Ci sono arrivata nel tardo pomeriggio all’Isola delle Chiatte, il sole stava iniziando la sua lenta discesa verso il mare.
L’ora più dolce, quando è accompagnata da una musica è ancora più languida, io sceglierei le note struggenti di Smoke gets in your eyes, quel giorno poco distante c’era un musicista che suonava il sax, jazz al Porto Antico, davanti alle onde.
E’ l’ora più dolce, a Genova.
Si viene qui sulle panchine, alla ringhiera, in attesa che il tempo scorra.
C’è una signora di mezza età che tenta invano di mettersi un foulard in testa.
Ah, il vento!
E poi mi dice:
– Se non era per Renzo Piano tutto questo non lo avremmo mai avuto.
Concordo, annuisco, ricordo una diversa epoca, mica ci arrivavi fino a qui, ti fermavi a Caricamento e il mare non lo vedevi neppure.
La signora mi racconta che lei viene qui tutti i giorni, a passeggiare e ancora parla dei notevoli meriti del celebre architetto.
Io non so perché ma la gente mi parla, di recente mi accade sempre più spesso.
L’ora più dolce, il mare è agitato e all’isola posata sulle chiatte ci si lascia cullare, seguendo le onde.
I gabbiani si posano e poi si rialzano in volo.
Su una delle panchine ci sono due amici, parlano di lavoro, uno dei due dice che presto partirà per gli States.
Intanto è qui, anche lui attende l’ora più dolce come la fotografa che sfoggia un’importante attrezzatura, lei cammina su e giù come se non volesse perdere neanche un istante di ciò che accade davanti ai nostri occhi.
Io mi metto seduta per terra, all’Isola delle Chiatte, non saprei trovare modo migliore per aspettare il tramonto.
E intanto luccica e brilla il mare.

E poi arrivano loro due, lei è carina, curata, ha le mani bianche e sottili, non pronuncia una parola.
E devo dirlo, non mi sembra tanto interessata al racconto di lui.
Si appoggiano con i gomiti alla ringhiera mentre sta entrando in porto una grande nave e lui attacca a spiegarle con fastidiosa dovizia di particolari certi dettagli sui rimorchiatori e sui motori di bordo.
E lì davanti c’è il tramonto.
Lei lo pianterà in asso, prima o poi, me lo sento.
Oppure, per bene che vada, se resterà con lui ogni volta che litigheranno gli rinfaccerà la pedanteria di quel sermone sui motori.
Ti ricordi quella volta al Porto Antico? Non te l’ho mai perdonata!
Mi alzo, cammino, un ragazzo si offre di scattarmi una foto, dice che se voglio ci pensa lui, deve avermi preso per una turista.
Grazie no, va bene così.

L’ora più dolce è in equilibrio tra la luce e le tenebre, è una sfumatura scintillante di oro.
Mi allontano, non riesco ad evitare di voltarmi indietro, noi che veniamo qui abbiamo il mare non solo negli occhi, da bambini appoggiavamo la conchiglia all’orecchio e stavamo lì, ad ascoltare.
E lascio il sole caldo e infuocato dietro di me.
L’ora più dolce ha questo languore, sfumature di pesca sull’orizzonte mentre il blu del mare vira verso colori metallici.
L’ora più dolce è un cielo che si infiamma di arancio tra acciaio, vetro e metallo.
Non lo abbiamo sempre avuto questo posto eppure sembra che ci sia sempre stato, il posto dove vengo ad aspettare l’ora più dolce.






































