualche istante, con una visione dentro agli occhi.
L’ho seguito con lo sguardo allontanarsi e svanire tra la folla.
Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
Su quelle pagine avevo scritto queste parole.

Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, forever and ever
We can be heroes, just for one day.

 

Vico Inferiore del Ferro, alla scoperta dell’Antica Polleria Aresu

Un negozio di caruggi, un negozio che si trova nel cuore vivo di Genova.
E coloro che conoscono bene questa città e che frequentano questo blog spesso mi hanno posto una domanda: come mai ancora non hai scritto nulla sulla polleria di Vico Inferiore del Ferro?
Già, come mai?
Dovete sapere che questa bottega è frequentatissima, io sono sempre per caruggi, passo spesso da quelle parti ma trovo sempre gente che fa la fila, non posso mica disturbare le signore che fanno la spesa!
E così ho atteso il momento adatto e finalmente pochi giorni fa è arrivato.
E così eccomi qua, in Vico Inferiore del Ferro: ad angolo, sotto una piccola edicola si trova la Polleria Aresu.

Aresu

Due ingressi e una vetrina che è un vero trionfo.
In questa parte delle vecchia Genova, tra Soziglia e la Maddalena, a breve distanza si trovano pescivendoli e fruttivendoli.
Sono le belle botteghe del centro storico che non hanno eguali.

Aresu  (2)

E allora entriamo a scoprire questo antico negozio.

Aresu  (3)

Adorno di peperoncino rosso, questo è il regno dell’abbondanza.

Aresu  (4)

Un negozio antico, annoverato tra le botteghe storiche della città, l’anno venturo la loro licenza compirà ben 104 anni.
Di generazione in generazione, fino ai giorni nostri.
Una bella storia di famiglia e di tradizioni che resistono, gli arredi del negozio sono antichi, solo il pavimento è stato rifatto a metà del secolo scorso.
Tutto il resto ha il sapore caldo del tempo passato, accogliente e casalingo come solo i piccoli negozi sanno essere.
Ed è marmo, legno e bianche piastrelle.

Aresu (5)

Una polleria e i suoi prodotti di pregio, freschi e ruspanti.

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E insomma, qui c’è da guardarsi bene attorno ve lo garantisco!
Sì, questi sono i negozi che piacciono a me, le botteghe dove si servivano le nostre nonne.

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Ecco i due titolari, il signor Sergio e la signora Anna intenti nel loro lavoro, due persone davvero gentili che mi hanno accolta con grande cortesia.
Con loro lavora anche il figlio, la tradizione continua, di generazione in generazione.

Aresu (9)

Le uova una accanto all’altra sul ripiano di marmo.

Aresu (10)

E qui usano un attrezzo particolare del quale ignoravo l’esistenza.
E’ lo specchiauovo che si utilizza per verificare la freschezza delle uova.
E pensate, adesso funziona con una comoda lampadina ma un tempo ovviamente si usava una candela, è affascinante vero?

Aresu (11)

Le celle frigorifere con i rivestimenti di legno, quelli di un tempo.
E poi la signora Anna con un certo compiacimento mi ha detto:
– Abbiamo pure il telefono a rotella!
E che meraviglia!

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E poi i paioli, gli antichi attrezzi.

Aresu (13)

E l’antico, solido marmo e i batticarne.
E le pentole di coccio.
Dovrebbero essere tutti così i negozi della città vecchia!

Aresu (14)

Abbondanti rami di alloro odoroso appesi ad un sostegno.

Aresu (14a)

La vera bellezza di un negozio come questo, la bellezza pura delle cose semplici.
Entrano alcune persone per le loro commissioni e io mi metto in un angolo, per non disturbare.
E accade ciò che sempre capita in botteghe così, colgo confidenza e cordialità, i signori Aresu conoscono bene i loro clienti.
Segreti dei bravi commercianti e delle piccole botteghe dalla lunga storia.

Aresu (15)

E di sicuro aiuta una certa autoironia, in vetrina ci sono un gallo e una gallina che si chiamano proprio Sergio e Anna!
Come i signori Aresu, ma guarda un po’!

Aresu (18)

Le vecchie cose di casa, due macinini, uno accanto all’altro.

Aresu (19)

Le reste d’aglio pendono sul bancone.

Aresu (16)

E certi scorci dove pare quasi che ci siano fiori in attesa di sbocciare.

Aresu (17)

E’ la bellezza pura delle cose semplici, così poetica e particolare.
E se la sai vedere la puoi trovare anche in una polleria, non c’è dubbio.
Lascio i signori Aresu al loro lavoro, è stato un vero piacere andarli a trovare e mostrare a voi la loro bella bottega.

Aresu (20)

E’ in Vico Inferiore del Ferro, nel cuore della città vecchia.
Ed è qui da oltre cent’anni, pensate.
E’ in posti come questo che si sente l’anima vera di Genova.

Aresu (21)

L’incanto senza fine della baia di Lerici

Vi porto in riva al mare, fuori stagione.
E l’estate doveva ancora arrivare quando sono stata a Lerici, era un giorno di primavera.
Vi porto in riva al mare, mare di rime e di poesia, mare caro a Byron e Shelley che vissero in queste zone, a Lawrence che pure vi soggiornò.
E così questo scorcio di Liguria prese il nome di Golfo dei Poeti.

Lerici (1)

Era primavera.
E l’onda luccicante lambiva la riva accarezzando la sabbia sottile.

Lerici (2)

Deserta la spiaggia accanto alla quale si trova  la passeggiata.
E per me è più affascinante così il mare, con la danza delle onde e il loro eterno ritorno.

Lerici (3)

Una spiaggia che diresti forse di altri luoghi, in questa nostra regione che strappa lembi di terra al Mediterraneo.
Questa è Lerici, nell’abbraccio del verde che la circonda.

Lerici (4)

Brilla quel mare di poesie e promesse, di sospiri e pensieri.

Lerici (5)

Il mare celeste che si intravede tra gli alberi.

Lerici (6)

E si giunge a Lerici, dominata dal suo Castello che ha una storia molto antica e che certo merita un ulteriore spazio.
Il Castello venne costruito dai Pisani nel XIII secolo e ancora sovrasta le case e il porticciolo di questo splendido paese.

Lerici (7)

Lerici e le sue case alte che narrano delle sua appartenenza a questa terra, un tratto distintivo che è una parola: Liguria.

Lerici (8)

Era primavera ma d’improvviso ho creduto di essere in estate.
Tanta gente, le giostre, gli innamorati seduti sul muretto, i turisti seduti ai tavolini dei bar, le coppe di gelato con la frutta fresca, le maniche corte e il sole in faccia.
E Lerici con la sua eleganza retrò.

Lerici (9)
Una domenica d’aprile, ancora doveva giungere il solleone.
E’ così la Liguria, ti regala giornate d’estate quando la stagione del mare è ancora lontana.

Lerici (9a)

Una bella piazza che è un’armonia di colori.

Lerici (10)

E il campanile, il cielo azzurro, le palme.

Lerici (11)

E certo qui si trascorrono incantevoli vacanze.
E qui è bello tornare.
Nel Golfo dei poeti, tra parole ed emozioni.

Lerici (12)

Attesa.
Le barche si cullano leggere, verrà il momento della partenza.

Lerici (13)

E qui è bello tornare, in questa regione impervia, la Liguria in salita delle creuze e dei cieli accecanti.
La Liguria del pesce appena pescato, del Vino delle Cinque Terre, del sole che brucia.
Del tono di voce un po’ sommesso, dei sorrisi mai troppo generosi, diciamolo.
E poi abbiamo una terra così, con le strade inondate di luce.

Lerici (14)

Liguria di case di pescatori, ormai hanno ben altro valore, certo.
Liguria di rosa e di caruggi.

Lerici (15)

Caruggi.
E da questa sola foto forse sarebbe difficile riconoscere Lerici, a meno che non la conosciate bene.
Ma quest’unica immagine vi racconta dove vi trovate.
E Liguria di caruggi.

Lerici (16)

E di scale e di sedie di metallo rosso.

Lerici (17)

Le ripide prospettive di Liguria, in salita.

Lerici (18)

E luce calda sulle case di biscotto.

Lerici (19)

Sinuosi, stretti, alti caruggi di Liguria.
Ovunque siano, questo panorama per me è casa.

Lerici (20)

E se alzi lo sguardo, per le vie di Lerici, anche qui i palazzi sono uniti dagli archetti.

Lerici (21)

Attraverso ogni vicolo, cammino da un caruggio all’altro.

Lerici (22)

E alzo lo sguardo a cercare il cielo, lassù, tra le case così vicine.
E io sono abituata a cercarlo così, dove appena lo si intravede.

Lerici (23)

E so anche che là fuori, poco distante, c’è il mare e  quella spiaggia di sabbia fine e delicata.

Lerici (24)

Nugoli di antiche case che si affacciano sul porticciolo, reti da pesca e gozzi, nella baia amata dai poeti inglesi.

Lerici (25)

Sabbia umida e gabbiani che sono i signori del litorale, la spiaggia è tutta loro in questa giornata limpida.

Lerici (26)

E ancora si sale, su per la mattonata.

Lerici (27)

E la vita cresce in posti impensati.

Lerici (28)

Si passa sotto agli archi tinti del color dei girasoli.
Colori d’estate e di riviera.

Lerici (29)

In salita, su per la creuza, con i vasi allineati uno accanto all’altro e addossati al muro.

Lerici (30)

Salite di ulivi e di scorci di costa che si intravedono tra le belle abitazioni di Lerici.

Lerici (31)

Salite, muretti, gatti e ancora salite di Liguria.
E mare, profumo di sale e sassi.
E voci allegre di bambini che salgono accanto a me.

Lerici (32)

E ancora, giare colme di piante grasse e rigogliose.

Lerici (33)

E poi ancora salita.
E come spesso accade in Liguria si cerca il mare tra le case.
Dov’è il mare?
Oltre i muri, le finestre, i vetri i pensieri.

Lerici (34)

E infine lo sguardo incontra la collina verde e le case dolcemente posate su quel pendio.

Lerici (35)

E ci si trova ai piedi del castello maestoso che tutto predomina.

Lerici (36)

E ancora oltre a pochi passi, lo sguardo trova l’azzurro immenso e l’orizzonte.
E la memoria trova certe parole, sono i versi che Percy Bisshe Shelley scrisse nel 1822.
Lines written in the Bay of Lerici, così lui la vide, così ancora noi guardiamo quel mare.

I sat and saw the vessels glide
Over the ocean bright and wide,
Like spirit-winged chariots sent
O’er some serenest element

Mi sedetti e vidi le navi
scivolare sul mare luminoso e vasto,
come carri di spiriti inviati
sopra il più sereno elemento

Lerici (37)
Il mare grande e infinito che ispira ai poeti versi struggenti.
Il mare che ti si apre davanti agli occhi quando ti affacci dal belvedere e guardi verso quel braccio di costa l’azzurro disseminato di bianchi scafi.

Lerici (38)

E poi si ridiscende, verso il paese, verso altre scale.

Lerici (39)

Verso il porticciolo e i pontili, verso le acque calme di un giorno di aprile.

Lerici (40)

E qualcuno parte, con le reti a bordo per una pesca che sarà fruttuosa, in questo mare ricco e generoso.

Lerici (41)
E l’onda batte gentile sulla sabbia chiara, nel suo continuo fluire.
E risuona dolce il suo rumore, nell’incanto senza fine della baia di Lerici.

Lerici (42)