Londra, 1841: nelle aule della scuola di Hatton Garden

Londra, 1841.
Al numero 5 di Hatton Garden c’è un continuo andirivieni: in quelle semplici stanze si trova una scuola.
Agli allievi si insegna a leggere e a scrivere, si impartiscono lezioni di disegno, aritmetica e geografia.
Gli insegnanti prestano la loro opera gratuitamente, sono persone che regalano parte del loro tempo al prossimo.
E gli allievi? Tra loro ci sono molti adulti e un numero ancor più cospicuo di ragazzini, tutti sono di origine italiana.
I più piccoli sono stati ceduti come schiavi dai propri parenti e vengono impiegati, non senza crudeltà, come suonatori ambulanti di organetto e venditori di figurine di gesso per le strade di Londra, ma un uomo ha a cuore il loro destino.
Si dice che abbia trascinato davanti alle corti di giustizia più di un padrone e ha tanto cara la sorte dei suoi connazionali da aver fondato per loro la Scuola Italiana Gratuita.
I piccoli suonatori di organetto, malgrado le fatiche della vita quotidiana, accorrono in massa alle lezioni.
La scuola ha grande successo, in breve tempo verranno anche introdotte altre materie, tra le quali lo studio della lingua inglese.
Lui, il benefattore, è tra gli insegnanti: ogni domenica racconta ai suoi allievi le vicissitudini della storia italiana e impartisce lezioni di astronomia, materia che considera della massima importanza.
La sua opera, tuttavia, è vivacemente contrastata sia dall’ambasciata piemontese che dal Papa, il quale arriva a concedere un’indulgenza a chi farà beneficenza ad altre iniziative, ovviamente più vicine al pensiero cattolico.
Ma chi è questo filantropo che attira a tal punto l’attenzione delle alte sfere?
E’ l’esiliato più celebre del suo tempo, in casa lo chiamano affettuosamente Pippo, ma il suo nome di battesimo è Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (2)

La scuola di Hatton Garden
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Sì, i miserevoli e bisognosi suonatori d’organetto apprendevano la storia da lui, è strana la vita a volte, non è vero?
I contributi economici alla Scuola Italiana Gratuita giunsero da molti rappresentanti della buona società inglese, tra loro anche la vedova di Lord Byron e il filosofo John Stuart Mill, Mazzini stesso spendeva tempo e energie per trovare sostenitori e finanziamenti.
Ad Hatton Garden andò in visita anche lo scrittore inglese Charles Dickens che conosceva bene le dure condizioni del lavoro minorile.
E lì, in quelle stanze, ogni 10 novembre, giorno della fondazione della Scuola, si teneva una sorta di festeggiamento, che contemplava la consegna di premi ai più meritevoli e una cena celebrativa, nella quali maestri e benefattori servivano il pasto a quegli studenti così particolari.
Il racconto di una di queste cene è riportato in una lettera scritta dallo stesso Mazzini e pubblicata tra le pagine della sua biografia scritta dalla sua fedele amica Jessie White Mario.
Mazzini descrive quei volti di persone avvilite dalle circostanze del destino e illuminate di nuova speranza, donata loro da ciò che avevano appreso in quella scuola e così conclude:

E se li aveste uditi applaudire con entusiasmo a quei passi dei discorsi che ricordavano con più amore e con più fervore di speranza d’Italia, avreste sentito come rapidamente potrebbe educarsi il nostro popolo, se invece della mera e morta istruzione che potete dargli in Italia poteste offrir loro, come la nostra natura esige, una parola di vita e di poesia che animasse quell’istruzione.

Questo era Mazzini, una mente lungimirante e potente, animata da una passione inestinguibile.
L’opera da lui fondata per combattere l’analfabetismo tra gli italiani a Londra continuò per diversi anni, anche durante le assenze del patriota dalla capitale inglese.
I suonatori di organetto, i venditori di statuine di gesso e dalla loro parte un patriota.
E questo frammento di storia che certo meriterebbe di apparire sui libri di scuola.

Una notte, in una villa di Capodimonte

Una villa, una villa a Capodimonte, a Napoli.
Voglio immaginare che godesse di quel dolce clima mediterraneo, che avesse un portico, adorno di folti rampicanti e un agrumeto tutt’attorno, aranci e limoni che nella bella stagione diffondono il loro profumo nell’aria.
Una villa a Capodimonte e nel dicembre del 1861, un ospite illustre vi soggiorna: è Giuseppe Mazzini, al tempo ospite di Giovanni Nicotera, uomo politico del tempo.
Arriva la polizia e avvisa Nicotera che c’è il rischio concreto che il genovese sia tratto in arresto.
Via, via, leviamo le tende!
Niente da fare, Mazzini non sente ragioni,  sta troppo bene in quella villa!
L’aria pura, il sole tiepido della Campania, il panorama! Figuriamoci, non se ne parla!
Scende la sera sulla villa di Capodimonte, e poi calano le tenebre.
A notte fonda, d’un tratto, si sente picchiare al portone.
Che trambusto, che rumore!
Uh, saranno le autorità, venute ad arrestare Mazzini!
Lui, serafico e imperturbabile, non mostra il minimo turbamento, se ne sta tranquillo, in veste da camera e ciabatte.
Gli altri invece, tutti gli altri, non fanno altro che correre avanti e indietro, presi da una frenesia irrefrenabile.
Ecco Aurelio Saffi e la moglie, e poi Nina Poerio, consorte di Giovanni Nicotera, che pianti, che tremiti, che paura, cosa succederà adesso?
Giovanni Nicotera, sprezzante del pericolo, afferra una pistola e si precipita giù dalle scale, pronto a far scudo con il suo corpo a Mazzini che, mantenendo una calma olimpica, invita i suoi amici a fare altrettanto.
Con circospezione e cautela Saffi si avvicina alla porta e domanda chi è.
A bussare altri non è che la signora Jessie White Mario, in compagnia di un amico.
Ah, che sollievo! E che piacevole sorpresa! E così ognuno torna alla propria stanza, al sonno interrotto per quel grande spavento.
E’ solo un breve aneddoto, forse insignificante.
A me fa molto sorridere, sembra la scena di un film: una splendida villa, un imperturbabile patriota in ciabatte, le donne che piangono disperate e il valoroso che, pistola in pugno, si getta all’assalto del nemico.
Sì, sembra la scena di una film,  invece si tratta di un evento realmente accaduto, molti anni fa.
In una villa a Capodimonte, immersa nel verde, negli odori e nella frescura di un inverno campano.

Francesco Bartolomeo Savi, apostolo del pensiero italiano

La storia di un uomo, un eroe dimenticato.
Giornalista, patriota e mazziniano.
Francesco Bartolomeo Savi era nato nel 1820 da una famiglia poverissima, suo padre, morto quando Savi era ancora bambino, era uno straccivendolo, sua madre una popolana.
Il giovane Savi, pur disponendo di scarsi mezzi, si dedica allo studio, la filosofia è la sua inclinazione.
Per mantenersi impartisce lezioni private, la sua formazione è dovuta alla sua grande volontà, al desiderio di sapere e di conoscere, malgrado la povertà gli impedisca di completare studi universitari.
Ma Savi è caparbio, ha quell’intelligenza ricca di curiosità che distingue i grandi dai mediocri.
A soli vent’anni gli viene offerta la cattedra di lingua greca presso un liceo di Lugo, lui la rifiuta, per non lasciare sola la sua anziana madre; continua a mantenersi con le lezioni, è un maestro ricercatissimo tra le famiglie abbienti, a lui è affidata l’educazione dei loro figli.
Francesco accumula libri, la sua biblioteca è fitta di edizioni rare, la cultura è la sua ricchezza.
Scrive poesie, tragedie, senza far vanto del proprio talento.
E viene il 1849, anno della caduta della Repubblica Romana voluta da Giuseppe Mazzini.
Savi ha sviluppato un senso di patriottismo che lo porta a mettersi in prima linea, in nome degli ideali di Dio e Popolo.
Fonda così, nel 1851, la Società del Tiro a Segno: sembra un circolo dove imparare a sparare, in realtà è un luogo di addestramento per i futuri rivoluzionari.
Ci si esercita al tiro con la carabina al Lazzaretto della Foce, qui si formeranno i tiratori scelti del Corpo dei Carabinieri, e tra gli iscritti troviamo i grandi nomi del nostro Risorgimento: tra gli altri Antonio Gavotti, Nino Bixio, Antonio Mosto, presidente onorario è Giuseppe Garibaldi.
Francesco Bartolomeo è un uomo del popolo, uno che viene dal basso e si è fatto strada grazie alla propria forza di volontà.
E’ lui a fondare la prima associazione operaia di Mutuo Soccorso, è operoso, instancabile, va tra la gente e in nome della sua fede liberale e del suo credo nell’uguaglianza, insegna a leggere e scrivere a quel popolo che, per poter far valere i propri diritti, dev’essere istruito.
Scrive, e i suoi scritti sono densi di passione e patriottismo, il figlio dello straccivendolo diventa direttore di un giornale di stampo mazziniano, L’Italia e il Popolo.
E sono i patrioti coloro che lui frequenta, Savi è nel gruppo dei genovesi che sostengono Carlo Pisacane e quando la spedizione di quest’ultimo, nel giugno del 1857, finisce in una sanguinosa disfatta a Sapri, a Genova la polizia opera un’ondata di arresti tra coloro che sono ritenuti pericolosi per la stabilità e l’ordine pubblico.
E’ il 2 Luglio del ’57, Savi è in casa sua, in Vico Colalanza, al nr 4.
Sta bruciando lettere e documenti compromettenti, la polizia fa irruzione e lo arresta.

Vico Colalanza

Lo accusano di essere un fomentatore del popolo, è amico di Mazzini ed è coinvolto con i rivoluzionari, lo condannano così a dieci anni di lavori forzati, ma ne sconterà solo uno, graziato dall’amnistia del 1859.
E vengono altri anni, altre giornate luminose e in quel 5 Maggio del 1860, sullo scoglio di Quarto, tra le camicie rosse al seguito di Garibaldi c’è anche Bartolomeo Savi, divenuto tenente dei Carabinieri.
Giuseppe Cesare Abba nel suo testo Da Quarto al Volturno, noterelle di uno dei Mille  tratteggia un vivido ritratto di Savi e così lo descrive:

Quell’uomo dai capelli grigi, non vecchio ancora ma neanche più giovane, è un professore di lettere, amico di Mazzini, uscito di carcere l’anno scorso. … Se ne sta in disparte modesto e taciturno; ma si vede che è amato e cercato. Chi non sa chi sia, gli passa vicino rispettoso e lo saluta.

Combattente e giornalista dal fronte, sue le cronache delle battaglie nel sud dell’Italia, da Palermo a Milazzo, Savi è  in prima linea con la penna e con il fucile, ma a Calatafimi riporta una brutta ferita al petto.
Alla fine del 1860 torna a Genova, alla sua vita di intellettuale, e il suo impegno ancora si profonde per quelle società di Mutuo Soccorso che aveva contribuito a fondare, nel 1864 dà vita al Giornale delle Associazioni Operaie.
La sua salute, già precaria e instabile, lo sta abbandonando, la disillusione per le vicende politiche lo amareggia.
E’ la sera del 29 Marzo 1865.
Savi passeggia con un amico, si lasciano con l’intesa di ritrovarsi il giorno successivo alla società del Tiro a Segno.
Il giorno dopo, non vedendolo arrivare, gli amici si precipitano a casa sua, aprono la porta e lo trovano accasciato sulla spalliera del letto, trafitto a morte da un colpo di pistola che lui stesso si era sparato in pieno petto.
Agostino Bertani, nell’elogio funebre dedicato a Savi, userà per lui queste parole:

Francesco Savi, fratello di ogni generoso, amico d’ogni sofferente, egli capo fila, egli portabandiera della democrazia in Genova, tutto a un tratto si spense.

Oggi è il 5 Maggio, tra quelle camicie rosse c’era anche lui, il professore, ed è lui che voglio ricordare in questo anniversario.
Un eroe, forse poco conosciuto e dimenticato, un uomo che aveva fatto dei suoi ideali la propria ragione di vita.
Un uomo del popolo, nato e cresciuto nella zona di Ravecca.
Quando siete da quelle parti, cercate Vico del Dragone, al civico nr 7, casa natale di Bartolomeo Savi, troverete una lapide che ricorda le sue imprese e il suo credo.

Nacque in questa casa,
il VI gennaio MDCCCXX
Francesco Bartolomeo Savi
carcerato per tentativo del 1857
prode dei Mille
apostolo della fede mazziniana
sino alla morte
XXX marzo MDCCCLXV
nel vigesimo anno di Roma liberata
il Circolo del pensiero.

Francesco Bartolomeo Savi, giornalista, eroe e mazziniano, riposa a Staglieno, accanto ai protagonisti del nostro Risorgimento, poco distante è sepolto Giuseppe Mazzini.
Apostolo del pensiero italiano, così si legge sulla sua tomba.
Un angelo protegge il sonno di questo animo inquieto ed appassionato.

Un farmacista, un deputato e una Contessa

In Via Fossatello c’è una farmacia, grande, spaziosa e moderna.
E’ la farmacia Mojon ed è un luogo che ha una storia, una storia antica che merita di essere ricordata.
La famiglia Mojon proveniva dalla Spagna e annovera tra i suo componenti stimati scienziati.
Benedetto fu anatomista e fisiologo, Giuseppe era chimico, Antonio fu farmacista.
Il figlio di Antonio, Giuseppe, detto Pippo, ereditò la farmacia.
Il nome di Pippo Mojon ricorre spesso in un testo molto importante, il Diario Politico, edito da Giuffré,  di Giorgio Asproni,  deputato repubblicano che scrisse questa monumentale opera che narra, anno per anno, eventi e fatti dell’Italia del suo tempo, dal 1855 al 1876.
Asproni viaggiò molto, visse in diverse città d’Italia.
Fu a Torino, a Firenze, a Napoli. E a Genova, dove aveva casa in Castelletto.
E spesso scendeva giù, nei caruggi, andava a trovare il suo amico Pippo Mojon, che era sempre informatissimo sui movimenti di Mazzini e su molto altro, sovente, nel Diario Politico, il solerte farmacista riferisce ad Asproni notizie di varia natura.
Ad esempio, nel 1857, lo storico sardo narra della spedizione di Napoli, nella quale erano coinvolti Mazzini e Pisacane, annotando che Pippo Mojon avrebbe dovuto essere della partita.
I congiurati avevano da parte un arsenale, era stato persino minato il ponte del Frugarolo, per impedire l’accesso dal Piemonte alla Liguria.
Come si sa, quella spedizione fu un fallimento, Pisacane sbarcò a Sapri, e la sua impresa finì nel sangue.
Pippo Mojon, invece, rimase con Mazzini, si legge nel testo che tra la fine di giugno e gli inizi di luglio i due furono insieme in quel di Gavi.
E’ difficile ricostruire la biografia di Pippo Mojon attraverso i diari di Asproni, si tratta di 7 volumi, ognuno di essi è molto voluminoso, e si tratta di un diario, scritto a titolo personale e non inteso per essere divulgato in pubblico.
E’ una memoria, la memoria di una vita e della storia del tempo e come tale offre spunti personali ma anche riflessioni più approfondite.
Certo, Asproni non era il solo a frequentare quella farmacia.
Lì si andava per leggere i giornali, per incontrare gli amici.
E allora andiamo, nel dicembre del 1858, alla farmacia Mojon, insieme a Giorgio Asproni.
Ecco, il nostro amico si siede a un tavolino e scrive una lettera, indirizzata al deputato Valerio, nel quale riferisce di un suo recente incontro con Garibaldi.
E poi? Chi passa da quelle parti? Il deputato Sanna, i due se ne escono e vanno farsi una bella passeggiata, fino in Piazza Banchi, dove incontrano Depretis.
Eh, ma la passeggiata non è terminata!
Si sale su, per Via San Lorenzo, poi si passa per Via Carlo Felice, così si chiamava un tempo Via XXV Aprile, e si termina al Caffè della Concordia, dove Asproni si gode un capiller caldo mentre gli altri due prendono una bella costoletta.
Il deputato Sanna paga per tutti.

Palazzo Tursi, il loggiato, dove un tempo era il Caffè della Concordia

Ah, che bello, il mio giro per i caruggi combacia con quello del deputato Asproni!
Solo che io a Banchi non incontro mai nessuno!
Ecco, questo è il Diario Politico di Giorgio Asproni, c’è la storia ma anche la quotidianità ed è così che viene narrata la sua amicizia con Pippo Mojon, molte sono le visite a quella farmacia e molti gli aneddoti.
Pippo Mojon, poi viaggia molto, tra Genova e Torino, ad esempio, il suo impegno politico è costante ed attivo.
Oh, saranno anche stati uomini politici di alto livello, ma il gossip non mancava mai!
E questo Pippo Mojon, che a quanto pare sapeva tutto, ne racconta uno veramente gustoso.
Riguarda una nobildonna, la contessa Maria Martini, nota alle cronache perché, innamorata pazza di Garibaldi, pianterà il marito per andare al seguito dell’eroe dei due mondi.
Eh, cosa vuol dire aver ascendente sulle donne!
Questa contessa, a quanto pare, era un discreto peperino, e aveva avuto una relazione amorosa con il nostro Pippo e lei stessa aveva narrato al nostro quanto ora andrò a raccontarvi.
Era sposata, la nobildonna. Uh, che matrimonio! Il marito aveva per amante la balia, mentre lei era aveva una liason con il Conte di San Marzano.
Ah come lo amava, era il suo prediletto e ahimé morirà durante la guerra di Crimea!
Eh, la contessa era un bel tipino! Oltre a San Marzano, la Contessa frequentava l’Ambasciatore di Francia e quello d’Inghilterra, il conte Camillo Benso di Cavour e il suo stesso nipote.
Santo cielo, non avrà avuto un minuto libero!
E insomma, erano un po’ troppi! E cosa fece Maria Martini allora?
Diede appuntamento a tutti, circa alla stessa ora.
Ognuno di essi venne fatto accomodare in una stanza, al buio.
Maria si raccomandò con ciascuno: lei avrebbe battuto le mani e quello sarebbe stato il segnale di via libera.
E così fu: quattro porte di spalancarono sul salone, la contessa con un fiammifero accese una candela e gli astanti, stupefatti, rimasero con un palmo di naso.
La questione si risolse allegramente, tutti si fecero una grassa risata, il solo che non la prese affatto bene fu il Conte di Cavour, che prese a male parole il povero nipote.
Eh, la contessa, che donna!
In quella farmacia, in quegli anni, si raccontavano queste storie.
La storia non è fatta solo di date e di battaglie, è fatta anche di persone, di umane debolezze e di virtù.
Pippo Mojon e Maria Martini si scrissero lettere per molti anni.
Giorgio Asproni, a più riprese, tornerà nella farmacia del suo amico.
A scrivere lettere, a leggere i giornali, a raccogliere notizie e novità.
Nella farmacia Mojon, in Via di Fossatello.

Via Fossatello

Maria Drago, la madre di uno che amò il popolo

Sulle gradinate dell’Annunciata si vedeva seduto un vecchio mendicante romano, uno di quei tanti che fino all’altro giorno vedevamo sulla gradinata di Piazza di Spagna a Roma. Alto della persona e lacero, batteva forte col bastone per meglio attirare l’attenzione de’ passeggeri chiedendo la carità con voce tonante e straziante nello stesso tempo. Il fanciullo si fermò improvvisamente. e la madre temendolo spaventato fece per prenderlo in braccio “No! No! Dinè, dinè” gridò, gettando le braccia al collo del vecchio.
La madre diede alcuni centesimi al mendicante; e mentre staccava il figlio, quegli le disse in puro accento romano: “Tenetelo caro, o signora: è uno che amerà il popolo”.
Da quel giorno il fanciullo volle sempre uscire domandando denaro “pe’ l suo romano”.

 

(Immagine tratta da volume di mia proprietà)

La madre della quale si narra in questo brano si chiama Maria Drago, e il suo bambino diventerà un uomo che farà la storia, ha appena cinque anni e il suo nome è Giuseppe Mazzini.
L’episodio, accaduto sui gradini della chiesa della Nunziata a Genova,  è narrato da Jessie White Mario nel suo libro, Della vita di Giuseppe Mazzini, e da questo libro è tratta l’immagine soprastante.
Ed eccola quella scalinata, oggi è uguale a ieri.

Maria Drago fu donna di grande cultura, crebbe tra le buone letture e lo studio di testi religiosi.
A 22 anni, nel 1796, Maria andò in sposa al medico Giacomo Mazzini, dal quale ebbe quattro figli, Rosa, Antonietta, Giuseppe e Francesca. Quest’ultima è di salute malferma e ciò sarà fonte di grande sofferenza per Maria.
La famiglia visse fino al 1810 in Via Lomellini, per trasferirsi poi in Salita dei Pubblici Forni, che era situata alle spalle di Via Cairoli e che ai giorni nostri non esiste più.
Fu Giuseppe, detto Pippo, nato il 22 giugno del 1805, colui al quale Maria era più affezionata. Seguirà le sue vicende per tutto il corso della sua esistenza e sarà per lui, sempre, un solido punto di riferimento.
Giuseppe è dotato di un’intelligenza straordinaria, ma è gracile di salute e per questa ragione il padre vorrebbe che il bambino tralasciasse i suoi studi per curare con più attenzione la propria salute, ma Pippo ha un vero talento per gli studi, un sete di conoscenza che Maria comprende, e sarà lei a convincere il marito di quanto sia bene che il figlio curi le proprie doti e così Giuseppe, con l’appoggio di sua madre, studierà presso l’abate De Scalzi e in seguito, in contrasto con la volontà del padre, si iscriverà a giurisprudenza.
Ma quel figlio tanto amato è un figlio difficile, uno che farà la storia, ma che è fonte di ansia per quella madre che lo ama più di se stessa.

Piazza Corvetto, Monumento a Giuseppe Mazzini

All’Università la disciplina è ferrea, ma il giovane Mazzini ha già in sé il germe della rivolta, anela alla libertà e all’indipendenza.
Lo arrestano nel 1820 per aver partecipato ad alcuni tumulti scoppiati nell’ateneo e se, come molti, siete abituati a pensare a lui come a un severo e rigido pensatore, fermatevi a riflettere, Mazzini aveva appena 15 anni nel 1820, un giovane ribelle, indomito e destinato a lasciare un segno.
Arriverà alla laurea, frequenterà assiduamente i fratelli Ruffini, e Jacopo sarà uno dei suoi più cari amici. Se volete conoscere la sua storia, l’ho narrata qui, in occasione della mia visita alle carceri di Palazzo Ducale.
E arriverà, ferma e decisa, l’adesione alla Carboneria.
Mazzini verrà arrestato nel 1830 e sarà condotto nel carcere di Savona e sullo sfondo delle sue vicende umane si muove Maria Drago, madre presente e affettuosa, scrive lettere al figlio, lo sostiene moralmente e umanamente e trepiderà sempre per il destino del suo Pippo.
Lo scarcerano, non ci sono prove per inchiodarlo di aver cospirato contro l’ordine prestabilito, ma resta un personaggio scomodo e viene posto di fronte a una scelta: o il confino in un paesino dell’entroterra o l’esilio.
E come è noto sarà quest’ultimo che Giuseppe sceglierà, lasciando Genova, la sua casa, sua madre e i suoi affetti.
Partirà per l’esilio, sarà in Svizzera e in Francia, a Marsiglia fonderà la Giovine Italia e l’anello di congiunzione con i suoi compagni rimasti a Genova è proprio sua madre, con lei intrattiene una fitta corrispondenza ed è a casa di lei che vengono trovati documenti scottanti. Maria, per proteggere suo figlio, distrugge persino le sue lettere.
Nel 1833,  muore Jacopo Ruffini, il suo, apparentemente, sembra un suicidio, alcuni storici tuttavia obiettano che si sia trattata di un’esecuzione mascherata da suicidio; Mazzini, condannato a morte, diviene il ricercato più ambito di tutta Europa.
La condanna a morte viene letta davanti alla casa di Maria, in modo che il popolo sappia cosa succede a chi tenta di rovesciare lo stato.
Madre e figlio sempre più lontani, eppure vicini, in quelle tante lettere che si scambiavano vicendevolmente, sono missive cariche di amore, di affetto, di aneddoti, di storie che Maria racconta al suo Pippo, perché lui, così distante, possa sentirsi ancora a casa.


Piazza Corvetto, Monumento a Giuseppe Mazzini

Mazzini e le donne, gliene giravano tante intorno e tutte si prendevano cura di lui, a Carlotta Benettini, che fu sua amica e della quale ho parlato qui, nel 1861, Mazzini da Londra scrisse: vi ringrazio della focaccia che mi avete mandata.
Gli portavano Genova in Inghilterra, all’esule tanto amato e prima fra tutte, intenta in questa opera, c’era sua madre.
Lo incoraggia, lo aiuta sorregge, il suo timore per l’incolumità di lui si fa di giorno in giorno crescente, lo aiuta finanziariamente, con il tempo anche il padre Giacomo si riavvicina a lui e negli anni a venire, quando Giuseppe sarà sopraffatto dai dubbi e dai rimorsi per la morte del suo amico Jacopo, sarà sua madre a infondergli forza e fiducia in se stesso.
E molte saranno le sofferenze che Maria dovrà affrontare, quando morirà la più piccola delle sue figlie, lunga sarà l’esitazione di Maria nel confidare al figlio la prematura fine della sorella. Perché causare altro dolore, a lui così lontano?
E’ trascorso tanto tempo e bisognerà arrivare al 1847 perché madre e figlio si rincontrino, a Milano, Maria è provata dalla vita, ha 74 anni ormai, molti dei quali spesi a preoccuparsi per il suo Pippo e poi nuovamente il distacco, la lontananza, la morte di lei, sopraggiunta nel 1852, il marito se n’è già andato prima di lei.
E molto tempo ancora dovrà passare, prima che Giuseppe possa visitare la tomba di sua madre, bisognerà giungere a 1870, quando l’Italia sarà libera, seppur non come la desiderava Mazzini, bensì un’Italia nella quale regna ancora la Monarchia.
Non esistono ritratti giovanili di Maria Drago, sul libro di Jessie White ho trovato questa immagine, è un viso segnato dal tempo e dalle sofferenze, un volto forse non bello, dai tratti non tanto armoniosi. La curva del sopracciglio, che tende verso il basso, conferisce a questo viso un’espressione triste e malinconica, ma lo sguardo, lo sguardo di questa madre esprime solo fermezza, orgoglio ed infinita fierezza.

(Immagine tratta da volume di mia proprietà)

Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo, un passo dentro al sogno

Osservate questa immagine, ritrae luoghi molto amati dai genovesi, luoghi che fareste bene a visitare, quando sarete qui, a Zena.
Due strade che s’incrociano.
A sinistra Via del Campo, resa immortale e universalmente nota grazie a Fabrizio De André.
L’altra è Via Lomellini, patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, qui nacque  Giuseppe Mazzini, presso la sua casa si trova il Museo del Risorgimento.

Certo, verrete qui.
Alzerete gli occhi e vedrete questi palazzi, vestigia di un passato glorioso, come sempre si trova nei nostri caruggi, c’è più storia tra queste due strade che in un’intera metropoli.
E poi darete le spalle a Via del Campo, e il vostro sguardo cadrà in una diversa direzione, Via Fossatello.

Fossatello, un tempo si chiamava Flossello, in epoca romana era uno dei cinque porti della città.
Canali, scali di merci.
E allora viene da pensare, quante generazioni di genovesi hanno calcato queste strade?
Quanti sogni, quanti progetti?
Voglio narrarvene uno, un sogno realizzato, della nostra epoca.
I nostri sono tempi bui, è difficile rendere reale ciò che si vagheggia.
E capita a volte, è successo a me, che qualcuno ti racconti come ci sia riuscito e allora, sapete, ci si ritrova travolti da quell’energia vitale, dalla potenza che hanno certi sogni belli, quando prendono corpo, quando diventano la nostra realtà, la nostra vera quotidianità.
E no, non è facile per niente.
Quando qualcuno ti narra il suo sogno, poi maneggiarlo e raccontarlo a tua volta non è affatto semplice!
Ma il sogno è lì, luminoso e splendente.

La Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo è stata inserita nell’elenco dei locali storici d’Italia.
E sapete, quando vi raccontano un sogno, vi narrano quanto esso parta da lontano.
E vi raccontano che un tempo, nel 1200, questa era una loggia.
Vi spiegano che tutto nacque secoli fa, quando era fiorente il commercio dello zucchero.
Nacque come confetteria e liquoreria, al piano superiore si trovava il laboratorio, nel ‘700 il locale divenne una cioccolateria.
Quando vi raccontano un sogno, vi narrano di due giovani, Beniamino Marescotti e Attilio Cavo, garzoni di pasticceria in quel di Novi Ligure, alla fine dell’Ottocento.
E poi sapete, il tempo passa, le strade si separano, ma certe strade sono destinate a ricongiungersi.
E vi narrano la storia di Irma Marescotti, che tenne il locale aperto fino al 1979.
Alla sua morte la saracinesca si abbassò.
Rimasero dentro, cristallizzati nel tempo, gli arredi, i tavoli, le bottiglie.
La polvere ha coperto tutto, ma tutto è rimasto vivo, in attesa del risveglio.
E sapete, quando vi raccontano un sogno, vi narrano, con gli occhi luccicanti di entusiasmo, di un giovane imprenditore e del suo rammarico per quella serranda chiusa.
Il suo nome è Alessandro Cavo, discende da Attilio, quel garzone di pasticceria che aveva, come lui, uno di quei sogni belli.
Alessandro ci ha messo anni, ma ci è riuscito, con la protervia che distingue i sogni belli, a realizzare il suo desiderio.
E sapete, quando vi raccontano un sogno, vi portano su per una scala,  tipica di un antico palazzo genovese, e vi spiegano quanto loro ci abbiano tenuto a conservarla.

Quando vi raccontano un sogno, vi spiegano come abbiano trasformato quello che un tempo era il laboratorio in questa bella sala accogliente, dagli arredi eleganti, dove i clienti possono disporre di una copertura WI-FI, perché il sogno è romantico e immenso, ma anche concreto e rivolto a rendere un servizio efficiente alla propria clientela.

E lo vedete da voi, quale fascino abbia questo posto.

 Quando vi raccontano un sogno, vi fanno accomodare a un tavolino, e vi raccontano, vi parlano per tanto, tanto tempo.
E vi spiegano, vi spiegano come l’apertura di quel locale, la realizzazione di quel sogno bello, abbia portato una luce in questi caruggi, tenendo lontana tutta quella gente che nella nostra Genova non ci deve essere.
Un centro storico vivo e accogliente, si viene qui per la pausa pranzo, vengono studenti, impiegati, mamme con i loro bambini e sì, da qualche parte, in un cassetto, ci sono dei giochi per i più piccini.
Da Cavo si può ordinare il pranzo collegandosi alla loro pagina Facebook, sono andata a sbirciare e quali delizie ho trovato!
Spaghetti al nero di seppia con vongole veraci fresche e carciofi, cous cous alle spezie con tacchino e verdura, cannelloni al gratin con salmone affumicato e zucchine.
Qui, in un palazzo così antico.

E sapete, quando vi raccontano un sogno aprono la finestra e vi fanno vedere che da qui si vede Via del Campo.

Quando vi raccontano un sogno, vi mostrano un’antica cassa.

E poi vi spiegano che quei numeri corrispondono alle aperture.

E poi, poi vi mostrano un’antica Madonnetta, in Fossatello, e spiegano che no, non era valorizzata abbastanza e allora loro hanno predisposto un faretto che la illumini, quando calano le tenebre.
Perché anche di questo è fatto un sogno, dell’amore per la propria città, e tu ascolti e pensi che se ognuno di noi adottasse una pietra, un muro, un portone, una Madonnetta, la città sarebbe un posto migliore per tutti.

Quando vi raccontano un sogno, cercano di farvi comprendere di cosa sia fatto quel sogno bello e di quale soddisfazione sia per loro aver reso uno spazio alla città, un luogo nel quale sentirsi accolti e a proprio agio.

Troverete un oggetto antico, che mai sarà? Serviva per fare le caramelle e allora immaginate dolci colate di zucchero che cadono in questi stampi.

Al piano inferiore la proprietaria accarezza con grazia e delicatezza il legno pregiato degli arredi, e in quel gesto si coglie attaccamento, dedizione, passione per il proprio lavoro. E poi vi racconta con quanto amore abbiano provveduto al loro restauro, per fare in modo che siano così splendenti come li vedete e vi narra di quel pavimento in marmo, realizzato su disegno di Peter Paul Rubens.

E lassù la Madonna del dito protegge il locale ed i suoi avventori.

In vetrina troverete marmellate, dolci, liquori e la loro specialità,  gli Amaretti di Voltaggio.

E poi ci sono dolcetti, tanto belli quanto buoni, preparati con ingredienti di prima qualità.

E il pandolce genovese, fasciato nella carta rossa.

I pasticcini da gustare insieme al caffé.

Ed altre confezioni di Amaretti di Voltaggio.
Tra i pacchetti si intravede Francesco e se è vero che i genovesi sono noti per essere scontrosi e mugugnoni, sappiate che non sempre è così. Siamo un po’ chiusi, fatichiamo ad aprirci, a volte, ma quando lo facciamo il nostro sorriso è sincero e cordiale.

Verrete qui e scoprirete che ogni angolo ha un fascino particolare.

E c’è una schiera infinita di bottiglie!

Chiunque visiti Genova e voglia vedere la vera Zena, viene in Via del Campo, a due passi da qui, a cercare Fabrizio De André.
C’è più storia in queste strade che in una metropoli, verrete qui, visiterete la casa di Mazzini e magari qualcuno vi racconterà di una torta, nota appunto come torta di Mazzini.
Era il 1835 e il patriota, dal suo esilio in Svizzera, inviò alla madre la ricetta.

E’ un dolce semplice, a base di mandorle, potrete gustarlo qui, con tutta la suggestione che comporta assaggiare il piatto prediletto da uno dei padri della Patria.

All’ora dell’aperitivo, poi, potrete brindare con un Marescotto, che viene servito in questi bei bicchieri.

Ho dedicato tanto spazio a questo locale, perchè certi sogni belli meritano di averlo, e perché sono orgogliosa che la mia città offra a noi e ai turisti luoghi come questo.
E prima che qualcuno me lo chieda, no, i proprietari non sono miei amici di lungo corso, non siamo compagni di scuola né siamo cresciuti insieme.
Sono giovani imprenditori, genovesi che come me amano la mia città e che molto hanno fatto per questo angolo dei nostri caruggi.
Ringrazio Alessandro, Linda e Francesco per il tempo e l’accoglienza riservatami.
C’è anche un nuovo arrivato tra di loro, non ricordo il suo nome, ma nell’augurargli buon lavoro, mi vien da dire che provo un po’ di invidia per lui, perchè è entrato a far parte di una squadra davvero eccezionale.
A te, Linda, il mio speciale ringraziamento, per il tuo tempo, per la tua attenzione, per i tuoi racconti, per quel tuo sguardo così luminoso, per le tue parole così ricche di genuino entusiasmo, le ho raccolte e le ho portate con me.
Verrete qui, vi accomoderete a un tavolino.
Forse ordinerete un caffé, un pasticcino o una fettina di torta.
Qualunque sia la vostra scelta, ricordatevi che a voi è stato riservato un privilegio.
Varcando quella porta avrete messo un passo dentro ad un sogno.

Genova, 1831: scandalo a teatro

Torino, 27 Aprile 1831, muore Carlo Felice di Savoia, Re di Sardegna.
A questo fatto storico è legato un breve e gustoso aneddoto, che vi racconterò, con la certezza di strapparvi un sorriso.
Alla morte di un sovrano era consuetudine osservare il lutto e così avvenne nella Genova di quel tempo, il cui teatro è dedicato proprio a Carlo Felice.
Certo, al Teatro dell’opera si andava lo stesso, ma i palchi e la platea erano rigorosamente listati a lutto, in una funerea commemorazione del compianto sovrano.
Il pubblico, come si conviene alle circostanze è vestito di scuro.
Neri gli abiti, i nastri, i veli, una cupa folla attende in teatro l’inizio della spettacolo.
A tratto, tra le file della platea, sulle poltrone sommesso si alza un brusio, ed è tutto un vociare, sempre più rumoroso, è un concerto di voci annichilite e stupefatte. E sono sguardi attoniti e sospiri, c’è chi si volta, chi timidamente indica coloro che hanno fatto il loro ingresso, attirando l’attenzione di tutti.


Teatro Carlo Felice

Sono cinque nobildonne, delle più blasonate famiglie, e i loro nomi sono meritevoli di essere ricordati.
Teresa Durazzo, moglie del Marchese Giorgio Doria, presso il loro palazzo in Via Garibaldi si organizzerà, nel 1847, la prima manifestazione risorgimentale della Superba.
Laura Dinegro, figlia del Marchese proprietario della famosa villetta, amica di Mazzini e dei fratelli Ruffini, e sua sorella Fanny, consorte del Marchese Balbi Piovera.
Carolina Celesia, frequentatrice anch’essa di casa Mazzini e fervente attivista della Giovine Italia.
E poi in testa a tutte colei che è il motore di questa iniziativa, Anna Schiaffino, moglie di Stefano Giustiniani, destinata a una fine crudele ed infelice, per il suo amore verso Camillo di Cavour, a causa del quale Anna si butterà dalla finestra del suo palazzo di Via Garibaldi.
Le cinque nobildonne entrano a teatro e attorno a loro si alzano le voci, le circonda un coro di sorpresa e meraviglia.
Sì, perchè queste giovani sovversive, contravvenendo ad ogni regola dell’etichetta, si presentano con i loro vestiti più sgargianti, sono belle, luminose e colorate.
I loro abiti sono un tripudio di tinte allegre e solari, è rosso fuoco, giallo ocra, turchese e c’è da scommettere che sui loro bei visi spiccasse anche un beffardo sorriso di sfida.
C’è da ricordare inoltre che il marito di Anna, il Marchese Giustiniani, è stato gentiluomo di Camera del defunto Re Carlo Felice, colui per il quale l’intera città è bardata a lutto.
Ma le cinque intrepide genovesi vanno controcorrente ed è con queste chiassose mise che si presenteranno a teatro per molte sere consecutive, manifestando così il loro dissenso per la perduta indipendenza di Genova, ancora sotto il giogo di una casa reale che queste donne disprezzano.
Ed è nel colore di quegli abiti che si legge il loro rifiuto di asservirsi a quell’autorità ed è da quelle tinte che si appicca potente e violentissimo il fuoco dello scandalo.
A Genova,  in un teatro, nel lontano 1831.

 

Jessie White e Alberto Mario, Miss Uragano e il patriota

Era inglese, appassionata e idealista, in anni nei quali gli ideali erano la linfa delle azioni degli uomini.
Non era bella Jessie, anzi era piuttosto mascolina, le immagini di lei rimandano la figura di una donna alta, dai tratti marcati e dal portamento altero.
Jessie White aveva la passione nel cuore, la passione per una causa che forse appare strano che lei abbia fatto sua: l’Unità d’Italia.
E fu l’incontro con Garibaldi e poi con Mazzini ad accendere in lei questa fiamma, un fuoco che mai si estinguerà.
E’ una giovane donna, ha molte aspirazioni, vorrebbe diventare medico.
E’ moderna Jessie, emancipata e dalla mente aperta.
Mazzini è in cerca di appoggi, ha conosciuto Jessie all’inizio del 1856 e ha riconosciuto in lei quel furore, quella veemenza che lo porteranno a chiamarla con un appellativo che la descrive appieno: Miss Uragano, così la chiamerà e con questo nome Jessie passerà alla storia.
E’ lei che viene prescelta per diffondere gli ideali dell’Unità in Inghilterra, è diventata giornalista Jessie e sul Daily News pubblica i suoi articoli a sostegno dell’Unità, e sono densi di parole cariche di significato e della potenza che solo chi crede in ciò che fa è in grado di esprimere.
Inoltre, sempre per promulgare il verbo di Mazzini, Jessie farà un ciclo di conferenze in giro per le isole britanniche, durante il quale raccoglierà  fondi per la causa italiana.
Ed è a Genova, nel giugno del 1857: ha venticinque anni ed un destino che l’attende.
Nella città ligure si prepara la spedizione di Sapri, il cui scopo è sollevare il meridione.
Jessie è una donna d’azione, dotata di grande personalità non è certo donna da tirarsi indietro e partecipa attivamente al piano di Carlo Pisacane, l’impresa finirà nel sangue ma è nelle mani di Jessie che Pisacane ha affidato il suo testamento politico, quello nel quale egli esprime e spiega cosa lo spinga a rischiare la sua vita stessa: un ideale.
Ed è per il medesimo ideale che Jessie White verrà arrestata e reclusa nel carcere di Sant’Andrea, dove rimarrà per quattro lunghi mesi.
E’ il 4 Luglio del 1857 e dietro le sbarre, insieme a Jessie, c’è l’uomo del destino.
Lui è originario di Lendinara, il suo nome è Alberto Mario, è amico di Mazzini, lo ha anche ospitato in gran segreto nella sua casa ed è in prigione per gli stessi motivi per cui vi si trova Jessie.

Alberto Mario, non più giovane 
immagine tratta da Della vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Si conoscono da qualche settimana e la prigionia non separa, unisce.
Lui le scrive lettere clandestine, le idee, i pensieri collimano, vanno in parallelo, il sentimento cresce, li scarcerano e a dicembre saranno sposi.
Uniti nella politica, uniti nella vita e nell’amore, che trova sempre modi misteriosi per svelarsi, saranno compagni per il resto dei loro giorni.
E saranno convulsi, gli anni a venire.
Jessie viene processata la tartassano di domande, le Autorità vogliono conoscere a fondo la natura dei suoi rapporti con Mazzini, con Pisacane e con la sua donna, Enrichetta di Lorenzo.
Mazzini? E’ il Cristo del Secolo, così risponde fiera Jessie White Mario.
Torna in Inghilterra, è il 1859 e con il marito decide di andare in America, per diffondere anche là quello in cui crede.
Ma è l’Italia il destino di Jessie.
E’ il 1860, Garibaldi e i suoi Mille salpano alla volta della Sicilia.
A maggio  il Nizzardo ha istituito a Palermo  un governo provvisorio.
Alberto e Jessie si mettono in gioco, un’altra volta, ma le Autorità vorrebbero fermarli, c’è il rischio concreto di finire di nuovo dietro le sbarre.
Interviene Garibaldi stesso, che Cavour si metta il cuore in pace, non intende assolutamente consegnare alla polizia due patrioti tanto coraggiosi e valorosi.
Restano i coniugi Mario, lui seguirà una scuola militare stabilita a Palermo da Garibaldi stesso, alla quale avranno accesso i trovatelli della città, Jessie invece presta la sua opera d’infermiera, unica donna al seguito di Garibaldi.
C’è lei sui campi di battaglia, è lei a bendare le ferite dei garibaldini, negli ospedali da campo, c’è lei tra quei giovani valorosi , Jessie è a Monterondo, a Mentana, e poi, in anni successivi a Digione, sempre al seguito di Garibaldi.
Instancabile, coraggiosa, guidata da una fede incrollabile.
Osservatrice attenta, scrisse le biografie dei grandi del suo tempo, di Cattaneo e di Bertani, di Garibaldi e di Mazzini ed un privilegio grande poter leggere le vite di questi uomini nelle parole di una donna di tale spessore che sa rendere dei ritratti unici e particolari.
Tra le molte sue opere, Jessie White si interessò anche al sociale, memorabile è un testo che scrisse nel 1877, dal titolo La miseria in Napoli, se lo desiderate lo trovate qui.
Provate a leggere qualche riga, qualche pensiero così come ce lo ha lasciato Jessie, una donna di un altro secolo eppure così evoluta e straordinariamente moderna, dalla quale abbiamo ancora molto da imparare.
Alberto Mario morì nel 1883, ma Miss Uragano terrà in vita la sua memoria, se lo terrà accanto ancora molti anni e chiederà soccorso a un amico di lui, Giosuè Carducci, per raccogliere in un unico volume gli scritti da Alberto, preceduti da una biografia scritta dalla stessa Jessie.
Il poeta le sarà poco d’aiuto però, sta stilando un’edizione dell’opera di Giacomo Leopardi.
Jessie non perdona il vecchio amico del suo perduto amore e gli fa recapitare un lapidario biglietto con queste parole:
Stupendo il Leopardi. Peccato che Alberto non possa leggerlo.
Il libro uscirà comunque nel 1901.
Restano pochi anni a Jessie, li trascorre in semplicità, ha scarsi mezzi economici, quando era giovane certo non ha pensato ad accumulare denaro, no.
Aveva altri pensieri, Jessie, un amore, una nazione da costruire, un’Italia ideale, ancora da sbocciare, una bandiera che non era la sua, una bandiera che oggi sventola dalle nostre finestre anche grazie a lei.
Jessie White vedova Mario, come usava firmarsi negli ultimi anni, mori il 5 Marzo del 1906.
Riposa nel cimitero di Lendinara, a fianco ad Alberto, l’uomo al quale in vita, in ognuno dei suoi giorni, è sempre stata accanto.

Rosalino Pilo e Rosetta Borlasca, l’amore al tempo della rivoluzione

Era bello, affascinante e focoso.
Rosalino Pilo, siciliano, nato nel 1820, fu uno dei protagonisti del nostro Risorgimento.
Vita avventurosa la sua, come spesso accadeva a quei tempi.
Di famiglia di nobile lignaggio, dapprima fu tra i capi del movimento indipendentista siciliano, e nel 1849, in seguito al fallimento di questa insurrezione, lasciò la sua isola.
Se ne partì, alla volta di Genova, forse a bordo di un vapore, come si usava all’epoca, con al seguito i suoi denari e un quadro raffigurante la deposizione della Croce attribuito al pittore Giovanni Velasquez, del quale era venuto in possesso alla morte del padre.
Prese casa in Vico Casana, al civico nr 9, il palazzo che nell’immagine si nota subito dopo l’insegna del ristorante.

A Genova Rosalino conosce il capo dei reazionari, il ricercato più ambito, Giuseppe Mazzini e ci mette poco ad affiliarsi al movimento, per finanziare le iniziative del partito d’azione Pilo proporrà anche a Mazzini di vendere a Londra il suo prezioso Velasquez per ben 800 lire.
E a Genova Rosalino, oltre alla militanza politica, trova l’amore.
Di lui scrive Felice Venosta (Rosolino Pilo e la rivoluzione siciliana – 1863) :

“La donna è l’oasi per l’esule. Rosolino amava potentemente, perdutamente come sogliono i figli del mezzogiorno.”

Rosalino Pilo
Immagine tratta da “Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario, 1886
volume di mia proprietà

Lei si chiama Rosetta Borlasca, appartiene a una famiglia benestante, il padre è notaio e uomo di molte sostanze.
Rosetta è sposata, con un certo Barnaba Agostino Quartara, però, sapete come accade.
Ti ritrovi accanto qualcuno per cui non ti è mai battuto il cuore, uno che altri hanno scelto per te e tu accetti di vivere una vita non tua ma poi, un giorno, si presenta a te un siciliano con gli occhi di fuoco, con quell’ardore, quell’eleganza, e ti fa sentire quel calore che non credevi che avresti provato mai più. E allora voi, al posto di Rosetta, cosa avreste fatto?
Lei scelse Rosalino, quell’amore grande e possente che sapeva infrangere tutti i confini e le regole.
Il marito però, preso dalla gelosia, andò a farsi le sue ragioni con il padre di Rosetta che, tra gli altri esuli, aveva incautamente accolto in casa sua anche Rosalino Pilo.
Una sera, Rosalino e i suoi amici, come di consueto, si presentano in casa Borlasca.
Inaspettatamente, non si permette loro di entrare: la signora è malata, viene detto, così l’allegra compagnia si dirige altrove.
Rosalino non sospetta nulla, finché un giorno, alla posta, incontra il padre di Rosetta che lo invita a far due passi.
Il signor Borlasca, a quanto pare, è uno che non le manda a dire ed esordisce così: “Signor Pilo, per di lei causa mio genero è fuggito di mia casa.”
Rosalino tenta di giustificarsi, dice che lui mai avrebbe attentato alla virtù di Rosetta, il signor Borlasca è proprio in errore e certo, se può essere utile a calmare le acque, lui è disposto ad allontanarsi da Genova per una ventina di giorni, così che il Quartara possa far sbollire la rabbia.
Il padre di Rosetta, grato, tirò un sospiro di sollievo e così Rosalino si dispose a partire per Nizza.
Il Quartara però non si dava pace e prima che Pilo lasciasse Genova, gli fece recapitare una lettera dai toni molto aspri e offensivi, in cui lo accusava di prendersi gioco di lui e di essere un vile ed un infame e di dichiararsi pronto per una sfida a duello.
Ci si apprestò così all’impresa, che doveva avvenire fuori dagli stati sardi, ma il Quartara, vigliaccamente, non si presentò. Fece di peggio: con una lettera anonima svelò alla questura lo pseudonimo usato da Rosalino, facendo rivelazioni anche su altri suoi amici.
E poi sapete come accade.
Rosalino negò fino allo stremo ogni coinvolgimento con Rosetta ma, alla fine, quando lei rimase incinta, toccò ammettere la verità.
E il matrimonio saltò per aria, ovviamente.
Rosetta con il frutto del suo amore tornò a casa del padre e promise di non rivedere mai più Rosalino.
Ma poi, sapete come accade, Rosetta non fu di parola.
E’ l’amore, sempre uguale nei secoli. E le lettere, le lettere che Rosetta scrisse a Rosalino sono cariche di quel sentimento, di parole semplici eppure eterne.
Lei scrive, scrive tanto. Si strugge, si appassiona, sospira.
Io ti amo, non posso vivere senza di te, morirei senza di te.
Sono queste le parole, eterne in quanto semplici.
E pensare che per un periodo, nel passato, Rosalino aveva creduto di non essere riamato, come narra sempre il Venosta:

e si forte fu il suo amore che il sospetto di non essere pienamente corrisposto fu sufficiente per sentirsi spezzare il cuore, per cadere in una lunga malattia per perdere quasi la vita.

Oh, no! Rosetta ama Rosalino!
Ma Rosalino, oltre ad essere l’amore di Rosetta, è uomo d’azione, impegnato in prima linea.
Pilo è uno degli uomini del gruppo di Carlo Pisacane colui che, nel 1857, precedendo le gesta di Garibaldi, tenterà di sollevare il meridione con la fallimentare spedizione di Sapri, conclusasi con un massacro.
Che pianti, povera Rosetta!
E’ preoccupata, si può capirla, non vuole separarsi da lui per nessuna ragione al mondo e appena comprende cosa sta per accadere nella sua disperazione minaccia di suicidarsi.
E che fanno gli uomini quando una donna gli mette i bastoni tra le ruote? Mentono.
E Rosalino mente, per tranquillizzare Rosetta, quando è il momento di partire le fa credere che sta andando il Sicilia per vendere il famoso Velasquez.
Però sapete come accade, quando si ama, si vuole essere ascoltati, compresi, consolati.
Anche se si è eroi, accade. E così Rosalino dice a Rosetta la verità.
Lei piange, si dispera, lo supplica di non andare, lo tormenta con la sua apprensione, gli fa promettere di tener cara la propria vita, gli fa giurare che tornerà.
E così sarà.
Il progetto di Pisacane per l’impresa di Sapri era il seguente: Pisacane, Falcone, Nicotera e un gruppo di fedelissimi si sarebbero imbarcati su un piroscafo per Tunisi, il Cagliari in partenza da Genova il 17 Giugno 1857. L’intenzione era quella di dirottare il piroscafo su Ponza.
A Rosalino Pilo era stata affidato il compito di provvedere al rifornimento delle armi.
C’era già stato un precedente tentativo, fallito il 6 giugno, in quanto la barca su cui Rosalino trasportava le armi si trovò nel pieno della tempesta che causò la perdita di fucili e munizioni.
La seconda volta non andò meglio.
Rosalino Pilo, con una ventina di uomini, prese il mare su delle barche a vela, sulle quali erano state caricate le armi.
Secondo i piani, avvrebbero dovuto incrociare il piroscafo al largo di Sestri Levante ma Rosalino e i suoi compagni, inesperti di mare, mancarono di portarsi la strumentazione necessaria per la navigazione e persero così l’orientamento, finendo per approdare nei pressi di Portofino.
I loro compagni, imbarcati sul Cagliari, andarono incontro alla disfatta e alla morte, dei tre capi della spedizione solo Giovanni Nicotera rimase in vita.
Pilo tornò a Genova, ma a seguito della fallita insurrezione come Mazzini finì nel mirino della polizia e dovette riparare a Malta.
Tornò quando seppe che Garibaldi era sbarcato a Palermo con i suoi Mille.
A loro si aggiunse anche Rosalino Pilo: le cronache narrano che abbia combattuto strenuamente fino a quando, il 21 Maggio 1860, a Monreale,  fu colpito a morte da una pallottola nemica.
Sei giorni dopo l’esercito di Garibaldi liberò la città di Palermo.
Nessuno sa che fine abbia fatto il famoso dipinto di Velasquez.
Nessuno scrive cosa ne sia stato di Rosetta, rimasta sola senza il suo amore, il suo Rosalino, il solo che sapesse farle battere il cuore così forte.
Ma sapete come accade, io lo so.
Io so che pianse.

Jacopo Ruffini, anima pura e potente, nella Torre Grimaldina

Jacopo mi fu amico: il primo e il migliore.
Dai nostri primi anni d’Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi l’esilio mi separarono la lui, noi vivemmo come fratelli.
Non credo di aver mai avuto conoscenza più compiuta d’un’anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia.
L’immagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente ogni qual volta io guardo uno di quei gigli delle valli che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d’un candido alpino, senza involucro di calice e dal profumo delicato e soave.
Egli era puro e modesto come essi sono.
E finanche il lieve piegarsi del collo sull’omero che gli era di abitudine m’è ricordato dal gentile tremolio che incurva sovente quel piccolo fiore.

Così ricorda Jacopo il suo amico fraterno Giuseppe Mazzini.
Erano nati, per fatalità, nello stesso giorno, il 22 giugno 1805.
Si conoscevano fin dall’infanzia e condivisero per tutta la vita ideali, speranze e lotte.
Jacopo, insieme al fratello Giovanni, nel 1829 aderì alla Carboneria.
Erano anni difficili, dopo il fallimento dei moti del 1821, vigeva a Genova un opprimente regime di polizia, tuttavia le repressioni e gli arresti non bastarono a placare i cuori né gli animi.
Mazzini, da Marsiglia, coltivava il suo sogno l’Italia libera dallo straniero, l’Italia, repubblicana e indipendente.
L’apostolo della libertà fondò così La Giovine Italia.
A Genova, a capo del movimento c’era lui, il suo amico Jacopo. Venne eletto per acclamazione da tutti i suoi compagni e la riunione si svolse in Via delle Grazie, nella casa natale dei fratelli Ruffini.


Jacopo, malgrado fosse convinto quanto Mazzini del proprio pensiero, ebbe un presentimento.
Al momento della sua elezione, alla presenza degli altri capi dell’insurrezione, ovvero suo fratello Giovanni, Federico Campanella, il Marchese Cambiaso e Napoleone Ferrari, pronunciò queste parole che, con il senno di poi, suonano come una triste profezia.

Eccoci in cinque giovani, molto giovani, con assai scarsi mezzi e siamo chiamati ad abbattere un governo stabilito. Noi non possiamo contare che su altri aiuti che su quelli i quali potremmo da noi medesimi procrearci. Ho il presentimento che a pochi di noi sarà dato vivere per poter vedere la vittoria, ma il seme sparso fruttificherà dopo di noi e il pane gettato sopra le acque sarà di nuovo trovato.

Jacopo fu tratto in arresto nella notte tra il 13 ed il 14 maggio 1833 e venne condotto nella torre Grimaldina di Palazzo Ducale, dove ancora è possibile visitare le carceri.

Fu rinchiuso in una cella, buia, umida ed angusta.


Riconosciuto come il capo della cospirazione mazziniana, per oltre un mese venne sottoposto al fuoco di fila degli interrogatori di polizia fino a che, il 19 Giugno 1833, Jacopo si tolse la vita.

 Si dice che si uccise per non rivelare i nomi dei suoi compagni e che per farlo usò una lamina di ferro, parte del rivestimento della porta della sua cella.
Alcuni storici non concordano con questa versione e, in considerazione del fatto che Jacopo era stato condannato a morte per impiccagione, ritengono che il suo suicidio sia stata una messa in scena delle autorità.
Infatti sostengono che, trattandosi di un personaggio molto popolare, non si voleva rischiare che la sua pubblica esecuzione incendiasse ancor più gli animi, sollevando ulteriori rivolte.
Tuttavia, altri obiettano a questa seconda teoria, argomentando che se Jacopo fosse morto sul patibolo, sarebbe stato considerato un eroe, mentre invece darsi la morte volontariamente era, al tempo, considerato un gesto vile e vigliacco.
E allora forse davvero Jacopo Ruffini si uccise, per mantener fede alle sue promesse.
Jessie White Mario, nella sua biografia di Mazzini, narra che Jacopo scrisse col proprio sangue sul muro della cella queste parole indirizzate ai suoi compagni: “Ecco la mia risposta – la mia vendetta ai fratelli”.
Forse, tra le molte scritte, ci sono anche quelle lasciate da Jacopo.

Sono numerose le scritte lasciate dai carcerati sulle mura di questa e delle altre celle della Torre Grimaldina e fa certamente una grande impressione vederle.

Su alcuni muri le parole sembrano essere state impresse usando dei tappi di sughero bruciati.

Se verrete in visita alla cella di Jacopo e alle Carceri della Torre, proverete un senso di pena, un disagio facilmente percepibile, ma se lo  affronterete vi renderete  conto di cosa siano stati questi luoghi.
I corridoi e le celle sono angusti, stretti, le porte basse e per la visita vi forniranno un caschetto, per proteggervi la testa da eventuali colpi.

Per rendere ancora più realistico questo viaggio, una delle celle è sprofondata nei buio e sui suoi muri viene proiettata una simulazione, con attori veri, che personificano i carcerati, e si può vederli adagiarsi su un giaciglio oppure sedersi sulla panca di legno, con una ciotola in mano, intenti a consumare il loro pasto.

Giuseppe Mazzini, nel ricordo del suo amico, usò sempre parole intense e struggenti, con le quali ci ha tramandato un ritratto indelebile di lui: “un’anima pura e potente, un vasto e profondo intelletto, il più dolce giovane, il più delicato e costante negli affetti che mai si vedesse”.
In una lettera del 1833, indirizzata ad Amedeo Melegari, il pensatore genovese, nel pieno del rimpianto e del rimorso, scrisse: “Io non ne parlo mai, ma quel cadavere mi sta davanti, e vado ripetendomi con amarezza che neppure il trionfo può ridargli la vita”.
Jacopo Ruffini morì, in quella cella, a soli 28 anni.
Sul muro esterno della Torre Grimaldina, a sua eterna memoria, queste parole ricordano il suo sacrificio.

 Consacrò queste carceri il sangue
di Jacopo Ruffini
mortovi per la fede italiana
1833