Ragazze semplici

Sono ragazze semplici, non sono certo abituate a stare in posa davanti a un fotografo.
Sono ragazze semplici, hanno occhi grandi e ingenui, la pelle chiara, gli orecchini piccoli ai lobi, una di loro porta un ciondolino appeso alla catenina, l’altra ha una collana con delle pietre scure.
Le ragazze semplici portano poi un fazzoletto in testa e alcuni riccioli ribelli incorniciano i loro visi.
E sono belle così, senza alcun artificio che guasti la loro naturalezza.
La semplicità è un raro pregio e una ricchezza, la semplicità è spesso anche sinonimo di sincera franchezza.
Non è banale essere semplici: nel parlare, nell’agire, nel comportarsi seguendo una linea retta e una strada illuminata.
Così, semplicemente.
Le ragazze semplici, spesso, hanno anche gusti semplici e magari sogni grandiosi che però non confidano a nessuno altrimenti c’è il timore che non si avverino.
Le ragazze semplici ridono, piangono, hanno progetti e delusioni, fiduciose speranze e felicità nascoste e sanno apprezzare le piccole gioie che la vita riserva.
E restano lì con gli occhi spalancati sui giorni che verranno, ragazze semplici di un tempo lontano.

Camminando nel passato in Piazza Corridoni

E ritorniamo a camminare insieme nel passato della Superba, oggi attraverseremo una centralissima piazza genovese e proveremo a scoprirla osservando i dettagli di due cartoline della mia collezione.
Del resto, se si vuole viaggiare nel tempo, questo pare ancora essere il metodo migliore!
E così eccoci in Piazza Corridoni, è tempo di rivoluzioni urbanistiche e di modernità così bene testimoniate dalle fiammanti automobili poste una accanto all’altra, non manca però un carretto con il suo fido cavallo, le buone abitudini del passato hanno pur sempre il loro fascino.

E così si svela questa fantastica Piazza Corridoni, nessuno di noi la conosce con questo toponimo che le venne attribuito per un certo periodo, ai nostri tempi questa è chiaramente Largo Zecca che tante volte molti di noi hanno attraversato proprio come questi antichi genovesi.
C’è chi va di fretta, chi se la prende comoda, lo spazio è ampio e libero, nella città che cambia si appprezzano i molti miglioramenti della modernità.
E sullo sfondo si scorge un tram che imbocca la Galleria allora dedicata a Vittorio Emanuele III ed oggi invece denominata Galleria Giuseppe Garibaldi.

Questa Genova è una città operosa e vivace, si nota sullo sfondo un uomo chinato, potrebbe essere un addetto a qualche manutenzione o alla pulizia della strada, più sulla destra forse si scorge un vigile.

E così si mostra la bella prospettiva di Piazza Corridoni: è una città moderna e nuova, la piazza è elegante e di ampio respiro.

Ancora si notano altre vetture magnifiche parcheggiate lì a lato, là dietro ci sarebbe la stazione della Funicolare Zecca Righi e non sapete quante volte ho fatto di corsa questo pezzo di strada!
Per non perdere la funicolare, naturalmente.
E a dire il vero nemmeno sapevo che stavo attraversando Piazza Corridoni!

Dal passato al presente il cielo chiaro sempre sovrasta questa parte di Genova che sono riuscita a cogliere in un istante insolitamente poco trafficato.

E resta tutto molto riconoscibile in questa zona di Genova un tempo nota come Piazza Corridoni.

Le due sorelline

Sono due sorelline ritratte in un tempo distante insieme alla mamma nello studio fotografico di Giulio Rossi.
Un ritratto di famiglia, una fragile memoria preziosa dei giorni d’infanzia.
Così, fantasticando, ho immaginato le due bimbe nella loro casa mentre si preparano per uscire, loro sono docili, bene educate e obbedienti.
Amano le musiche dolci, i biscottini caldi e le favole della buonanotte.
E ora sono lì, vicine alla mamma, con la giacchetta vezzosa chiusa sul davanti da una fila di bottoncini tondi.

Sembrano avere i capelli biondo cenere, sotto il cappellino fastoso tutto pizzi e nastri si scorge appena la frangetta.
La più piccolina delle due ha questa espressione a metà tra lo stupore e la noia, pare quasi perduta nelle sue fantasticherie e sembra attendere che finalmente termini il tempo lungo necessario per fare la fotografia.
La mamma però le ha detto di essere paziente e lei fa davvero del suo meglio.

La mamma, dolce e sempre amorosa, le cinge la vita con un braccio e con l’altra stringe le sue ditina sottili.

Una gonna a pieghe, i piedini messi in quella maniera lì e sempre tutta la vita davanti.

La sorellina più grande tiene la testa così vicina a quella della mamma e ha questo grande fiocco annodato sotto il mento e gli occhi chiari e quella tenera espressione ingenua dei suoi pochi anni.

Era un giorno del passato e loro sono due sorelline con la loro mamma, nel tempo felice dell’infanzia.

Camminando nel passato di Piazza Paolo da Novi

Camminando nel passato di Piazza Paolo da Novi potreste ritrovarvi in uno spazio ampio, aperto e arioso, attraversiamo così la piazza in tutta tranquillità come i vari passanti che qui si attardano in diverse maniere: c’è chi scambia due parole, chi si ferma sulla panchina e chi invece si dirige con passo sicuro verso qualche bottega.
Tic tac, tic tac, la mia macchina del tempo vi porta nel lontano 1926, periodo che mi è più semplice immaginare grazie alla Guida Pagano di quell’anno che mi consente di conoscere le attività commerciali della zona.
Piazza Paolo da Novi è un piccolo mondo a parte, non manca nulla per il gran comodo degli abitanti della zona.

Ci sono infatti due macellerie, due drogherie, una salumeria, tre rivendite di vino buono, il Signor Podestà vende ghiaccio e il Signor Cerosillo offre invece ai suoi clienti le sue esuberanti acque gazzose, c’è una calzoleria e persino una fabbrica di ombrelli.
Qui si trovano salumi, prodotti di erboristeria e poi mobili e tappezzerie e anche macchine da cucine, le sorelle Zanchi vendono alle signore i loro capi all’ultima moda e naturalmente c’è anche un parrucchiere.
E poi ci sono due botteghe di ferramenta e per il carbone si può contare sul Signor Morando.
Deve essere questa la ragione per la quale, cari lettori, in Piazza Paolo da Novi tutti se la prendono comoda: hanno il loro piccolo mondo a parte dove trovano tutto ciò che di cui hanno bisogno.

In Piazza Paolo da Novi, in questo scorcio di un altro tempo, c’è anche qualche smagliante automobile ma si tratti di mirabili eccezioni in un spazio in prevalenza libero.
Chissà se colui che sfreccia a bordo di questa macchina fantastica si figura come saranno queste strade negli anni a seguire, il futuro è sempre difficile da immaginare.

I dettagli che avete veduto sono tutti tratti da una cartolina della mia collezione e mostrano una città per noi inconsueta.
Piazza Paolo da Novi è ancora ricca di negozi e di attività commerciali, certo in maniera diversa rispetto a quel 1926.
La piazza: luogo di incontro e di condivisione, a volte spazio adibito a mercato, fulcro della vita di un quartiere e suo cuore pulsante.
Ad un certo punto della nostra storia e del nostro percorso nel mondo, in certi casi, con le nostre abitudini abbiamo attribuito un diverso significato al termine piazza, mutando la destinazione di certi luoghi: le nostre piazze sono spesso congestionate dal traffico o utilizzate come parcheggi, così non sappiamo più ritrovare il loro originario orizzonte.
È il naturale corso del progresso che, a volte, ha anche un prezzo, certamente è chiaro che nessuno di noi pensa di dover rinunciare ai diversi agi della modernità o ai mezzi di trasporto privati.
Nella coscienza di ciò, tuttavia, mi permetto di fare una mia personale considerazione: attraversando le nostre piazze e le nostre vie, dovremmo avere sempre la perfetta consapevolezza della loro originaria destinazione e potremmo anche non essere in grado di ritrovarla ma la conoscenza può esserci di aiuto per vivere al nostro meglio gli spazi delle nostre città.
E così, quando vi troverete in Piazza Paolo da Novi provate a osservarla con occhi diversi, come se poteste davvero camminare anche voi in quel passato per tutti noi sconosciuto.

Ricordando Margherita

Pensando a lei, bisogna tentare di immaginarla nei giorni della sua felicità.
È giovane Margherita: è figlia, sposa e madre.
Ed è amorevole, gentile e paziente, Margherita ha quattro bambini che sono la sua gioia e il suo respiro.
E nelle stanze della sua casa li vede crescere, mettere il primo dentino, li aiuta ad alzarsi esitanti sui piedini, li coccola e e li abbraccia, dolce mamma amorosa.
E canta la ninna nanna e muove un sonaglino davanti ai loro occhietti assonnati.
Lei è Margherita, ma come la racconti la fragile bellezza di una vita? E come la ricordi?
Pensando a lei, poi provate a immaginare il suo sposo e il suo indicibile dolore.
Perdere Margherita: no, non lo aveva certo mai previsto di rimanere su questa terra senza di lei.
Lui ha impresso nella mente il viso di lei, i suoi tratti gentili, la sua grazia femminea.
E in un giorno che non so, con tutta probabilità, il giovane vedovo consegnò al bravo scultore una fragile fotografia: è il ritratto di lei, della sua Margherita.
Per ricordarla ancora, per rivedere ancora quel suo viso giovane e delicato.

Il destino fu crudele con lei, Margherita ebbe poco tempo per godere delle sue gioie e per poter crescere i suoi quattro bambini.
Poche parole ci narrano di lei e della sua felicità perduta, la lapide evoca il senso di dilaniante smarrimento causato dalla sua prematura dipartita.
Margherita spirò a soli 28 anni il 9 Marzo 1891, colpita da una di quelle malattie che nella sua epoca non lasciavano scampo.
E le sue dolcezze svanite sono tutte lì, nelle parole incise in sua memoria.

Ho trovato il suo sguardo in un giorno di primavera, lei riposa nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Ho notato i suoi tratti dolcemente perfetti e mi sono detta che chissà quante cose ci sarebbero da raccontare su di lei, se solo il tempo non avesse posato il suo velo sui suoi giorni.
Così l’ho immaginata, io non so nulla di lei e ciò che ho scritto in questo post è solo una mia fantasia.
Eppure, pensando a Margherita, mi pare proprio di vederla mentre attraversa il lungo corridoio della sua casa, porta il bustino stretto e una gonna ingombrante.
In lontananza si sentono le voci allegre dei bambini, mentre la luce batte sulle finestre.

E Margherita si ferma davanti alla grande specchiera dove si riflette la sua immagine.
È una giovane donna, ha i capelli mossi perfettamente pettinati, gli orecchini piccoli, un fiocco che cade vaporoso sul suo petto e una camicia vezzosa con il colletto di pizzo.
E sono i giorni della sua giovinezza di figlia, sposa e madre.
E così io voglio ricordarti, cara Margherita.

Un giorno a Villetta Di Negro

Doveva essere un giorno del tardo autunno o forse si era già nel cuore dell’inverno.
Faceva freddo, quel freddo pungente e magari ventoso così tipico di certe stagioni nella Superba.
E così, con cauta previdenza, i piccini erano stati coperti per bene: maglie di lana calda, sciarpe e cappottini pesanti.
E un cappellino sulla testa e i sorrisi timidi ed allegri e una risatina che quasi sfugge e quella luce brillante nello sguardo.
Un giorno, a Villetta Di Negro.

E la cuffietta e la frangia corta tagliata dalla mamma.
E tenerezza e fragilità, una testolina piena di sogni, fiabe e dolcezza.

Un giorno, a Villetta Di Negro, centrale parco cittadino da sempre amato dai bambini di Genova.
Tutti noi abbiamo ricordi legati a quei viali, alla cascata scrosciante d’acqua fresca e alla bellezza di quel luogo.
Un giorno, a Villetta Di Negro, sotto lo sguardo vigile e attento del proprio papà.

Con una fiducia smisurata nel cuore e con quell’entusiasmo infantile che bisognerebbe sempre conservare.
Con la calzamaglia spessa, le scarpine con il passante, una strada infinita ancora da percorrere e tutta la vita davanti.

La fotografia venne scattata da Alfonso Bonadiman che aveva il suo studio a Villetta Di Negro, qui il fotografo operò per molti anni ritraendo coloro che frequentavano la villetta, le sue belle fotografie erano spesso rifinite con la cornicetta dal gusto squisitamente liberty che potete anche in questo caso ammirare.
Come ebbi già modo di scrivere in un precedente articolo, lo studio di Bonadiman fu danneggiato nel corso della II Guerra Mondiale ma negli album e nei cassetti delle famiglie genovesi rimasero quei frammenti di gioia catturati nello spazio di una fotografia.
Il tempo e la felicità sono sono misteri fragili e bellissimi spesso intrecciati indissolubilmente.
Un sorriso, un ricordo.
Era un giorno lontano, a Villetta Di Negro.

A cavallo al Bois de Boulogne

“Le carrozze non si muovevano ancora. In mezzo alla lunga fila di coupé, numerosissimi al Bois, in quel dolce pomeriggio autunnale, scintillava di tanto in tanto il morso di un cavallo, l’impugnatura d’argento di una lanterna, i galloni di un lacchè seduto a cassetta. Qua e là, in qualche landò scoperto, spiccavano abiti femminili di seta o di velluto.”

Emile Zola – La Preda (1871)

Con le evocative parole di uno scrittore a me tanto caro vi porto nella Parigi di un altro secolo, al Bois de Boulogne, vasto parco situato nel XVI Arrondissement della capitale francese.
Là, lungo quei viali, si trovò un giorno anche una giovane donna: cappello, giacca, abito da perfetta cavallerizza, lei stringe le redini e sorride al fotografo che la ritrae.

E ritorniamo ancora al massimo rappresentante del naturalismo francese e ad un brano di un altro suo celebre romanzo che qui voglio riportare.
È una gioiosa baraonda, un fremito vitale, una tela dipinta con talento e pazienza:

“Quella domenica, sotto un cielo gonfio dei primi temporali di giugno, si correva, al Bois de Boulogne, il Gran Premio di Parigi.

Arrivavano carrozzini con ruote immense che al sole mandavano lampi di acciaio, cabriolet leggerissimi, delicati come strumenti di orologeria, che filavano tra un tintinnio di sonagli. Ogni tanto, passava un cavaliere e un’onda di pedoni correva spaventata in mezzo agli equipaggi. Il lontano rotolio delle carrozze, proveniente dai viali del Bois de Boulogne, si smorzava in un fruscio attutito; si sentiva soltanto il rumore crescente della folla: l’aria era piena di grida, di richiami, di schiocchi di frusta.”

Emile Zola – Nanà (1880)

Vita, voci e suoni, come sempre Zolà è un impeccabile ritrattista e sa restituirci l’atmosfera di quella Parigi che lui conosceva bene.
Ho scelto i suoi brani per accompagnare il racconto di questa fotografia che ho di recente acquistato: da sempre mi affascina Parigi e naturalmente la giovane cavallerizza ha subito attirato la mia attenzione.
Il ritratto è opera di Delton, fotografo parigino che si dedicava alle “photographie hippique” proprio al Bois de Boulogne, come si legge nell’angolo in basso a destra della mia fotografia e come ho poi avuto anche modo di verificare con alcune mie ricerche.
E così, in sella al suo elegante destriero, ecco Mademoiselle con i suo stivali, i piedi nelle staffe, la posa sicura e il sorriso luminoso.
Era un giorno di un tempo distante al Bois de Boulogne.

Una famiglia

La famiglia si riunì, in un giorno prestabilito, forse per loro era un’occasione importante.
E così si ritrovarono nella grande casa di Genova che da sempre aveva racchiuso i loro cuori, le loro speranze e i loro sospiri.
Nella grande casa con le finestre spalancate sul giardino, bucolico scenario di momenti felici e di gioie a lungo conservate nel ricordo.
Baffi importanti, braccia incrociate sul petto, l’assertiva sicurezza degli uomini della famiglia fa sentire tutti al sicuro.

E ognuno ha il suo ruolo, nella famiglia, ognuno è un prezioso tassello di un disegno più grande che si è composto nel corso degli anni.
Tra di loro lei, con il suo sguardo amorevole di madre, zia o sorella.

La famiglia custodisce, protegge e rassicura.
Sorride con grazia la giovane donna, il ragazzino pare un po’ timido, tutti restano in posa per la fotografia.
E sono sguardi di diverse generazioni e progetti differenti.

Un motivo a righe, l’abito bianco, le braccia spalancata e le mani posate sulla ringhiera.
E la famiglia alle spalle e tutta la vita davanti.

La famiglia è accoglimento e accudimento.
Ed è intenso e vivace lo sguardo della donna con l’abito scuro, ad osservarla la immagino in certe sere d’inverno, alla luce tremula di un lume.
Tiene il ricamo in grembo, ogni tanto alza gli occhi verso il suo interlocutore: lei ascolta e sempre sa trovare le parole giuste per confortare un figlio, un nipote o un fratello.
O almeno così la vedo io, io che non so nulla di tutti loro ma che, ancora una volta, ho il privilegio di custodire la fotografia dove tutti sono ritratti.

Accadde in un giorno del passato, a Genova.
Nella grande casa con il giardino.
In un tempo felice di una famiglia.

Un giorno a San Quirico

Era un giorno di una stagione svanita.
A San Quirico, vicino agli alberi, davanti a una raffinata balaustra, nella prospettiva di un tempo diverso.
A San Quirico, un giorno.
Un gentiluomo e una giovane donna.
Lui porta il panciotto, ha un abito di buon taglio, una certa naturale eleganza e ostenta sicurezza, tiene la mano in tasca e pare impegnato in una conversazione della quale non possiamo conoscere i contenuti.
Accanto a lui c’è una giovane donna dall’aspetto composto e ritroso, porta i capelli raccolti con cura, indossa un vestito rifinito con motivi alla moda, ha una grazia garbata che nemmeno le sgualciture della fotografia possono appannare.

E a breve distanza ecco ancora lei.
Alta e slanciata, un busto stretto cinge la sua vita, sembra quasi severa nella sua posa e per lo stile del suo abito: la gonna scura, la camicia in tessuto rigato e appena una frivolezza di decorazione ad aggiungere ancora femminilità.
Lo sguardo perduto verso un punto indefinito, le labbra sottili e quel gesto quasi nervoso della mano.
È una figura ammantata di suggestioni gozzaniane, la sua leggiadra è propria di certi giorni di un secolo nascente.

Vi ho mostrato i protagonisti di una fotografia del passato che ho il privilegio di custodire, appena l’ho veduta ha suscitato la mia interessata curiosità: vorrei conoscere le storie di queste persone ma, in qualche modo, è possibile anche immaginarle.
Ciò che mi ha colpito, in particolare, è la composizione della fotografia: la postura delle persone, gli sguardi, le distanze.
E questa vaghezza imperscrutabile e al tempo stesso incantevole.
Accadde in un giorno lontano, a San Quirico.

Il quadrifoglio di Teresa

Tra i fiori e le piante del mio terrazzo, direi in ogni stagione, crescono sempre rigogliosi i trifogli.
Indomiti e testardi, si ostinano a spuntare nonostante io mi impegni a far in modo che non ci siano: i trifogli, comunque, rispuntano.
E tra quel verde brillante e deciso, lo ammetto, ho tante volte sperato di trovare almeno un fortunato quadrifoglio ma ahimè, ad oggi non è ancora successo!
E tuttavia non mi perdo d’animo, sento che un giorno o l’altro capiterà e stringerò tra le mani un fragile e beneaugurante quadrifoglio.
Fino ad allora ho pensato di consolarmi con il delizioso quadrifoglio che l’ottimista Teresa scelse per la cartolina che inviò a Giacomo con poche gradite parole.
La cartolina è in rilievo ed è una raffinatezza di verde e di oro, impreziosita per di più anche da quei versi in rima così graziosamente adagiati tra le verdi foglie.
Questo è il quadrifoglio di Teresa: per Giacomo, per me e per voi.

Offrendoti il fiore che porta fortuna
ricevi il mio core che affetto raduna
e tal quadrifoglio ti sia talisman
da renderti lieto ognor il doman.