A tutte le donne

“Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali.
Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna.”

Giuseppe Mazzini, Dei Doveri dell’uomo

Il Monumento ai Caduti di Voltri di Vittorio Lavezzari

Questa è la storia di un monumento perduto opera di Vittorio Lavezzari, artista di grande talento e autore di numerose suggestive sculture site al Cimitero Monumentale di Staglieno.
Realizzato a metà degli anni ‘20 e collocato in Piazza Gaggero a Voltri, il monumento celebrava il sacrificio di molti giovani voltresi mai più ritornati alle loro case dopo la I Guerra Mondiale.

Nelle straordinarie immagini che completano questo post potete vedere il bozzetto originale dell’opera, una preziosità della quale è proprietario l’Ingegner Vittorio Lavezzari, nipote del celebre scultore e qui lo ringrazio per avermi contattata e per avermi inviato tutte le fotografie di questo post che mi permettono di mostrarvi il lavoro del suo illustre nonno.

Lavezzari effigiò nel bronzo la drammatica figura di un soldato che in una mano regge una tagliente spada e nell’altra uno scudo.

È una figura intensa e potente, carica di drammaticità e di tensione rese ancor più percepibili proprio grazie alla postura del giovane soldato.

Nel 1941 l’opera di Vittorio Lavezzari venne inclusa nella campagna “bronzo alla patria” durante la quale molti monumenti vennero rimossi e fusi, il loro bronzo fu utilizzato poi per realizzare armamenti.
Così Voltri perse il suo monumento ai caduti, al posto di esso oggi è ivi collocata una scultura astratta di un diverso autore.
Rimane sul basamento la firma di Vittorio Lavezzari e l’opera dello scultore ancora si ammira grazie a questo bozzetto.

Così si stagliava nel cielo di Voltri la tragica figura del soldato pensata e realizzata dall’ingegno di Vittorio Lavezzari.

Dettaglio da cartolina di proprietà di Vittorio Lavezzari

La memoria della presa di Porto Pisano

Questa è la memoria di una antica vicenda e di lontani contrasti del tempo delle Repubbliche Marinare.
È il 6 Agosto 1284, giorno nel quale i genovesi si distinguono per il loro valore nella Battaglia della Meloria, a combattere contro i figli della Superba ci sono i pisani.
Al comando della flotta genovese sono due valenti condottieri, Oberto Doria e Benedetto Zaccaria i quali usciranno vittoriosi dalla battaglia e condurranno a Genova un folto gruppo di prigionieri, si dice che fossero più di 9000.
Quei pisani vissero e morirono nella zona ancora oggi nota come Campo Pisano.
I tempi turbolenti non erano però finiti e i dissidi continuarono, perché le condizioni poste da Genova a Pisa non vennero rispettate e nel 1290 i genovesi compirono così una spedizione navale e distrussero il Porto di Pisa.
Tornarono in patria recando il simbolo della loro vittoria: le catene del Porto di Pisa che vennero esposte in diversi luoghi della città.
Restiamo nel passato, tra quelle strade di Genova che non esistono più a causa dei rinnovamenti urbanistici del secolo scorso.
Tra Vico Dritto Ponticello e Via dei Servi c’era un tempo una casa che custodiva quella memoria.
Sulla dimora era collocato un marmo che celebrava la conquista di Porto Pisano, così scolpita nel marmo.

È la memoria di un evento rammentato nei libri di storia.

Sono effigiati nel marmo anche i volti dei pisani sorpresi dall’assalto dei genovesi.

E tutto è vivido, efficace e reale.

Una domanda rimane ancora senza risposta.
Chi visse in quell’antica dimora tra Vico Dritto Ponticello e Via dei Servi?
Chi varcava ogni giorno la soglia alzando lo sguardo verso il profilo del Porto di Pisa?
Il tempo travolge i luoghi e li muta, quella dimora oggi non c’è più.

L’antica scultura è invece custodita al Museo di Sant’Agostino e qui potete ammirarla: è la memoria della presa di Porto Pisano.

Pompei

Per essere una cittadina di provincia, Pompei aveva una sua grandiosità. Poteva vantare una basilica, un mercato coperto, vari templi, tutti edifici dai colori brillanti che luccicavano sotto i raggi del sole; inoltre qualche decina di statue di imperatori e di altre personalità locali poggiate su alti piedistalli. … I fruttivendoli offrivano fichi maturi e rosse fette di cocomero. I vinattieri se ne stavano accovacciati accanto a file di anfore rosse ricoperte da nidi di paglia gialla.”

Sono le ore calde di agosto del 79.d.C., tre giorni prima della spaventosa eruzione che devasterà la città campana: in questo breve spazio di tempo si concentra la vicenda umana di uomini e donne protagonisti di Pompei, romanzo edito da Oscar Mondadori e scaturito dalla penna sagace di Robert Harris, giornalista e prolifico scrittore britannico.
È vivace e viva la sua Pompei, è una città di traffici e di commerci, le sue strade sono percorse ogni giorno da decine di persone che ancora ignorano il loro destino.
E tra di loro c’è l’eroe della storia: il suo nome è Marco Attilio Primo ed è un ingegnere al quale è stato affidato il compito di occuparsi dell’acquedotto di Pompei dopo la misteriosa scomparsa di Esomnio, colui che in precedenza ricopriva questo ruolo.
A Pompei che giace inconsapevole all’ombra di una tremenda minaccia accadono fatti inconsueti: muoiono le triglie allevate nelle vasche del ricco liberto Ampliato e tutto attorno c’è un insolito odore di zolfo.

Tenace, indomito e caparbio, Attilio intraprende così la sua avventura che lo porterà a scoprire trame oscure e intrighi intessuti all’ombra del Vesuvio che da lì a poco farà sentire il suo spaventoso ruggito.
Concitato, appassionante e sorretto da un ritmo notevole, Pompei è un romanzo storico nel quale la trama e gli eventi narrati sono delineati sulla base di un’approfondita documentazione e sulla conoscenza della vulcanologia.
Traspare, tra le pagine di questo romanzo, una curata attenzione a proposito degli usi e dei costumi di quel tempo antico con la sua cifra di fascino per noi immutata.

“Le terme non erano un lusso. Le terme erano le fondamenta della civiltà. Le terme erano ciò che elevava il cittadino più umile di Roma al di sopra del barbaro più ricco e rozzo. Le terme educavano alla disciplina dell’igiene, della cura di sé e della rigorosa abitudine.”

Su quali principi si reggeva questo universo? E quali interrogativi poneva ad un uomo profondo e saggio come Attilio?

“La filosofia non gli era mai servita molto. Perché un essere umano doveva ereditare una villa del genere, un altro doveva morire divorato dalle murene e un altro ancora spezzarsi la schiena con quel caldo afoso ai remi di una liburna? C’era da impazzire a tentar di capire come mai il mondo funziona così.”

E questo mondo era abitato da anime diverse: i ricchi arroganti e i poveri schiavi lasciati in balia dei capricci dei loro padroni, i traditori, i leali amici e certe donne coraggiose.
Tra queste pagine, nel rispetto della storia, compare anche il filosofo e scrittore Plinio il Vecchio che al tempo dell’eruzione era realmente il comandante della flotta, Plinio il Vecchio morì in seguito all’eruzione del Vesuvio e la sua fine fu narrata da Plinio il Giovane in due lettere a Tacito.
Drammatiche sono le pagine che vedono proprio Plinio il Vecchio a bordo della sua nave mentre il Vesuvio rovescia la sua potenza di cenere su Pompei senza risparmiare nessuno.
Le pagine dedicate all’eruzione e alle umane reazioni di tutti coloro che si trovarono ugualmente coinvolti in quella tragedia sono efficaci, potenti e scritte con autentica maestria.
Se amate quel mondo antico e le sue vicende, Harris vi porterà per le strade di una città perduta e in quei suoi giorni più cupi, nel tempo che consegnò alla storia il destino di Pompei e dei suoi abitanti.

“Più avanzava più la strada si faceva intasata e più penose apparivano le condizioni dei fuggitivi. Molti erano ricoperti da una patina di polvere, con i capelli arruffati e i volti spruzzati di sangue simili a maschere di morte. Alcuni portavano torce, ancora accese: erano un esercito sconfitto di vecchi imbiancati, di fantasmi che si trascinavano allontanandosi da una calamità che li aveva abbattuti, incapaci perfino di parlare.”

Cose notevoli e meravigliose di Via di San Bernardo

Ritorno a raccontarvi di un’antica strada di Genova, scrigno di tesori e di molte bellezze, già diverse volte siete venuti con me in Via di San Bernardo ma questa sarà una lunga passeggiata che spero vi offrirà una visione d’insieme di una strada magnifica e meritevole della vostra attenzione.

Ricca di vetuste dimore, la nostra Via di San Bernardo è per me un’ininterrotta sequenza di stupori e meraviglie.

La percorriamo così imboccandola da Via delle Grazie.

Subito noteremo, posta all’angolo proprio con la citata Via delle Grazie, un’antica edicola della Madonna.
Mi si permetta solo di osservare che, nel rispetto della preziosità storica, credo che si potrebbe considerare di collocare il cartello di divieto in maniera differente.

Salendo, alla nostra destra, noteremo un piccolo stemma abraso.

Sul lato opposto invece alziamo lo sguardo verso il sovrapporta collocato sull’ingresso di un panificio: qui certi severi armati vigilano con attenzione.

Pochi metri dopo sulla Via di San Bernardo si apre una di quelle piazzette straordinarie e tipicamente genovesi: è Piazza Grillo Cattaneo sulla quale si affaccia la storica dimora seicentesca di Lorenzo Cattaneo annoverata tra i Palazzi dei Rolli e cioè quegli edifici che al tempo della gloriosa Repubblica di Genova venivano utilizzati per le visite di sovrani e capi di stato.

Camminiamo ancora e raggiungiamo l’incrocio con Vico dietro il Coro di San Cosimo.

Anche qui c’è un’edicola purtroppo vuota e certamente bisognosa di restauri.
Un tempo ospitava un affresco raffigurante Nostra Signora del Rosario e San Lugi Gonzaga.

E sull’incrocio con Vico dietro il Coro di San Cosimo troviamo anche un piccolo slargo sopra il quale l’incanto del cielo di Genova si svela in questa magnifica geometria.

Sull’edificio è murata una lastra con l’Agnello di Dio e due stemmi.

In questo tratto c’è poi il negozio dei Fruttarelli che ha come cornice un raffinato portale marmoreo.

Poco dopo ecco un sovrapporta con due angeli che lievi reggono il trigramma di Cristo.

Mentre i palazzi lassù incorniciano una striscia di cielo.

Proseguiamo ancora e al civico 10 troviamo un antico portale del XV Secolo.

Di fronte, su civico 33 rosso, si trova invece una piccola decorazione marmorea.

Soffermiamoci quindi ad ammirare il civico 14, il ricco portale risale agli inizi del ‘500.
Come scrive Piero Boccardo nel volume Genova e l’Europa Mediterranea edito da Fondazione Carige, questa è la nobile dimora di Raffaele Giustiniani figlio di Gio Antonio.

Sul sovvrapporta si leggono le parole latine GLORIA TIBI SOLI inserite tra coppie di fieri grifoni, nella foto che segue potete ammirare la parte centrale.

Sul muro è inoltre anche affissa una targa che ricorda che qui, nel lontano 1899, ebbe la sua prima sede la Croce Verde Genovese.

E uno sguardo oltre la grata vi svelerà la meraviglia di questo antico edificio con le sue pregiate decorazioni.

Questo antico palazzo venne utilizzato come uno degli scenari del film Le Mura di Malapaga, se avete visto il capolavoro che ebbe come protagonista Jean Gabin, forse ricorderete questa balaustra e questa scala.

Salendo le scale si troverà poi un’antica targa in latino che, come sempre racconta Boccardo, si riferisce alla proprietà dell’edificio.
Ho scattato la foto che segue nel 2013, prima degli attuali restauri.
Allora si leggeva appena, posta al centro della lastra la data che precede il nome di Raffaele Giustiniani: 1484.
Le successive precisazioni riferite a lavori di ripristino avvenuti nel 1685 sono relative alle opere compiute per riparare i danneggiamenti conseguenti al bombardamento del maggio 1684 ordinati dal Re Sole che tanti disastri causò in questa zona.
E chi sarà mai poi Enrico Ardy, il cui nome è riportato in una piccola targhetta?
Ho come sempre trovato la risposta nella mia Guida Pagano del 1926 dalla quale risulta che Ardy aveva in questo edificio una legatoria denominata Fabbrica Italiana Registri.

E ancora parole latine si leggono sulla lastra che sovrasta la soglia: PAX HUIC DOMUI, pace a questa casa e ai lati le lettere R e I che naturalmente si riferiscono nuovamente al padrone di casa Raffaele Giustiniani.

Proseguiamo ancora sotto il celeste di Genova che da secoli sovrasta queste antiche vicende.

Ecco la Drogheria Torrielli e l’edicola della Madonna.

Camminiamo tra antiche dimore che custodiscono vicende a noi sconosciute.

E tra marmi bianchi e neri che sono preziosa testimonianza di un’antica grandezza.

Poco oltre soffermiamoci al civico 19: questa è la dimora di Marc’Antonio Sauli, senatore della Repubblica e protonotario apostolico che visse tra il 1523 e 1618.
Di questo edificio scrissi molti anni fa, trovare il portone aperto fu per me fonte di profonda emozione.

Sorride, lieta ed eterea, la leggiadra Venere con accanto il delfino.

E la luce illumina il cortile di questa antica dimora.

Proseguendo ancora in Via di San Bernardo troveremo poi lo sguardo severo dei custodi dell’augusto palazzo di Alessandro Giustiniani risalente al XVI Secolo.

Quindi la nostra Via di San Bernardo si apre sulla bella piazza sempre dedicata a San Bernardo così come la Chiesa che si nota in fondo sulla sinistra.
Il palazzo adiacente, con il balconcino al primo piano, è la casa natale di Goffredo Mameli mai abbastanza valorizzata, a mio modesto parere.

Questo cielo stupendo custodisce, sovrasta e meraviglia.

Nella strada antica dove sono ancora numerose le bellezze da scoprire.
Ogni piccolo marmo racconta una pagina, anche breve, di storia cittadina.

E anche la storia recente ha lasciato la sua traccia, come nel caso di questa insegna del passato.

Siamo giunti al termine di questa passeggiata, se attraverserete Via di San Bernardo avrete di certo modo di trovare altre ragioni di stupore e ammirazione.

Credo sempre che luoghi come questo andrebbero valorizzati, riscoperti e svelati sotto una luce diversa senza tradirli e nel rispetto della loro autenticità e della loro storia.
Dietro ai portoni, negli atri un tempo attraversati da fieri nobiluomini e da gente comune, è racchiuso il passato di Genova con la sua leggiadra grazia e le sue sorprendenti meraviglie.

Il tempio di Fortuna

“Le pareti sono ricoperte di dipinti e sculture che mostrano il potere di Fortuna sulle vite dei mortali. Ben salda sulle gambe divaricate, la dea innalza e distrugge intere città mentre ai suoi piedi combattono eserciti la cui vittoria non è dettata dalla forza, ma dalla sorte. L’espressione di Fortuna è la stessa in tutte le scene: impassibile all’esultanza tanto quanto al dolore.”

Settembre, 79 d.C, a Roma, qui ritroviamo Amara: un tempo schiava in un sordido lupanare, è ora una liberta che vive negli agi e nelle comodità della città imperiale.
La storia di lei si snoda e si conclude tra le pagine del romanzo Il tempio di Fortuna di Elodie Harper, terzo volume della trilogia di Pompei che comprende Le Lupe di Pompei e La casa dalla porta dorata.
Avvalendosi di una scrittura coinvolgente e di una trama ricca e movimentata l’autrice vi trasporta con facilità nel mondo antico, in quelle strade dense di profumi e di frastuoni a volte spaventosi.
Da Roma a Pompei si compie così il destino di Amara, sempre guidata dalla sua forza interiore e dalla sua caparbia volontà di afferrare e stringere per sempre la libertà.
E là ritornerà, nella sua Pompei, la città sulla quale grava la minaccia incombente del Vesuvio che da lì a breve sommergerà con cenere e lapilli i suoi abitanti e le loro vite.
Pompei dalle molte dolcezze, ignara della furia che sta per travolgerla.

“A Pompei il momento più piacevole della giornata è il tardo pomeriggio, quando il caldo si attenua ma c’è ancora luce, e la brezza marina alleggerisce l’aria. La Campania possiede una frizzantezza che a Roma manca.”

Là Amara ritorna da donna, madre, amica, sorella, in qualche modo sempre figlia, in lei è maturato un senso di crescente consapevolezza di sé.
Ed è facile affezionarsi a lei, sperare che riesca nei suoi intenti, augurarle di colmarsi di amore e felicità e di ritrovare anche se stessa: lei ritroverà persino il suo vero nome, sarà ancora Timarete e non più Amara, il suo nome da schiava.
Il tempio di Fortuna, come gli altri volumi della trilogia, dà voce al variegato universo femminile del mondo antico mostrandone le fragilità e le sfaccettature.

“Anche Drusilla, come Amara, e come Britanna, è una sopravvissuta alla propria vita. Una donna in grado di capire che essere gentili, in un mondo che non lo è affatto, non porta lontano.”

Le pagine di questo romanzo restituiscono al lettore una straordinaria galleria di personaggi indimenticabili: la fiera gladiatrice Britanna, lo schiavo Filone, il crudele Felicio, il saggio e imperscrutabile Plinio il Vecchio che, nella realtà, visse davvero l’eruzione di Pompei e perse la vita in quella circostanza probabilmente per soffocamento.
E poi c’è Pompei, protagonista straordinaria della storia, del dramma e del destino ineluttabile, le pagine che riguardano l’eruzione sono stravolgenti ed efficaci come raramente accade.

“Poi la luce inizia a offuscarsi, come se stesse scendendo il tramonto a velocità innaturale. Amara alza gli occhi: sopra la montagna si leva una colonna nera, che sale perforando il cielo come una lancia scagliata dal regno del dio del fuoco, Vulcano. Dita nere si aprono dalla sommità per afferrare Pompei, allungandosi nell’azzurro. Poi il mondo diventa grigio, il sole si oscura e inizia a piovere; ma è una pioggia diversa da qualsiasi rovescio Amara abbia mai sperimentato.”

Ho volutamente svelato poco della trama, la scoprirete da voi leggendo la trilogia di Pompei e da qui, con semplicità, voglio ringraziare Elodie Harper per avermi fatto conoscere la sua Amara e il suo mondo così raro e prezioso.
I tre romanzi dedicati a Pompei e alle vicende di Amara sono, a mio parere, una delle migliori letture degli ultimi anni e credo che porterò a lungo nella memoria l’intensità di certe pagine e di certe emozioni.
E con l’immaginazione tornerò a Pompei con lo stesso sguardo malinconico di Amara quando, con la mente, ripensa al suo passato.

“Pompei è stata spazzata via, come se non fosse mai esistita, sepolta sotto colline di cenere, ma nella mente di Amara è ancora dolorosamente viva. Le sue strade e le case persistono nella memoria e lei vi torna ogni giorno.”

A Giuseppe Mazzini nel giorno della sua nascita

“Io – scrive un esule che vide Mazzini per la prima volta nel 1832 e che poi gli divenne amico e collaboratore – entrai nel recinto del tiro a Marsiglia, e, nel guardare attorno, vidi un giovine appoggiato alla sua carabina, mentre osservava gli altri tiratori, aspettando il suo turno.
Egli era di statura media ed esile nella persona: vestiva un abito nero di velluto di Genova, con largo cappello alla repubblicana: i suoi lunghi e ricciuti capelli neri che gli scendevano fin sulle spalle, la singolare freschezza della sua carnagione olivastra, la delicata perfezione delle sue nobili e singolari fattezze, aggiunta all’apparenza giovanile e all’aperta e soavissima espressione, gli avrebbero dato un carattere troppo femminile, se non fosse stato per l’alta nobiltà della fronte, la potenza di fermezza e di energica volontà, che, temperata da naturale brio e dolcezza, sfavillava a lampi dai suoi occhi nerissimi e si rivelava nella mobile espressione della bocca, e pei baffi e la barba che ne adornavano il volto. In tutto l’insieme egli mi apparve allora come l’essere il più perfetto ch’io avessi mai veduto – sia fra gli uomini, sia fra le donne: – né mai in alcun tempo ne vidi l’eguale. Io avevo letto ciò ch’egli aveva pubblicato, avevo udito di ciò ch’egli aveva operato e sofferto; e fu dal primo istante in cui io lo vidi che sentii in me che quel giovane non poteva essere altro che Giuseppe Mazzini.”

Della Vita di Giuseppe Mazzini – Jessie White Mario (1886)

A Giuseppe Mazzini, nato il 22 Giugno 1805
Buon compleanno, caro Fantasio!

Giuseppe Mazzini nella maturità
Illustrazione tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

Antonio Andrea Erede: patriota e mazziniano

Questa è la storia di un genovese di nome Antonio Andrea Erede, ardente patriota e mazziniano.
Nato nel 1820, Erede fu educato fin da bambino al patriottismo e nel 1844 si guadagnò la patente di Capitano di Lungo Corso che gli venne rilasciata dal Contrammiraglio Giorgio Mameli all’epoca presidente della commissione esaminatrice e padre dell’eroico Goffredo.
Un filo sottile unisce il destino di Erede e quello di Mameli: Goffredo morirà a Roma il 6 Luglio 1849, dopo essere stato ferito gravemente durante l’assedio della città e ad assisterlo negli ultimi giorni della sua breve vita ci sarà anche Antonio Erede.
Indomito difensore della libertà, Erede è tra le fila di coloro che a Genova contrastano l’attacco dei bersaglieri di La Marmora nelle ore furenti del 1849 e lo troviamo a valorosa difesa della barricata di San Tommaso.
Si unisce poi al Generale Avezzana e parte quindi alla volta di Roma dove sarà tra i combattenti che credono negli ideali Mazzini e della Repubblica Romana.
E qui Erede si distingue quale Ufficiale di Stato Maggiore in quei giorni di gloria e di furore.

Entrata di Mazzini in Roma nel 1849
Illustrazione tratta dal libro Della Vita di Giuseppe Mazzini
di Jessie White Mario

Volume di mia proprietà

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Erede si stabilisce a Costantinopoli dove rimarrà per qualche anno.
In seguito lo ritroveremo a Londra ancora al fianco di Giuseppe Mazzini.
Esiste una lettera di Mazzini indirizzata a Erede e datata ottobre ‘57 (da me reperita in una raccolta della Società Ligure di Storia Patria) nella quale Mazzini usa queste parole:

“Mio caro Erede, noi non ci siamo visti che una volta, ma tra compatrioti e patrioti una stretta di mano concede diritti al di là del formalismo sociale.”

Gli affida poi il suo amico Giacomo Profumo che appunto aveva partecipato ai falliti moti del ‘57 ed era poi fuggito a Londra.
Antonio Erede diventerà il segretario di Giuseppe Mazzini e rimarrà con lui a Londra fino 1860.

Instancabile e indomito in quell’anno fatale parte alla volta della Calabria in aiuto ai preparativi della Spedizione dei Mille.
A lui venivano affidati gli incarichi più delicati: ad esempio venne inviato da Ignazio Florio a rinnovare le cambiali che servirono per l’acquisto delle armi necessarie all’insurrezione della Sicilia, armi che furono spedite da Mazzini al Comitato di Azione.

Divise garibaldine
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Dopo l’Unità d’Italia Erede tornò a vivere nella sua Genova, dove sempre coltivò le sue idee democratiche.
Ho scoperto questa singolare figura di patriota leggendo un interessante articolo di Bice Pareto Magliano pubblicato sul Il Secolo XX – Rivista Popolare Illustrata di Maggio 1915.
Bice Pareto era figlia del Marchese Ernesto, uno dei più ferventi seguaci di Giuseppe Mazzini, fu giornalista e scrittrice e in quelle righe, oltre a rammentare le gesta di Erede, consegna ai posteri anche un suo ricordo di lui.
Lo descrive come un vecchietto dalla prontezza arguta e sempre felice di ricordare i tempi gloriosi che aveva vissuto, lei dice che Erede abitava in una casa in Piazza Ponticello, all’ultimo piano, lassù curava i suoi fiori e e le sue lontane memorie.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ricorda poi l’autrice di aver incontrato Erede proprio il giorno prima della sua morte, sopravvenuta il 25 Marzo 1909.
In quell’occasione lei disse al vecchio patriota, ormai ottantanovenne, che nell’aria si sentiva profumo di violette.
Alla sera, rientrando a casa, trovò un mazzo di violette omaggio gentile del sensibile Antonio Erede.
E di lui si ricorda anche l’anonimo giornalista del quotidiano Il Lavoro che scrisse la memoria del patriota sul giornale in data 26 Marzo 1909.
Egli racconta di averlo incontrato in Via Luccoli, alle 10 del mattino del giorno precedente, quello della sua morte.

Erede indossava il suo solito scialle e si era lamentato di non aver ricevuto, a causa di un disguido postale, l’invito a una festa patriottica tenutasi la domenica precedente.
“Perché io non manco mai!” Soggiunse.
Ed era davvero così, Erede era rimasto il fervente patriota di sempre.
E scrive ancora il giornalista che il fiero capitano aveva scritto sul suo biglietto da visita: Ufficiale della Repubblica in aspettativa.
Per amor di precisione aggiungo che il giornalista scrive che Erede, all’epoca della sua morte, abitava in una dimora in Via di Ravecca.

Al suo funerale ci fu grande partecipazione: c’erano i membri della Confederazione Operaia, diverse altre associazioni con la bandiera, una rappresentanza delle scuole popolari e altri personaggi illustri del tempo.
Secondo le sue volontà Antonio Andrea Erede venne cremato e le sue ceneri riposano nel Tempio Crematorio di Staglieno.
E io che non conoscevo la sua storia sono così andata a cercarlo.
La lapide in sua memoria riporta solo i dati anagrafici, non c’è traccia del suo tumultuoso passato e del suo contributo alla storia della nostra nazione.
Così ho voluto rendergli omaggio: qui riposa il Capitano Antonio Andrea Erede, patriota, mazziniano e Ufficiale della Repubblica in aspettativa.

5 Maggio 1860 allo Scoglio di Quarto

È il luogo del nuovo inizio della nazione, è il luogo dei cuori intrepidi e delle rinnovate speranze.
È il 5 Maggio 1860: i piroscafi della Società Rubattino sono pronti a sfidare le onde, partiranno dallo Scoglio di Quarto con un carico di ardimentosi animati dal desiderio di fare l’Italia.
L’imbarcazione denominata Piemonte è comandata da Nino Bixio, sul Lombardo invece si trova il Generale Garibaldi e coloro che credono in lui lo seguono.

È un popolo variegato per provenienza geografica e per estrazione sociale, tra le Camicie Rosse di Garibaldi ci sono facchini, avvocati, negozianti, falegnami, calzolai, questo è il popolo fervente dei garibaldini.
E i loro nomi compongono la scritta che riluce nel luogo dal quale partirono.

Davanti agli scogli e davanti al mare che videro il loro eroismo.

Qui, in questa parte di Genova, si leggono anche le parole di un grande scrittore che forse meglio di chiunque altro definì i tratti della vera forza di Garibaldi: un uomo di libertà e di umanità che portò con sé l’anima del popolo.

In quel tratto di costa genovese vedrete una lapide affissa sul muro esterno un tempo di pertinenza di Villa Spinola, la dimora nella quale soggiorno il Generale Garibaldi prima della sua partenza.
E lì davanti è posizionata una stele commemorativa in onore dell’Impresa dei Mille.

E l’onda fluisce, alle spalle di quel marmo che celebra Le Camicie Rosse nel luogo dal quale presero il largo.

Poche parole, il ricordo di istanti nei quali si fece la storia.

Era il 5 Maggio 1860, allo Scoglio di Quarto.
E il vento e il mare di Genova ancora custodiscono la memoria di quel giorno.

Michele Novaro, artefice di possenti armonie

Il suo nome è legato indissolubilmente alla storia d’Italia e a quelle note del nostro inno nazionale che Michele Novaro compose.
Una musica fiera, concitata e colma di passione che accompagna le parole ardenti scritte da un altro genovese, quel ragazzo di nome Goffredo Mameli a me tanto caro.
Il Canto degli Italiani, comunemente noto come Inno di Mameli, è in realtà l’Inno di Mameli e di Novaro ed è una delle più belle pagine patriottiche di questa nostra Italia che tanto spesso pare dimenticare i suoi eroi anche se in certi cuori la memoria di loro rimane sempre viva e presente.
E al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, si trova anche lo sguardo di lui: Michele Novaro, così ritratto dal Maestro Giuseppe Isola.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Come Mameli, anche Novaro era genovese e, per un caso del destino, i due nacquero in due case situate a breve distanza una dall’altra.
Mameli nacque in San Bernardo, Novaro invece ebbe i natali il 23 Dicembre 1818 in una dimora situata in Vico Vegetti al civico 18 in un portico oggi murato come narra il Dottor Leo Morabito, già direttore del Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, nel suo volume Genova Risorgimentale.

Novaro fu musicista, compositore, cantante lirico, tenore e maestro di canto e direttore dei cori del Teatro Regio e del Teatro Carignano, era particolarmente versato proprio per la musica patriottica.
Abita a Torino in quel 1847 in cui il suo destino si intreccia a quello di Goffredo: Novaro ha 29 anni, Mameli ne ha 20.
È una sera di novembre e Novaro si trova nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio quando giunge il pittore Ulisse Borzino che consegna a Michele un foglio pronunciando queste parole: To’, te lo manda Goffredo.
E Novaro legge, si commuove, le parole di Mameli lo avvolgono in un unico afflato patriottico: sul foglio ci sono i versi dell’Inno, quel Canto degli Italiani sul quale Novaro comporrà la sua musica.
Michele Novaro si siede al cembalo e inizia a imbastire qualche nota, il furore e la fretta si fanno concitati così egli lascia la casa di Valerio e, una volta giunto nella propria dimora, senza neanche togliersi il cappello si mette al pianoforte e compone così l’armonia del nostro Inno Nazionale.
Ho già avuto modo di raccontarvi questo aneddoto nel mio articolo dedicato a Mameli e al Canto degli Italiani ma era inevitabile riportarlo di nuovo in questa occasione.

Il Canto degli Italiani
Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Quel canto così ardente infiammò i cuori dei patrioti che lo intonarono in quel 10 Dicembre 1847 in occasione della processione al Santuario di Nostra Signora di Loreto in Oregina.

Quel Canto degli Italiani consegna così Mameli e Novaro alla storia d’Italia.

La vicenda umana del giovane Goffredo, sacrificatosi per la patria e per i suoi ideali, fu breve e tragica, quella di Novaro fu lunga ma la sua carriera non fu particolarmente fortunata, egli ebbe spesso problemi di natura economica.
Si sposò, divenne padre, il suo ardore patriottico non lo abbandonò.
Nel volume Il Teatro Carlo Felice cronistoria dal 7 aprile 1828 al 27 febbraio 1898 di Ambrogio Brocca ho trovato notizia di un’iniziativa del Maestro Novaro risalente al 13 Febbraio 1860.
In quel giorno, infatti, egli organizzò in teatro un concerto musicale in favore della sottoscrizione per il milione di fucili promossa dal Generale Garibaldi.
E intervennero molte bande cittadine, venne eseguito anche Il Canto degli Italiani, una grande folla applaudì l’evento in un tripudio di autentico patriottismo.

Generoso e appassionato, a metà degli anni ‘60, Novaro istituì una Scuola Gratuita Popolare di Canto per ambo i sessi che arrivò presto ad annoverare un centinaio di allievi che impararono così il canto da uno delle figure più importanti per questa nostra patria.
Ho cercato notizia di questa sui miei libri antichi e nella Guida Commerciale di Genova del 1874-75 di Edoardo Michele Chiozza ho trovato traccia di lui tra i maestri di musica e canto, la sua scuola risultava in quella Piazza de’ Tessitori oggi scomparsa a causa dei bombardamenti della II Guerra Mondiale, si trovava nella zona tra Piazza delle Erbe e Salita del Prione.

Il maestro Michele Novaro, come già detto, ebbe in sorte poca fortuna e solo in tarda età ormai nel 1878, ricevette l’incarico di maestro di canto nelle scuole municipali di Genova.
Il ritratto di Giuseppe Isola ci mostra il Maestro Novaro ritto in piedi con la penna tra le dita e appoggiato al pianoforte, sul leggio è posto lo spartito con il suo e nostro inno e sventola il tricolore nel quadro che ci tramanda l’immagine di colui che compose quelle note immortali.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Michele Novaro morì a Genova il 20 Ottobre 1885 e riposa nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno non distante da Giuseppe Mazzini e da molti altri patrioti che là dormono il loro eterno sonno.
La scultura che custodisce le spoglie del Maestro è opera dell’artista Giovanni Battista Cevasco che ne fece dono.

Su di essa si staglia una lira racchiusa da una corona d’alloro, come si conviene a colui che compose quella musica magnifica.

In memoria di lui le parole di Arrigo Boito così incise su candido marmo.

E così, ritornando nella quiete di Staglieno, andate a porgere il vostro omaggio anche a lui e ricordate quel giorno, a Torino, provate a immaginarlo mentre stringe tra le mani il foglio con le parole di Goffredo Mameli.
E sentirete risuonare quella musica, tanto potente quanto cara.
Qui riposa il Maestro Michele Novaro: genovese, patriota e artefice di possenti armonie.