Le leggi, si sa, sono dure da far rispettare, oggi come nel passato.
Negli anni gloriosi del suo dominio, la Serenissima Repubblica di Genova stabilì una rigida regolamentazione riguardo ai commerci dei più comuni beni di consumo, tra i quali il vino.
Era stato incaricata un’apposita Magistratura, quella dei Provvisori del Vino, che introdusse nel 1556 delle leggi piuttosto restrittive.
Erano stati stabiliti dei fondaci, situati nella darsena, debitamente approvvigionati di una buona quantità della preziosa bevanda e soltanto in quel luogo era consentito rifornirsi ed era severamente proibito acquistare altrove vino da vendere al minuto.
Quasi 200 anni dopo le condizioni non erano molto mutate, come si legge in una grida conservata all’Archivio di Stato e datata 7 Giugno 1736.
In questo documento si parla di due Concessioni, quella del Bisagno e quella di San Lazzaro, e si precisa che a nessuno, privo di debita licenza, è consentito il commercio del vino.
Dura la vita per osti, locandieri e bettolanti.
I moniti dei Provvisori del Vino sono severi: chi affitta le stanze, appigionandole ai forestieri, non può vendere altro vino se non quello fornito dai pubblici fondaci e men che meno può variarne il prezzo; a tutela di ciò, i commercianti sono tenuti ad esporre ben in vista nella loro bottega la tabella con i prezzi che l’ufficio dei Provvisiori annualmente fornisce ad ognuno.
Per evitare malintesi, come sempre accade quando si promulga una legge, vengono ben specificate le categorie coinvolte in tale decreto: cuochi, osti, venditori di acque gelate, di birra e di caffé, loggieri e locandieri.
E si badi bene, che i mercanti di vino si guardino da corrispondere la bevanda in luogo di denaro ad altri artigiani, in cambio della loro opera.
Setieri, merciai e camalli vanno restibuiti con il giusto soldo che merita il loro lavoro. Certo, vien da pensare che più che una tutela dei diritti, si tratti di una salvaguardia di un monopolio che fruttava ricchezze alla Repubblica di Genova.
Senza precisa licenza dei Provvisori, poi, è fatto divieto vendere il prezioso nettare ai soldati e agli ufficiali.
E’ ovvio che per ottenere la licenza si pagava una quota, dura la vita dei commercianti! E bisognava guardarsi dal mettere in vendita altri vini di diversa provenienza, solo quelli del fondaco erano consentiti e il fatto che questo concetto venga più volte ribadito, lascia presumere che esistesse un fiorente e consolidato mercato nero.
Si precisa, caso mai qualcuno ne fosse tentato, che neppure dalle navi che approdano in porto è permesso comprare vino al minuto. E certo le regole valgono anche per coloro che sbarcano da scialuppe, gozzi e lance e per i proprietari di barche e i marinai: si guardino bene costoro dal condurre a riva persone che vendono il vino di frodo.
Anzi coloro che, a bordo di barche e vascelli carichi di ogni ben di Dio , approdano sui moli della Superba sono tenuti, entro ventiquattr’ore, a denunciare al Magistrato competente la quantità di vino, seppur minima, che è stivata sulle loro imbarcazioni.
I magistrati, per far sì che le regole vengan rispettate, per le denunce si avvalgono dell’aiuto dei Bargelli e dei cavalieri della Camera.
Ma da queste parti, sappiatelo, non si va tanto il per il sottile: è sufficiente la dichiarazione giurata di persone di fiducia del Magistrato per finire nei guai.
Una volta esposte ampiamente le leggi, in poche righe si puntualizza quali siano i provvedimenti a carico di chi le trasgredisca: chi non denuncia il possesso di vino come previsto, è passibile di pene severe.
Può trattarsi di una multa di cento scudi d’argento, di un bando della durata di una anno, di una carcerazione di due mesi, della punizione di tre tratti di corda.
Oppure, come è scritto in maniera volutamente oscura, di qualunque altra pena che sarà giudicata consona dai Magistrati della Repubblica.
Queste le regole, tutti sono avvertiti e si guardino bene dal violarle.
E certo, aggiungo io, il vino dei fondaci, il solo che era consentito vendere, sarà stato di gran qualità, profumato e ricco di aroma.
Alzo un calice, alla salute di osti, bettolanti, forestieri, naviganti, cuochi e locandieri dei tempi della Serenissima Repubblica di Genova.
Carino l’articolo, leggo che citi l’Archivio di Stato, chissa se ci siamo mai incontrati, sino a qualche anno fà ero di casa il quel meraviglioso tempio della cultura, vi andavo tutti i giorni ero solito sedermi a fianco al mio compianto amico Riccardo Dellepiane, che sicuramente hai conosciuto.
Leggo con piacere ciò che scrivi, se non ti offendi vorrei suggerirti un bel personaggio da raccontare agli amici del forum, si tratta dell’Avv.Giacomo Borgonovo un grande genovese.
Eugenio
Io all’Archivio di Stato non vado così spesso, purtroppo, ho poco tempo libero..ma quando riesco mi diverto un mondo a scartabellare tutti i loro faldoni. Eh, sono davvero tanto i genovesi di cui si dovrebbe parlare!
Uh alzo il calice anch’io! Che vita dura ragazzi! Questa proprio non la sapevo Miss! Mi stupisci ogni sera! Cin cin…alla nostra!
Cin, cin tesoro…vita durissima davvero!
Eccola là, la Miss ora alza anche il gomito. Ci mancava solo questa adesso! Ma io cerco di immaginare un argomento del quale tu sia davvero digiuna. Non mi viene molto in mente. E l’Archivio di Stato dev’essere un luogo davvero affascinante.
Un abbraccio e buona serata
Susanna
L’Archivio di Stato è un paese dei balocchi, una meraviglia! Prosit amica mia 🙂
Sono astemio… posso brindare con una spremuta? 😆
Ah, certo! Prosit, Chagall!
il fascino della lingua di una volta…oste, non barista, bottega, non esercizio commerciale. Il giusto soldo, non retribuzione. La punizione di tre tratti di corda, anche se poeticamente efficace, mi piace un po’ meno
Haha…anche a me, in effetti! Sì le professioni di un tempo hanno questo fascino, ricordo di aver letto sui libri dei censimenti mestieri tipo venditore d’acqua dolce, venditore di canzonette, di bambagia o di zolfanelli…incredibile!
Io pure ieri sera ho alzato il calice, però poi, dopo il terzo, quindi il quarto, ho alzato troppo il gomito e me lo sono rovesciato addosso:( Cioè questi era meglio che se lo bevevano loro il vino. 🙂
Eh, alla salute Rick!
Difficile la vita dei locandieri! 😀
Davvero, era durissima!
Chi mi dà l’indirizzo PRECISO di un paio di quei fondaci?! Grazie! 😀
Haha! Quando verrai a Genova ti ci porterò, promesso!
Ciao:) Ieri sono venuto a Genova per un pranzo presso via S.Chiara…conosci la zona?
Conosco sì..ciao Bellombra!