L’amore e il pentagramma

Love looks not with the eyes, but with the mind
And therefore is winged Cupid painted blind

L’amore non guarda con gli occhi, ma con la mente
e perciò l’alato Cupido viene dipinto cieco

William Shakespeare, A Midsummer Night’s Dream

L’amore cieco e le sue delusioni, nessuno ne è immune nemmeno i virtuosi del pentagramma, musicisti e compositori resi celebri dalle loro note ormai immortali.
Così accadde per Fred Chopin, con il suo amore disperato per George Sand del quale vi ho già parlato qui.
Ma non fu il solo a soffrire a causa dei tumulti del cuore, ai quali a volte non si riesce dare un ritmo regolare e costante, pur essendo geni della musica.
Corrisposto ma inappagato l’amore di Franz Schubert per Therese Grob.
Ricco di talento ma di poche sostanze, il compositore sperò invano per tre anni di sistemarsi economicamente per poter condurre all’altare Therese, figlia di un ricco commerciante, ma il padre di lei, sebbene la figlia fosse perdutamente innamorata, rifiutò di darla in sposa a uno spiantato, così Therese convolò a nozze con un ricco mercante, ma rimase nel cuore di Schubert che di lei dirà:

Le voglio sempre bene e da allora nessuna donna può piacermi di più e come lei.

L’amore e la felicità, desiderati e mai raggiunti da Ludwig Van Beethoven.
Dopo la sua morte tra le sue carte vennero ritrovate tre missive, note come Lettera all’amata immortale, dove si leggono parole di infuocata passione e desiderio.

Mio angelo, mio tutto, mio io.

Questo l’incipit, ancora oggi è ignota la reale identità della destinaria di queste parole.
L’amore che travolge, coinvolge e brucia, di questo ardeva l’anima grande e potente di Beethoven.
Numerose furono le donne da lui amate: dalla sua allieva Marianna Westerholt che fu la sua prima passione, alla cantante Amalia Sebald, alla quale Beethoven donò una ciocca dei suoi capelli.
Amò le sorelle Theresa e Giuseppina di Brunswick, e desiderò sposare Teresa Malfatti, la nipote del suo medico, ma nessuna delle donne da lui amate accettò di sposarlo e lui non raggiunse mai la felicità tanto agognata.
La passione spinge a commettere fatali errori, che a volte possono costare molto cari, come accadde al violinista Niccolò Paganini.
Questi, gironzolando per i caruggi di Zena, un giorno incontrò una giovane ragazza di nome Angelina Cavanna, dai costumi piuttosto libertini e poco ortodossi, a dire il vero.
Niccolò è innamorato, ma Angelina è astuta e per incastrarlo, su suggerimento del padre, dichiara di volersi concedere solo dopo le nozze.
I due lasciano Genova alla volta di Parma, difficile mantenere le distanze e rispettare la castità, Angelina, ahimé, rimane incinta.
I due si separano, Paganini va a Milano, Angelina torna a casa della sorella: la figlia che attende dal violinista nascerà morta, ma furono ben altri i guai nei quali incappò Paganini.
Il padre di lei, infatti, lo denunciò per ratto di minore e violenza, Niccolò venne accusato anche di aver tentato di avvelenare Angelina per porre fine alla sua gravidanza.
Dichiarò di non aver rapito la ragazza o di non averle usato alcuna violenza ma a nulla valsero le sue parole, Niccolò Paganini venne rinchiuso nella Torre di Palazzo Ducale e fu costretto a risarcire Cavanna con una forte somma.

Ritratto di Paganini di George Patten – Palazzo Doria Tursi

Amore, passioni e incomprensioni.
Mannheim, 1777.
In città giunge un musicista di belle speranze, il salisburghese Wolfgang Amadeus Mozart.
Incontra una giovane donna, lei è bella, è una soprano di discreto talento, il suo nome è Aloysia Weber e suscita l’interesse di Mozart.
Amore per breve tempo corrisposto, ma poi Aloysia si allontanò da Mozart e lui finì per sposare la sorella di lei, Costanza.
L’amore oltre gli ostacoli e al di là della disapprovazione del  padre Leopold, al quale Mozart scrisse:

….ha il cuore migliore del mondo. Io l’amo e lei mi ama di cuore. Mi dica, potrei forse augurarmi una moglie migliore?

E poi ancora altre lettere, nelle quali il giovane decanta le virtù della sua amata mogliettina.
Lei, Costanza, non seppe mai comprendere la grandezza del genio di Mozart, non fu mai capace di capire la statura intellettuale dell’uomo che aveva accanto.
Non fu la sola, del resto, no di certo.
Joseph Haydn finì per impalmare una donna per nulla degna del suo genio.
Il suo cuore batteva per Josepha Keller, giovane figlia di un parrucchiere, ma quando il compositore le dichiarò il suo amore la fanciulla svelò di aver scelto altrimenti, sarebbe divenuta una devota monaca.
E così Haydn convolò a nozze con la sorella maggiore di lei, Aloysia.
E no, neppure lei aveva ben compreso chi fosse il suo consorte, tanto che usava i suoi manoscritti come carta da pacchi, pensate un po’!
E il povero Haydn sconsolato, dichiarava:

Per mia moglie è indifferente che io sia un musicista o un calzolaio.

Il vero amore è come i fantasmi, tutti ne parlano ma sono pochi quello che lo hanno visto davvero, così scriveva La Rochefocauld.
E così è per tutti gli uomini, anche per coloro che hanno in dono la scintilla del genio.
Uno di essi, Beethoven, nel 1802 chiese in moglie una della sue alunne, la giovane Giulietta Guicciardi.
La famiglia di lei rifiutò e il sogno d’amore di Ludwig si infranse.
A noi restano le note dedicate a questa passione perduta, le note struggenti del Chiaro di Luna.

Amadeus

Che cosa intende con sogni di felicità? Non mi offende il riferimento ai sogni, perché non c’è mortale sulla faccia della terra che qualche volta non sogni. Ma sogni di felicità! Sogni pacifici, rasserenanti, dolci sogni! Ecco quello che sono: sogni che si avvereranno, mi renderanno la vita, oggi più triste che non allegra, più tollerabile.

Sogni e parole di Wolfgang Amadeus Mozart, da Salisburgo.
Sono talmente celebri certi aneddoti su di lui, che non saprei neppure se siano da citare.
Amadeus, il bambino prodigio, colui che a cinque anni suonò davanti all’imperatrice d’Austria.
Amadeus, che suonava bendato o a braccia incrociate.
Amadeus, che amava lo scherzo, che giocava con le parole, Amadeus che parlava e scriveva al contrario.
Il film che narra la sua vita, per la regia di Miloš Forman, ce ne restituisce un ritratto vivido e vitale. Tom Hulce, l’attore che interpreta il compositore in maniera così coinvolgente e vera, porta sul grande schermo il suo genio, la sua sregolatezza, la sua fantastica follia.
Splendidamente folle Amadeus, uomo del Settecento, eppure nessuno è più moderno di lui.
A Vienna, la città che vide l’esplosione del suo estro, tutto parla di lui e se ci siete stati sapete di cosa stia parlando.
Vienna è attuale, vibrante e vivace, in certi luoghi le architetture ci riportano al nostro tempo, altrove sembra una vecchia signora e in molti quartieri, in molte sue strade si respira l’atmosfera di quegli anni, i bellissimi anni di Mozart.
C’è la sua casa, con i suoi oggetti.
Camminare nelle stanze di Mozart, calpestare quel pavimento, sfiorare i muri che hanno ascoltato i suoi respiri e le sue note.
Per me saper apprezzare tutto questo ha un valore inestimabile, è il senso di esistere accanto a qualcuno che a volte mi accompagna, con qualche suo accordo, con quelle melodie che hanno la potenza di rasserenare e di farmi sentire la grandezza dell’universo.
Io che non conosco la musica, io che non so leggerla ma solo ascoltarla, io che grazie a lui riesco a vedere un cielo, l’immensità, la totalità dell’infinito, ascolto, sento, vedo, grazie a quelle sue note, non credete anche voi che sia una grande privilegio poter trascorrete il proprio tempo in sua compagnia?
Mozart, se volete incontrarlo andate a Vienna, dove Amadeus è presente e vivo, Amadeus è un brand, l’immagine e il suono di una nazione.
Un uomo del Settecento, eppure molto vicino a noi, al nostro sentire.
Se volete incontrarlo leggete le sue lettere, l’espressione di quel suo genio folle, smisurato, capace di toccare gli abissi e le vette della coscienza, imprevedibile e sofferto, irrazionale e giocoso.
Giocava Amadeus, con le note e con le parole.
A volte si firmava WAM, a volte Wolfgango de’ Serenissimi Mozartini, ma anche Trazom, il suo cognome al contrario.
Genio infantile e particolare, eccolo Mozart, scrive missive al padre, alla sorella, alla cugina, alla moglie.
Fantasioso e amante del ridicolo, conclude così una lettera alla cugina:

Ora stai bene, ti mando mille baci e sono come sempre il vecchio giovane Codadiporco
Wolfgang Amadé Rosadibosco

E se qualcuno di voi ha letto il suo Epistolario saprà che lui, uno dei più grandi compositori di tutti i tempi, usa spesso un linguaggio scurrile, ama lo scherzo pesante, la parola greve, oscena, capace di suscitare scandalo ed imbarazzo.
E sì, è Mozart, ma io non ho il cuore di riportare qui alcune sue parole.
Perdonami Amadeus, se mi avessi incontrata so che mi avresti presa in giro, io sono permalosa, oltre tutto, sarei stata un bersaglio perfetto!
Mozart, tenero e adolescente, che appena quattordicenne scrive da Napoli alla sorella e chiede:

Scrivimi come sta il signor canarino. Canta sempre? Fischia ancora? Sai perché penso al canarino? Perché nella nostra camera ce n’è uno che fa gran chiasso, proprio come il nostro.

Candore giovanile, vero? Mozart lo conserverà per tutta la vita, a volte, da uomo adulto, mostrerà certi acerbi entusiasmi, è proprio del genio essere così deliziosamente infantile.
E scrive alla sua amatissima, carissima mogliettina:

Sii allegra, felice e compiacente con me. Non affliggermi e non tormentarmi con un’inutile gelosia.
Abbi fiducia nel mio amore, certo non te ne mancano le prove! E vedrai come saremo felici!

E poi ancora:

…nell’aria ci sono 2999 bacetti e mezzo che volano via da me e aspettano di essere presi.
Adieu. Mille baci teneri.

 Adieu cara mogliettina, amami quanto io ti amo, ti bacio duemila volte con il pensiero.

Dolce, infantile, appassionato con la sua Stanzi, come lui la chiamava.
Lei che conosceva il suo talento, ma non sapeva compenetrare nelle profondità della sua creatività, lei che avrebbe forse desiderato accanto un uomo solido, dalle molte concretezze.
Ebbe Mozart, sregolato e geniale, vicino a lui la vita fu un continuo batticuore con tante emozioni e molte difficoltà, ma quanto poco conta la ricchezza materiale, quella che Mozart non ebbe!
C’è la sua vita nelle sue lettere, ci sono i viaggi, i trionfi e i concerti.
C’è il dolore per la perdita della madre, ci sono gli incontri, i successi, le fanciulle, come una povera ragazza che certo non incontra i favori di Mozart!
Lui la descrive grossa come una contadina che suda in maniera orribile,  la trova una creatura repellente.
No, ad Amadeus la ragazza non piace proprio:

 Si è puniti a sufficienza per tutto il giorno se gli occhi hanno la sventura di volgersi da quella parte.

Eh, Mozart le da lezioni di piano e che accade? La ragazza si innamora perdutamente di lui.
E lui, implacabile, le dice che proprio non c’è speranza per loro due.

 Non è però servito a niente, era sempre più innamorata.
Alla fine ho iniziato a trattarla sempre con molta cortesia, tranne quando faceva le sue moine: in questo caso ero scortese.

Ah, ma lei non si arrende, in giro si dice si sposerà con Amadeus!
Povera ragazza, così perdutamente perduta del genio inafferrabile.
Imprevisto e imprevedibile, vi ho già detto, Amadeus ama il turpiloquio, scoprite da voi quanto è nelle sue corde, quanto si diletti con la battuta sporca, sfrontata e provocatoria, con una pioggia di parole pesanti che non potete immaginare!
Provate a leggere e sorriderete, così è Amadeus.
E provate a pensare alla sua giovane cugina, vestita con un abito lieve dai colori chiari, con una di quelle pettinature complicate così tipica delle donne di quell’epoca, profuma di cipria e borotalco, di rosa e di verbena, è una creatura allegra e vivace, regge tra le sue mani di perla una lettera di quel matto di Amadeus che le scrive:

Mia carissima violoncelletta, così va e gira il mondo, uno ha la borsa e l’altro ha il denaro, e c’è chi non ha né l’uno né l’altro, non ha nulla e il nulla è molto poco, il poco non è molto, quindi niente è sempre meno di poco, poco sempre più di non molto e molto sempre più di poco e…

E la cugina sorrise.
E anch’io.
E noi no, non siamo grandi abbastanza per comprendere gli equilibrismi verbali e musicali di Wolfgang Amadeus Mozart, siamo umili essere umani di fronte alla sua grandiosità.
Mozart, il compositore che ha lasciato all’umanità il Flauto Magico e il Don Giovanni, le sonate, le variazioni e le sinfonie, morì ad appena 35 anni e disponendo di pochi mezzi venne buttato in una fossa comune.
Quando sono stata a Vienna sono andata in quel cimitero, dove si trova un monumento a lui dedicato.
E’ un luogo tranquillo, con i viali alberati.
C’è una statua, che celebra il più grande dei compositori, il salisburghese Wolfgang Amadeus Mozart.
Ma lui non è lì, non è nella terra,  in un luogo così infimo che mai potrebbe contenere il suo genio.
Non è sotto una lapide, accanto a un cipresso, sotto ad un freddo marmo.
Mozart è nell’aria fresca di primavera, nei tasti di un pianoforte, nelle corde di un violino, nell’armonia delle stagioni, del tempo, di una sinfonia.
Mozart è nella pioggia e nel cielo cupo, nelle nostre gioie e nelle malinconie che ci colgono in certe giornate, è nella consolazione di quel sogno di felicità che ognuno di noi cerca.
La felicità, quella fatta di cose semplici quanto eterne, il sogno della felicità.
E’ nella complessità, nelle cose oscure e in quelle che invece riusciamo a comprendere.
Nelle cose più semplici.
Una tartina, un coltellino e un strato di burro.
Provate ad ascoltare, vi sembrerà che questa musica risuoni da sempre nella vostra testa.
Con questa leggerezza, con questa lievità, con il profumo del pane caldo e fragrante e la dolcezza del burro.

Un suono, nato dalla fantasia di un genio.
Chiamatelo WAM, oppure Wolfgango de’ Serenissimi Mozartini, o Trazom, se preferite.
Lui solo, Amadeus.

Fred Chopin, amori e passioni di un genio

Fred Chopin, quante volte vi siete cullati sulle note di un suo notturno, di una sua polacca o di una ballata?
Un genio assoluto, un uomo di sicuro fascino.
Tempo fa lessi una sua interessante biografia, scritta da Ippolito Valletta, dove si narrava del suo ineguagliabile talento, delle sue esperienze di vita in quella Parigi che lo vide protagonista negli anni del suo fulgore.
In questo libro si narra anche dei suoi amori, delle fanciulle alle quali batteva il cuore per Fred, il pianista.
Una di esse era una certa Leopoldina Blahetka, che diventerà pianista e compositrice e che Chopin ebbe modo di conoscere a Vienna.
A proposito di lei, si narra in questo libro un episodio assai curioso.
E’ il 1830 e Chopin, appena ventenne, tiene un concerto nella capitale austriaca.
Il pubblico è entusiasta, tutti lo acclamano e lo applaudono.
Chopin, però, non pago di quel successo, si informa presso i suoi amici presenti in platea riguardo ai commenti dei pubblico.
Gli viene riferito che l’unica a muovergli delle critiche era stata proprio la madre di Leopoldina, fatto che non impensierì per nulla il compositore, il quale chiosò: la signorina figlia del più accreditato critico martella terribilmente sul pianoforte.
Eh, Leopodina! Si era innamorata di Chopin!
C’è da comprenderla, senza alcun dubbio.
Lui però, di lei non ne voleva sapere e prese a diradare le sue visite alla casa di lei, adducendo improrogabili impegni per i suoi concerti.
Per Costanza Gladkowska, invece, il cuore del pianista prese a battere di ardente amore.
Lei era bellissima, bionda con gli occhi celesti, piena di grazia e di molte virtù.
Frequentava il Conservatorio Musicale di Varsavia ed era molto corteggiata dagli ufficiali dell’Esercito.
Chopin l’aveva veduta cantare e ne era rimasto colpito, fu l’amore per lei ad ispirargli alcune splendide pagine musicali, come l’Adagio del concerto in Fa minore.
Una cantante e un pianista, Costanza diede anche ampia prova della sua gelosia per lui, così è l’amore del resto.
Ma nel 1831, a causa della rivolta di novembre esplosa nella sua Varsavia, Chopin lasciò per sempre la sua terra, dove non ritornò mai più.
Laggiù lasciò anche Costanza, alla quale Fred donò un piccolo anello con un brillante.
Il futuro di Costanza sarà sfortunato, i suoi begli occhi cerulei perderanno la vista e piangeranno a lungo per la perdita del suo Fred.
E fu così che Chopin arrivò a Parigi, nella capitale francese ha un’ampia cerchia di amicizie, molte sono le sue frequentazioni mondane.
Il suo fascino colpisce, così come la sua musica e il suo amico Orlowski di lui scriverà:

 Chopin fa girare la testa a tutte le francesi e rende tutti gli uomini gelosi. E’ alla moda, il bel mondo porterà presto guanti alla Chopin.

 Era un tipo ricercato il nostro Fred, portava sempre guanti bianchi, cravatte all’ultima moda e persino gioielli.
Nel 1836 a Dresda, si fidanzò con Maria Wodzińska. Era stato accolto come un figlio dalla madre di lei, ma il padre invece avversava la loro unione e l’amore ben presto naufragò a causa di ciò.
Eh, Chopin! Ovunque andasse infrangeva cuori!
A Londra, tra le sue allieve c’era una certa Mary Stirling, da lui soprannominata poco gentilmente Miss Rebecca, a causa del suo naso aquilino per niente aggraziato.
Questa fanciulla, ahimé priva di qualunque attrattiva, conosceva bene la passione di Chopin per un semplice fiore, la violetta.
E così, pensando di fargli cosa gradita, gli regalava di continuo odorosi mazzolini, per nulla apprezzati dal grande musicista, al punto che Chopin arriverà a scrivere sul proprio libro-giornale:

 …nulla interrompe in monotono trapp-trapp dei battiti del mio cuore… Oh Rebecca, perché mi perseguiti così giorno e notte colle tue violette, colla tua adorazione…col tuo naso?

 Povera Rebecca! Il suo è un amore destinato a non sbocciare!
IL sentimento che Chopin ricerca è altro, come ancora egli stesso scrive:

 ..trapp trapp questo non cesserà dunque mai? Oh, potessi io suonando cacciare il dolore che mi rode il cuore! Eppure la vita è fatta per il piacere e per l’amore. Amore dolce come sogno, dolce come musica, triste e dolce e giocondo amore!

Una grande passione, una passione che travolga tutti i sensi.
Lo incontrerà a breve, a un ricevimento nella capitale francese nel 1838.
Si narra che quella sera Chopin si mise al pianoforte, tra gli ospiti ad ascoltare le sue magie con la tastiera c’è anche lei, Aurore Dupin, nota al mondo come George Sand.
La scrittrice ha sei anni più di lui, è una donna sensuale e ammaliatrice, è stata amata da Prosper Mérimée e da Alfred de Musset.
Chopin, dapprima, pare mostrare verso di lei una spontanea antipatia, ma poi nel suo diario scriverà.

 Che dicevano quegli occhi? Essa s’appoggiava al pianoforte e il suo sguardo di brace mi inondava, la mia anima aveva trovato il suo porto.

 E’ l’amore, che divampa come un incendio.
La salute di Chopin però è debole, soffre di una malattia al petto che lo renderà fragilissimo e proprio per ritemprare la sua salute parte per un viaggio, insieme alla Sand, alla volta di Maiorca.
Affittano una casa e tra lo stupore degli abitanti, fanno arrivare lì un pianoforte ed una stufa.
La Sand ha portato con sé i figli e lascia il malato spesso solo, lui soffre spaventosamente per la sua malattia.
Rimarrà sull’isola cinque mesi e sapete chi sarà la sola ad andare a trovarlo? Miss Stirling, la povera innamorata Rebecca!
Lei, che nelle sua devozione alla morte del grande pianista si occuperà dei suoi funerali e della sua tomba, giunse persino ad acquistare i suoi mobili perché non andassero perduti.
A lei, il grande pianista dedicò due Notturni e sono certa che Miss Stirling li abbia suonati un’infinità di volte!
Ma fu George Sand il grande infelice amore di Fred: con lei tornò a Parigi, dove la Sand lo allontanò dalla cerchia delle sue amicizie per introdurlo del mondo che lei frequentava.
Un amore profondo e passionale, minato dalla debolezza fisica di lui.
Il pretesto per la fine di un sentimento così tormentato sarà una vicenda che riguarda il matrimonio della figlia di George Sand, Solange, Chopin ebbe il torto di esprimersi in favore del marito della ragazza, avversato invece dalla volitiva madre di Solange.
E’ un distacco che lascia il segno, la fine è ormai prossima per Chopin.
Sul suo diario, con profonda amarezza, Fred scriverà:

 Aurore! I tuoi baci mi bruciano come bracieri ardenti!

 Le difficoltà degli ultimi anni della sua vita furono ancora alleviate da Miss Stirling, che lo soccorse anche  economicamente.
Il genio, autore di memorabili composizioni che hanno reso eterno il suo nome,  morì povero, pare che non conoscesse la parsimonia e che avesse sperperato tutti i suoi soldi.
Amava il bel mondo e spendeva a profusione in pranzi e cene, teneva sempre un cocchiere a sua disposizione; era anche molto generoso, a volte non si faceva pagare le lezioni ed era solito elargire denaro ai suoi concittadini polacchi in stato di bisogno.
La morte lo colse ad appena 39 anni, il suo funerale si celebrò nella chiesa della Madeleine, tutta Parigi accorse a dargli l’ultimo addio e per la circostanza l’arcivescovo di Parigi concesse in via eccezionale il canto femminile in quella chiesa.
Fu sepolto nel cimitero di Pere Lachaise, dove ancora i suoi estimatori si recano a porgergli omaggio.
Sulla bara, prima che venisse calata nella fossa, venne gettata, come il musicista aveva richiesto, la terra che lo stesso Chopin aveva portato con sé dalla Polonia, la terra della sua patria.
Quella patria dove tornerà il suo cuore, che si trova conservato a Varsavia, nella chiesa di Santa Croce.
Se andrete a Parigi, andate anche voi a trovare Fred.
Sulla sua tomba ci sono sempre molti mazzi di violette, il fiore che lui tanto amava.
Sapete, gliele ha portate anche una certa persona, per ringraziarlo delle belle emozioni che le hanno regalato quelle note struggenti e romantiche.
Le ha messe lì, ai piedi di quella statua dove si legge: A Fred, ses amis.

Maya, un viaggio tra le note

Quando non sai cos’è, allora è jazz.
E’ una delle frasi più belle e più note di Alessandro Baricco, tratta da Novecento.
Quando non sai cos’è, allora è jazz.
Quando le dita scivolano sulla tastiera del pianoforte e portano a sonorità sorprendenti.
Quando ascolti lo stesso brano, eseguito in circostanze diverse ed ogni volta ti sembra differente, perché chi lo suona cambia il ritmo, gioca con i tasti, con quella concatenazione di note che compongono il pezzo.
Quando guardi il pianista e gli altri musicisti e ti accorgi che in quell’esatto istante loro stanno in un altro mondo, in una dimensione tutta loro e ti senti già fortunata perché in parte la rendono accessibile anche a te, facendoti ascoltare la loro musica.
Quando non sai cos’è, allora è jazz.
Quando la musica diventa veicolo di espressione del proprio sentire e riesce a toccare e a coinvolgere l’ascoltatore.
Quando la musica non è solo jazz, ma anche molto altro, quando la musica trascina ed ha forte personalità.
Lui è un pianista genovese, un mio caro amico, e  il suo nome è Fabio Vernizzi.
Raffinato compositore e musicista di formazione classica, Fabio ama le sperimentazioni e le contaminazioni, e la sua musica è un viaggio tra le note.
Un viaggio tra i ritmi e i suoni, tra le emozioni che certa  musica sa suscitare.
Ed è jazz e sono assoli di pianoforte, e sono echi di tanghi argentini, accenti folk e suggestioni irlandesi.
Un viaggio tra le note.
La musica è un’avventura senza confini, è la ricerca di un’emozione e l’espressione del proprio estro.
E la musica di Fabio è romantica e coinvolgente, ha un suo stile ben definito e riconoscibile.
E molti sono i compagni di viaggio di Fabio.
Tra questi, Claudio Pozzani, poeta e direttore del Festival di Poesia di Genova che, come ogni anno, si svolgerà nel mese di giugno e che vedrà ancora  insieme Vernizzi e Pozzani incantare il pubblico nella splendida cornice di Palazzo Ducale.
L’incontro tra questi due artisti è un connubio di note e versi portati in scena in Italia e all’estero, in molti Festival di rilevanza internazionale.
Fabio collabora inoltre con Roberta Alloisio, vincitrice della Targa Tenco 2011 quale interprete di Janua, disco per il quale Fabio ha composto otto brani e arrangiato  tutte le musiche e che recentemente è stato premiato come miglior album dalla giuria del  Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana.
E poi, se dovesse capitarvi di assistere ad un concerto dei Birkin Tree, band italiana di musica irlandese che si esibisce regolarmente in Irlanda, sappiate che con loro sul palco, al pianoforte, potreste trovare anche Fabio, suona spesso con questo gruppo, con il quale ha inciso il cd Virginia, per il quale è stato compositore ed arraggiatore.
Quando non sai cos’è, allora è jazz.
Quando ascolti, osservi e ti accorgi che il pianista è innamorato della sua musica, dei suoi suoni, del ritmo che fluisce dal movimento delle sue dita.
Uscirà presto un nuovo CD di Fabio e sicuramente lui andrà in giro per l’Italia per presentarlo, se capiterà dalle vostre parti, non perdete l’occasione di andare a sentirlo.
La musica, il viaggio più emozionante.
Per voi, dal palco del Teatro della Tosse di Genova,  Fabio Vernizzi accompagnato da Riccardo Barbera, Marco Fadda, Roberto Izzo e Mario Arcari, esegue Maya, brano che dà il titolo al suo primo CD.
Un viaggio tra le note di un pianista di grande talento.

Danny Bodmann T.D. Lemon Novecento

Il più grande pianista che abbia suonato sull’oceano, questa è la sua storia.
Parlarne mi sembra ambizioso, sapete.
Questo personaggio, languido e romantico come solo i protagonisti dei grandi libri sono, è nato dalla fantasia e dall’ingegno di Alessandro Baricco.
E Baricco è uno di quegli scrittori che con la parola lavora di cesello; la punteggiatura, la scelta degli aggettivi, nulla è casuale nei suoi libri.
Io leggo pochi autori italiani, Baricco è tra questi e non conto le volte che mi sono trovata tra le mani questo libricino dalla copertina in parte turchese, un colore acceso come potrebbe avere solo il mare, l’infinita distesa d’acqua senza confini.
Da Novecento è stato tratto un famoso film, La leggenda del pianista sull’oceano, e si tratta di una trasposizione fedele del testo, davvero una perla rara. Spesso, infatti, il libro ha altre atmosfere, che un film non sa rappresentare, ma non è questo il caso, davvero.
Ma se davvero volete incontrate Danny Bodmann T.D. Lemon Novecento e questa è la vostra prima volta, premuratevi di disporre di qualche ora da dedicargli, vi basteranno per leggere questo libro di una sessantina di pagine.
E se volete sentire lo sciabordio del mare, il rumore delle dita di Danny che scorrono sui tasti del pianoforte e se, per una infinitesima frazione di tempo della vostra vita, sentite il desiderio di essere insieme a lui su quella nave che solca l’oceano, ascoltate il mio consiglio, provate a leggere Novecento a voce alta, senza interruzioni e senza pause, partite per un viaggio che vi resterà nel cuore.
Il più grande pianista che abbia suonato sull’oceano, trovatello su una nave, cresciuto da un marinaio che per lui inventa questo nome altisonante, Danny Bodmann T.D. Lemon Novecento.


C’è tutto un mondo dietro a quel nome, c’è il ritmo della musica jazz, c’è il suono delle onde.
Il mare, il grande protagonista di questo monologo, il mare e da lontano una striscia di terra.
E si apre così, con una di quelle scene che tutti sappiamo immaginare, se pensiamo a coloro che lasciavano la loro casa in cerca di miglior fortuna.
C’era sempre qualcuno che la vedeva per primo, l’America. Tu stai leggendo, a voce alta, e te le figuri quelle facce, quegli occhi che cercano voraci la meta, l’America, la terra.
Questo fa un grande scrittore, dipinge per te un quadro, con le parole.
Scrive e ti rappresenta un mondo che entra nei tuoi occhi, mano a mano che leggi.
E’ tutta qui la differenza, alcuni sanno farti vivere nei loro libri.
Tu non sai come, ma sei lì e ti pare di vederli,  i passeggeri della speranza,  assiepati uno accanto all’altro, con lo sguardo rivolto al futuro, in cerca dell’America, del destino.
Uno solo non cerca la terra, è lui, Novecento.
Nato e cresciuto sul mare, mai scenderà da quella nave.
La sua è una sorta di paura di vivere, di affrontare un destino diverso da quello che conosce.
Si tiene saldo, ancorato alla sua realtà, Novecento.
Si tiene stretto al suo pianoforte, alla sua musica che è la sua ragione di vita.
E la musica, la musica di Novecento è fenomenale.
Ricordate, no? Lui è il più grande pianista che abbia suonato sull’oceano.
E’ uno che sulla nave fa togliere i fermi al pianoforte e continua a suonare, in una maniera che non ci si può credere. Il piano scivola per la sala da ballo, ma Novecento tiene le mani sulla tastiera, e suona, suona quella musica che è il suo respiro.
E’ un personaggio che amo molto, nel quale è facile identificarsi.
Ci sono molti passaggi di questo libro, nei quali ci si riconosce. Le parole le sentite vostre, il pensiero è il vostro, Alessandro Baricco, con il suo stile inconfondibile, lo ha scritto ed espresso per voi.
I quadri, incontrerete un brano, in questo libro, nel quale si parla dei quadri.
La casualità della vita.
A che punto un quadro decide di cadere? Cosa succede tra il chiodo che regge il quadro e quest’ultimo, il giorno che decide di crollare a terra?
Lasciatevelo raccontare da Alessandro Baricco, un maestro della parola scritta e dell’affabulazione.
Lo scrittore torinese tiene una rubrica su Repubblica, il mio mondo in cinquanta libri.
Si tratta dei libri che lo hanno più colpito negli ultimi dieci anni, se io dovessi scegliere i miei, tra di essi ci sarebbe sicuramente Novecento, la storia del più grande pianista che abbia mai suonato sull’oceano.

Water lily

Alcuni musicisti, quando suonano,  sembrano vivere una storia d’amore con il proprio strumento.
Lo accarezzano, gli sorridono, sembrano essere soli su quel palco, insieme alla loro ragione di vita, soli accanto a ciò che dona loro gioia e felicità.
I pianisti soprattutto, a volte li vedi lì seduti, con un pubblico di fronte, ma loro sono distanti, nel loro mondo, in un luogo segreto, inaccessibile a chiunque.
Ce l’hanno negli occhi questa lontananza, nei gesti, nel modo di sfiorare i tasti, lieve e delicato, oppure furioso e appassionato, ce l’hanno nella maniera di piegarsi verso la tastiera, nel movimento dei piedi sotto al pianoforte.
E io non so, ma a volte credo che a loro, ai pianisti, basti essere soli con il loro pianoforte, ed è lì che loro trovano tutta l’essenza del vivere.
Sono sul palco per esibirsi, ma la loro arte è anche il loro amore, ciò che li fa respirare, e oltre ad ascoltare bisogna guardarli, osservare con attenzione i loro movimenti, cercare di capire, per quanto sia possibile intuirlo, quale senso abbia per loro essere su quel palcoscenico.
Keiko Matsui è una pianista giapponese.
E’ bella, sensuale, con il pianoforte ci gioca e con il suo jazz sa creare belle atmosfere, le sue note richiamano alla mente immagini di armonia e bellezza: gli alberi di pesco con i fiori in boccio, ruscelletti di acqua ghiacciata che si fanno strada tra le  rocce ed i muschi, il sole al tramonto che infuocato si tuffa nel mare.
E quando la musica ha questo potere di scatenare la fantasia e di accendere i tuoi sogni, significa che qualcosa di magico lega quella concatenazione di note, c’è un incanto che va al di là della pura tecnica e della perfezione stilistica.
Per voi, Keiko Matsui , le sue ninfee e la magia del pianoforte.

Vivere con leggerezza

Vivere con leggerezza: a riuscirci, è quanto di meglio si possa scegliere, secondo me.
Alcuni personaggi di fantasia incarnano in pieno quel che io intendo, quando penso quanto sia bello saper vivere con leggerezza.
Penso ad Amélie Poulain, così svagata, romantica, sorridente, sognatrice.
Cosa piace ad Amelie Poulain? Al cinema voltarsi nel buio ed osservare le facce degli altri spettatori, tuffare la mano in un sacco di legumi, rompere la crosta della creme brulee con la punta del cucchiaino, far rimbalzare i sassi sul Canale St Martin.
Eccola  la lievità, l’amore per le piccole cose, nulla vale di più secondo me.

E poi, poi penso a T.D. Lemon Novecento, il protagonista di “Novecento” di Alessandro Baricco.
Lui vive lì, su quella nave.
E non sa scendere, gli è impossibile vivere lontano dal suo pianoforte, tornare sulla terraferma e lasciare il mare.
Semplicemente non può, e resta lì a suonare la sua musica infinita, perchè è il solo modo che conosce per vivere.
E allora, visto che gli è difficile stare nel mondo, lui trova la sua maniera per rimanerci, con leggerezza, secondo me.
Trova il suo posto, lì su quella nave.

“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita… Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n’è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla?” (Alessandro Baricco, Novecento, ed. Feltrinelli)

A volte si ha paura, e allora ci si siede, davanti al proprio pianoforte e si sta lì, protetti.
E sembra più semplice, allora, almeno provarci, a vivere con leggerezza.
E con lentezza, godendo quando si può del tempo, senza sprecarlo.
Qui dove mi trovo, sembra assai facile vivere con leggerezza.
Passare di fiore in fiore, tra un voletto e l’altro allegri e spensierati, che felicità, anche se dura poco, anche se è breve, inevitabilmente.

 C’è chi il caldo non lo sopporta, e allora si cerca un posticino al fresco, al riparo dal sole.
Guarda, guarda, un cavolo nero, con le foglie grandi, ampie.
Però, tutto sommato, non sembra male.
Quasi, quasi…e se me ne stessi un po’ lì?
Ma giusto il tempo di un pisolino, mi riposo un po’, dormo, magari sogno. Con leggerezza.

E poi, poi c’è chi, come Tommaso, ama la vita iperattiva, correre, giocare, saltare, inseguire una pallina per i prati.
Ma dai, sei proprio certo che non ti piace tirarmela e poi io te la riporto, e poi facciamo che si ricomincia di nuovo tutto da capo e tu me la rilanci e io te la riporto, e poi ancora, ancora, ancora?

E poi ancora, c’è chi ama passeggiare nei boschi, e camminare tra gli alberi.
E magari, tra i castagni e noccioli, vede qualcosa brillare alla luce del sole.
Dov’è  Re Artù? E arriverà Mago Merlino con le sue magiche pozioni?

A me piace vivere con leggerezza e per me significa essere qui e vedere tutto questo, oppure camminare per le strade della mia città e a volte mi sembra di esser da sola, come se non ci fosse nessuno intorno, ci sono io, sola, la musica che ascolto, le strade, i palazzi, il mare.
Oppure, per me, vivere con leggerezza è leggere un libro ed essere dentro a quelle pagine, tenere tra le mani in mio ricamo e vedere sbocciare un fiore, costruire una casetta, con un sole che sorge dietro a una nuvoletta azzurrina.
Non è semplice vivere con leggerezza, non sempre, a  volte ne sono capace, a volte no.
E quando mi sembra di non riuscirci, vorrei avere accanto un metaforico sacco di legumi, dove tuffare la mano alla maniera di Amelie, per ricordarmi quanto sia più bello vivere, come meglio si  può, con leggerezza.

Claude Debussy

Monsieur Debussy,

Qu’aurait donc été ma vie sans vous

Où serais-je sans ce coup de foudre pour votre chant immense

Qui accompagne mes jours

Les plus denses et les plus doux

Que serais -je sans cette démesure

Qui approfondit, comble, élève,

A la fois vertige et prodige

Communion

Et joie

Parigi, Cimitero di Passy, agosto 2000

 messaggio di un anonimo lasciato sulla tomba di Claude Debussy

Finché al mondo esiste anche una sola persona che ascolta il Chiaro di Luna, e pensa.
E scrive quei suoi pensieri, su un foglio a caso.
E trova il tempo per mettersi al computer e riporta le sue riflessioni, stampandole su un materiale resistente all’acqua, perché si conservi in caso di pioggia.
Poi prende il foglio, lo incolla su una tavoletta, e la porta laggiù, dove riposa colui che gli ha regalato un sogno, un brivido, una musica che ha riconosciuto come sua, una vertigine.
Finché esiste anche una sola persona così, siamo salvi.