Una cartolina per la Signorina Eugenia

È una corrispondenza che viene da lontano e fu spedita nel 1906, la destinataria era la Signorina Eugenia.
La cartolina, accompagnata da saluti e baci affettuosi, fu scritta e inviata dalla zia Antonietta, con cura amorevole verso la sua nipotina.
Contrasti di colori, sorrisi e un celebre gioco del tempo d’infanzia.
Le dita che si muovono svelte, gli sguardi attenti, un gesto antico e tante volte ripetuto.
Guardando questa cartolina mi sono ricordata che questo gioco era in voga anche nei nostri anni ‘70 ma forse i bambini di adesso non lo conoscono più.
Di certo lo conosceva bene la Signorina Eugenia che sarà stata poco più che una ragazzina e avrà sorriso felice rigirandosi tra le mani la cartolina della zia Antonietta, in un giorno distante del 1906.

Un sorriso radioso

Nulla è più commovente, sincero e luminoso del sorriso di un bambino, così colmo di stupore e di gioia.
È una luce che supera il limite del tempo e si ripresenta ancora nella sua disarmante semplicità.
E il sorriso di lei è radioso: lei è una bimbetta ingenua e felice, con i capelli chiari e sottili, un visetto dolce e un bamboletta stretta in una mano.
Nel suo sguardo c’è una cifra indefinibile di meraviglia, di felicità trasparente e autentica.

Se ne sta seduta su una bella poltroncina con il suo abitino di sangallo e gli stivaletti con i bottoncini tondi.
Venne così ritratta in un giorno della sua infanzia dal talentuoso fotografo Achille Testa che così immortalò la sua tenerezza: una bimba con il suo sorriso radioso e tutta la vita davanti.

Il Natale del 1976

Il Natale del 1976 arrivò forse più freddo di questo, allora però avevo da poco compiuto dieci anni e secondo me neanche me ne accorgevo.
In quel Natale del 1976 c’era qui con noi un’ospite graditissima, la mia cara zia della quale spesso vi parlo, lei aveva appena avuto un intervento e allora si pensò che fosse meglio che stesse con noi per qualche tempo, così quando lo zio andava a lavorare lei non rimaneva a casa da sola.
Ricordo quei giorni di dicembre con particolare affetto perché avere la zia da noi era proprio un privilegio, con lei passavamo lunghe settimane nella casa del mare quando era estate ma in inverno, a Natale, era tutta un’altra cosa.
In quel Natale del 1976 al posto dell’abete qui in casa venne addobbato un olivo, se non ricordo male si trattava semplicemente di un grande ramo che venne sistemato in ingresso.
L’olivo era veramente alto e la mamma, con il suo solito estro creativo, lo aveva decorato con le palline dorate e con i fili dorati che andavano di moda negli anni ‘70, c’erano poi degli angioletti fatti da noi con la carta dorata e ripiegati in modo da poter essere riposti tra le foglie.
Gli angioletti, oggi gelosamente conservati in una scatola in cantina, erano stati ritagliati con pazienza certosina uno ad uno seguendo un disegno preciso tracciato con una sagoma, io ricordo quell’albero come una straordinaria particolarità per me davvero entusiasmante.
Quindi Babbo Natale arrivò e lasciò tutti i pacchettini sotto l’olivo e il mattino dopo che bella sorpresa per noi bambine!
C’è una foto di quel Natale del 1976, fatta evidentemente da mio papà che era il fotografo ufficiale di famiglia, in cui si vedono la mamma e la zia sorridenti sullo sfondo mentre io e mia sorella siamo sedute per terra a sfasciare i nostri regali.
Io avevo tutti i capelli scarmigliati, un codino in mezzo alla testa e una vestaglietta a quadretti.
La mamma e la zia sorridevano con quelle espressioni che ancora mi sono rimaste impresse nella memoria e che hanno avuto anche molti anni dopo nei diversi momenti felici delle nostre vite.
Non ricordo esattamente cosa arrivò per me in quel Natale del 1976, dalle foto mi pare di intravedere una confezione di un vestitino di Barbie e di certo ne sarò stata entusiasta.
Di sicuro in quel Natale del 1976 ci fu una bella tavola imbandita con tante cose buone, eravamo tutti insieme a festeggiare e a fare il brindisi con il moscato.
In quelle feste degli anni ‘70, non so precisamente in quali anni, a volte sotto l’albero trovavo gli angioletti di legno.
Erano piccoli, delicati e così graziosi nella loro semplicità, li ho sempre amati e naturalmente li conservo ancora tutti, ne ho molti e sono tutti diversi tra loro.
E oltre agli angioletti ci sono i pretini musicanti, ognuno di essi stringe tra le mani uno strumento e tutti insieme compongono un’orchestrina.
Tre di questi piccoli preti erano miei, due invece appartenevano alla zia: ora stanno tutti vicini e suonano un’allegra musichetta natalizia.
Stanno tutti insieme, proprio come noi in quel Natale del 1976.

C’era una volta un piccolo ombrellino

C’era una volta un piccolo ombrellino da cocktail che non se la passava tanto bene.
Vantava un rutilante passato festaiolo e, memore di quei giorni gioiosi, spesso sospirava ricordando i tempi felici.
– Quanto ero giovane – andava ciarlando – era tutta un’altra storia! Ah, che bei tempi! Se ricordo quelle estati degli anni ‘80 non riesco a trattenere l’emozione!
– Oh, no, adesso ricomincia! – Sbottava infastidita sua sorella.
I due ombrellini avevano avuto un destino comune e avevano trascorso insieme tutta la vita.
Negli anni della loro gioventù erano capitati in un allegro locale della riviera ligure e per un bel pezzo se ne erano stati tranquilli riposti in un contenitore di vetro sul ripiano dietro il bancone del bar.
E da lì si vedevano tutte le cose del mondo: coppie di innamorati, famiglie numerose, turisti con sandali improbabili, dinamiche vecchiette e giovani sportivi.
E così da quel barattolo l’ombrellino si era fatto una certa esperienza ed era certo quindi di sapersi districare nelle faccende della vita.
Era poi arrivata una luminosa sera di agosto, la sera del destino, verrebbe da dire.
Il vaso venne aperto e l’ombrellino insieme a sua sorella venne appuntato su una fetta di limone:
– Eccoci, finalmente è il nostro turno! – Trillò tutto felice mentre planava in un bicchiere di frizzante analcolico.
La ragazza al quale era destinato quel cocktail fece un brindisi con le sue amiche, sorseggiò quella fresca delizia e poi, a fine serata, ripose i due ombrellini nella sua borsetta di paglia.
Infine li sistemò in un bicchiere pieno di perline collocato nella sulla libreria e lasciò lì per anni e anni senza più curarsi di loro.
L’ombrellino non era molto soddisfatto di quella condizione, sua sorella invece aveva fatto amicizia con la farfallina, le due si intendevano a meraviglia e si godevano la meritata pensione.

L’ombrellino, invece, strepitava.
Voleva fare, andare in giro, vedere posti, conoscere persone, socializzare, divertirsi, aprirsi e poi richiudersi, roteare leggero e vanitoso come si addiceva a uno come lui.
E così ogni tanto si lagnava della sua situazione, mentre sua sorella e la farfalla parlottavano tra di loro quasi commiserandolo.
Passarono mesi e anni, non sapeva nemmeno più lui quanti, poveretto!
Che noia quella vita, dalla libreria vedeva sempre lo stesso panorama: scrivania, divanetto e poltroncine.
A stagioni alterne poi, accanto alla finestra, compariva l’albero di Natale con le lucine brillanti, era l’unico motivo di svago per il povero ombrellino che amava molto quelle atmosfere festose.
Ed era di nuovo quel periodo, freddo ma gioioso.
La ragazza di un tempo era diventata una signora e sotto il suo abete natalizio aveva riposto i regali per la sua nipotina, una bimbetta deliziosa e vivace.
C’erano per lei una scatola di mattoncini colorati, i pennarelli nuovi, diversi libri didattici e anche una celebre bambola bionda tanto desiderata.
Le manine strinsero felici tutti quei doni e poi lo sguardo vispo della bambina si posò sul ripiano della libreria e la piccina svelta si avvicinò, si mise un punta di piedi e afferrando l’ombrellino azzurro esclamò:
– Questo lo prendo io, zia, mi serve per la mia bambola!
La zia annuì sorridendo e l’ombrellino, tutto emozionato, comprese che finalmente lo attendevano nuove avventure.
È proprio vero – pensò tra sé e sé – a volte, quando meno te lo aspetti, la vita ti regala una seconda possibilità!

Con le manine sul cerchio

Loro sono due.
Sono due, con le frangette corte, le labbra a cuore, gli sguardi timidi, sorpresi e stupefatti.
Sono due, teneri e obbedienti.
Il più grande abbraccia così la sua sorellina, con modi protettivi e affettuosi.

Sono due e insieme reggono un cerchio.
È un gesto che compiono su indicazione del fotografo in occasione del ritratto, s’intende.
Per loro però è una consuetudine, uno svago al quale sono certo abituati e così posano le manine sul cerchio e lo tengono stretto stretto.
Poi, forse, per l’emozione trattengono anche un po’ il respiro in attesa che tutto finisca.

Fermi immobili, in piedi sul divanetto.
Con le braghette scure, la gonnellina svolazzante, le calzine corte e le scarpette con i bottoncini.

I loro genitori scelsero di farli ritrarre dal bravo fotografo Achille Testa, a mio parere uno dei più talentuosi a cogliere la fresca giocosità dell’infanzia.
E così, eccoli qua: loro sono due.
Con le manine sul cerchio e tutta la vita davanti.

Il fantastico cavallino del fotografo Scotto

Ritorniamo a camminare nel passato, con le gioie e gli stupori dell’infanzia.
Oggi andiamo infatti nel ponente ligure, nello studio del fotografo Scotto nella ridente e celebre Sanremo.
Questo professionista aveva tra i suoi arredi e accessori uno straordinario cavallino che doveva essere la felicità di tutti i bambini, ne sono certa.
Osservate bene: il cavallino era dotato di due maniglie a manovella destinate ad essere tenute strette da manine avventurose.

Sembrerebbe che fosse una specie di triciclo e penso pertanto che facendo girare le maniglie il potente mezzo si mettesse in movimento.
E così, in sella al suo baldo destriero, ecco un piccoletto tutto fiero con la sua divisa del collegio, il cappellino per traverso, l’espressione vispa e vivace e i piedini al loro posto.

E poi invece osserviamo un altro ritratto che ci restituisce un’espressione più incerta e stupita, questo cavallino era proprio un balocco eccezionale!

E che desiderio di andarsene via su quel mezzo incredibile, facendo girare le manovelle e lasciando volare la fantasia!
Così, con gli stivaletti con i bottoncini e l’abitino chiaro.

Le due fotografie in formato Carte de Visite sono due mirabili testimonianze di un tempo lontanissimo, come potrete notare i due dorsi sono differenti ma entrambi riportano i riferimenti del fotografo Jean Scotto a Sanremo.

Un fantastico cavallino per la gioia dei più piccini: manine sulle maniglie, sguardo meravigliato e tutta la vita davanti.

Gli amici di Italino

Italino ha tanti amici.
Italino ha avuto un cammino breve nel mondo ma oggi non è stato dimenticato.
Italino è il bambino che giocava con il cerchio.
E ieri mattina, camminando lungo il viale che sovrasta la sua tomba al Cimitero Monumentale di Staglieno, ho veduto che molti vengono a trovarlo.
Gli portano i fiori, gli portano le macchinine, c’è per lui un piccolo delfino e anche un Pinocchio: sono i giocattoli di Italino e a portarglieli sono i suoi amici, è una cosa commovente.
Un tempo non accadeva, nel passato non ricordo di aver mai veduto tanti piccoli doni per questo piccino.

Io ho raccontato su queste pagine la tragica storia di Italino molti anni fa, se ancora non la conoscete, potete leggerla qui.
E se nel mio piccolo ho in qualche modo contribuito a tenere viva la memoria di Italino, allora vuol dire che queste mie paginette sono in qualche modo utili e non posso che esserne contenta.
E sapete, ieri non c’erano solo i giocattoli, c’era anche un simpatico gatto che si aggirava lì attorno, anche lui è un amico di questo bimbetto così sfortunato.
Ciao Italino, ti ricordiamo e non sei stato dimenticato.

 

Il Natale del 1972

Il Natale del 1972 fu entusiasmante, allegro, rumoroso e felice come sanno essere certe festività quando si è piccoli.
Avevo, all’epoca sei anni e quindi frequentavo la prima elementare e così alcuni ricordi di quel Natale sono rimasti racchiusi tra le pagine di un quaderno a quadretti dalla copertina rossa dove una mini Miss Fletcher stava imparando a scrivere.
In prevalenza usavo la matita, immagino su disposizione della Signora Maestra (si scrive così, con le iniziali maiuscole) e avevo una scrittura a tratti incerta ma piuttosto ordinata.
Naturalmente per i disegni via libera a matite e pennarelli e così ecco qua i Re Magi di quel glorioso 1972.

Il disegno accompagnava un dettato fatto il 22 Dicembre e dedicato appunto alla stella cometa che aveva condotto i Re Magi al cospetto di Gesù con l’oro, l’incenso e la mirra.

Oltre alla stella cometa, in quel Natale del 1972, c’erano anche le stellucce, stelline di una celebre filastrocca che avevo diligentemente scritto sul quaderno di scuola.

Il Natale di quell’anno fu particolarmente generoso con me, nell’album delle foto di famiglia mi si vede con il pigiamino a fiori seduta sul tappeto, davanti all’albero di Natale, intenta a scartare pacchi e pacchetti.
E secondo voi cosa desiderava la mini Miss Fletcher dell’epoca?
Ne ho sempre memoria grazie al quaderno delle elementari e sinceramente sono rimasta io stessa stupefatta.

Tuttavia sono certa di avere avanzato anche altre richieste perché Babbo Natale fu molto magnanimo e mi portò un sacco di bellissimi regali dei quali ancora conservo l’elenco, sempre sul quaderno della prima elementare.
Quel 25 dicembre ricevetti un mercatino, una cucina, un servizio di pentolini, il gioco del football, un gioco per costruire le mattonelle, un proiettore e dei puzzles.
E oltre a tutto questo quell’anno arrivò anche il mio gioco in scatola preferito: l’adoratissima Reginetta del Ballo della quale ebbi modo già di scrivere tempo fa in questo post.

C’era da divertirsi con tutti questi giocattoli creativi e interessanti, avrei passato interi pomeriggi nella mia cameretta con i miei giochi, mi piaceva condividerli con le amichette ma sono sempre stata una bambina molto indipendente e sapevo far passare il tempo anche da sola senza mai annoiarmi.
Fu un Natale semplice, fu il Natale felice di una bambina felice.
Da grandi poi si guarda indietro a quel tempo e si riprova una nostalgia che rimbalza nel cuore per quella spensieratezza e per quel senso di avventura e di continua scoperta tipico dei giorni d’infanzia.
Fu un Natale semplice, fu il Natale felice di una bambina felice.
Era il Natale del 1972.

Dino e Luisa

Loro sono due fratellini e si chiamano Dino e Luisa.
Il piccolo Dino mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi in sella a un prode destriero e invece eccolo là, tutto fiero mentre tra le ditina stringe saldamente le redini.
Ha sul visetto quell’espressione un po’ intimorita ed esitante, non è cosa di tutti i giorni andare a cavallo.
E poi porta un grande fiocco e i capelli con la riga da una parte, secondo me Dino è anche un po’ timido e forse a volte diventa rosso.
E poi ha nel cuore un entusiasmo incontenibile per la vita e per le nuove scoperte, il piccolo Dino è un bambino felice.

Vicino a lui, ritta in piedi e tutta compresa nel suo ruolo c’è la sorellina Luisa, una bimbetta tenera e deliziosa.
Luisa con il colletto di pizzo più grande di lei e con la manina posata sul cavallino.
Luisa con un fiocchetto bianco fra i capelli, le labbra a cuoricino e ricciolini ribelli.

E con gli stivaletti, la gonnellina a pieghe e tutta la vita davanti.

I due fratellini furono ritratti dal bravo fotografo Erminio Zanollo, l’immagine di loro due è intrisa di dolcezza e suscita autentica tenerezza.
Li ho incontrati per caso e ho pensato che fosse giusto custodire la loro fotografia.
Dino e Luisa, nel tempo lontano dell’infanzia.

Una piccola scoperta in Piazza San Lorenzo

Ed è sempre con stupore che mi sorprendo a scoprire cose mai vedute in questa città mille volte percorsa e in questi caruggi ammirati, amati e a me così cari.
In Piazza San Lorenzo mi fermo spesso a guardare la nostra cattedrale e la sua magnificenza, i recenti restauri le hanno restituito il suo antico splendore.
E così alzo lo sguardo e resto a contemplare cotanta bellezza.

In Piazza San Lorenzo, poi, si osserva scorrere la vita.
Ecco i passanti, genovesi e visitatori: ognuno ha un passo diverso e uno sguardo differente sulla città.
E così a volte mi metto seduta vicina al leone e resto ad osservare la gente passare.
Alcuni cercano di orientarsi, altri sanno perfettamente dove andare, si guardano intorno, chiacchierano, scoprono la città e le sue antiche bellezze.
Ed io li osservo, dalla mia splendida postazione accanto al leone.

E poi da quel punto si gode in effetti di una prospettiva straordinaria sulla piazza e sul porticato di fronte alla cattedrale.
Il porticato: mai avrei detto che mi avrebbe riservato una splendida sorpresa e invece è stato proprio così!

L’altro giorno mi trovavo lì e stavo camminando lentamente, percorrevo il tratto finale davanti al quale sbuca il nostro antico Vico del Filo.
E là, su un gradino, la traccia di lontani divertimenti.
Ho già avuto modo di parlarvi in passato di disegni come questo, ce ne sono diversi nei vicoli di Genova e di alcuni di questi ho già avuto modo di scrivere in questo post, tra l’altro se ne trova uno anche vicino al mio amato leone!
Come già scrissi in passato, alcuni attribuiscono a questa forma significati vari legati al mondo dei Templari, a me piace soltanto immaginare i bambini di Genova chini su questo gradino a giocare a tela.
E ridono, si divertono, pare proprio di vederli!

E ditemi, quante volte siete passati in Piazza San Lorenzo senza notare questa testimonianza del nostro passato?
Quando sarete da quelle parti rallentate il passo e andate a cercare il gradino alla fine del porticato, là vedrete una semplice ed insolita traccia di un’antica quotidianità genovese.