Ebbene sì, le oche!

Sapete dove vi porto oggi? Si torna sui prati, sui prati della Valtrebbia.
A Fontanigorda, a pochi metri dalla mia casetta, c’è il mio prato delle farfalle, lì svolazzano felici le piccole delicate creature che tanto amo.
Eh, ma non ci sono solo loro, no.
Poco distante, in una zona recitata, eccole qua: le oche!

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E così ogni volta che andavo a vedere le farfalle passavo anche a salutare le oche.

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Devo ammettere che sono gli animali più ridicoli che mi sia capitato di incontrare, mi mettono di buon umore.

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Non è che siamo diventate proprio amiche, eh!
Ecco, a trovarsi davanti un figuro che ti guarda in questa maniera c’è da restare perplessi.
Mi fissava come dire:
Cosa vuole di nuovo questa?
Meno male che a separarci c’era il cancello, per carità!

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Tra il resto, come tutti sanno, le oche hanno un certo senso del territorio.
Ma caspita però, è il caso di reagire così?
A passo di carica verso il cancello, starnazzando come matte!

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E ce n’era una sempre più agitata delle altre.

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No, non mi hanno beccato, per l’appunto c’era il cancello!
E di punto in bianco, senza che nulla fosse successo, si mettevano a correre da una parte all’altra del prato.
Via, ad ali spiegate!

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Ehi, che scene spettacolari!
E che coro in sottofondo!

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Del resto le famose oche del Campidoglio salvarono l’antica Roma con i loro starnazzamenti, vi ricordate?
Uno, due e tre!

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E poi via, di corsa fino alla fine del prato, bisogna pure impressionarli i visitatori!

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Comunque, con tutto il rispetto, sono davvero ridicole, in qualunque modo le si osservi.

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Tutte insieme appassionatamente, avanti e indietro.

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E più di una volta mi hanno pure soffiato!
Ma io non so, da non credere! Ehi, non sono pericolosa!
Ecco, comunque c’era il cancello, l’ho già detto?

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Certi giorni non mi hanno degnata di uno sguardo, si voltavano sdegnate e starnazzanti.
Non so cosa si dicessero, posso immaginare però.
Uffa, quella è di nuovo qua!   Andiamo un po’ là dietro, per i fatti nostri.  

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E così, gioiosamente starnazzanti andavano a nascondersi nel verde.
Tornerà la bella stagione ed io tornerò a salutare le oche, chissà se a queste se ne aggiungeranno altre.
Arrivederci allora, arrivederci alla prossima estate!

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I battenti sui portoni dei caruggi

A me bastano i miei occhi.
Non serve davvero altro, bastano gli occhi per vedere le storie da raccontare.
A volte le trovi su un soffitto, affrescate da mani abili, in cima a una ripida scala d’ardesia oppure sopra i tetti e i campanili.
A volte le trovi lungo la strada.
Sono le storie di una città antica.
E sono decori, chiodi e portoni pesanti.
E battenti.
Ed è un altro tempo.

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E sono simmetrie e disegni geometrici.

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E’ una porta con la vernice scrostata, una porta vissuta.
Toc, toc, toc.
E sul legno si scava un piccolo solco.
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Ho fotografato decine di porte, sapete?
I vicoli sono un’infinita fonte di meraviglia per me.
Panni stesi, lapidi, finestre, ritagli di cielo, edicole.
E battenti, alcuni così lineari che c’è da domandarsi per quale ragione io mi soffermi a osservarli.
Per l’atmosfera, sì, è l’atmosfera dei caruggi.

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Battenti solidi e lavorati.

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Altri invece semplici e privi di fronzoli.

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Io guardo, osservo, vedo.
E so che c’è anche un mondo fantastico sui portoni di Genova.
E così potrebbe capitarvi di imbattervi in un fiero leone.

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Oppure potreste incontrare una figura minacciosa: ha il naso largo e le orecchie grandi, lo sguardo intenso che intimorisce.

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Portoni di caruggi, vita, passato e ruggine.

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Portoni di caruggi, avete mai provato ad osservarli attentamente?
Troverete creature misteriose e volti spaventati.

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E figure dolcemente sinuose e animali con le fauci spalancate.

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Teste leonine dalla criniera dorata e dagli occhi brillanti.

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Sono i battenti sui portoni dei caruggi, l’unico luogo che riesce a sorprendermi ogni giorno.
E in questa città dove si respira aria salmastra e vento sul superbo portone di Palazzo Ducale si trova una creatura degli abissi.
Un tritone, emerso dalle profondità marine, fa bella mostra di sé sulla dimora dei Dogi.

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Palazzo del Principe, gli arazzi della Battaglia di Lepanto

E vi porto ancora alla  Villa del Principe, nella dimora di Andrea Doria.
Lì sono racchiuse storie e vicende di una famiglia e di una città, storie di imprese sul mare e di grandi battaglie.
Ad una in particolare è dedicata un’intera sala: era il 7 Ottobre 1571 quando la flotta cristiana della Lega Santa, comandata da Don Giovanni d’Austria, inflisse una pesante sconfitta alla flotta turca nella battaglia di Lepanto.
Contro gli ottomani si schierano, tra gli altri, Roma, la Spagna e Venezia, al comando del corno destro della flotta c’è Giovanni Andrea Doria, pronipote dell’Ammiraglio Andrea.
La Lega Santa riporterà una luminosa vittoria e Giovanni Andrea, ad eterna memoria di questi giorni memorabili, decide di commissionare una serie di arazzi che narrano le vicende della Battaglia di Lepanto.

Palazzo del Principe (50)

Non basta conoscere la storia, saperla narrare è un dono.
E io so che a Villa Del Principe trovo sempre chi è capace a raccontarla, il mio grazie ancora una volta va a Roberto Bianchi, responsabile della Sezione Didattica di Villa del Principe, è stato lui ad avermi svelato in maniera appassionata e coinvolgente le storie intessute in questi preziosi arazzi.
E allora andiamo ai tempi di Giovanni Andrea, a quel suo progetto grandioso di vedere immortalate le sue gesta militari.
Arazzi minuziosamente intessuti, di lana e di seta, arazzi che vennero commissionati a Bruxelles, nelle Fiandre, patria di questa pregiata manifattura.
Giovanni Andrea desidera che i disegni per i suoi arazzi vengano realizzati a Genova, incarica così Lazzaro Calvi e Luca Cambiaso, i due artisti faranno i patroni, e cioè i cartoni, dai quali verranno poi creati gli arazzi.
I disegni vennero quindi inviati a Bruxelles, nelle città delle Fiandre i primi pagamenti da casa Doria per la committenza degli arazzi giunsero nel 1582, nel 1591 la raffinata opera degli artisti nordeuropei era già nel Palazzo del Principe.
C’è un fatto curioso che in un certo qual modo rimarca la genovesità di Giovanni Andrea.
Dovete sapere, infatti, che Giovanni Andrea pretese da Bruxelles la restituzione dei disegni.
Per carità! Non sia mai che qualcuno ne faccia una copia!
E così i patroni tornarono nella Superba, alcuni di essi sono visibili a Palazzo.
Storie di mare e di battaglie, questo è il porto di Messina dal quale partì la potente flotta.

Battaglia di Lepanto

Alla base di ogni arazzo c’è un’iscrizione latina che descrive la scena rappresentata.

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LA FLOTTA DELLA SACRA LEGA
SALPA DA MESSINA SOTTO IL COMANDO DI GIOVANNI D’AUSTRIA

Nel bordo inferiore sono intessute due lettere e uno scudo che indicano la città di Bruxelles.

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E su un lato si trova il simbolo della manifattura.

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Si parte, per compiere un’impresa che muterà il corso della storia.

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Ogni arazzo presenta figure allegoriche che personificano le virtù necessarie ad affrontare una battaglia così importante.
E questa è la Concordia, che deve regnare sovrana tra gli alleati.

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Questa invece è Nemesi, la giustizia divina personificazione della vendetta, a lei un fanciullo porge un freno.
Entrambe le figure si trovano nel primo arazzo della serie.

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Le grandi navi che vedete in primo piano sono le galeazze della Repubblica di Venezia.

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Filo dopo filo, remo per remo, pensate agli artisti capaci di realizzare opere simili, ecco le galee con i vessilli, sulla seconda imbarcazione sventola la croce di San Giorgio, mentre la galea in primo piano è quella di Giovanni Andrea Doria.

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La si riconosce dalla lampada che la moglie di Giovanni Andrea aveva regalato al marito.

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E il viaggio continua, lungo le coste della Calabria.

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Ed è inevitabile soffermarsi a guardare i dettagli, seguendo il racconto appassionante di questa impresa.

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Sul viaggio posa il suo sguardo attento la Vigilanza.
Ha un gallo sul capo, una testa di leone tra le mani, ai suoi piedi c’è una gru che con una zampa sorregge una pietra.

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Nella sua veste sono intessuti occhi pronti a vedere ogni cosa.

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Il momento della battaglia si avvicina, le flotte si schierano l’una contro l’altra: a sinistra i cristiani, a destra i turchi.

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Questo è il patrone con il disegno dal quale è stato realizzato l’arazzo, come potete vedere le immagini sono rovesciate.

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Ecco lo schieramento cristiano.

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E ancora i vessilli che sventolano sulle galee.

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Al centro si trovano le galeazze.

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Inizia lo scontro navale, la battaglia è cruenta e violenta.
E qui ci soccorre la potenza delle immagini, nella nostra epoca è ormai scontata.
La fotografia di quel giorno è stata intessuta da mani abili e alacri capaci di curare ogni minimo dettaglio.

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E giunge il momento della vittoria rappresentato in questo altro arazzo.

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E queste sette galee che vedete a vele spiegate sono le imbarcazioni turche che tentano di fuggire e di sovvertire il loro destino.

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In questa sala ci sono anche i due tramezzi destinati ad essere esposti tra le finestre, portano i simboli di Venezia e Roma, due delle parti che aderirono alla Lega Santa.

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L’ultimo arazzo mostra la flotta della Lega Santa che in trionfo ritorna a Corfù.

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E sull’arazzo si riconoscono ancora le galeazze vittoriose.

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E lo schieramento delle navi ammiraglie della Lega Santa, su ognuna sventola sempre la bandiera.
La prima della fila è ancora quella di Giovanni Andrea Doria con la lampada ben visibile.

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Le navi turche vengono rimorchiate nel porto di Corfù.
Su tutte spicca un’imbarcazione di colore verde, è l’ammiraglia della flotta turca che subisce così l’umiliazione della sconfitta.

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La storia narrata per immagini, preziose e rare, la storia intessuta in una trama fitta di colori e sfumature.
E’ l’arte dell’arazzo, dalle Fiandre a Genova, in epoche nelle quali ricchi committenti come Giovanni Andrea Doria fecero pervenire in queste città manufatti pregiati e di immenso valore.
E ancora adesso narrano ai nostri occhi il nostro passato, quando si andava sul mare tempestoso con le galee.

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LA FLOTTA VINCITRICE ENTRA NEL PORTO DI CORCIRA
RIMORCHIANDO CENTROTRENTA GALEE,
DOPO AVER DISTRUTTO E AFFONDATO LE ALTRE.

Gli ingredienti segreti dell’amore

Ho comprato un libro affascinata dalla sua copertina, vi succede mai?
Era lì, tra tanti altri.
Io che prediligo i classici ho comprato questo libro, qui trovate quell’immagine, è una ragazza vestita di rosso, sullo sfondo la Tour Eiffel.
E poi ho fatto come sempre, di solito leggo le prime dieci righe.
E mi sono bastate poche parole, queste:

L’anno scorso, a novembre, un libro mi ha salvato la vita.

Così ho acquistato Gli ingredienti segreti dell’amore di Nicolas Barreau, del resto chi non vorrebbe avere questa preziosa ricetta?
Un libro dolce come un dessert al cioccolato dal cuore morbido servito su un piattino di porcellana al tavolo di un bistrot parigino.
Una storia e una giovane donna, Aurélie Bredin, lei è proprietaria di un ristorante della Ville Lumiere, Le temps de cherises, è una chef che prepara piatti raffinati.
Un amore finito e un romanzo con il quale Aurélie cerca di distrarsi, tra quelle pagine, con suo grande stupore, Aurélie trova il suo locale ed anche se stessa, è proprio lei la protagonista di quel libro.
Chi mai sarà questo misterioso scrittore che sembra conoscerla così bene?
Non sarà affatto semplice scoprirlo, l’intera vicenda di Aurélie si snoda attorno a queste ricerca e all’incontro che ne seguirà.
Io ho comprato il libro per la copertina, l’ho detto.
E certo si tratta di una lettura poco impegnativa, di gradevole  evasione, vi accompagna una scrittura garbata e lieve.
E a volte pare davvero di passeggiare lungo i boulevards di Parigi, su per i viali del Pere Lachaise dove Aurélie si intrattiene a parlare con un’attempata signora.
Aurélie che colleziona pensieri e istanti.

Una delle pareti di camera mia è tappezzata di foglietti colorati pieni di pensieri fugaci… attimi catturati, che non hanno altro scopo se non quello di starmi vicino.

Aurélie che alle Tuileries ha una sua panchina, si siede solo su quella, è proprio la sua, del resto.
Aurélie che pianta i fiori e mette le campanule nell’acqua.
E sì, è proprio così, lei ricorda la svagata Amelie Poulin che tutti avete veduto sul grande schermo.
Aurélie che ha desideri comuni ad ognuno di noi:

Spesso il confine tra felicità e infelicità è labile: a volte la felicità arriva per vie traverse.

E questa è una piccola verità tratta da un libro che certo non ha pretese filosofiche.
Un libro che vi regala Parigi e le sue magiche strade, un libro che vi ingolosirà, il profumo dolce delle crepe Suzette pare spandersi dalle pagine del romanzo.
E poi troverete il Menu d’Amour di Aurélie, con tanto di ricette in appendice.
E sì, c’è anche quel gâteau au chocolat dolce come l’amore.
C’è il cielo rosa sopra Saint Germain, c’è uno scrittore misterioso, c’è la polvere di stelle delle luci di Parigi, ci sono lunghe lettere, c’è una protagonista che si sente come Alice nel Paese delle Meraviglie che incontra il Bianconiglio.
Un romanzo che è un piacevole compagno di qualche ora, una gradevole e sognante evasione.
E una citazione all’inizio del libro.
La felicità? Sì, a volte è proprio quella cosa lì.

La felicità è un cappotto rosso con la fodera a brandelli.
                                                                     (Julian Barnes)

Cose che si vedono nei portoni di Genova

Lasciare un portone aperto è un’istigazione ad entrare.
E sì, la tentazione di scoprire le meraviglie nascoste in certi palazzi è troppo forte.
E di solito non incorro in incidenti diplomatici con gli abitanti, anzi devo dire che mi accolgono con entusiasmo e qualcuno si dilunga pure in spiegazioni.
Una sola volta mi sono ritrovata a sostenere un dialogo piuttosto surreale con un signore decisamente guardingo.
Gradini d’ardesia, una scala ripidissima e una porta che si apre.
Ed esce lui, il genovese sospettoso:
– Dove va?
– Da nessuna parte, su per le scale.
– Come su per le scale?
Ho provato a motivare la mia presenza con argomenti convincenti ma temo di non essere riuscita a dissuaderlo.
E comunque sono riuscita a salire due o tre piani, mentre lui mi veniva dietro ribadendo un unico elementare concetto:
– Sa, in questo palazzo non può entrare nessuno, solo i residenti!
Staranno alle finestre con i pentoloni di olio bollente da rovesciare addosso ai malcapitati visitatori?
Mah, non divaghiamo!
Dicevo? Ah sì, i portoni!
Un bel giorno, passando in una nota strada di Genova, ne vedo uno aperto.
E io li dentro non ci sono mai stata, vado a dare uno sguardo, non si sa mai.
E sorpresa!
Cosa vedo all’ingresso, trionfalmente posato su una colonna?
Stupore e meraviglia, una traccia del passato della Superba!

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E ora osservate l’immagine sottostante: è uno dei proiettili per bombarde che si trova in Piazza della Meridiana, ve ne parlai in questo articolo.
Io non me ne intendo di proiettili, sia chiaro, tuttavia a me le due fotografie sembrano ritrarre due oggetti esattamente identici, le due sfere paiono anche fissate in maniera simile, voi che ne dite?

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Ecco, non avevo con me il metro da sarta.
E quindi non ho potuto fare tutte le misurazioni del caso, che disdetta!
Non ho trovato conferma in nessun libro alle mie supposizioni ma qui i casi sono due: o si tratta di una pregevole imitazione oppure anche questo è  davvero un proiettile per bombarde e facendo i dovuti paragoni direi che ci sono pochi dubbi.
Comunque una cosa l’ho imparata: bisogna sempre portare il metro in borsa.

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Amiche

Lo scorso weekend ho visto un’amica.
No, mi correggo: ho visto la mia amica.
Quella che arrivava sempre in ritardo, proprio lei.
Liceo, zainetto sulle spalle, telefonate lunghissime e confidenze, compagne di scuola e di università.
Sì, proprio quell’amica lì.
Poi il tempo scorre, ci si perde di vista, succede.
Vado a casa sua, per me è un vero e proprio balzo nel tempo: lei abita sempre nella stessa via di allora, è dai tempi dell’università che non cammino in questa strada.
Cammino e penso.
Penso che ho scordato di portare la grammatica greca, accidenti!
Il tempo degli aoristi è finito, parrebbe.
O forse no?
Un certo tempo, a volte, pare non finire mai.
Penso.
Vedo me e lei, ci conosciamo da pochi giorni, lei è appena arrivata da un’altra città.
Da Castelletto scendiamo verso la Nunziata e per tutto il percorso io parlo, parlo, parlo.
Quanto parlo?
Lei risponde a monosillabi, dice solo sì e no.
Timidezza? Sì, ma poi passa, certo.
Lei è estrosa, creativa, originale.
Lei osa sperimentare sempre nuovi tagli di capelli, io non lo farei mai.
Lei è sicura di sé, io non tanto.
Ecco, quando si ritrovano amiche così i ricordi prendono forma di immagini reali e di frammenti del passato.
L’autostop per andare da qui a lì, ma anche più lontano.
Un cerchietto con le antennine a molla e due sferette sberluccicanti.
Gli interminabili pomeriggi da Ricordi: andiamo a guardare due dischi?
Intere ore al reparto cosmetici dei grandi magazzini.
Le collant di pizzo che ci piacevano tanto.
Le sigarette nel pacchetto da dieci.
E la sigaretta che ti cade per terra, per la strada e tu la raccogli. Ora non lo farei mai, è chiaro.
Quel ragazzo con gli anfibi. Oh!
E le affinità tra i segni zodiacali.
E le oscure poesie di Rimbaud.
E il piano di studi per l’Università.
E potrei continuare all’infinito e voi potreste riconoscere alcuni vostri ricordi, ne sono certa.
Lo scorso weekend ho visto quest’amica, lei ha una figlia bella come una bambola.
E’ una bimba dai capelli chiari, lunghi e ondulati, ha lo sguardo furbissimo, è gioiosa e allegra.
Ed ero nella sua cameretta in mezzo ai suoi giocattoli.
D’un tratto mi sono ritrovata a interrogarmi:
– Ma dove li abbiamo scritti?
Dico, l’elenco dei nomi che ci piacevano dov’è?
Perché io mi ricordo che li abbiamo scritti,  i nomi proprio non li rammento ma da qualche parte sono sicura di averli.
Perché nella vita ci sono i bambini immaginari e quelli veri, con i capelli chiari e ondulati.
E ci sono le ragazzine che diventano grandi.
E qualcuna ha conservato tutti i diari, ovvio no? Ecco, quella lista sarà sicuramente là sopra!
E poi c’è la musica, quella musica là che era la nostra.
E quando si ritrovano amiche così ti accorgi che un certo tempo, a volte, davvero pare non finire mai.

Le Cinque Terre, biciclette e sciachetrà a Monterosso

Una curva gentile e d’improvviso appare Monterosso, la prima località delle Cinque Terre che incontrerete venendo da Genova.
Lo sguardo di ognuno, nel medesimo luogo, si posa su dettagli diversi.
Io vi racconterò cosa hanno veduto i miei occhi, una domenica d’ottobre, a Monterosso.

Monterosso (2)

L’insenatura sinuosa, le case, la striscia di sabbia e le rocce.

Monterosso (3)
E’ affollata Monterosso, ci sono turisti di ogni nazionalità, due gioviali signore inglesi paiono proprio di casa, credo abbiano scelto di vivere qui.
E come non comprenderle?
E’ calda e caratteristica Monterosso, ha l’anima dei borghi liguri appoggiati sulla costa come pietre preziose incastonate nella roccia.

Monterosso (4)

Una corda da stendere e una finestra chiusa, l’estate è finita.

Monterosso (5)

Caruggi, panni stesi e tricolori.
Qui si è liguri e cittadini del mondo perché qui arriva il mondo intero a scoprire le bellezze delle Cinque Terre.

Monterosso (6)

Porte chiuse, piante grasse e archetti.

Monterosso (7)

E ombrelloni, tralci di vite, botti e fiaschi.
Qui, nella terra dell’uva, dei pampini e dei vini ricercati.

Monterosso (8)
L’estate è finita eppure a Monterosso c’è una gioiosa confusione, i ristoranti sono aperti, sulle lavagnette sono esposti i menu, si gustano le delizie della cucina ligure vicino al mare.
Una luce chiara illumina il cielo delle Cinque Terre, si sentono risate e chiacchiere.
E’ una domenica perfetta.

Monterosso (9)

La vita qui sa essere lieve e dolce come una pedalata giù da una discesa con il vento in faccia.

Monterosso (10)

E in certi angoli sa essere anche silenziosa e semplice come una comune rete da pesca.

Monterosso (10A)
Vasi, piante e gradini.
Le scale infinite di Liguria rischiarate dal sole.

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E piazzette e case tipiche di un borgo di pescatori che oggi è una meta turistica di grande rilievo.

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Gironzolo per i caruggi.
E trovo creuze di mattoni e case dalla facciate dipinte di rosso.

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E ancora scale e cassette ricolme di piccole piante.

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Tintinnano le piccole conchiglie donate dalle onde del mare.

Monterosso (17)
La bellezza è tutta lì, nelle piccole cose semplici che non hanno prezzo.

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Portici, ombra e colore.

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E ancora biciclette, quante ne ho viste per le stradine di Monterosso!

Monterosso (20)

Geometrie di Liguria, linee verticali che sono una sinfonia di tinte calde.

Monterosso (21)

E poi cammino, mi infilo su per le stradine dove le case hanno tutte le tonalità del giallo.
E crederesti che sia stato un artista a creare questa magia di toni.

Monterosso (22)

Un profumo delizioso si spande per il caruggio, vedo una porta aperta al piano terra.
E no, io davvero non posso essere diversa come sono.
Mi conoscete ormai, io sono quella che entra in tutti i palazzi!
E così varco quella soglia e trovo un gentile signore intento a produrre il più delizioso dei vini, lo schiachetrà, il passito delle Cinque Terre.

Monterosso (23)
Mi racconta che fa il vino soltanto per sé, seguendo certi antichi metodi.
Una chitarra, una bicicletta e i grappoli d’uva.

Monterosso (24)
E damigiane, imbuti e tappi.

Monterosso (25)

Segreti di antiche tradizioni ed effluvi dolci e delicati.

Monterosso (26)
Per le strade di Monterosso, c’è sempre un filo da stendere verso il quale alzare gli occhi.

Monterosso (27)
E c’è una tenda trasparente e leggera.

Monterosso (28)
Ma Monterosso è anche la fotografia che non vorresti mai scattare.
Eppure si deve, in questa parte di Liguria che tanto è stata ferita dagli eventi alluvionali che hanno portato fiumi di fango in queste strade.
Si deve ricordare perché queste terre devono essere difese, protette e tutelate.
Osservate questa immagine, osservate le due targhe poste sul muro.

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Segnano il livello dell’acqua durante le passate alluvioni.

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E adesso guardate questa bella chiesa.

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E’ tornata al suo antico splendore grazie alla caparbietà degli abitanti di Monterosso, perché i liguri sono gente tosta che sa rimboccarsi le maniche e rialzarsi.
E’ rinata Vernazza ed è rinata Monterosso, la memoria di ciò che è accaduto deve insegnarci a fare in modo che non accada mai più.

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Rifulge della sua colorata unicità la bella Monterosso.

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Tra scorci, curve e terrazzini.

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Palazzi che disegnano i contorni dell’infinito.

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In riva al mare, non saprei pensare a nulla di più adatto come sovraporta!

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E osservo tra le case, verso quel turchese abbagliante.

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E credo davvero che potrei rimanere qui, a osservare le nuvole che scorrono sui caruggi.

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E’ allegra e solare questa domenica mattina, la gente passeggia tra i vicoli e si sofferma a scegliere le ceramiche.

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Botteghe e negozietti di prodotti tipici, ad ogni angolo ne trovate uno.

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Caruggi, lampioni e salite.

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E poi? Ancora una porta aperta!
Ah, i pesci pronti da essere buttati in padella!

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E oggetti di terracotta e borse di paglia, l’estate sarà pure lontana ma non si direbbe.

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Mi perdo, tra luce e ombra.

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Archetti, muri di pietra, rampicanti e biciclette.

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Persiane aperte e il sole che filtra, caruggi e piante grasse.

Monterosso  (45)

E ringhiere, scale, ancora biciclette, vedete quante ce ne sono?

Monterosso  (46)

Il mare brilla e luccica, la spiaggia è deserta e il mare è calmo e piatto.

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Le barche sono tirate a riva.

Monterosso  (48)

E forse presto prenderanno il largo.

Monterosso  (49)
Questo è il mio sasso.
In ogni spiaggia c’è un sasso per me.
Trascinato sulla sabbia dalla marea e caldo di sole, questo è il mio sasso.

Monterosso  (50)
Salgo, guardo il mare tra gli alberi.

Monterosso  (51)

Seguo il profilo della costa che si perde all’orizzonte.

Monterosso  (52)
E l’azzurro prepotente si staglia tra i rami.

Monterosso  (53)
Si intravedono le belle case di Monterosso.

Monterosso (54)

E poi la vista si apre sulla costa, la spiaggia e il paese così dolcemente posato tra il verde.

Monterosso  (55)
E lassù, davanti al mare aperto, si erge una statua di San Francesco.
Ed è silenzio.
Ed è pace.

Monterosso (56)

Il giorno riluce, nella quieta tranquillità del golfo.

Monterosso (58)
Un gabbiano si libra sulle acque turchesi del mare di Monterosso.
Il suo volo è una danza, un inno alla vita e alla bellezza delle Cinque Terre.

Monterosso (57)

Genova e Anversa, vite in movimento

Genova e Anversa, due città lontane e diverse: la città dei Dogi che si affaccia sulle acque calde del Mar Mediterraneo e la città dei diamanti che guarda verso il Mare del Nord.
Due città lontane e diverse eppure unite da profonde affinità.
Genova, il mare e i mercanti.
A metà del ‘400 gli scambi mercantili con le Fiandre furono fruttuosi e innumerevoli.
I mercanti e i ricchi banchieri genovesi avevano forti interessi in quelle terre, Genova esportava l’allume, prezioso materiale del quale aveva il monopolio e che serviva a fissare i colori sulle stoffe.
E nelle case di Genova giungevano dalle Fiandre arazzi e tessuti, gioielli e dipinti.
Ed è proprio l’arte la testimone di questo legame, nei musei della Superba sono esposti quadri appartenuti alle nobili famiglie della Superba, sono opere di Joos Van Cleve e Van Heyck, di Rubens e Van Dick.
Ricchi committenti e grandi artisti, tra Genova e Anversa.
Un legame che non si spezza ma negli anni si rinnova e trova altri punti in comune.
Tutto muta, ma le città di mare hanno un destino, è il destino delle moltitudini che si trovano davanti a quel mare.
E’ la promessa del futuro, del cambiamento e delle speranze che divengono realtà.
Una nuova patria, una nuova casa.
Un viaggio sull’oceano.

Galata Museo del Mare 29

Galata Museo del Mare

Vite in movimento. Storie di persone, affari e idee tra Anversa e Genova, questo il tema della conferenza che si terrà il 30 Ottobre prossimo al Galata Museo del Mare, un evento organizzato dall’Ente Turismo delle Fiandre con il patrocinio dell’Ambasciata del Belgio e del Comune di Genova.
L’incontro è aperto al pubblico fino ad esaurimento dei posti disponibili, per richiedere l’invito occorre scrivere a info@turismofiandre.it
Il mare e la promessa del futuro, Genova, Anversa e le emigrazioni.
E due musei che narrano le vicende di queste vite piene di speranza.
Nella Superba il Galata Museo del Mare, del quale ho già avuto occasione di parlarvi in questo articolo, ad Anversa il Museo Red Star Line che ha da poco aperto i battenti.
Due musei che vi calano nella realtà di chi lasciò la propria casa in cerca di un destino migliore, due musei che utilizzano l’interattività come mezzo espressivo privilegiato.
Tra il 1873 e il 1934 circa due milioni di persone lasciarono l’Europa a bordo delle navi della Red Star Line,  al museo di Anversa si scopre la storia di questa compagnia di navigazione che condusse tante persone verso un futuro che non conoscevano.

Red Star Line

Poster Red Star Line Museum Antwerp
Immagine di proprietà di Visitflanders e tratta dal relativo profilo Flickr

Le vite in movimento, destinazione Canada e Stati Uniti, la Merica dei nostri emigranti.
La Merica di Anna Sciacchitano.
Dalla Sicilia a Ellis Island passando da Genova, durante il viaggio Anna perse uno dei suoi bagagli.
La sua immagine è divenuta una sorta di simbolo delle tante persone che fecero la medesima scelta.

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Galata Museo del Mare

E come al Galata Museo del Mare anche ad Anversa si viaggia virtualmente insieme agli emigranti.
Si parte, il destino sarà roseo e luminoso per questa bimba dal visetto impaurito?

Red Star Line Museum

Red Star Line Museum
Immagine di proprietà di Visitflanders e tratta dal relativo profilo Flickr

Si parte, tante valigie e tante storie.
Si parte, a volte bisogna affrontare molte difficoltà, ad Ellis Island occorre sottoporsi a visite mediche.
La piccola Ita Moël, affetta da una contagiosa malattia agli occhi, non venne ammessa negli Stati Uniti, è il 1922 e Ita è una bambina di nove anni quando viene rimandata ad Anversa.
La sua famiglia, invece, riesce a stabilirsi negli Stati Uniti.
Lei tornerà e verrà ancora deportata in Belgio, verrà ammessa solo nel 1927.
Storie di vite difficili, storie che non dovremmo dimenticare.

Red Star Line Museum (2)

Red Star Line Museum
Immagine di proprietà di Visitflanders e tratta dal relativo profilo Flickr

Storie di padri, madri e figli.
La piccola Irene Bobelijn aveva sei anni quando partì da Anversa con la sua governante, i suoi genitori l’attendevano in Illinois dove la vita pareva essere più dolce che in Belgio.
E dolce è il ricordo  che conservò questa bimba riguardo alla sua permanenza negli Stati Uniti.
Irene fece anche il viaggio al contrario per tornare nelle Fiandre con mamma e papà quando vennero i tempi duri, i tempi della Grande Depressione.
E qui, al Museo Red Star Line, c’è il baule con il quale la famiglia di Irene fece le sue traversate.
Sogni e vestiti racchiusi in valigia.

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Galata Museo del Mare

Storie di speranze, di abbandoni e di nuove vite.
Storie di personaggi celebri, come Albert Einstein.
Aveva viaggiato tante volte sulle navi della Red Star Line.
E compì un altro viaggio, nel 1933, verso gli Stati Uniti, per mettersi in salvo dalla furia cieca dell’orrore nazista.

Red Star Line Museum (3)

Storie di vite in movimento, storie di uomini e donne che partirono da Genova e da Anversa.
Un filo che lega due città, un incontro che avrà questa città come suo scenario.
Il futuro è una misteriosa promessa, il futuro è al di là dell’oceano.
L’avventura è appena iniziata, prendete posto anche voi insieme agli altri viaggiatori.

Red Star Line Museum (4)

Red Star Line Museum

La Grotta Grimaldi Sauli, una meraviglia genovese

Una meraviglia nascosta, una ricchezza a molti sconosciuta e meritevole di essere riscoperta.
E’ la Grotta Grimaldi Sauli che si trova all’interno del “Circolo Sportivo Tennis Club 1893” nella zona di Via San Vincenzo.
E là c’è questa splendida grotta cinquecentesca, per raggiungerla occorre attraversare i bagni del Tennis Club, stupore si aggiunge a stupore, concedetemelo.
Una visita eccezionale, in quanto non è così semplice accedere a questo splendore genovese.
La visita si è svolta su iniziativa dell’Associazione Culturale Luoghi d’Arte rappresentata dal Vicepresidente Mario Beccaria che ha accompagnato un folto gruppo di visitatori e che ringrazio per avermi consentito di partecipare.
E insieme a lui c’era Roberto Bianchi, il responsabile della Sezione Didattica di Palazzo del Principe, colui che mi ha fatto scoprire gli splendori della Grotta Doria.
Ed è stato Roberto a invitarmi, a lui va il mio ringraziamento per aver pensato a me e anche per aver narrato in maniera affascinante ed esaustiva la storia delle grotte genovesi.
E bisogna andare alla  metà del ‘500.
Tutto cominciò con la grotta che molti di voi hanno visitato insieme a me, la Grotta Doria progettata da Galeazzo Alessi.
E in seguito altre nobili famiglie fecero la medesima scelta, altre grotte andarono ad arricchire altri sontuosi giardini.
La Grotta Grimaldi Sauli è una di queste.

Grotta Grimaldi Sauli

Un contesto che possiamo solo immaginare, una cultura di villa e giardino assai distante dalla nostra.
E qui i Grimaldi avevano i loro possedimenti sui quali vennero edificate due ville: una di esse, progettata dall‘Alessi, è ancora esistente.
E nel verde dei giardini sorse anche la grotta.
In alcuni punti è finemente decorata, sebbene lo scorrere del tempo abbia lasciato i suoi segni.
Certo, necessiterebbe di restauri e di un decisivo recupero.
Ma quando sei in posti come questo guardi.
Guardi e sogni.

Grotta Grimaldi Sauli (2)

E lo sguardo si alza ad osservare la volta circolare, un tempo lassù c’era un lanternino che illuminava questo luogo magico.

Grotta Grimaldi Sauli (3)

E sono scene di caccia movimentate, uno dei passatempi di altre epoche.

Grotta Grimaldi Sauli (4)

La nicchia è vuota.
Immagina.
Immagina i decori, le figure, le statue.
Immagina lo splendore e ciò che noi non siamo più capaci di fare.
Grotta Grimaldi Sauli (5)

Una pianta ottagonale, le tracce dell’antica bellezza ancora ci sono.

Grotta Grimaldi Sauli (6)

Alla base della nicchia un mascherone, al di sopra altri elementi decorativi.

Grotta Grimaldi Sauli (7)

E nell’atrio all’ingresso, sui due lati, la grotta ha i suoi guardiani.
E come nel caso della Grotta Doria si tratta di mosaici polimaterici, piccoli pezzi minuti che compongono una figura.
Sono creature dell’acqua, creature del mito.
Sono tritoni, ognuno di essi con la mano tiene  aperta la bocca di un delfino.

Grotta Grimaldi Sauli (8)

E Roberto Bianchi, da profondo conoscitore di questi manufatti, ha sottolineato una somiglianza con una fontana che si trova a Palazzo del Principe.
Una statua,  tritone che con una mano tiene aperta la bocca di un delfino.
Che gli artisti che hanno effigiato questa grotta si siano ispirati proprio a questa fontana?

Tritone - Palazzo del Principe

Una ricchezza di dettagli che lascia stupefatti, un lavoro minuzioso e particolare.
E no, non siamo più capaci di produrre tanta bellezza.

Grotta Grimaldi Sauli (10)

E ancora, alla base di uno dei due tritoni c’è un mascherone meglio conservato degli altri.

Grotta Grimaldi Sauli (9)

E poi nella parte alta delle nicchie queste grandi conchiglie.
E nel decoro ancora altre conchiglie, vere e reali.

Grotta Grimaldi Sauli (11)

Lo stemma nobiliare.
E sono pietre azzurre, coralli e cristalli.

Grotta Grimaldi Sauli (12)

Un lavoro raffinato, minuzioso e preciso.

Grotta Grimaldi Sauli (13)

C’è uno sguardo per perdersi nella volta e nell’insieme delle figure e dei mosaici.
E devi anche immaginare.
E poi pensi.
Una grotta cinquecentesca, una ricchezza cittadina da difendere e tutelare.
E c’è uno sguardo che si perde ad ammirare ciò che noi non siamo più capaci di creare.

Grotta Grimaldi Sauli (14)

E c’è un altro sguardo che segue l’opera degli artisti, le piccole pietre, i cristalli.
Uno accanto all’altro, un lavoro paziente e prezioso.

Grotta Grimaldi Sauli (15)

E ciottoli di fiume e linee.

Grotta Grimaldi Sauli (16)

E ancora piccoli pezzi levigati, a decine.

Grotta Grimaldi Sauli (17)

E altri più chiari che coprono in parte il fondo di una delle vasche.

Grotta Grimaldi Sauli (17a)

Azzurro, nero, rosso, bianco e verde smeraldo.
La magia del mosaico.

Grotta Grimaldi Sauli (18)

C’è uno sguardo che indugia ad ammirare i dettagli.

Grotta Grimaldi Sauli (18a)

Un’opera d’arte raffinata e di immenso valore artistico.
Nascosta e forse sconosciuta a molti, anche ai genovesi stessi.

Grotta Grimaldi Sauli (19)

Cristalli e sfumature.
E una magia che resiste allo scorrere dei secoli e alle tracce del tempo.
Penso alla mano che ha posato qui questi tasselli luminescenti.
E sono ancora qui, possiamo ancora vederli.

Grotta Grimaldi Sauli (20)

E c’è ancora uno sguardo.
Velato di tristezza e di dispiacere, malgrado la gioia di essere qui.
Splendori di Genova celati, nascosti.
La nostra memoria del passato è fragile mentre invece meriterebbe grande attenzione.

Grotta Grimaldi Sauli (21)

E poi ancora guardo in alto, nella volta così lontana.
E’ arduo cogliere i particolari, sono cacciatori e selvaggina.

Grotta Grimaldi Sauli (22)

E si nota un imponente cervo con grandi corna.

Grotta Grimaldi Sauli (23)

Una ricchezza che lascia stupefatti e ammirati.

Grotta Grimaldi Sauli (24)

E prima di lasciare la Grotta Grimaldi Sauli, uno sguardo va ai piccoli putti con i tralci d’uva.

Grotta Grimaldi Sauli (26)

E ancora uno sguardo va alla meraviglia appena veduta.
E un pensiero, forse romantico, va a quei guardiani, ai tritoni che presidiano la grotta.
Voglio credere che l’abbiano difesa e protetta fino ai nostri giorni sebbene il tempo sia un nemico implacabile e insidioso.

Grotta Grimaldi Sauli (27)

La porta si richiude sulla Grotta Grimaldi Sauli, sui mosaici e sulle pietre velate di polvere.
La porta si richiude ma la grandezza del passato resiste, sebbene il tempo sia un nemico davvero implacabile e insidioso.

Grotta Grimaldi Sauli (28)

Caruggi, fili da stendere e campanili

Caruggi, fili da stendere e lenzuola.
Stamattina, sotto il cielo limpido, chiaro e brillante.
Esco, senza meta.
Esco, giro per i vicoli, semplicemente cammino.
E mi trovo qui, in Campopisano.
Persiane verdi, quell’ocra così caldo sulle facciate.

Campopisano (2)

E guardo verso il cielo.
E’ il cielo d’ottobre con i suoi bagliori.
E’ carico di luce e di aria, è il cielo di Genova.

Campopisano

Tendine, colori confetto e ombre.
E fili da stendere come un pentagramma.
E forse potrei attendere che il sole faccia virare i suoi raggi e mi regali altre meraviglie.
E invece no, va bene così.

Campopisano (3)

Scendo, passo oltre il Vico Sotto le Murette.
E cammino, penso anche a voi che mi leggete.
A quante fotografie di lenzuoli, tovaglie e camicie avete già veduto su queste pagine.
Tante, le trovate qui  e qui.
Quante ancora ne verranno?
Davvero non so, non dipende da me, lo sguardo è mio ma gli artisti sono altri, sono coloro che stendono a questa maniera.

Vico Sotto le Murette

E così salgo a Sarzano e guardo il vicolo dall’alto.
E’ luce e colore vivo e vivace.

Vico Sotto le Murette (2)

E cammino, lungo le Mura della Marina.
E se non bastassero i panni stesi ci sono le loro ombre, la realtà e la sua immagine.

Mura della Marina

E’ una giornata calda e bella.
E non so nemmeno più cosa sto fotografando.
Forse i maglioncini grigi lassù?
La tenda rossa?
Forse le case e il cielo così blu?
Davvero non so, ma sono qui, adesso.

Mura delle Grazie

E poi ancora, trovo concerti di fili da stendere e mollette.

Caruggi - panni stesi (4)

E quel rosa così carico attira la mia attenzione.
E le persiane.
Chiuse o aperte? Non so, ma il risultato è pura armonia.
Lenzuola, cordami e reti da pesca.
Un’insegna di un negozio che non c’è più e parole che narrano questa città.

Caruggi - panni stesi (2)

Un’allegra confusione di bucato e una dichiarazione di fede calcistica.
Alle finestre dei miei caruggi.

Caruggi - Panni Stesi (3)

Cammino.
Dove vado?
Non so, cammino.
E la gente si volta a guardare, non capiscono cosa stia fotografando.
Ma è ovvio, quella corda da stendere lassù!

Vico della Rosa

In giornate come queste la luce regala colori ancora più accesi.
Giù al Molo, blu di Genova e di mare.

Caruggi - Panni stesi

Cielo turchese, in Vico Malatti.
E qui non c’è nessuno, ci sono solo io a cercare le imprendibili prospettive dei caruggi.

Vico Malatti

E le trovo sempre.
Le infinite declinazioni del colore, a volte così splendente, allegro e luminoso.

Vico Bottai

E altre volte tenue e delicato, sullo sfondo la chiesa di San Marco.

Vico Palla

Ma questa è stata una giornata particolare.
Qualche passo indietro.
E questa è diventata una poesia che narra di bucato e campane e campanili.

Vico Palla (2)

E sì, oggi era una giornata così.
Anche in Piazza di Santa Maria in Passione il campanile della chiesa si rifletteva sulla facciata.
Istanti irripetibili, la perfezione dell’attimo.

Piazza Santa Maria in Passione

Cammino.
Nei caruggi che amo, con i muri antichi che narrano vecchie storie e vite passate.
E Vico Vegetti è da sempre il mio viaggio nel tempo, ve ne parlai qui di cosa si prova a scendere giù per quel caruggio.
E a fermarsi a guardare, è quasi un bianco e nero.

Vico Vegetti (2)

E poi ancora, Vico Del Dragone.
Ed è un’allegra e colorata magia di magliette, calzoncini e camicie.
Non la vedo solo io, vero?

Vico del Dragone

E l’ho detto, questa era la giornata dei campanili.
Sant’Agostino, i panni stesi e la poesia dei vicoli.

Vico del Dragone (4)

E alzo lo sguardo.
Io sono fortunata, è sempre lo stesso cielo ma c’è sempre un cielo nuovo sopra di me.

Vico del Dragone (2)

E sono tornata a casa con la bellezza negli occhi.
E’ una bellezza semplice che profuma di sapone di Marsiglia.
E’ un quadro ogni giorno diverso, mai uguale a se stesso.
Ed è una piccola magia da cogliere ed ammirare.
Così, semplice.
Un’edicola, una tenda sottile.
La magia.

Via Ravecca