Le porcellane inglesi di Miss Fletcher

Tutto ebbe inizio diverso tempo fa ad un mercatino dell’antiquariato, amo molto gironzolare tra i banchetti in cerca di cose belle e particolari.
Tutto ebbe inizio con un piattino, poi ne venne un altro e poi un altro ancora.

Porcellana (2)

E così è nata la mia piccola collezione di porcellane inglesi bianche e rosse, se ne stanno tutte insieme sul ripiano di un comò.

Porcellana (3)

Molti di questi pezzi appartengono a servizi diversi e pertanto presentano decori differenti tra loro.

Porcellana (4)

Alcuni invece sono parte della stessa serie, questa panciuta teiera è una romantica porcellana Mason’s.

Porcellana (9)

Si accompagna a questa capiente lattiera.

Porcellana (15)

E insieme c’erano questi due contenitori, uno è certamente per lo zucchero e l’altro forse serviva per il tè?

Porcellana

Certe porcellane hanno disegni orientali e vi sono templi, alberi esotici, panorami che hanno tutto l’incanto di luoghi lontani.

Porcellana (5)

Porcellana (6)

E poi, come è ben noto, sulle porcellane inglesi sono ritratti panorami di celebri località dal fascino imperituro, ecco la casa natale di William Shakespeare a Stratford-Upon-Avon.

Porcellana (7)

E un mulino con le dolcezze della campagna inglese.

Porcellana (8)

E poi castelli e dimore reali, luoghi amati che fanno parte della storia della Gran Bretagna.
Cosa manca alla mia collezione? Le tazze, curiosamente non le ho mai comperate, dovrei proprio provvedere!
In compenso ho un ambaradan di piattini di varie misure, pur appartenendo a servizi diversi stanno benissimo tutti insieme.

Porcellana (12)

Nella foto che segue spicca il panorama di una città con le tipiche case a graticcio, sulla vetrina di uno dei negozio si nota questa insegna: The Old Curiosity Shop.
E’ il titolo di un romanzo di Charles Dickens, questo servizio si ispira agli scritti dell’autore inglese.

Porcellana (11)

Appesi al muro ci sono due piatti da portata, questi provengono dalla Scandinavia.

Porcellana (13)

Per ragioni di spazio a un certo punto ho smesso di fare acquisti ma a dire il vero andar per mercatini in cerca di nuovi pezzi era davvero un bel passatempo.
E comunque ci vorrebbe almeno una tazza, non pare anche a voi?
Un piattino dopo l’altro così è nata la piccola collezione di porcellane di Miss Fletcher.

Porcellana (14)

Lady Windermere’s Fan

20 Febbraio 1892, al St James’s Theatre di Londra va in scena la prima di una commedia che riscuoterà molto successo: Lady Windermere’s Fan, A Play About a Good Woman, magistrale opera del genio di Oscar Wilde.
Come racconta Richard Ellmann, tra gli spettatori spicca un folto gruppo di dandies, sono gli amici di Oscar, tra i quali Robert Ross e Frank Harris: tutti loro, su indicazione di Wilde, portano all’occhiello un garofano verde.
E’ una delle tipiche trovate estetiche di Oscar, che amava suscitare sconcerto e stupore.
Molti dei critici presenti in sala stroncano la commedia, ma il pubblico ne è entusiasta, un’ovazione accoglie Wilde quando questi sale sul palco per pronunciare il suo discorso di ringraziamento.
Indossa i guanti e l’immancabile garofano, tra le dita tiene una sigaretta, particolare che alimenterà un certo disappunto tra i suoi detrattori.
Ma chi è Lady Windermere e come nacque l’intreccio che vede protagonista lei e il suo ventaglio?
Ancora Ellmann racconta che per questo personaggio Oscar Wilde si ispirò a Lily Langtry, una donna talmente bella da suscitare l’interesse di tutti gli artisti del suo tempo, qui trovate una sua splendida fotografia.
John Everett Millais dipinse questo suo ritratto, George Frederic Watts la immortalò in un celebre quadro, Edward Burne-Jones dovrà pregarla addirittura con una serenata perché posi anche per lui.
Wilde ne era affascinato, lo ammaliava la perfezione della sua bellezza e aveva trovato in lei una discepola pronta a seguire i suoi dettami estetici, come dimostra una lettera nella quale Lily descrive il vestito da lei prescelto per una festa in maschera: un abito nero, di foggia greca, con un bordo di stelle d’argento e di mezzelune, l’abito della Regina della Notte.
Wilde le leggeva i classici e le insegnava il latino e fu lui a spingerla a diventare attrice.
Sposata con Edward, nel 1880 Lily rimase incinta di un altro uomo e durante la gravidanza si allontanò da Londra, diede alla luce una bambina lontana da occhi indiscreti e da pettegolezzi.
E’ questo lo spunto per la commedia di Wilde.
E’ l’ora del tè, nel salotto londinese di Lady Windermere.
Lei è una giovane donna e mostra orgogliosa al suo ospite, Lord Darlington, un dono del marito: un ventaglio con le sue iniziali.
L’ospite la corteggia, Lady Windermere è virtuosa e ritrosa, ma ben presto la sua ingenua purezza sarà adombrata da una rivelazione.
Si dice in città, rivela la Duchessa di Berwick, che Lord Windermere tradisca la moglie con una certa Mrs Erlynne e per di più desidera che essa partecipi alla festa di compleanno della moglie.
Lady Windermere è stupefatta, si precipita alla scrivania del marito e lì crede di trovare la prova di quel tradimento, documenti bancari che dimostrano che Lord Windermere ha versato discrete somme di denaro alla sua presunta amante.
Ma la realtà è ben diversa, sebbene Lady Windermere si creda orfana, Mrs Erlynne altri non è che la sua vera madre che l’aveva abbandonata da piccola.
E chi scelse Oscar Wilde per interpretare la parte di Mrs Erlynne?
La splendida e avvenente Lily Langtry, la quale all’epoca non aveva neppure quarant’anni e sorrise al pensiero di interpretare il ruolo di madre di una giovane fanciulla.
E così, nel ricordare l’episodio, Wilde inserì nel quarto atto della sua commedia questa battuta:

Besides, my dear Windermere, how on earth could I pose as mother with a grown-up daughter?
Margareth is twenty-one, and I have never admitted that I am more than twenty-nine, or thirthy at the most.
Twenty nine when there are pink shades, thirty when there are not.

Inoltre, mio caro Windermere, come potrei mai passare come la madre di una figlia adulta?
Margareth ha ventun’anni e io non ho mai ammesso di averne più di ventinove, o trenta al massimo.
Ventinove quando ci sono i paralumi rosa, trenta quando non ci sono.

La morale e il moralismo, il peccato e la purezza nella società vittoriana, la bontà e la cattiveria, questi i temi della commedia, nella quale sfilano uno via l’altro una serie di personaggi indimenticabili.
Lady Windermere che, temendo di essere tradita, cade nella tentazione di cedere alle lusinghe di Lord Darlington, un uomo sinceramente innamorato.
Lady Windermere e il suo ventaglio, che lei dimentica a casa di Lord Darlington, questo sarà causa di una serie di equivoci, il marito crede che lei lo tradisca,  sarà Mrs Erlynne ad appianare le cose con un abile stratagemma.
Mrs Erlynne che sino alla fine manterrà il suo segreto senza mai svelare la propria identità.
Cecil Graham e Dumby, imperdibile la loro conversazione nel salotto Lord Windermere.
La trama, se non conoscete la commedia, è tutta da scoprire, ma qui, in queste pagine magistrali di Wilde troverete alcuni dei suoi più famosi aforismi, forse non l’avrete mai letta ma alcune sue parole le conoscerete di certo.
E’ Mrs Erlynne a pronunciare la frase che trovate nella testata di questo blog:

With a proper background women can do anything.
Con lo scenario adatto le donne possono tutto.

E sempre in questa commedia si trova l’altra perla che ho scelto per una delle mie pagine:

Experience is the name everyone gives to their mistakes.
Esperienza è il nome che ognuno di noi dà ai propri errori.

Il tradimento, il peccato e le sue tentazioni, chi di voi non conosce questa frase?

I can resist anything except temptation.
Resisto a tutto tranne che alla tentazione.

L’animo umano e le finezze che solo Wilde sapeva sottolineare:

It is absurd to divide people into good and bad. People are either charming or tedious.
E’ assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone sono affascinanti o tediose.

La società e i suoi moralismi, un mondo che ha certe regole da rispettare, ma a quale prezzo?

There are moments when one has to choose between living one’s own life, fully, entirely, completely or dragging out some false, shallow, degrading existence that the world in its hypocrisy demands.

Ci sono momenti nei quali uno deve scegliere tra vivere la propria vita, pienamente, interamente o trascinare quell’esistenza falsa, vuota, degradante che il mondo nella sua ipocrisia richiede.

E qui si legge una certa amarezza, certo.
Ma i personaggi di Wilde sono stravaganti, arguti e insoliti, lo è per certo Mrs Erlynne che si ripromette di lasciare Londra per il seguente motivo:

London is too full of fogs and serious people, Lord Windermere. Whether the fogs produce the serious people or  whether the serious people produce the fogs, I don’t know, but the whole thing rather gets on my nerves.

Londra è troppo piena di nebbia e di gente seria, Lord Windermere. Non so se sia la nebbia a far la gente seria o se sia la gente seria a produrre la nebbia, ma la tutto l’insieme mi dà sui nervi.

Una rappresentazione di una certa società, una commedia splendida che vi farà sorridere e vi offrirà molti spunti di riflessione.
E parole che mettono i brividi, a volte.
Parole di speranza scritte da Oscar Wilde e pronunciate da Lord Darlington:

We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.
Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle.

Storie di fantasmi per il dopocena, il fine umorismo di J. K. Jerome

It was Christmas Eve.
Era la vigilia di Natale, cosi inizia Storie di Fantasmi per il dopocena (Told after Supper) spassoso libricino pubblicato nel 1891 da Jerome Klapka Jerome, autore di Three Men on a Boat (to say nothing of the dog), del quale vi ho già parlato in questo post.
Dunque, era la vigilia di Natale.
E cosa accadde in quella notte magica?
Sapete, quella è la notte dei fantasmi.

Christmas Eve is the ghosts’ great gala night.

 Ma che dico, è la notte della parata! Certo!
E sapete, tutti gli spettri si preparano con gran cura: tirano fuori le catene cigolanti, i pugnali grondanti sangue e i lenzuoli con i quali terrorizzeranno le vittime prescelte.
Troverete in questo libretto quel raffinato humor inglese del quale Jerome è insuperato maestro.
Non si sa per quale ragione, narra lo scrittore, i fantasmi amano andarsene a spasso la notte della vigilia.

It is invariably one of the most dismal of nights to be out in—cold, muddy, and wet. And besides, at Christmas time, everybody has quite enough to put up with in the way of a houseful of living relations, without wanting the ghosts of any dead ones mooning about the place, I am sure.

E’, immancabilmente, una delle notti più tetre per uscire – fredda, fangosa e piovosa. E oltre tutto, a Natale, ognuno ha già il suo bel da fare a sopportare una casa piena di parenti, senza bisogno che ci si mettano pure gli spettri di quelli defunti a ciondolare in giro, ne sono più che certo.

Ne converrete con Jerome, io non saprei dargli torto.
E comunque eccoci qua, la sera del 24 dicembre.


Siamo in un salotto londinese.
Oh, è stata appena servita una cena deliziosa con tanto di pasticcio di vitello e di aragoste arrosto!
Gli ospiti si accomodano in salotto per godersi un buon ponce al whisky.
Oltre al narratore, sono presenti suo zio John, il curato Mr Scrubbles e alcuni altri amici.
Una partita a carte, due chiacchiere e alla fine, sapete come accade?
Ognuno narra la propria storia di fantasmi, naturalmente.
Alla maniera di Jerome, questo è chiaro.
Se avete riso fino alle lacrime con le avventure di Jerome, Harris, George e Montmorency state pur certi che non rimarrete delusi.
E io non vorrei rovinarvi la sorpresa, perché mai dovrei?
Tuttavia mi pregio di accennarvi alla vicenda del mulino, il sinistro racconto che viene narrato con dovizia di particolari da Mr Coombes.
Surrey, campagna inglese.
Lo zio di Coombes, un certo Mr Joe Parkins, ebbe la malaugurata idea di affittare un vetusto mulino.
Si diceva in giro che il posto fosse un tempo appartenuto a un vecchio tirchio, che aveva lì nascosto tutto il denaro accumulato negli anni.
Parkins non era tipo da dar retta alle chiacchiere e non se ne curò, anche se un po’ lo incuriosiva il pensiero di avere un tesoro da qualche parte.
Finché giunse una certa notte, nella quale accadde qualcosa di strano.
Din don, suonarono le campane a mezzanotte.
Joe si svegliò ed ebbe una sorpresa:

 At the foot of the bed something stood very still, wrapped in shadow.
Ai piedi del letto c’era qualcosa che stava diritto, avvolto nell’ombra.

Un fantasma in piena regola!
Parkins pensò che fosse il vecchio avaro, venuto a mostrargli il luogo che celava le sue ricchezze nascoste.
Il fantasma si fermo davanti al caminetto e poi svanì.
Il giorno dopo, in fretta e furia, Parkins fece venire i muratori che mattone dopo mattone smantellarono il camino.
E dovevate vederlo Joe, con il sacco in mano, speranzoso di riempirlo di monete d’oro!
Niente, non trovarono niente.
La notte successiva il fantasma tornò e si fermò in un punto preciso della stanza.
Ah, ecco, quello era il punto!
Via anche il pavimento!
Ma lì sotto, nessun tesoro.
E notte dopo notte lo spettro continuò ad apparire nei luoghi disparati della casa e, come avrete già capito, Parkins non si arrese.
Tetti, soffitti, finestre e muri, il mulino venne a poco a poco demolito, tanto che non ci si poteva più vivere.
E il fantasma? Così come era arrivato se ne andò, senza mai più far ritorno.
Un mistero mai svelato, anche se in paese si disse che lo spettro era forse quello di un idraulico o di un vetraio che aveva un certo interesse nel vedere quella dimora fatta a pezzi!
Fine, sottile e impareggiabile humor inglese, questo troverete nei racconti di Jerome.
Accomodatevi in quel salotto, in una gelida sera d’inverno, prendete il vostro ponce e apprestatevi ad ascoltare racconti di fantasmi che vi faranno sorridere.
E se intendete trascorrere le prossime feste di Natale a casa di qualcuno, mi raccomando, ricordate le raccomandazioni di Jerome, lui è uno che se ne intende.

The guest” always sleeps in the haunted chamber on Christmas Eve; it is his perquisite.
“L’ospite” dorme sempre nella camera infestata la Vigilia di Natale; è la sua prerogativa.

The importance of being Earnest

Half Moon Street, Londra.
Un elegante salotto, in sottofondo la melodia di un pianoforte.
Signori, benvenuti nella dimora di Algernon Moncrieff, dove si svolge il primo dei tre atti che compongono la più celebre commedia di Oscar Wilde, The importance of being earnest.
Come è ben noto, il titolo gioca sull’equivoco del significato della parola earnest, che in inglese significa onesto, e della sua assonanza con il nome del protagonista, Ernest.
Ernest Worthing, per la precisione, amico intimo di Algernon che fa il suo ingresso nella casa di quest’ultimo proprio all’ora del tè.
Ernest Worthing, per lo meno con questo nome lo conosce Algernon.
In realtà il suo vero nome è Jack Worthing, ma quando viene a Londra si fa chiamare Ernest.
Ma non è finita.
Jack Worting abita in campagna ed è tutore di Miss Cecily Cardew e capirete bene che un gentiluomo, investito di tale responsabilità, debba mantenere un certo ritegno, una certa serietà.
Ma che noia la campagna!
E invece Jack ama la vita mondana della capitale e allora, per avere un motivo per andarsene a Londra, si è inventato un fratello immaginario, che appunto si chiama Ernest e si caccia continuamente nei guai.
Eh, per soccorrere il fratello il povero Jack, ahimé, è spesso costretto a lasciare la campagna!
Un’ottima scusa, non pare anche a voi?
D’altra parte, Jack ha molte ragioni per andare a a Londra, lì si trova colei della quale lui dice:

She is the only girl I ever saw in my life that I would marry. 
E’ la sola ragazza che abbia visto nella mia vita che sposerei.

La fanciulla si chiama Gwendolen Fairfax e ha un vezzoso desiderio che così esprime:

My ideal has always been to love some one of the name of Ernest. There is something in that name that inspire absolute confidence.
Il mio ideale è sempre stato  amare qualcuno  di nome Ernest. C’è qualcosa in quel nome che ispira fiducia  assoluta.

Capite? Jack non ha scelta, lo dice lui stesso:

My name is Ernest in town and Jack in the country.
Il mio nome è Ernest  in città e Jack in campagna.

Dublino – Monumento a Oscar Wilde

D’altra parte il suo amico Algernon non è in una migliore situazione.
Oh, Algernon abita a Londra ma, guardate un po’, preferisce la campagna!
E così, per avere un espediente per recarsi laggiù, si è inventato un certo amico assai cagionevole di salute, un tale Bumbury e andare a trovarlo fornisce ad Algernon l’alibi di allontanarsi da Londra quando meglio lo aggrada.
Bene sapete cosa accade? Un bel  giorno Algernon, fingendosi Ernest Worthing, si presenta nella casa di campagna del suo amico Jack.
Oh, che distratta! Scordavo di dirvi che  in questa circostanza Algernon si innamora di Miss Cecily Cardew, sì, colei della quale Jack è tutore, e lei lo ricambia!
E anche Miss Cecily ha un desiderio peculiare:

It had always been a girlish dream of mine to love some one whose name was Ernest. There is something in that name that inspire absolute confidence.
Ho sempre avuto un mio sogno di fanciulla di amare qualcuno il cui nome sia Ernest. C’è qualcosa in quel nome che mi ispira assoluta fiducia.

Adesso capite, vero?
Sì, ne sono certa, a tutti voi è chiaro quanto sia vitale l’importanza di chiamarsi Ernesto.
Ed anche quella di essere onesto, oh sì, perché gli equivoci e i colpi di scena si susseguono uno dietro l’altro in questa commedia che esprime alla perfezione il talento ineguagliabile di Wilde.
Questa è l’ultima delle sue commedie, Wilde la scrisse nel 1894, in un periodo tormentato della sua vita.
Intreccio, equivoci, dialoghi fulminanti.
E’ tutto lieve in questa commedia, l’uomo e il suo doppio ha qui un significato ben diverso rispetto al celebre romanzo di Wilde, The picture of Dorian Gray.
Il doppio non è la propria immagine che tetra si deforma  in un ritratto, bensì il gioviale Ernest Worthing.
Leggerezza e umorismo, ma la  lievità di Wilde ha un preciso scopo: colpire la morale vittoriana e le sue ipocrisie.
E allora ecco i personaggi indimenticabili, Lady Bracknell e Miss Prism, Cecily e Gwendolen.
Ed ecco le molte perle di Wilde scaturite dalla sua commedia, parole che stigmatizzano le convenzioni della società e certe sue regole, ad esempio il matrimonio:

To speak frankly, I am not in favour of long engagements. They give people the opportunity of finding out each other’s character before marriage, which I think is never advisable.
 Sinceramente, non sono favorevole ai lunghi fidanzamenti. Danno alle persone la possibilità di conoscersi prima del matrimonio, che non credo sia mai consigliabile.

In married life, three is company, and two is none.
Nel matrimonio, in tre ci si fa compagnia e in due si è soli.

 All women become like their mothers. That is their tragedy. No man does. That’s his.
Tutte le donne diventano come le loro madri. Questa è la loro tragedia. Nessun uomo lo diventa. Questa è la sua.

Una certa eccentricità,  frizzante e ricca di fascino:

I never travel without my diary. One should always have something sensational to read on a train.
Non viaggio mai senza il mio diario, bisognerebbe sempre aver qualcosa di sensazionale da leggere in treno.

La splendida ironia di Lady Bracknell, con certe sue finezze espressive.
A Jack che che la informa di aver perduto entrambi i genitori lei imperturbabile risponde:

To lose one parent, Mr Worthing, may be regarded as a misfortune; to lose both looks like carelessness.
Perdere un parente, Signor Worthing, può essere considerata una disgrazia; perderli entrambi sembra piuttosto una disattenzione.

Questo è Oscar Wilde, nella sua più celebre commedia.
Lascio a voi scoprire la trama, se ancora non la conoscete.
E una lettura di pregio, ma ancor di più potrete godervela se assisterete allo spettacolo teatrale o se guarderete questo film, un capolavoro impagabile nella sua perfezione.
E non ho parole migliori, nell’attesa che scopriate questo testo magistrale, se non quelle della candida Gwendolen.
Parole uniche, che solo un genio poteva scrivere.

 This suspense is terrible. I hope it will last.
Questa suspense è terribile. Spero che duri.

L’amore secondo Emily

L’altro giorno, tornando a casa, ho incontrato una ragazza.
Era seduta di fronte a me, sull’autobus.
Una ragazza, sui 16 anni a dir tanto.
Un tipo molto semplice, con il visetto acqua e sapone,  senza un filo di trucco, portava i jeans e le scarpe da ginnastica.
Lei non ha fatto caso a me, no.
Era troppo assorta a leggere, teneva un libro tra le mani e la sua mente e i suoi pensieri erano tutti lì, tra quelle pagine.
Sembrava che la lettura l’avesse trasportata proprio in un altro mondo, distante e lontano dal tempo presente.
Leggeva e il suo sguardo si faceva serio, era rapita dalle parole.
Ho guardato la copertina, il titolo di quel libro che pareva suscitare tanto interesse: Cime tempestose.
E allora ho osservato ancora quella ragazza così giovane e ho pensato che stesse conoscendo l’amore, l’amore secondo Emily.
E ho pensato a lei, a Emily Brontë e a quell’incontro tra due giovani donne.
Colei che raccontò la più grande passione d’amore mai narrata, visse appena trent’anni e questo fu il suo unico romanzo.
E in questi giorni quel libro è tra le mani di quella ragazza.
Un incontro, al di là dei secoli.
E l’amore, l’amore secondo Emily ha quello scenario scabro, la brughiera, anch’essa protagonista del romanzo.
Ed è un amore tormentato, potente, un amore che travolge e distrugge.
Catherine, che quando parla di sè si definisce selvaggia, aspra e libera, aggettivi perfetti per la brughiera che rispecchia, per certi aspetti,  il carattere della protagonista del romanzo.
E quella ragazza, che legge, legge quelle pagine dense di emozioni.
E’ la grandezza della letteratura, capace di creare un legame con i personaggi e un senso di appartenza a certi luoghi neppure mai visti.
Le rocce, le foglie.


Guardavo la giovane lettrice, immersa in uno dei romanzi più grandi di tutti tempi e intanto pensavo.
Non è semplice narrare  questo  romanzo in maniera efficace, la sua bellezza è nelle atmosfere, in quel vento che spira implacabile su quelle colline, in quella passione che consuma e brucia, in quella complessità a tratti difficile da cogliere, nella profondità di certi abissi dell’animo.
Non ci sono mezze misure, mai.
L’amore è assoluto e totale, è crudele ed impietoso, annienta e colpisce al cuore.
E così è questo libro, lo amerete o lo odierete, senza vie di mezzo.
Non potrete scegliere, sarete accanto a Catherine nella brughiera, oppure lontani da lei.
Quella ragazza era lì, sulle colline, a Wuthering Heights.
Ed io ho pensato a quel passaggio del romanzo, nel quale la Brontë esprime appieno cosa sia l’amore, quella specie di amore, unico ed immenso.
E’ un sapiente gioco di metafore, nel quale si esplica appieno la potenza di un sentimento, quello che Catherine prova per Heatcliff, contrapposto a un diverso sentire, ben più flebile e fragile.
Queste le sue parole:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state le sofferenze di Heathcliff, e io le ho osservate e patite tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei ad essere; e se tutto il resto persistesse e lui venisse annientato, l’universo mi diverrebbe estraneo: non mi sembrerebbe di esserne parte.
Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, lo so bene, come l’inverno muta gli alberi.
Il mio amore per Heathcliff è simile alle rocce eterne che stanno ai piedi degli alberi: fonte di poca gioia visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente: non come un piacere, così come io non sono sempre un piacere per me, ma come il mio stesso essere.

Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei ad essere.
La ragazza ha continuato a leggere, senza distogliere mai lo sguardo da quelle pagine.
Simile alle rocce eterne.
Queste parole scorreranno sotto i suoi occhi.
Il mio pensiero principale nella vita è lui.
Una ragazza, un libro, la vita che verrà.
E l’amore.
L’amore secondo Emily, immutabile come le pietre, incorrotto dal tempo e dai suoi guasti.

Oscar Wilde, dandy e bon vivant

L’arguzia, il motto di spirito non furono banali artifici letterari per Oscar Wilde, il dandy per eccellenza, furono uno stile di vita, l’espressione di un genio che sapeva manifestarsi ad ogni occasione propizia.
La vita imita l’arte più di quanto l’arte non imiti la vita: è uno degli aforismi più celebri e citati dello scrittore irlandese il quale, nel corso della sua esistenza, dimostrò, nelle parole quanto nei fatti, come il mondo sia simile a un palcoscenico e gli uomini gli attori sulla scena.
Era il 1882 quando Wilde  intraprese un lungo viaggio attraverso il Canada e gli Stati Uniti, dove avrebbe dovuto tenere una serie conferenze sull’estetismo e sull’arte nelle maggiori città nord americane.
E’ già un campione di eccentricità, se ne va in giro vestito con abiti di velluto e con camicie di seta, porta i capelli lunghi con i boccoli, e troverà estremamente disdicevole il fatto che un barbiere di New York sia sprovvisto del ferro per arricciare le sue chiome.
Ed è scenografico e teatrale il suo ingresso negli Stati Uniti, di fronte ad un attonito impiegato della dogana che gli pone la domanda di rito:
– Niente da dichiarare?
Oscar, flemmatico, risponde:
I have nothing to declare except my genius.
– Non ho niente da dichiarare eccetto il mio genio.
E’ il bon mot, la battuta pronta quella che a Wilde non manca mai, neppure in situazioni che per altri sarebbero fonte di imbarazzo.
Una sera, dopo una rappresentazione teatrale, mentre la maggior parte del pubblico adorante gli porgeva mazzi di fiori, uno spettatore gli lanciò sul palco un cavolo marcio e maleodorante che Wilde imperturbabile raccolse da terra replicando:
Thank you my dear fellow, every time I smell it I shall be reminded of you.
– Grazie mio caro, ogni volta che lo annuserò mi ricorderò di voi.
Oscar Wilde era anticonformista ed ironico, in ogni circostanza.
Una volta, a una festa, Wilde, tediato dalle troppe chiacchiere, moriva dalla voglia di fumarsi una sigaretta.
La padrona di casa, notando che il paralume di una lampada produceva fumo per autocombustione disse:
“Signor Wilde, per favore spegnetela, sta fumando.”
Ed Oscar, con un fondo di invidia, ribatté:
Happy lamp!
– Beata lei!
Anche nei momenti difficili Oscar sapeva distinguersi.
Durante il processo che subì a causa della sua relazione con Alfred Douglas, gli venne chiesto se avesse mai adorato qualche uomo e la risposta fu:
No, I have never adored anyone but myself.
– No, non ho mai adorato nessuno a parte me stesso.


Tagliente, fine e pungente.
Fu vittima della sua ironia anche il poeta Lewis Morris. Questi angosciava di continuo Wilde con le sue lamentazioni per non essere stato nominato poeta laureato di Inghilterra, ma lo fece una volta di troppo, dicendo:
– E’ una cospirazione del silenzio, una cospirazione del silenzio contro di me! Cosa dovrei fare, Oscar?
E lui, cogliendo la palla al balzo, consigliò:
Join it!
– Unisciti!
Oscar Wilde patì le sofferenze del carcere, ma malgrado tutto, questo non gli fece perdere la sua arguzia.
Quando ne uscì, per un certo periodo adottò lo pseudonimo di Sebastian Melmoth ma appena entrava in confidenza con qualcuno, dopo breve chiedeva al suo interlocutore di chiamarlo con il suo vero nome.
Il suo amico Frank Harris, autore di una dettagliata biografia di Wilde, narra che Oscar in occasione di una conversazione con una persona appena conosciuta che si ostinava a chiamarlo Mr Melmoth, lo esortò in tal modo:
Call me Oscar Wilde, Mr Melmoth is unknown, you see.
– Chiamatemi Oscar Wilde, Mr Melmoth è uno sconosciuto.
L’altro si profuse in scuse, argomentando che pensava che quello fosse il desiderio dello scrittore, ma lui subito spiegò:
Oh, dear, no. I only use the name Melmoth to spare the blushes of the postman, to preserve his modesty.
– O caro, no. Uso il nome Melmoth solo per risparmiare ad postino di arrossire, per preservare la sua modestia.
Questo era Wilde, genio, sregolatezza e ironia.
Fino alla fine, fino agli ultimi giorni della sua vita.
E’ a Parigi, devastato dalla malattia e privo di mezzi, il fasto di un tempo è ormai perduto, gli amici lo aiutano, sia economicamente che moralmente.
A loro Wilde richiede una cassa di champagne, un lusso che non potrebbe certo permettersi.
E con amarezza, alla sua maniera, chiosa:
Alas, I’m dying beyond my means.
– Ahimé, sto morendo al di sopra dei miei mezzi.
La stanza in cui Wilde sta morendo è spoglia, niente porcellane, nessuna raffinatezza, lui che al tempo dei suoi trionfi era il maestro delle più raffinate ricercatezze, lui che se ne andava a passeggio per Piccadilly stringendo un girasole tra le mani, lui, l’esteta per eccellenza, l’apostolo dello stile e della forma, stava lasciando questo mondo in una condizione che non gli era affatto congeniale.
Un mese prima della sua morte, parlando con un amico, dal suo letto di dolore ebbe la forza, ancora una volta di ironizzare, dicendo:
I am in a duel to death with this wallpaper. One of us has to go.
– Sto combattendo un duello mortale con questa tappezzeria. Uno di noi due dovrà sparire.
Era Oscar Wilde, colui per il quale la vita imita l’arte, più di quanto l’arte non imiti la vita.
E fino all’ultimo tenne fede al suo credo, a ciò che lo rese immortale ed inimitabile, si attenne alla sua regola, quella che è giunta fino a noi grazie alle sue opere e che ritroviamo nelle parole di Gwendolen, la protagonista di una delle sue più celebri commedie, che lieve, ma con assoluta convinzione afferma:
– In matters of grave importance, style, not sincerity, is the vital thing.
-Nelle questioni di grande importanza è lo stile, e non la sincerità, ad essere vitale.
(The importance of being earnest).

Il signore e la signora Wilde

Oscar e Constance, ovvero il Signore e la Signora Wilde.
Agli amanti dello scrittore irlandese sono ben noti i dettagli della vita sentimentale di Wilde: il matrimonio, i figli, l’amore di lui per Alfred Douglas, colui che segnò il destino di Wilde sia come uomo che come scrittore, l’esilio, la lontananza dalla sua famiglia, il distacco, la fine tragica e sfortunata.
E sullo sfondo lei, Constance Lloyd.
Si presenta l’opportunità di parlare di lei, in occasione di un libro di recente uscita dal titolo Constance, the tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde della scrittrice Franny Moyle.
La Moyle ha una scrittura fluida e gradevole e nel suo libro presenta diversi materiali inediti e molto interessanti riguardanti la vita di Constance Lloyd.
Il padre, Horace, amava il gioco, le carte e le belle donne, da lì allo scandalo il passo fu breve, come accadde al padre di Oscar, del resto, quando lo scrittore ancora era giovane.
Erano molte le cose che  accomunavano i due giovani: certo l’intelligenza, il fascino, la cultura.
Donna particolare Constance, si impegnò in prima persona per la parità dei diritti tra uomo e donna, fu una sorta di femminista ante litteram.
E come il suo Oscar, anche lei aderì all’estetismo.
La corrente estetica si distingueva per un certo gusto, una predilezione per l’arte orientale, per le porcellane cinesi, per determinati artisti, come William Morris, per alcuni tipi di fiori, come il giglio e il girasole.
La scelta dell’abbigliamento non era certo esente da alcuni dettami, gli uomini amavano portare i capelli lunghi, alla maniera del pittore Dante Gabriel Rossetti, uno stile che i detrattori non esitavano a definire effeminato.
Constance, al pari di Oscar, ne era completamente immersa.
E come lui cercò di sviluppare il suo lato artistico, prima nella ceramica, poi nella scrittura, scrisse lei stessa storie per bambini.
La Moyle, tra le sue tante rivelazioni, narra che sono stati rinvenuti alcuni manoscritti di “Il Principe Egoista” attribuiti con certezza alla mano di Constance.
E sorge immediato un interrogativo: Constance fornì solo un aiuto materiale al suo celebre marito oppure mise la sua creatività al servizio del genio di Oscar e “Il principe Egoista” è quindi il frutto di una loro collaborazione?
Sarebbe davvero interessante scoprirlo.
C’era una grande sintonia tra i due, nei primi anni, ma sebbene Constance amasse Oscar più della sua stessa vita, la loro felicità fu breve.
Io qui non desidero narrarvi i lati oscuri e le tristezze delle loro esistenze, nel libro della Moyle troverete ogni dettaglio, sino alla fine dei loro giorni.
In queste righe voglio farvi conoscere il signore e la signora Wilde ai tempi del loro fulgore, prima che l’amore sfiorisse e prima che la bellezza appassisse.
Io vi voglio raccontare di Constance, di quando si fidanzò con Oscar.
Scrisse al fratello, quel giorno, in un tripudio di gioia e felicità, e le sue parole furono: I am engaged to Oscar Wilde and perfectly and insanely happy.
Splendida scelta di avverbi per una donna così profondamente innamorata.


E l’anello! L’anello di fidanzamento che Oscar donò alla sua amata, sapete, lo disegnò lui stesso!
Un cuore, composto di diamanti che racchiudevano due perle, sormontate ancora da un arco di diamanti.
E quanto era innamorata, Constance!
Innamorata e gelosa, voleva il suo uomo tutto per sé, come darle torto?
Gli scriveva queste lettere appassionate, dense di affetto e di venerazione, gli scriveva parole come queste: quando ti avrò come mio marito, ti terrò legato a me con le catene dell’amore e della devozione, così tu non mi lascerai mai, e non amerai nessun altro fino a che io potrò amarti e confortarti.
E’ l’amore dell’anima, dei sensi, dello spirito, è l’amore che desidera possesso esclusivo e totale.
Già sapeva, Constance, della preferenze di Oscar? Non si sa, certo lui era uomo di molte avventure, ai tempi di Oxford non aveva disdegnato forme di amore mercenario e di sicuro era un uomo con grande ascendente, gran fascino e personalità.
Ma fu Constance la donna che Oscar scelse, fu lei che portò all’altare.
Che folla, il 29 Maggio 1894, di fronte alla St James Church il giorno del matrimonio.
La sposa indossava un abito semplice con le maniche a sbuffo, di seta color crema, con un lungo strascico.
Sul capo aveva una corona di mirto e il suo velo era di seta indiana tempestato di perle, in vita portava una cintura d’argento, dono di nozze di Oscar, tra le mani stringeva un mazzo di gigli.
E l’anello nuziale, a prima vista una semplice vera, in realtà era composto da due anelli perfettamente combacianti e, una volta aperti, su di uno si poteva leggere la data di nozze, sull’altro i nomi degli sposi.
E che furore fecero, in quegli anni, a Londra, il signore e la signora Wilde!
Sui giornali del tempo i cronisti dell’epoca si sbizzarrivano nel descrivere le ricercatezze  di Constance e lei certo era una che osava , sempre, anche nel modo di vestire e spesso il suo stile era considerato eccentrico, ma in fondo era la moglie di Oscar, c’era da aspettarselo.
Constance amava i nastri antichi, i ricami riicercati, i cappelli ricchi con le piume.
E poi, a volte,  il signore e la signora Wilde mettevano in scena uno spettacolo senza pari.
Come? Indossando abiti perfettamente complementari.
E allora eccoli, i due esteti, giovani, belli ed eleganti, camminare per Chelsea, sulla Kings Road.
Oscar incede regale nel suo completo marrone, sul quale si notano tantissimi bottoni, la bella Constance gli è accanto e sul capo porta un cappello, con una piuma in tinta con l’abito di Oscar.
Narra la Moyle che alcuni scugnizzi di strada, particolarmente ferrati in Shakespeare, se ne uscirono dicendo “sembrava di vedere Amleto e Ofelia a passeggio”.
E guardateli, alla Grosvenor Gallery: qui il dandy più famoso d’Inghilterra e la sua signora sfoggiano “armonia in verde” , il cappotto di lui, guarnito di pelliccia,  e la gonna di velluto di lei sono del medesimo punto di colore.
Sono frammenti, istantanee di felicità, attimi di spensieratezza, immagini che richiamano alla mente le scene più famose delle commedie di Wilde.
C’è questo e ovviamente molto altro, nel libro di Franny Moyle.
C’è l’abbandono, la separazione, l’amarezza, la solitudine.
Io ho voluto ricordare qui, solo alcuni attimi brevi e felici della vita di questa donna, che fu, nel bene e nel male, compagna di un genio ineguagliabile e che, per questo amore, ebbe in sorte un grande carico di sofferenza.
Ma la vita regala ad ognuno anche attimi lievi, leggeri.
E allora a me piace pensare ad Oscar e Constance, nella loro casa di Chelsea, in quel salotto, ricco di porcellane orientali e di ornamenti pesanti e mi piace immaginare lei, alla finestra, che guarda fuori.
Oscar la osserva attento, non perde nessuno dei suoi movimenti.
E’ bella Constance, ha i lineamenti delicati, regolari, la carnagione perfetta.
E lui la osserva, sorride e con la matita, di getto scrive su un foglio: la forza di noi donne sta nel fatto che la psicologia non riesce a spiegarci. Gli uomini possono essere analizzati, le donne … solo venerate. (Un marito ideale)

Il razzo straordinario

C’era una volta una principessa, che venne dalla Finlandia su una slitta trainata dai cervi, e giunse in un lontano reame per sposare il suo principe.
E tutti i sudditi notarono che la principessa aveva la pelle proprio chiara e nivea, era così pallida!
Veniva da un paese remoto, di rado sfiorato dai raggi del sole e nessun colore roseo velava le sue guance.
Il giorno del matrimonio qualcuno osservò che era bella come una rosa bianca e il principe, innamorato e con il cuore traboccante di emozione, disse che era davvero splendida, assai di più di quanto lo fosse nel ritratto di lei che era in suo possesso.
La fanciulla arrossì e tutti dissero: prima era una rosa bianca, ora è una rosa rossa.
Pensate che sia lei, la giovinetta di sangue blu, la protagonista di questa fiaba di Oscar Wilde?
Certo che no, il mattatore della storia è colui che da il nome al titolo: il razzo straordinario.
Se ne sta lì, nella cassa, insieme agli altri fuochi d’artificio, pronto ad essere lanciato lassù, dove si esibirà in uno spettacolo pirotecnico di impareggiabile splendore.
Ma questo razzo tiene a specificare il suo alto lignaggio: i due principi, sostiene infatti, si stanno sposando in suo onore, nel giorno della sua grande esibizione.
Del resto è un razzo straordinario, non potrebbe essere altrimenti.
E così va ripetendo alla sua piccola platea quanto siano fortunati quei reali ma loro, gli ascoltatori, non sono proprio dello stesso parere.
Ci sono una girandola, una candela romana, un globo luminoso e un razzo piccolino che paiono alquanto stupiti. Ma non era il contrario? Non siamo noi che saremo sparati per aria in onore del figlio re e della sua sposa?
No, affatto, ribatte il razzo presuntuoso e pieno di sé, almeno non nel mio caso. E racconta agli altri quanto nobili siano le sue origini, sua madre era una girandola che addirittura fece diciannove giri! Ah, che grandezza, dice il razzo, e che buone maniere ho io! Sono certo che al mondo nessuno è sensibile quanto me.
Il petardo, ingenuo, chiede cosa sia una persona sensibile e il bengala, perfido, risponde: è colui che avendo i calli sui piedi, pesta sempre i piedi degli altri.
Pur essendo leggera e divertente, questa breve fiaba di Wilde è una sapiente metafora dell’egoismo.
Narcisista ed egocentrico, il razzo straordinario non ascolta nessuno, tutto preso com’è dalla sua persona, vedranno, quegli altri, di cosa è capace uno come lui.
E viene il  momento dei festeggiamenti: a sera i fuochi artificiali, uno per uno, partono verso l‘alto, scoppiettano ed esplodono illuminando il cielo.
Tutti, tranne uno: lui, il razzo straordinario.
Lo buttano via, inesploso e lui, malauguratamente, va a finire in uno stagno.
E chi finisce per incontrare? Che disdetta, una rana! Presuntuosa quanto lui, non sta zitta un momento e parla solo di se stessa.
Che gente, pensa il razzo, hanno la fortuna  di trovarsi in compagnia di un tipo eccezionale come me e non fanno altro che parlare di se stessi!
Si imbatte poi in una libellula, che però non ha tempo da perdere, quindi sbatte le ali e se ne va, lasciandolo solo.
Quindi è la volta di un’anatra: una creatura semplice, concreta, piena di buon senso che, quando apprende quale sia la funzione del razzo, osserva come non le sembri poi un ruolo così di rilievo, andar lassù solo per esplodere.
Il razzo, sempre più interdetto, prova un certo sollievo quando l’anatra si allontana.
Ma guarda che razza di incontri si fanno in questo stagno, pensa, gente così palesemente inferiore che vuole insegnare a me come si sta al mondo, incredibile!
E così, sul finire della storia, il nostro eroe finisce tra le mani di due bambini.
I due lo scambiano per un bastone e intendono metterlo nel fuoco sotto la pentola.
Il razzo, tutto tronfio, è al colmo della sua superbia. Bastone? Ah, certo, lo credono un alto dignitario della corte del re, è ovvio!
Il fuoco si accende, scoppietta, partono le scintille e il razzo straordinario esplode: parte verso l’alto, fa il suo giretto, ma il suo tanto agognato spettacolo rimane senza pubblico, ahimé, perchè i due bimbi si sono addormentati.
Ricade, improvviso, dritto sulla testa di un’oca che, visibilmente seccata, esclama: piovono bastoni!
E il razzo, spocchioso e petulante come sempre, conclude: sapevo che avrei fatto una grande impressione!
C’è il genio assoluto di Oscar Wilde in questa storia.
Qualunque sua opera sceglierete di leggere, che si tratti di una poesia piena di rammarico o di una piece teatrale infarcita di motti arguti o di una breve favoletta, come questa che vi ho raccontato, è lui che incontrerete, con la sua sagacia, il suo bello stile e la sua ironia davvero impareggiabile.

Il fantasma di Canterville

Cosa succede quando una famiglia di americani si ritrova proprietaria di un maniero inglese infestato da un fantasma?
Sono guai e guai grossi: per lo spettro, mi pare ovvio.
Nati dalla geniale penna di Oscar Wilde ecco a voi Hiram B. Hotis, ministro americano, sua moglie Lucretia, e i loro quattro figli: il giovane Washington che, dice Wilde, è stato così battezzato dai suoi genitori in un momento di patriottismo che egli non cessò mai di rimpiangere, la quindicenne Virginia, amazzone provetta, e due gemelli pestiferi e vivacissimi.
Dunque, dicevamo: c’è un fantasma.
Questi, da tempo immemore, occupa indisturbato la dimora di Canterville Chase e Lord Canterville, nel cederla al nuovo proprietario, non manca di mettere in guardia dei rischi che costui correrà a trasferirsi in quel posto: l’ospite, infatti è estremamente molesto e negli anni ha terrorrizzato intere generazioni di Canterville, tanto che ormai nessuno vuole più viverci.
Inoltre, avverte il lord, è dal 1584 che lo spettro si fa vedere ogni volta che un membro della famiglia esala l’ultimo respiro.
Hiram, flemmatico e razionale quanto basta, non batte ciglio e replica sarcastico: Beh, in quanto a questo non è da meno del medico di famiglia, Lord Canterville.
Comincia così una bizzarra quanto imprevista convivenza e gli americani, per nulla infastiditi da quella presenza sovrannaturale, affrontano il problema a modo loro.
C’è una macchia sul pavimento davanti al cammino.
Oh, quella macchia, avvisa la governante, è impossibile toglierla: è il sangue di Lady Eleanor, uccisa dal marito Simon secoli e secoli orsono. Il nobiluomo scomparì in misteriose circostanze ma il suo spirito, devastato dal senso di colpa, da allora aleggia minaccioso per Canterville Chase.
Figuriamoci, se ne esce Washington, con Pinkerton il campione delle macchie, andrà via tutto.
Così si china, e la strofina via.
Il giorno dopo, però, la macchia si ripresenta.
Viene nuovamente tolta ma immancabilmente ricompare e gli Hotis, lungi dall’intimorirsi, si interrogano perplessi sul da farsi.
Una notte, mentre tutta la famiglia è immersa nel sonno più beato, Hiram si sveglia.
Sente un clangore, un rumor di catene. Si alza e in corridoio finisce per trovarsi davanti l’orrida figura di un uomo, è spaventoso, ha gli occhi rossi, color del fuoco, e i capelli grigi, lunghi.
E’ lui, il fantasma il quale, poverino, non riuscirà a portare a termine la sua opera e ad incutere il timore che ci si aspetterebbe da uno come lui, anzi, si sentirà apostrofare da Mr Hotis:
Mio caro signore, devo proprio insistere perchè voi facciate oliare le vostre catene, e a questo proposito vi ho portato una bottiglietta di Lubrificante Tammani Sole Che Sorge.
Lo spettro, seccato ed interdetto, si dilegua.
La domenica successiva ci riprova: spegne una candela, lascia tutti al buio, e poi emette, sinistro e terrificante, il suo più orribile latrato.
In tutta risposta, l’affabile Mrs Hotis si presenta con la tintura del Dottor Dobell, un rimedio miracoloso per l’indigestione.
Ah povero spettro, che nostalgia dei bei tempi, quando riusciva a terrorizzare chiunque, che memorabili performance, come scordare “Ruben il rosso, o il bambino strangolato”, “Gibeon l’allampanato, il succhiatore di sangue di Bexley Moore”.
Con gli Hotis le prova tutte, ma non c’è nulla da fare, niente funziona, neppure “Rupert il temerario, il conte senza testa”, un trucco che, nei secoli, aveva sempre riscosso un discreto successo.
Gli americani sono impermeabili a qualunque suggestione e il fantasma, scorato, precipita nella disperazione più nera.
Garbato ed ironico, secondo il consueto stile del suo autore, Il fantasma di Canterville tocca punte di romanticismo al limite del fiabesco.
Nel suo affannarsi per riaffermare la propria identità, sul finire del racconto, il nostro povero spettro troverà un’amica a lui solidale, la piccola Virginia.
Lascio a lei il compito di svelarvi perchè quella macchia davanti al camino cambia sempre colore, così come sarà sempre Virginia a spiegarvi come si fa a liberarsi definitivamente di un fantasma.
Comunque, se per un caso del destino la vostra casa fosse infestata da spiriti invadenti e fastidiosi, tenete bene a mente questo suggerimento: il lubrificante Tammani Sole Che Sorge fa miracoli per le catene che cigolano.

Cicely, l’amica dei bimbi e delle fate

Chi non conosce le Fate dei Fiori?
Se ne stanno in punta di piedi sul bordo di una foglia, che non pare per nulla appesantita dal loro lieve peso, si reggono leggere ad un esile stelo, si siedono tra i boccioli o si accoccolano sul polline, se ne vanno a spasso con un rametto di bacche tra le braccia e, se sentono troppo caldo, cercano ristoro all’ombra di un papavero o di una foglia di nasturzio.
Fate e folletti dei fiori, degli alberi, dei giardini, dei sentieri.
Fate dell’alfabeto, delle quattro stagioni, con i loro abitini dai colori sgargianti, drappeggiati come la corolla del fiore che rappresentano, con le ali aggraziate, quasi trasparenti, rosee.
Chi le inventò lasciò a grandi e piccini una grande eredità, un piccolo universo di magia e di armonia: il suo nome, melodioso come quello di una delle sue creature, è Cicely.
Cicely Mary Barker nacque nel Surrey, a Croydon, nel 1895.
Di salute malferma, da bambina soffrì di epilessia e pertanto, costretta per lunghi periodi a letto, trascorse molto tempo in solitudine a disegnare e a leggere.
Più grande studierà arte per corrispondenza, sviluppando così il suo talento e Cecily ne aveva tanto, così come era dotata di una spiccata fantasia e di grande dimestichezza con i pennelli: la sua tecnica comprende l’uso degli acquarelli, delle pitture ad olio e dei pastelli.
Aveva anche una profonda conoscenza della botanica e, se voleva dipingere piante e fiori che non riusciva reperire, se li procurava nelle serre londinesi di Kew Gardens.
Appena quindicenne pubblicherà alcuni dei suoi lavori, sotto forma di cartolina e, nel 1923, darà alle stampe il suo primo libro, Flowery Fairies of the Spring.
Le immagini di questo e degli altri libri che seguiranno sono accompagnate da versi in rima, brevi poesie che Cicely componeva raccontando le storie e le avventure delle sue fate.
Sono l’emblema della purezza e dell’innocenza le fate di Cicely, in loro c’è grazia, candore e armonia.
Nata alla fine dell’epoca vittoriana, la Barker subì l’influenza dei pittori maggiormente in voga a quel tempo, in particolare i preraffaelliti, tra i quali prediligeva John Everett Millais e Edward Burne-Jones.
Guardate i loro quadri e poi guardate i disegni di Cecily.
Osservate l’incanto trasfigurato nel bacio a fior di labbra tra la Fata Ginestrone (Goose Fairy) e il suo innamorato: lei si china verso di il suo folletto e lui si protende verso di lei, con una lievità incomparabile.
E la Fata del Salice (Willow Fairy), che timida immerge la punta del piedino nell’acqua di uno stagno mentre intanto si sorregge ad un rametto, è davvero eterea con un angelo, mentre la Fata non ti scordar di me (Forget-me-not Fairy) inginocchiata alla base del suo fiore, lo ammira con uno sguardo così trasognato e sperduto da far pensare proprio ad  alcuni quadri della corrente pittorica preferita dalla Barker.
I bambini ritratti da Cicely sono tutti reali: erano gli allievi della scuola d’infanzia della sorella, erano figli e parenti di amici, per l’occasione trasformati in folletti e creature del bosco.
La Fata Primula (Primrose Fairy), ad esempio, altri non è che la piccola Gladys Tidy, la giovane domestica di casa Barker.
Per i suoi piccoli modelli, Cicely creava dei costumi, costruiva le alette e, nel dipingerli, curava ogni minimo particolare per renderli più reali possibili in ogni dettaglio.
E allora, se penso a lei, è così che la immagino: seduta sotto un albero, di fronte al suo cottage, in una fresca giornata estiva.
Davanti a sè ha il cavalletto con i suoi fogli, i colori, tanti e variopinti, sono sparsi ai suoi piedi e attorno a lei, con quei gonnellini di stoffa, ecco la margheritina , la fucsia e la lavanda, e poi la mora, che ha i riccioli neri, il nasino all’insù e la bocca carnosa e più discosto, vicino ad un cespuglio,  un ragazzino con un’espressione furbetta che indossa un buffo cappellino di foglie, poi un bimbo abbigliato con le tinte del nocciolo e una piccina con una vestina candida e una coroncina di fiori in testa ad  incorniciarle i capelli.
Non si sposò mai Cecily né ebbe mai dei figli.
Ebbe gli elfi, le fate dei fiori, degli alberi e dei sentieri.