La generosità del Duca di Galliera e il Porto di Genova

Questa è una storia di munifica generosità di cui fu protagonista un illustre personaggio: Raffaele Luigi De Ferrari, Duca di Galliera e Principe di Lucedio.
Patrizio e banchiere, abile uomo di affari dotato di intuito e grande intelligenza nei suoi investimenti, possedeva immense fortune e il suo astro attraversò l’Ottocento lasciando un segno indelebile sulla sua città: a lui e alla sua consorte, Maria Brignole Sale, i genovesi devono sincera gratitudine.
E andiamo al fatto che desidero raccontarvi: correva l’anno 1873 e il Duca si trovava nella sua bella villa di Voltri, insieme a certi suoi amici.

Villa Brignole Sale

Tra le tante conversazioni si finì per parlare dei lavori di ampliamento del Porto di Genova: come saprete il nostro concittadino dimorava a Parigi, tuttavia nel suo cuore c’era sempre la sua città.
La questione del porto era davvero spinosa: il governo pareva non decidersi a provvedere in merito e ognuno diceva la sua, alla fin fine erano anni che non si concludeva nulla.
Tra il resto, disse uno dei presenti, per iniziare quei lavori occorrevano tanti soldi, per lo meno una ventina di milioni.
Il Duca di Galliera, a quel punto, disse che lui era disponibile a prestarli a un interesse davvero basso e siccome doveva tornarsene a Parigi lasciò a persone di sua fiducia l’incarico di riferire al sindaco la sua proposta.

Genova

Un anno trascorse e il Duca ritornò nella Superba.
Chiese quindi notizie riguardo alla sua offerta e gli venne risposto che il Municipio era assai grato di cotanta generosità, tuttavia non si voleva gravare la comunità di un tale peso economico: l’interesse, per quanto basso, era pur sempre da restituire e non si sapeva come fare.
Allora il De Ferrari rilanciò: avrebbe prestato l’ingente somma senza interesse alcuno, la sola cosa che contava era che si iniziassero questi benedetti lavori del porto prima che lui lasciasse le cose del mondo.

Porto di Genova

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Un altro anno scivolò via e nel 1875 il Duca di Galliera ritornò e ancora si curò di domandare come fosse stata accolta la sua seconda offerta.
Gli fu detto che il Municipio era comunque in difficoltà in quanto, pur eliminando l’interesse, restituire quei venti milioni era una faccenda complicata!
A questo punto il Duca di Galliera non fece un piega e sapete come se ne uscì?
Con piglio deciso affermò che quei sonanti 20 milioni li avrebbe regalati, ora la palla passava a quelli del Governo, che si sbrigassero a iniziare gli agognati lavori nel porto di Genova.
Subito venne portata la lieta notizia al Presidente del Consiglio dei Ministri, Marco Minghetti.
Costui, venuto a conoscenza della generosa donazione, si affrettò a sincerarsene di persona e in seguito giunse al cospetto del Duca di Galliera, nella sua villa di Voltri.

Villa Brignole Sale (2)

In quella circostanza il Duca fece presente che Genova era ancora debitrice al Governo di una somma piuttosto ingente per la cessione della Darsena.
Tiriamo una riga sopra a quel debito – disse il Duca – e io provvederò alla donazione di 20 milioni.
E così fu.
Naturalmente, da abile e attento qual era, si premurò che si vigilasse sui lavori del porto perché venissero fatti ad arte senza spreco di tempo e di denari.

Genova (2)

L’eco della sua fama corse di bocca in bocca, tutta la città era grata al Duca di Galliera per il suo dono.
Un giornale del tempo, l’Illustrazione Italiana, celebrò il bel gesto e la grandezza di Raffaele De Ferrari: è il lion del giorno, si scrive a proposito di lui, il Re gli ha assegnato l’Ordine Supremo dell’Annunziata, Garibaldi gli ha scritto parole di stima.
L’affare dei 20 milioni si concluse con successo, al suo ritorno da Roma il Duca di Galliera trovò ad accoglierlo l’intera città.

Illustrazione Italiana

Tratto da L’Illustrazione Italiana di Proprietà di Eugenio Terzo

Racconta il cronista che la Superba era tutta illuminata a festa, i genovesi accorsero alla stazione per accompagnare il Duca di Galliera alla sua casa sita in quella che un tempo fu Piazza San Domenico e che già allora era stata ribattezzata con il nome del munifico benefattore, naturalmente è la nostra Piazza De Ferrari.

Piazza De Ferrari

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il cuore dei genovesi traboccava di tale affettuosa gratitudine che vennero staccati i cavalli dalla carrozza per condurre la stessa a braccia fino alla casa del Duca.
Il nobiluomo di nascosto, scese dal mezzo e si rifugiò nella bottega di un pizzicagnolo mentre la folla continuò a condurre la carrozza dove erano seduti solo i servitori.
Il Duca, commosso, giunse a destinazione un quarto d’ora dopo.

De Ferrari (3)

Questo magnifico genovese e la sua consorte mostrarono la loro generosità in molte altre circostanze, a lei si devono la donazione dei loro Palazzi di Strada Nuova e la fondazione di diverse strutture ospedaliere come il Galliera.
Vi ho narrato la meravigliosa vicenda della donazione per il porto grazie a un caro amico, il solito Eugenio ha trovato una perla tra i suoi preziosi volumi e mi ha scritto una mail, il testo è esattamente questo: sto leggendo un libro che parla di alcuni personaggi e vi si leggono alcuni aneddoti, interessante è quello sulla questione dei 20 milioni in oro dati dal Duca di Galliera per il Porto, non so quanti conoscano tutta la trafila per giungere a questa donazione.

Via Garibaldi
Ecco, io sono tra coloro che non ne sapevano nulla di tutti questi dettagli ma ho la fortuna di avere amici e lettori come Eugenio che amano condividere il proprio sapere con gli altri.
Grazie a persone come lui questo blog a volte diventa un racconto a più voci: alcuni rendono partecipi gli altri di un ricordo, altri di un libro dimenticato, altri ancora di immagini introvabili oppure di una memoria di famiglia.
Ringrazio Eugenio per avermi inviato le pagine tratte da “Libro Cronaca del 1891” di Ferdinando Resasco dove viene narrata la storia della favolosa donazione e gli articoli dell’Illustrazione Italiana del 1875 e 1876 che raccontano i festeggiamenti per il duca di Galliera.
Raffaele Luigi De Ferrari morì nel 1876, tornerò a scrivere ancora di lui e di ciò che fece per la nostra città.
Genova volle celebrarlo con un monumento che venne commissionato allo scultore Giulio Monteverde, la statua in bronzo fu collocata a Principe nel 1896, rimossa poco più di cent’anni dopo per alcuni lavori e riposta in un magazzino.

Monumento al Duca di Galliera

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il monumento rappresenta figure allegoriche, si riconoscono il genio alato della Munificenza e Mercurio, il Dio dei commerci.
La statua di grande pregio è stata anche oggetto di vandalismi e ora è sottoposta ad accurati restauri, dovrebbe essere ricollocata in fondo a Via Corsica, davanti al Porto per il quale il Duca di Galliera spese i suoi denari.
Io spero che questo accada molto presto e che tutti i genovesi possano ammirare il monumento che celebra la grandiosa munificenza di Raffaele Luigi De Ferrari per il quale non posso che usare le parole scritte da Ferdinando Resasco: ora abbiamo un porto e, vogliate o no, il Duca di Galliera ci ha il suo merito.

Monumento al Duca di Galliera (2)Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Genova, 1446: la storia di Maria e un dono speciale per me

Accade il 20 Giugno 1446, nella stagione del vento caldo, quando l’aria è intrisa del lindo profumo dei boccioli che si schiudono.
Anche Maria è un fiore esotico e delicato, Maria viene da lontano: è tartara, ha 24 anni ed è la schiava di un cittadino genovese, Manuele di Rapallo.
Qual è il prezzo di una vita?
Lei è giovane e forte, appartiene a Manuele ormai da lungo tempo, forse è arrivata nella sua casa quando ancora era bambina o magari vi è giunta all’epoca della sua adolescenza acerba.
E qual è il valore della sua vita? Quale il suo prezzo?
Davvero è alto, Maria e la sua pelle chiara valgono ben 150 Lire: a tale cifra ammonta lo stipendio di un anno di un insegnante privato con un centinaio di allievi, un marinaio guadagna quella somma in tre anni di fatiche.

Reti

È preziosa Maria, è un bene di grande valore.
E poi ci sono i sogni mai svelati, i desideri segreti, le parole non dette, la vita immaginata.
E la felicità, da qualche parte.
È bella Maria? Forse ha i capelli lunghi raccolti in una treccia e lo sguardo vivace.
Accade in un giorno d’estate, il 20 Giugno 1446, in Piazza Banchi.
Manuele di Rapallo si presenta davanti al banco del notaio Raffaele Fornari, Maria non è con lui.

Piazza Banchi (2)

E al cospetto del notaio Manuele compie un gesto generoso: dona alla sua schiava la libertà, mantiene per se stesso soltanto il diritto di patronato che comprende rispetto, diritti di devozione, talvolta sono anche contemplati prestiti in denaro e opere.
Maria però adesso è libera.
Chi è quest’uomo che priva se stesso e la sua famiglia di un bene così importante?
Perché lo fa?
Forse è anziano e questo è il suo modo di dimostrarle il suo affetto, per evitarle di cadere nelle mani dei suoi discendenti che forse non la tratterebbero con riguardo?
Nell’atto stilato dal notaio si legge che Maria è stata affabile e diligente e che il suo padrone desidera ricompensarla.
E si legge che lei ha chiesto che le venga concessa la libertà, tuttavia davanti al notaio Maria non c’è.
E allora.
E allora immagina.
Forse Manuele è giovane, forse è innamorato di lei, forse lei non sa nulla di quel dono.

Archivio di Stato

Archivio di Stato di Genova

Lo vedete Manuele? Lascia Banchi e tra le mani stringe l’atto stilato dal notaio, per Maria tutto sta per cambiare.
Il documento che è giunto ai giorni nostri è la minuta, il medesimo testo veniva anche scritto su pergamena.
E alla minuta il notaio ha riservato una cura speciale: la prima lettera è decorata e vergata con grazia, questo accadeva molto di rado, è l’unico documento della filza ad avere questa particolarità.
Perché il notaio ha curato quell’iniziale con tanto riguardo?
Forse è accaduto perché si trattava di un’azione buona e generosa, su quel foglio tanto prezioso sono scritte parole di infinita bellezza che suggellano un gesto importante, si restituisce a una giovane donna un bene inestimabile del quale nessuno dovrebbe mai essere privato: la libertà.
E allora immagina.
Forse Manuele è giovane, forse è innamorato di Maria.
Corre a perdifiato per la città, per portare a lei quel foglio e metterlo tra le sue mani, è il dono più grande.
Corre per i caruggi, va da Maria.

Vico del Duca
Voglio pensare che si siano sposati e che la loro vita sia stata felice.
Il documento è conservato tra i tesori dell’Archivio di Stato: c’è il nome di lei, non sono narrati  i sogni che non potremo mai conoscere, i desideri di una ragazza tartara di 24 anni e quell’esistenza che ha avuto un corso inaspettato.
Il documento è stato restaurato in occasione della recente iniziativa denominata Adotta un documento promossa dall’Archivio di Stato, il progetto è volto al recupero e alla conservazione del nostro patrimonio.
Io ho ricevuto un dono semplicemente meraviglioso.
La Dottoressa Giustina Olgiati mi ha narrato questa storia con ricchezza di particolari e ha anche dedicato a me il documento restaurato: mi ha dedicato quel foglio che diede a Maria il sorriso e la fiducia nel futuro.
È uno dei regali più commoventi che abbia mai ricevuto, ringrazio ancora di cuore Giustina Olgiati per le belle parole che mi ha riservato, mi sono davvero commossa.
E  in chiusura di questo articolo vi mostro il documento.
C’è quell’iniziale decorata e bella, segna il principio di un destino che muterà.
E c’è il mio nome, sotto a quello di Maria.
Su un foglio dove è scritta quella parola preziosa: libertà.

Maria

Lasagne e Maccheroni, una preziosa ricetta del 1416

Una nuova chicca dal passato, su queste pagine, per voi.
Per questo articolo così particolare devo un sentito ringraziamento alla Dottoressa Giustina Olgiati, appassionata studiosa che ha affascinato tutti noi presenti alla sua conferenza tenutasi all’Archivio di Stato e dedicata ai Mercanti di Genova, penso che lei sia davvero l’angelo custode delle storie dei nostri giorni lontani.

Tutti i genovesi del Mondo

Tutti i Genovesi del Mondo – Manifesto della Mostra

Durante la sua meravigliosa narrazione la Dottoressa Olgiati ha svelato ai suoi stupiti ascoltatori un’antica ricetta per condire le lasagne e i maccheroni.
E sì, lei ha perfettamente compreso la mia curiosità in proposito e gentilmente mi ha inviato il testo completo di questo insolito manicaretto tratto dal volume di Antonia Borlandi, Il manuale di Mercatura di Saminiato de’ Ricci edito da Di Stefano nel 1963.
E dunque facciamo un passo indietro e andiamo all’anno 1396.
A Genova c’è un giovane mercante fiorentino, il suo nome è Saminiato de’ Ricci e scriverà con cura e attenzione un testo dedicato all’arte della mercatura, dettagliando minuziosi particolari relativi a pesi e monete adottati da luoghi diversi.

Bilancia

Antica bilancia da Farmacia – Farmacia Sant’Anna

Ahimè, la vita di Saminiato sarà breve, accusato di aver presto parte a una congiura, verrà giustiziato nella sua Firenze.
Il suo scritto però giungerà in buone mani e nel 1416 la sua opera verrà ultimata da Antonio Da Pescia, figlio del fattore di uno dei De’ Medici.
E dopo tanto discettare di soldi e di affari il nostro Antonio lascia ai suoi lettori una sua saggia divagazione: nella vita conta anche saper godere di piccole felicità e la buona cucina è certo una di queste!
E fa di più, scrive per i suoi lettori una ricetta, in questo modo si possono gustare deliziose lasagne o succulenti maccheroni, ognuno scelga ciò che più gli aggrada.
Ecco cosa occorre per cucinare alla maniera di Antonio Da Pescia.

Chi ragiona di chambi e chi di merchatantie sempr’è chon afanni e tribulazioni. Io farò il contrario e darovi ricetta a fare lasangnie e maccheroni.
Chi vuole buone lasangnie habbi 3 capponi grassi con un pezo di buono manzo. Li chuocha; quando son cotti trai l’occhio alla pentola, e fa da llato uno pentoletto; e abbi le lasangnie bene sottili, e a falde a falde le metti, e mai non le mestare; e quando sono apresso a chotte, abbi di buono ravagnolo mescholato con buono parmigiano, e uno poco ne metti a bollire.
Quando sono chotte le schodella; ebbi del grasso del chappone e del manzo, e di sopra le chondisci, e fatto questo le coperchia con una schodella perché si confetti bene. E non bechasti mai meglio.
E quasi questo stile si vuole tenere a macheroni. Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia, che voglio ghodere co’ compagnoni. Amen.

Avete compreso ogni parola?
Naturalmente il linguaggio è un po’ complicato e arcaico ma direi che si capisce abbastanza bene.
Un bel pezzo di manzo e addirittura tre capponi, questo sugo sembra un po’ pesante, eh, sospetto che sia poco digeribile!
È insaporito con il ravagnolo, si tratta di un tipo di formaggio.
E certo avrete notato la mancanza di un ingrediente per noi fondamentale: il pomodoro.
Correva l’anno 1416 e il nostro prode Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto l’America, quindi in Europa ancora non conoscevamo queste preziose bontà che da sempre arricchiscono i nostri piatti.

Pomodori

E poi.
E poi quella poesia sulle lasagne che devono essere sottili e vanno versate a falde, una ad una, una pioggia di delizia che poi verrà servita fumante a tutti i commensali.
E non manca una tipicità della nostra cucina: il Parmigiano, il re di tutti i formaggi.

Parmigiano

Parmigiano e pomodori, uno dei doni di Colombo
Hotel Cenobio dei Dogi di Camogli

Uno dei passaggi del testo appare un po’ oscuro e tuttavia posso fornirvene la spiegazione in quanto mi è stata data appunto dalla Dottoressa Olgiati.
Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia: questa frase si riferisce alle pratiche mercantili e significa chi vuole emettere una lettera di cambio a Bugia, in Africa Settentrionale, da pagare poi a Parigi lo faccia.
E poi.
E poi la saggezza: godetevi la vita.
Io lo faccio, scrive il nostro Antonio, coi compagnoni.
Non pensate soltanto ai denari e ai commerci, dedicarsi agli affari è fonte di preoccupazioni: sedetevi a tavola con i vostri amici, godetevi il piacere della loro compagnia e condividete un buon pranzo.
Lasagne o maccheroni, alla maniera di Antonio Da Pescia.

Da Pescia

Antonio Da Pescia
proiezione all’Archivio di Stato di Genova durante la Conferenza della Dottoressa Olgiati

La fregata Shtandart al Porto Antico

Vi basterà andare al Porto Antico e anche voi potrete vivere l’emozione di un particolarissimo viaggio nel tempo.
Ancorata tra i pescherecci e gli yachts troverete la Shtandart, una fregata che batte bandiera russa ed è la replica perfetta della nave costruita per volere di Pietro il Grande nel 1703.

Fregata (2)

Si può perdere l’occasione di visitarla?
Certo che no, io ho anche fatto di più, ho parlato a lungo con colui al quale si deve la realizzazione di questa affascinante nave, si chiama Vladimir e ne è anche il comandante, nelle sue parole traspare la sua grande passione per il mare.

Fregata (3)

L’imbarcazione è stata costruita nel 1994, basandosi su un modellino realizzato dagli studiosi del Museo Hermitage di San Pietroburgo.
La Shtandart ha iniziato i suoi viaggi nel 1999 e da allora assolve a uno splendido compito: qui si insegna ai giovani l’arte della navigazione e, come si legge sul manifesto, li si aiuta a sviluppare la personalità, l’autostima e il carattere.

Fregata (4)

L’imbarcazione può ospitare 25 persone: 6 sono parte dell’equipaggio permanente, poi ci sono appunto coloro che tentano questa entusiasmante avventura.
Una fregata è una magia di nodi e di corde tese contro il cielo.

Fregata (5)

Saliamo a bordo, ci attendono diverse sorprese.
E poi guarda, guarda nei vetri del palazzo davanti al quale è ancorata la Shtandart, c’è la solita magia di specchi.

Fregata (6)

E guarda bene, lassù nell’azzurro c’è un ragazzo impegnato con le corde.

Fregata (7)

Gli amanti del mare sfidano vertiginose altezze, eccolo qua il coraggioso membro dell’equipaggio.

Fregata (8)

E il fascino di un’antica fregata colpisce la fantasia.

Fregata (9)

Oltre ad essere una ricostruzione fedele, naturalmente la Shtandart assolve a tutti gli standard di sicurezza, è fornita di 2 motori e di di un generatore.
E poi è legno, corde e scalette.

Fregata (9A)

E voi come vi sentireste al pensiero di arrampicarvi lassù?

Fregata (10)

Gironzolo per la nave e penso alla bellezza di realizzare i propri sogni, questo sogno caparbio è divenuto una solida realtà.

Fregata (12)

Tutte le attrezzature di bordo sono fedeli al modello originale.

Fregata (13)

E come al tempo di Pietro il Grande ci sono persino i cannoni!

Fregata (14)

E quella porticina laggiù cosa mai celerà?
Signori, si va nei locali destinati alla ciurma, così erano nel ‘700!

Fregata (15)

Bauli e forzieri non mancano, il tempo pare essersi fermato.

Fregata (16)

In altri secoli si dormiva sull’amaca, pensate a certe notti di tempesta sconvolte dal fragore delle onde.

Fregata (17)

Il buio era rischiarato dalla luce fioca delle candele.

Fregata (18)

Una nave che impavida solca mari lontani.

Fregata (19)

Pensate ai marinai e alle loro cene frugali, mangiavano su tavole come queste.

Fregata (20)

Poi ho fatto un giro anche nel locali moderni riservati all’equipaggio e agli ospiti, mentre ero lì si stava preparando il pranzo.

Fregata (20A)

Sulla fregata, in mare aperto, penso che questa sia un’esperienza indimenticabile.

Fregata (22)

E immaginate ancora il mare potente con le sue onde che si abbattono sullo scafo, la fregata non teme nulla e affronta la burrasca.

Fregata (23)

C’è chi regge saldamente il timone e conduce la nave in un porto sicuro.

Fregata (24)

Certo, sarebbe magnifico vederla a vele spiegate, immagino che sia uno spettacolo incomparabile.

Fregata (25)

La fregata Shtandart naviga sui nostri mari, è stata in Norvegia e a in Spagna, ora è giunta a Genova qui resterà fino al 24 Ottobre, quindi ripartirà alla volta di Livorno e Piombino.
Si può visitare con un piccolo contributo di 2 Euro, i bambini pagano invece solo 1 Euro.
Ed è davvero una bella emozione salire sulla fregata.

Fregata (26)

Ecco la campana di bordo.

Fregata (27)

E poi Genova, il suo mare luccicante e il profilo di un delfino.

Fregata (28)

Il cielo, le nuvole, i vessilli e quella magia di corde.

Fregata (29)

La polena e le sue fattezze leonine.

Fregata (30)

Un viaggio nel tempo, un tempo che ha i suoni del mare e delle voci di marinai, una suggestione che attende tutti coloro che abbiano il desiderio di scoprirla.

Fregata (31)

Archivio di Stato di Genova: tutti i genovesi del mondo

C’è un luogo, a Genova, dove potrete scoprire la storia di tutte le storie, vi troverete la grandezza di tempi lontani e tutto ciò che testimonia la gloriosa potenza della Superba.
L’Archivio di Stato di Genova si trova in Carignano, nell’antico complesso di Sant’Ignazio in Santa Maria in Via Lata, già solo la bellezza del luogo vale una visita.

Archivio di Stato (2)

E se vorrete consultare i faldoni che contengono antichi documenti vi accomoderete nella sala di lettura.

Archivio di Stato (3)

Di recente ho avuto modo di fare una visita speciale, a tal proposito ringrazio la Dottoressa Giustina Olgiati per il tempo che mi ha dedicato e per i suoi racconti appassionati.
E allora vi porto là, alla mia maniera semplice e piana, lascio la complessità e gli approfondimenti agli esperti del settore, se andrete all’Archivio di Stato anche voi potrete ascoltare le narrazioni della Dottoressa Olgiati, fino al 5 Dicembre è allestita una mostra a ingresso gratuito che vi porta a conoscere Tutti i Genovesi del Mondo.

Archivio di Stato

Oltre a ciò io ho veduto altri documenti che non sono parte dell’esposizione e voglio dirvi che ho tenuto tra le mani una carta con la firma di una Papa.

Archivio di Stato (4)

E poi ho sfiorato un documento vergato da un imperatore, si tratta di carte antiche che risalgono all’incirca all’anno 1000.

Archivio di Stato (5)

E poi ho potuto aprire due piccoli volumi, contengono i regolamenti e gli statuti della Compagnia dei Caravana: nata nel XIV secolo, era l’associazione dei lavoratori del porto, la maggior parte di essi provenivano dalla zona di Bergamo.
E sapete?
La compagnia aveva dei posti letto riservati ai propri membri presso l’Ospedale di Santa Maria Maddalena e nel libretto c’è l’inventario di ciò che era di loro appartenenza: cuscini e materassi, camicioni e trapunte, un’organizzazione davvero perfetta.

Archivio di Stato (6)

Il libro che vedete nell’immagine sovrastante risale al 1340, quello che potete ammirare nella foto che segue è invece del 1400.

Archivio di Stato (7)

E non si può descrivere la raffinatezza di certi particolari.

Archivio di Stato (8)

E poi sul tavolo sono stati posti dei cartoncini, sono stati usati per racchiudere le filze.
E come potete notare sono rifasciati: all’epoca, nel ‘500, si usavano vecchie carte, se non ricordo male in questo caso si tratta di carta da musica del ‘300.

Archivio di Stato (9)

E poi ancora, ho visto un documento risalente al 958 con il quale Berengario e Adalberto confermano agli abitanti di Genova il riconoscimento dei loro beni con la proibizione per i rappresentanti regi di esigere diritti fiscali.

Archivio di Stato (10)

E poi ho visitato la mostra Tutti i Genovesi dei Mondo: l’esposizione mette in evidenza la straordinaria capacità mercantile dei nostri predecessori, l’abilità diplomatica, il talento nella navigazione e nei commerci.

Archivio di Stato (11)

E là incontrerete suggestioni che vi faranno rivivere emozioni inusitate, tempi lontani ed eroici.
Vi fermerete davanti a una teca dove è esposto il primo documento: La Bonna Parolla, anche detta Portolano Sacro.
E’ la preghiera della gente di mare, tutti coloro che si trovano su una nave al momento della partenza si uniscono in una devota preghiera corale, si rivolgono a Dio e ai Santi perché concedano la loro protezione in favore della nave, degli uomini e della mercanzia.
Ci si affida alla Madonna e a San Giuliano, patrono della gente di mare.
Questi viaggi sono lunghi e pericolosi, così nel Portolano Sacro sono citati tutti i Santi delle località percorse dai mercanti genovesi durante la navigazione, sono citati i Santi che proteggono coste, promontori e città costiere.

Archivio di Stato (12)

Un viaggio nel passato ti permette incontrare anche la gente comune.
Andate a cercare Raffaellino, aveva solo nove anni quando venne affidato al cartografo Battista Beccari, così iniziò il suo apprendistato, come testimonia questo documento del 1427.

Archivio di Stato (13)

E poi cercate questa carta del 1210, riguarda le nozze tra Manuele, figlio di Nicolò Doria e Iurga, figlia di Comita II, giudice di Torres.
Un matrimonio combinato, come spesso accadeva per tutelare certi interessi, io mi sono chiesta se poi Iurga abbia avuto una vita felice.

Archivio di Stato (14)

E poi ancora, come l’avrà presa Alarame Salvago?
L’ufficio di San Giorgio ha predisposto il sequestro della merce trasportata sulla sua nave come pagamento di una certa tassa da lui dovuta.
Il carico comprendeva panni di lana, cuoi di vitello e merletti e guardate un po’, sul documento ci sono dei segni, venivano apposti sugli involucri ed erano i segni distintivi di ogni mercante.

Archivio di Stato (15)

Questo è lo statuto concesso nel 1251 da Ferdinando III di Castiglia, si permette così ai genovesi di commerciare a Siviglia.

Archivio di Stato (16)

E poi, dieci anni dopo, Alfonso X concede ai genovesi un quartiere in quella stessa città di Siviglia dove si facevano fiorenti affari.

Archivio di Stato (17)

Vedrete un volume molto prezioso, a parte questo ne esiste solo un altro.
E’ del Caffaro, questa è la sua narrazione della conquista di Almeria e Tortosa risalente al 1147-1148.

Archivio di Stato (18)

Il cronista delle imprese dei Crociati, questa è la magia del suo scritto.

Archivio di Stato (19)

Questi sono solo alcuni dei documenti che potete ammirare a questa mostra, troverete accordi di pace e libri dei conti dei genovesi che fecero affari in terre lontane.
Mercanti, gente di mare, persone che sapevano come far girare i soldi.
E tutto qui, all’Archivio di Stato, dove si conservano documenti fragili a volte usurati dai secoli, carte di valore inestimabile che devono essere protette e salvate.
Vi segnalo anche il link della mostra con gli orari, lo trovate qui, come già vi ho detto è a ingresso libero e sono possibili visite guidate gratuite.
Le righe che seguono sono la parte più importante del mio articolo, le scrivo per farvi sapere che ognuno di noi può dare un piccolo contributo per tutelare e difendere le preziose carte dell’Archivio di Stato, ci sono diversi modi per diventare parte attiva nella tutela del patrimonio cittadino.
Si può adottare un documento e provvedere al suo restauro, nel luogo dove si conserva la storia di tutte le storie.

Archivio di Stato (20)

Venite qui e cercate la vostra Anna.
Provate a darle un volto, a immaginare le sue fatiche e a rivivere le sue speranze.
Anna.
Chi sarà mai costei?
Anna era una schiava bulgara che ottenne la libertà e con essa forse una vita felice, almeno spero.
E basta davvero poco per lasciare il proprio segno e per tenere in vita la memoria di Anna e di tutti coloro che sono venuti prima di noi.

Archivio di Stato (21)

Via di Scurreria, sulle tracce dei patrioti

Genova dai mille sguardi che amorosi e benevoli si posano su di voi, sguardi di Santi e di Madonne ritratti nelle statue collocate nelle molte edicole del centro storico.
Ci sono poi altri sguardi che appartengono alla storia e alla nazione intera, richiamano alla mente gesta eroiche che a volte paiono distanti nel tempo ed estranee al nostro quotidiano.
Evocano una parola caduta in disuso, negletta e quasi dimenticata: patria, una parola perduta che non si pronuncia quasi più.
Orgoglio dell’Italia e di Genova i nomi di coloro che si sacrificarono in nome di alti ideali, nella città di Mazzini, Savi e Ruffini troverete spesso tracce risorgimentali, i muri di Genova ancora raccontano quelle giornate.

Il tricolore - Genova

E se andrete in Via di Scurreria lasciate che su di voi si posi uno di questi sguardi, appartiene a una figura femminile graziosa ed armoniosa, la trovate proprio sopra ad una delle vetrine di un celebre negozio di abbigliamento, salendo la vedrete alla vostra sinistra.

Via di Scurreria

Ritta tra due cornucopie dalle quali fuoriescono frutti profumati e gustosi,  la fanciulla scolpita su quel marmo è circondata dall’abbondanza.
Lei indossa un manto che copre le sue fattezze, questa giovane donna fiera è una figura allegorica e rappresenta l’Italia Turrita, così detta perché  porta sul capo  una corona muraria con tanto di torri.
Fanciulla amata dai patrioti, l’Italia.

Via di Scurreria (3)

Con una mano regge il tricolore sul marmo potrete leggere questa frase: Italia libera, Iddio lo vuole e lo sarà.
Queste parole, come scrive lo studioso Leo Morabito, richiamano il motto delle Crociate, Dio lo vuole.
L’altorilievo risale al 1847, a giorni di furore, in quell’anno si vide una moltitudine di genovesi salire in corteo verso il Santuario di Oregina.
Era il 10 dicembre, era l’anniversario della cacciata degli Austriaci, alla testa di quel corteo c’era un giovane, Goffredo Mameli, trovate qui il racconto di quella epica giornata.
Tra i vessilli condotti dagli uomini in marcia, il giovane Mameli intona il Canto degli Italiani, destinato a divenire il nostro inno nazionale.
In nome dell’unità, in nome di un ideale per il quale egli sacrificò la sua vita.
In nome dell’Italia, colei che potete vedere nella strada un tempo percorsa dai patrioti.

Via di Scurreria (2)

Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita

Una figlia del popolo, un fiore pronto a sbocciare alla corte di Francia.
Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita, è il libro che narra le avventurose vicende dell’ultima amante di Luigi XV.
La biografia di André Castelot, storico e stimato studioso, restituisce un ritratto vivido e vivace di un mondo e vi condurrà proprio là, nello scintillio della Reggia di Versailles con le sue dolci e ingannevoli seduzioni.
Chi è Jeanne Bécu, colei che un giorno diverrà Contessa per volere del re?
Intelligente e astuta, Jeanne è conscia della propria venustà, ha ammalianti occhi violetti, le fossette, è un petalo di rosa nel latte, qui potete ammirarla in un celebre dipinto.
Da principio lavora in un negozio di moda poi sul suo cammino incontrerà un certo Jean du Barry noto come lo scaltro, basta per capire di cosa sarebbe capace costui?
Fa girar la testa agli uomini la bella Jeanne, ben presto praticherà il mestiere più vecchio del mondo.
E’ ammaliante e bionda, frizzante e al contempo angelica come una creatura di Fragonard.
E uno sguardo si posa su di lei, è lo sguardo del destino, quello del Bien-Aimé, il Beneamato, così veniva definito Luigi XV.
E per comprendere quanto lei lo avesse stregato basta un breve aneddoto che riporto dal libro, a chi gli chiedeva come mai quella ragazza lo turbasse così tanto il sovrano rispose:

“…è la sola donna di Francia che abbia trovato il segreto di farmi dimenticare che ho sessant’anni.”

Jeanne di anni ne ha 25, a Versailles verrà osteggiata in primo luogo dalla Delfina Maria Antonietta, colei che è destinata a sposare Luigi XVI, successore di Luigi XV.

Versailles

Versailles

Ah, la futura Regina ancora sedicenne si rifiuta di parlare alla favorita, ci vorrà del bello e del buono per convincerla.
Sua madre, l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, la rimbrotta: Maria Antonietta deve compiacere il Re e mettere da parte il suo orgoglio.
La Delfina è costretta a cedere e  davanti a tutti i cortigiani che affollano la reggia dirà queste poche parole alla favorita: c’è molta gente oggi a Versailles.
Non le parlerà mai più, per il resto della sua vita.
L’esistenza di Jeanne si snoda tra luci e ombre, scintillano le sue pietre preziose, gli innumerevoli diamanti e le ametiste con cui si adorna i capelli.
E poi lei ha questo vezzo di togliersi gli anni, con il tempo prenderà l’abitudine di mentire sulla sua vera età.
E infine, ad oscurare il suo splendore, sopraggiungerà la malattia del Re.
E’ l’inizio della caduta di lei, Luigi allontana Jeanne da corte, cerca così di purificarsi dei suoi peccati terreni.
Il vaiolo uccide il monarca, Jeanne inizia la sua discesa a precipizio verso la disfatta.
Non vi svelerò troppi dettagli, il libro di Castelot è una lettura avvincente, scritta con mirabile competenza, a volte ha il ritmo di un romanzo, è il romanzo di una vita, tra le luci di Versailles e il fragore assordante della rivoluzione.
E attorno alla Contessa du Barry dame e cortigiani, tipi sinistri e approfittatori, rivoluzionari e figure che paiono uscite dalla penna di un scrittore dalla fervida fantasia.
E’ così la storia, spesso è più intricata dell’immaginazione.
E così il destino, crudele e beffardo: Maria Antonietta detestava Jeanne, entrambe finirono i loro giorni sulla ghigliottina.
Le pagine che narrano il processo, la prigionia e la condanna di Jeanne suscitano pena e commozione, la sua fine è angosciosa e straziante.
E negli ultimi istanti della sua esistenza lei piange e urla, si dice che sia stata la sola a disperarsi e a supplicare i suoi aguzzini di aver salva la vita.
La folla intorno la deride e lei, sulla carretta che la conduce al patibolo, resta saldamente avvinta alla panca, i suoi carcerieri devono tirarla via con la forza.
E’ il 1793, ha 50 anni e ha una nazione intera contro di lei, là, davanti alla ghigliottina, implora ancora il suo boia.
Ancora, con la forza che le resta.
Nella furia della rivoluzione cade anche lei, l’ambiziosa e caparbia Contessa, bella e delicata come un petalo di rosa nel latte.

Versailles (2)

Versailles

Gli amori tempestosi di Filippo Casoni

Questa è una vicenda di amori avventurosi e travagliati, i dettagli sono narrati con la consueta maestria dallo storico Amedeo Pescio.
E’ il 1691 e nella città di Genova c’è un giovane dal brillante ingegno, è originario di Sarzana, è colto e appassionato di storia, si chiama Filippo Casoni ed è destinato a divenire un celebre annalista.
Filippo ha quasi trent’anni quando si incapriccia di Apollonia Acquarone, il nostro arde di passione per questa fanciulla che, a differenza di lui, appartiene ad una blasonata famiglia.
La ragazza lo ricambia ma l’amore a volte è una faccenda complicata, come convincere la nobile famiglia di lei a concedere a Filippo la mano di Apollonia?
Che impiccio!
Per poterla condurre all’altare occorreva inventarsi qualcosa e al nostro non mancava certo l’iniziativa, trovo così un’inconsueta soluzione.
Era una luminosa mattina di settembre, sulla strada che porta verso la Chiesa di Nostra Signora di Belvedere ecco una lussuosa bussola, a bordo di essa c’è la giovane Acquarone in compagnia della sua governante.
La fanciulla non arriverà a destinazione, l’indomito Filippo ha ingaggiato quattro soldati che rapiscono Apollonia per condurla a Coronata in una dimora della famiglia Casoni.
I genitori di lei non ci stanno e si rivolgono alle massime autorità cittadine, quell’incresciosa situazione è da risolvere in fretta.
E così Apollonia viene ricondotta a casa, Filippo invece è tratto in arresto e viene rinchiuso al Palazzetto Criminale.

Via Tommaso Reggio

Lo condannano a vent’anni di carcere, non li sconterà tutti ma durante il tempo che trascorrerà in prigionia Filippo Casoni scriverà parte dei suoi Annali della Storia di Genova.
Le autorità erano state severe, Pescio narra che per un’eventuale grazia erano necessari i quattro quinti dei voti.
Il carcere è duro e Casoni si ammala di tubercolosi, nel 1695 finalmente viene scarcerato: il padre versa 1000 sonanti scudi d’argento e Filippo riconquista la libertà.
Ed è ancora l’amore a metterlo nei guai, questa volta ha il viso di Anne Marie Sistom, inglese e di religione protestante.
Ed eccolo lì l’inghippo, la religione!
Filippo certo non si scoraggia e anche questa volta ne studia una delle sue: fa chiamare a casa il il prevosto delle Vigne e questi, solerte, lascia la sua chiesa per recarsi presso la dimora di Casoni.

Chiesa delle Vigne

Tentò il colpo di Renzo Tramaglino, narra sempre Pescio.
E da consumato artista dell’inganno davanti al prete Filippo Casoni dichiara che Anne Marie è la sua sposa.
Il matrimonio clandestino lo fa finire di nuovo in galera, in questo caso ci resterà soltanto un mese e una volta libero riuscirà a rendere legali le nozze con la sua Anne Marie.
In seguito Filippo avrà anche una seconda moglie, Maria Caterina, su di lei non si registrano avventurose vicende simili a quelle che segnarono le precedenti relazioni del nostro.
Era terminato il tempo degli amori tempestosi di Filippo Casoni, memorabile autore di quegli annali che narrano le vicende della Superba.

Croce di San Giorgio

5 Maggio 1860, Rose Montmasson con le Camicie Rosse

C’era un certo movimento in quei giorni di maggio nella Superba.
Ne narra Giacomo Oddo, suo è un libro che ci riporta a quei momenti epici e alle storie di quegli uomini in camicia rossa che seguirono Giuseppe Garibaldi nella sua impresa.
E alla vigilia della partenza un moto insolito notavasi per le strade di Genova, così scrive l’autore nel suo testo I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie.
Erano visi nuovi, giovani pieni di spirito e di vita, queste parole restituiscono il ritratto di quelle figure eroiche.

Garibaldini

Fotografia esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano

Tra coloro che partiranno c’è anche Francesco Crispi, futuro Presidente del Consiglio.
Crispi ha una moglie, lei è originaria della Savoia e il suo nome è Rose Montmasson, detta poi Rosalia.
I due si sono incontrati nel 1849 a Marsiglia, dove lui era in esilio, la giovane è lavandaia e stiratrice, Rosalia è una donna del popolo.
E ancor prima di divenire sua moglie lei seguirà il suo uomo ovunque, ne condivide le idee e gli ideali.
E’ con lui a Malta, dove Crispi viene esiliato, è al suo fianco a Parigi dove si compie il complotto di Felice Orsini e poi ancora è a Londra, da Giuseppe Mazzini.
Sono anni di fermento, Rosalia è una donna coraggiosa e non conosce timori.
Eccola a Genova, il 4 Maggio del 1860, davanti al mare che bagna lo scoglio di Quarto.

Quarto

Rosalia vuole partire, vuole imbarcarsi con le Camicie Rosse.
Lui, Francesco Crispi, le dice che Garibaldi non vuole donne a bordo ma la sua compagna non si perde d’animo e fieramente si rivolge a Garibaldi in persona.
Scrive Giacomo Oddo che lui le porse la mano e le disse queste parole:

Venite dunque se così vi piace; ma ricordatevi che vi esponete a grave rischio e pericolo, e che io non posso risponder di nulla.

Garibaldi (2)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E giunge il 5 Maggio, narra Oddo che nelle case e nelle osterie di Genova si udivano le voci di reciproco incoraggiamento tra coloro che si apprestavano a partire, l’impresa era vicina.
E tra i molti che lasciano le rive di Liguria c’è anche Rosalia Montmasson che indossa abiti maschili.
Per lei Oddo spende parole generose, narra che al tempo della spedizione di Rosalino Pilo, nel marzo 1860, fu lei ad assumersi il compito di portare lettere e dispacci in Sicilia per avvisare i sostenitori della causa di quanto stava per avvenire.
E nell’impresa dei Mille, unica donna tra tanti valorosi, darà prova del suo coraggio, a Calatafimi combatte a fianco degli uomini ma è anche l’angelo consolatore che soccorre i feriti e se ne prende cura.
Scorreranno gli anni, la sua vita si separerà da quella di Crispi, la loro storia verrà anche sopraffatta dallo scandalo, Crispi avrà accanto un’altra donna che sposerà e verrà accusato di bigamia, anche gli amori più intensi possono terminare nel peggiore dei modi.
In questo giorno ho voluto ricordare la figura di lei e le sue virtù delle quali Rosalia diede dimostrazione in quei giorni durante i quali venne fatta l’Italia.
E la ricordo con le parole che Oddo scrisse per lei, Rosalia Montmasson, l’unica donna che partì con le Camicie Rosse di Garibaldi.

… disinteressata, piena di coraggio, ardita più di quanto in donna soglia accadere, dall’anima vivace, anzi di fuoco, dalla parola pronta, dall’animo schietto, nata alla libertà ed all’indipendenza…

Divise

Divise dei garibaldini Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Veronica Spinola, una principessa generosa

C’era un tempo una principessa, inizia così questo racconto e sebbene di lei io non possa narrarvi ogni istante proverò a ricordare alcune delle buone azioni di questa nobildonna genovese.
Lei vide la luce nel 1625, il suo nome era Veronica Spinola e apparteneva ad una nobile famiglia della Superba che annovera tra i suoi membri diversi dogi ed altre figure eminenti.
Lei, Veronica, ereditò il titolo di principessa di Molfetta da suo padre e andò in sposa a Gio Filippo Spinola, duca di San Pietro in Galatina.
E dovete sapere che il destino di lei è legato alla figura di San Francesco da Paola e al santuario a lui dedicato.

San Francesco Da Paola (8)

Scorrendo una delle biografie del Santo si legge che grazie alla sua intercessione Veronica riuscì a diventare madre, suo figlio si chiamerà Francesco Maria.
Un’esistenza fatta di agi e ricchezze ma la vita sa essere amara anche per le nobildonne, da lì a pochi anni Veronica rimarrà vedova.
Una principessa generosa, fu lei che a sue spese fece ricostruire il presbiterio e il coro della chiesa di San Francesco da Paola, si premurò anche di far rinnovare l’arredamento ligneo del coro e a questo provvide un artista del tempo.

San Francesco da Paola (19)

Munifica e prodiga, Veronica pagò le spese per la sistemazione della strada oggi nota come Salita San Francesco da Paola, ne verrà sistemato l’acciottolato e verranno eretti muri di contenimento.

San Francesco da Paola (10)

E così, visitando la bella chiesa di San Teodoro, è giusto rendere omaggio a questa genovese dal cuore grande.
Quando sarete lì chiedete di visitare la sacrestia, sopra la porta troverete un ritratto di lei.

San Francesco da Paola (12)

E poi non mancate di andare dietro all’altare.
A terra troverete una lapide marmorea, è il sepolcro dei frati, le loro ossa sono proprio sotto ai vostri piedi.

San Francesco da Paola (4)

E non solo, lì in quel luogo riposa la principessa di Molfetta, lei volle restare nella chiesa alla quale era affezionata e insieme a lei ci sono anche diversi membri della famiglia Spinola.

San Francesco da Paola (5)

Dovrete scendere questa scaletta che vi condurrà in una piccola cripta.

San Francesco da Paola (3)
Si ha l’impressione di essere calati in una scena del film Il nome della Rosa, così si presenta l’apertura del sepolcro che raccoglie i resti mortali dei frati.

San Francesco da Paola (6)

E poi c’è la tomba di lei.

San Francesco da Paola (7)

E vedrete certe antiche placche, questa riguarda proprio la tomba di Veronica.

San Francesco da Paola (8)

E questa invece si riferisce a Isabella Spinola, mi ha colpito la raffinata bellezza delle incisioni e poi, come è normale che sia, luoghi come questo sono sempre di forte impatto per chi li visita.

San Francesco da Paola (9)

Girando per la città si scoprono vite e storie a volte poco note, sono le vicende di chi ci ha preceduto e ha lasciato una traccia di sé che ancora persiste.
Nella sacrestia soffermatevi sul ritratto di lei, ha l’espressione pacata, un manto austero e il suo sorriso è appena accennato.

San Francesco da Paola

Questo è il volto di Veronica Spinola, principessa di Molfetta, ancora adesso sotto a questo quadro si leggono le parole incise in sua memoria.

San Francesco da Paola (11)