Sic transit…

Non tutto resta come sempre è stato.
Il tempo scorre e l’oblio posa il suo impalpabile velo sulle vicende umane.

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Sic transit gloria mundi, dicevano gli antichi, la gloria delle cose delle mondo è caduca, fragile ed effimera.
Con tutto il dovuto rispetto questa veduta mi ha lasciato a dir poco stupefatta.
Sic transit gloria mundi.
E direi che non ho nulla da aggiungere, ecco.

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Vittorio Emanuele II – Via Balbi 5

Da un diario genovese del passato: la Grande Guerra

Ancora memorie, una nuova pagina tratta dal diario di Francesco Dufour.
E ancora si parla di una delle imprese di famiglie: i grandi velieri e le tempeste del primo conflitto mondiale.

Il periodo della Grande Guerra fu per la nostra famiglia ricco di eventi tremendi.
I rifornimenti militari facevano lavorare intensamente le concerie, il valore dell’estratto aumentava e con esso i benefici.
Noleggiammo molti velieri oltre i nostri, molti di essi furono silurati dai tedeschi.
Dopo le prime perdite i velieri furono rimorchiati sotto costa fino a Gibilterra, fra i primi ad essere silurato fu il Roberto da noi noleggiato: portava un carico che ci avrebbe dato il beneficio di un milione.
Un altro bellissimo, il Regina Pacis di 3800 tonnellate, fu silurato quasi subito.
Dopo quattro giorni il capitano ritornò da Nizza e ci raccontò piangendo che davanti alle Isole Hyères un sottomarino si era affiancato alla nave e aveva intimato all’equipaggio di imbarcarsi sulle scialuppe.

Amerigo Vespucci (9)

Amerigo Vespucci

Ricordo di aver sentito che un altro capitano era venuto in scagno a salutare i principali prima della partenza, poche ore dopo lo vedevano di ritorno: raccontò di essere stato silurato di fronte a Voltri, l’equipaggio era stato salvato dai pescatori ed il capitano aveva preso il tram nr 1 per tornare a Genova.

Voltri (2)

Voltri

Questi sono i velieri silurati in soli 3 mesi nel 1916: Saturnino, San Francesco, N. S. della Guardia.
Parecchi velieri furono requisiti dallo Stato, le assicurazioni raggiungevano un quarto del valore, finita la guerra incominciò la lotta con il Fisco.
Complessivamente perdemmo 18 navi.
Verso il principio degli anni ’20 l’Argentina proibì l’esportortazione del legno di quebracho ed impose l’estrazione nel territorio dello stato.
Si cercarono dei succedanei, altri legni esotici (tisero, campeccio da Marocco) poi ci si rivolse al legno di castagno.
L’attività dei navigli dei Dufour continuò ancora per qualche anno, navigando anche per conto terzi poi nel 1929 l’ultima nave fu venduta per la demolizione.

Finì così un’epoca, la memoria di quelle vicende è scritta sulle pagine preziose di questo diario, testimone di tempi gioiosi e di tempi difficili.

Nave Italia (12)

L’Imperatrice Sissi per le strade di Portoria

È la memoria di un celebre cronista genovese a tramandare un episodio poco noto che ci porta ancora al passato.
A narrare questo aneddoto è lo straordinario Amedeo Pescio in un articolo inviatomi dal mio amico Eugenio, dal ritaglio non si evince la testata del quotidiano ma presumo che il pezzo sia tratto da Il Secolo XIX in quanto Pescio scrisse a lungo per questo celebre giornale della mia città.
E dunque, andiamo ad altri anni.
II nostro Amedeo ricorda un giorno della sua giovinezza, lui all’epoca era appena un ragazzino e se ne andava a zonzo in Via Roma in compagnia di uno sgamato giornalista che gli insegnerà i trucchi del mestiere.
D’improvviso l’esperto cronista ha una stupita reazione di entusiasmo, in Via Roma incedono aggraziate due dame molto eleganti che attirano la sua attenzione.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Una delle due lo colpisce in modo particolare: indossa un abito scuro, un cappellino da viaggio e regge un ombrello con il manico d’argento.
Ha una bellezza diafana ed eterea, sebbene non sia più così giovane è sempre una donna affascinante.
Osserva le vetrine della lussuosa via genovese, indugia incuriosita davanti al Magazzino Viennese.

Via Roma

E poi ancora, insieme a colei che l’accompagna, si sofferma ad ammirare una mostra di fiori, quindi posa lo sguardo sulle lussuose vetrine di Issel.
Il giornalista segue con gli occhi l’illustre visitatrice, non la perde mai di vista.
E d’un tratto, trafelato, gli viene incontro un collega, così i due cominciano a confabulare tra di loro:
– Ma è lei? – domanda uno.
– Certo che lo è! – risponde prontamente l’altro.
Incuriosito da questo scambio di battute il giovane Pescio chiede di chi stiano parlando e il famoso cronista senza esitazione ribatte:
– L’Imperatrice d’Austria!
Sì, era proprio la celebre Sissi che all’epoca viaggiava in incognito con il suggestivo pseudonimo di Lady Parker, di quei suoi giorni genovesi vi ho già ampiamente parlato in questo articolo.
Torniamo all’interessante racconto di Pescio, per l’appunto è lui a ricordare un fatto poco noto, egli stesso scrive che non è stato tramandato dalle cronache ufficiali.
Eccola Sissi, in compagnia della dama e di una guida si avventura alla scoperta della città, chiede di visitare una particolare parte di Genova, domanda di vedere Portoria.

Portoria

La guida affabile la conduce per quelle strade, le mostra l’Ospedale di Pammatone, si dilunga a narrarne le vicende.
E insomma, cerca di sorvolare su un argomento che potrebbe essere spinoso: in quella zona c’è una memoria storica di rilievo, quel luogo ricorda il gesto di Balilla, simbolo della ribellione dei genovesi al nemico austriaco.

Portoria Balilla

E Sissi è Imperatrice d’Austria, pertanto è necessaria una certa cautela, si rischia l’incidente diplomatico.
Eppure è proprio lei a chiedere di vedere la statua del prode ragazzino, Sissi desidera essere condotta al suo cospetto.

Balilla (2)
E non ha neanche bisogno che le si racconti la storia, a quanto pare conosce bene le vicende di quel periodo.
E pronuncia una frase in proposito, queste parole che meritano di essere ricordate:
– Non si può comandare in casa degli altri!
Non è la sola traccia del suo passaggio nella mia città, i cronisti dedicarono diversi articoli a quei suoi giorni nella Superba.
Di quella sua visita nella zona di Portoria scrisse Amedeo Pescio, grande giornalista e incomparabile narratore della storia di Genova.
Era un aneddoto rimasto nella sua memoria, risaliva ai tempi della sua fanciullezza.

Piazza Pammatone (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Vita quotidiana nella Repubblica di Genova

Un nuovo percorso espositivo nel passato della Superba, una nuova mostra all’Archivio di Stato: Vivere nella città, obbedire alle leggi. Vita quotidiana nella Repubblica di Genova (Sec. XI-XVIII).

Mostra
Un viaggio nel tempo che potrete compiere anche voi, se andrete all’Archivio di Stato potrete ascoltare i racconti della Dottoressa Giustina Olgiati e qui la ringrazio per il tempo dedicatomi, con la sua passione per la storia di Genova vi porta davvero in epoche lontane.

Documento

E naturalmente io non posso trasferire qui la ricchezza di dettagli e la magia della sua narrazione, proverò soltanto a mostrarvi qualche istante di un’altra Genova, la Genova del tempo dei Dogi con le sue regole volte a garantire il buon funzionamento dello stato.
Ci sono volti e ci sono sguardi, alcuni sono tracciati con colori davvero vividi, su queste pagine vedete la genealogia della famiglia Spinola.

Spinola

Spinola (2)

Secolo XVII

E in quel tempo così distante dal nostro le ricorrenze religiose avevano grande rilevanza, qui troverete un antico codice sul quale sono segnate le feste cittadine.

Codice (2)

Su certe righe si scorge un inchiostro di diverso colore, la sfumatura differente dimostra che il codice è stato riutilizzato e ha avuto così una seconda vita.

Codice

E giunge il mese di giugno del 1445, è il tempo di celebrare San Giovanni Battista patrono della città e Sant’Eligio, il patrono degli Orefici.
Per l’occasione il Doge Raffaele Adorno fa diffondere un proclama che sospende provvisoriamente le leggi sul lusso.

Proclama 1445
Queste regole, dette leggi suntuarie, ricadevano sull’abbigliamento e anche sull’abbondanza di certi banchetti, avevano lo scopo di limitare la sfoggio di ricchezza, si voleva così evitare che fossero ancor più stridenti le differenze tra le varie classi sociali.
E tuttavia per la festa del patrono in quei giorni d’estate Genova sfavillò in tutta la sua eleganza: con l’avvallo della massima autorità della Repubblica le donne genovesi poterono indossare raffinate sete preziose, perle e gioielli in quantità, uno spettacolo al quale avrei voluto assistere!

Arca Processionale

Arca Processionale con le Ceneri di San Giovanni Battista

Inoltre per la festa di San Giovanni Battista di solito venivano aperte le porte del Carcere della Malapaga, la prigione riservata agli insolventi, è logico dedurre che molti di questi condannati poi non vi facessero ritorno.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

Come tutti ben sapete la storia non è fatta solo dai Dogi e dai nobili, la storia del mondo è costruita anche alla gente comune, da coloro che cercano di campare come meglio possono.
E il mondo a volte sa essere un posto pericoloso: nel territorio della Repubblica di Genova si proibisce severamente il possesso di armi da taglio e da offesa di lunghezza inferiore ai due palmi e mezzo,  da questo provvedimento sono esclusi i medici e gli artigiani,  coloro che per lavoro usano i coltelli sono comunque tenuti a trasportarli nel loro fodero.
In caso di infrazione di queste regole la giustizia ci andava pesante: nel ‘600 gli altolocati venivano condannati a 5 o 10 anni da scontare in Corsica, Sardegna o Sicilia, tutti gli altri finivano schiavi sulle galee.
In esposizione c’è un disegno con le armi da taglio consentite, tra di esse anche il temperino da usare per la piuma d’oca e i coltelli da cucina che comunque dovevano restare tra le mura domestiche.

Coltelli

Genova a volte cela letali pericoli.
Siamo nel 1596, lo vedete quell’uomo? Ha lo sguardo perso, è tremante di paura, cerca un modo per sfuggire alla violenza che imperversa in città.
Il suo nome è Giuseppe, fa il maestro di scuola a Banchi e rivolge un’accorata richiesta alle autorità, riporto qui alcune righe del documento sottostante:

Giuseppe Segaro che insegna a scrivere et tien scuola in Banchi, è necessitato massime nella stagione invernale andar di notte in molte case de cittadini a dar lettione a suoi scolari, e per che non si sa di notte da cui guardarsi et si vanno tirando delle pietre…

Licenza

Si, quando scendono le tenebre le strade diventano ancor più rischiose e per queste ragioni il povero Giuseppe chiede che siano magnanimi con lui: per carità, gli sia consentita una dispensa, gli sia permesso portare un’arma solo per potersi difendere!

Piazza Banchi (8)

Il mondo è fatto di gente come questa, con le sue fatiche e i suoi dolori.
E c’è Battistina, una donna che viene ammessa nell’arte dei tavernieri, alla mostra scoprirete di più su di lei e sulle donne di Genova.
Genova è città dai tanti volti, qui vivono persone che vengono da terre lontane, gi stranieri che qui aprono le loro botteghe, si sposano con le genovesi e diventano essi stessi cittadini della Superba con l’obbligo di pagare le tasse.
Una città dove c’erano i depositi da olio sotto a Palazzo Ducale.

Depositi

Un’ampia sezione della mostra documentaria è dedicata agli ebrei giunti a Genova dalla Spagna sul finire del ‘400 e alle loro difficili condizioni.
Tra loro un padre, è un ebreo convertito, sua figlia ha solo dieci anni, è battezzata e si chiama Mira.
E lui davvero non sa come prendersi cura della sua bambina così la affida a Battista Grimaldi, lui la terrà per vent’anni come serva e poi Mira sarà libera e forse il destino saprà essere generoso con lei.
E poi andiamo al 1590: c’è un medico ebreo, è molto amato dalla gente di Sarzana dove egli opera, è un dottore generoso e amorevole, si prodiga per i più sfortunati, non si può certo fare a meno di lui!
I maggiorenti della città hanno fatto una raccolta di firme e hanno ottenuto una proroga e così egli potrà restare a Sarzana, dove c’è bisogno delle sue cure.

Medico (2)

Una città di mercanti e di corporazioni, con regole e statuti da rispettare.
E guardate la bellezza e la perfezione di questa calligrafia, questo volume riguarda l’arte dei tintori della seta.

Tintori di Seta

Tintori di Seta (2)

Città di beneficenza e di ospedali, città severissima con coloro che infrangono le leggi, anche sulle pene ci sono diversi documenti interessanti.
C’è il quotidiano di un altro tempo in questa mostra, io vi ho svelato appena qualche frammento e vi ho mostrato alcuni documenti.
Numerose altre carte preziose sono esposte all’Archivio di Stato fino al 2 Luglio, è una mostra gratuita e di grande interesse, qui trovate tutti i dettagli in merito.
Ringrazio ancora Giustina Olgiati, lei sa davvero rendere reale quel mondo che non abbiamo veduto.
E magari anche voi lascerete l’archivio con un pensiero che resta.
Il maestro di Banchi avrà poi vissuto giornate meno complicate?
E a quanti bambini avrà insegnato a scrivere?
E Mira, la piccola Mira, avrà poi avuto un destino felice?
Serva a 10 anni e libera a 30, avrà avuto il calore di un amore sincero, una casa, un posto dove ritornare?
La storia non è solo un elenco di date, battaglie e trattati.
La storia del mondo è anche lei, la piccola Mira e le sue speranze di felicità nella Genova di un altro tempo.

Genova

Le figurine Liebig: Garibaldi e la Spedizione dei Mille

Come da consuetudine anche quest’anno dedico un articolo al ricordo di un giorno importante per la nostra nazione: 5 Maggio 1860, i piroscafi Piemonte e Lombardo partono dallo scoglio di Quarto, Garibaldi e i suoi Mille stanno per scrivere una pagina della nostra storia.
Da appassionata delle vicende risorgimentali naturalmente ho diversi libri sull’argomento e in un testo interamente dedicato all’Eroe dei Due Mondi ho trovato una notizia curiosa.
Nel lontano 1910, per celebrare i 50 anni dell’Impresa dei Mille, la Liebig diffuse una serie di figurine dedicate all’epopea degli ardimentosi in camicia rossa.
E così sono andata a sfogliare gli album che mi ha lasciato mia nonna, chissà se tra tanti cartoncini riposti con cura ci sono anche quelli?
Ed eccole qui le sei celebri figurine, non saprei trovare maniera più originale per celebrare il nizzardo e coloro che lo seguirono.

Garibaldi (7)

Un tondo con una cartina nell’angolo destro, un momento saliente di quegli anni, la data e la descrizione dell’evento rappresentato.
Dopo la partenza da Genova, i nostri temerari sbarcano a Marsala.

Garibaldi

Ed è ricordata una celebre battaglia: avvenne a Calatafimi, il 15 Maggio 1860.

Garibaldi (2)

Ogni figurina racconta una storia, sul retro vi sono alcune righe che spiegano l’evento a cui si riferisce il disegno, non manca pertanto una precisa narrazione di ciò che accadde.

Garibaldi (3)

Il mare luccica, le nuvole percorrono il cielo e Giuseppe Garibaldi parla ai suoi uomini, tutti sono pronti ad eseguire i suoi comandi, questo è il passaggio dello Stretto di Messina.

Garibaldi (4)

Le figurine celebrative mettono in risalto la grandezza e il trionfo dell’eroe, accolto dal giubilo della folla.
E mi vengono alla mente certe memorie di coloro che lo conobbero, il suo carisma era trascinante.

Garibaldi (5)

L’ultima figurina della serie è dedicata ad un celebre combattimento che terminò con la vittoria di Garibaldi e dei suoi uomini, si tratta della Battaglia del Volturno.
Non mi sono dilungata di proposito sui singoli momenti storici ma ognuno di essi naturalmente meriterebbe di essere illustrato in maniera approfondita.
Ricordo così il tempo del coraggio di coloro che hanno mutato il corso della nostra storia costruendo la nostra nazione, le loro gesta sono immortalate sulle Figurine Liebig pubblicate per il 50° Anniversario della Spedizione dei Mille.
È la memoria di ciò che ebbe inizio quel giorno, il 5 Maggio 1860.

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Una misteriosa colonna in Via Dante

Di recente mi sono regalata un volume che è una miniera di informazioni sulla mia città: si tratta della rivista Genova, il Bollettino Municipale Mensile del Comune, ho acquistato l’intera annata del 1924 ed è una lettura molto interessante.
Queste pagine sono ricche di notizie preziose e mi hanno portato nei pressi della piccola dimora nota come Casa di Colombo, come tutti ben sapete alle spalle di essa si trova il chiostro della perduta chiesa di Sant’Andrea.

Chiostro di Sant'Andrea

Chiostro di Sant’Andrea

Le notizie che leggerete sono tratte dal fascicolo nr. 7 del 31 luglio 1924, in certe righe si legge che nell’area verde prospiciente Via Dante è stata posta una colonna.
Ecco un’immagine d’epoca dell’amico Finauri, osservate con attenzione la parte destra, la colonna si trova proprio di fronte al chiostro, poco distante, ancor più sulla destra, c’è la ringhiera di separazione.

Chiostro di Sant'Andrea (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Il tempo scorre e le cose cambiano, naturalmente sono subito andata a verificare la situazione attuale.
E mi si perdoni, magari per alcuni lettori questa non sarà una sorpresa ma io non avevo proprio mai notato questa colonna eppure è sempre stata al suo posto, tra gli alberi ormai cresciuti, là dove venne messa il 24 giugno del 1924.

Colonna

Questo è un tronco di colonna romana che in precedenza si trovava a Palazzo Bianco e in quell’anno si decise di collocarla qui.

Colonna (4)

Ed è visibile dall’area del chiostro e anche da Via Dante.

Colonna (2)

Come si può notare sulla colonna è riportata una lunga ed elaborata iscrizione latina, venne stilata dal professor Achille Beltrami, le sue parole sono il ricordo di ciò che un tempo c’era in questa zona.
Il chiostro in precedenza si trovava in un’altra zona e durante i lavori per la sua collocazione in quest’area vennero rinvenute due necropoli: la prima risaliva al IV e V secolo a. C., la seconda invece al IV secolo d. C., sulla rivista si legge che le tombe ritrovate sono state poi trasportate a Palazzo Bianco.
L’iscrizione sulla colonna, oltre a rammentare al passante la grandezza di Cristoforo Colombo e la bellezza del chiostro di Sant’Andrea, è una memoria perenne posta in ricordo di greci, etruschi e campani che qui trovarono il luogo del riposo eterno.

Colonna (5)

Nel centro della nostra città, dove noi camminiamo ignari di ciò che è stato.
Nel nostro tempo che è un altro tempo, così frettoloso e distratto, la nostra memoria è labile.
Quando passate in Via Dante guardate anche voi oltre la ringhiera, vedrete una colonna non più misteriosa della quale ora anche voi conoscete la storia.

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La Croce di San Giorgio

Oggi, 23 Aprile, è il giorno di San Giorgio, eroica figura che da molti secoli ha un posto speciale nel cuore dei genovesi.
La memoria di San Giorgio e delle sue gesta è scolpita sopra i portoni dei palazzi della città vecchia e se non sapete per quale ragione la sua immagine si trovi su certi edifici invece che su altri qui trovate la spiegazione e potrete leggere anche la storia avventurosa di questo Santo che sconfisse un terribile drago.

Vico dell'Oliva

E nel giorno a lui dedicato io desidero celebrare il Santo valoroso e anche il vessillo della Superba sul quale campeggia fiera proprio la Croce di San Giorgio.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo, queste parole risuonano in questa città dagli albori della Repubblica di Genova.
Per Genova e per San Giorgio!

Bandiera di Genova

Genova celebre per le sue imprese, Genova temuta e rispettata.
Croce rossa in campo bianco, simbolo dell’eroismo dei Crociati in Terra Santa, la Croce di San Giorgio figura anche sulla bandiera inglese: sul finire del 1100 fu proprio la Repubblica di Genova a concederne l’uso al Re d’Inghilterra.
In cambio di moneta sonante il Doge della Superba si impegnava a proteggere con la sua flotta le navi inglesi che, battendo la celebre bandiera genovese, si avventuravano nel Mediterraneo all’epoca infestato da minacciosi pirati.

Bandiera di Genova (5)

Ancora adesso il simbolo di Genova La Superba sventola nelle strade un tempo percorse da valenti uomini di mare.
Non so dirvi quante volte ho incontrato la Croce di San Giorgio, scorgere questi colori per le vie della mia città suscita in me un autentico senso di appartenenza.
Bianco e rosso, l’ho veduto in ogni luogo, davanti una finestra di Campetto e sopra l’orologio che scandisce le nostre giornate.

Bandiera di Genova (3)

Bandiera di Genova (4)

Simbolo di Genova e della sua grandezza.

Stemma di Genova

Sventola in cima alle torri di Porta Soprana.

Porta Soprana

Davanti al Palazzo che trae il nome proprio da San Giorgio, oggi sede dell’Autorità Portuale.

Palazzo San Giorgio

Ed è nel vessillo dei prodi Balestrieri del Mandraccio.

Balestrieri del Mandraccio

Di fronte al fastoso Palazzo della Meridiana.

Palazzo della Meridiana

Bianco e rosso, sul lampione che sovrasta una farmacia in Via della Maddalena.

Croce di San Giorgio

Nello stemma della città, a Tursi.

Palazzo Tursi

Sul faro che rischiara l’orizzonte ai naviganti.

Lanterna

In ogni modo, sempre.

Lanterna (2)

Davanti alla casa natale di un suo celebre figlio di nome Giuseppe Mazzini, colui che amava la sua Genova e anche il nostro tricolore.

Casa di Mazzini

Mossa dal vento, sulla sommità della Torre Grimaldina.

Torre Grimaldina

In quella magia di ardesie, abbaini e tetti dai quali affiorano misteriose torri antiche.

Torre Grimaldina (2)

Nello splendore del Salone del Minor Consiglio a Palazzo Ducale ancora sventola orgogliosa la nostra croce di San Giorgio.

Palazzo Ducale

La si scorge su certi cancelli, nelle luci di una sera d’inverno.

Piazza Banchi

Nelle grandi piazze, di fronte a vaste dimore.

Piazza della Nunziata

Nei semplici caruggi, nell’ombra nascosta dei vicoli.

Vico delle Camelie

E là, nel cielo blu che sovrasta Via Garibaldi.

Via Garibaldi

Nel giorno di San Giorgio, davanti al mare che bagna questa terra, simbolo di una fierezza che dovremmo saper conservare.
E in quelle parole che rimangono ancora nostre, fanno parte del nostro cammino nel mondo e della nostra identità.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!

Bandiera di Genova (2)

Il Magnifico Cristoforo Spinola e la sua prigionia

Torniamo ad anni cupi, al tempo in cui a Genova si usava rinchiudere i debitori nella sinistra prigione della Malapaga.
Nel passato, narrano gli storici, certi incarceramenti erano ben studiati: erano note le risorse dei generosi amici del condannato e si confidava così nel prodigo soccorso di costoro, certo avrebbero provveduto a coprire il debito del malcapitato per restituirgli così la libertà.
Gettato in un’umida e triste cella finì anche il Magnifico Cristoforo Spinola, rappresentante di una blasonata famiglia e importante uomo affari.
Eccolo il nostro Cristoforo, anch’egli varca la soglia della Malapaga, forse i suoi occhi si posano proprio su quella lapide dove sono elencate le mercedi dovute al custode o forse ai suoi tempi ne trova una diversa da questa.

Malapaga

Beh, il nostro Spinola non tirerà fuori un soldo per uscir di galera e non saranno neppure i suoi amici ad aiutarlo.
Dovete sapere che è finito là dentro per aver mal risposto la sua fiducia nella persona sbagliata, nihil sub sole novi, verrebbe da dire.
E infatti tra il 1742 e il 1743 a Venezia operava un tale che curava gli affari del nobiluomo genovese e non lo faceva certo in maniera cristallina: pare che abbia raggirato e truffato decine di persone!
Ovviamente la legge non ammette ignoranza e le reazioni dei creditori non si sono fatte attendere, uno per uno tutti sono andati a batter cassa da Cristoforo.
Lo Spinola, non sapendo che pesci pigliare, pensò di affidarsi a qualcuno che potesse districare lo spiacevole impiccio e chiese l’intervento di una personalità di riguardo: Carlo Goldoni, all’epoca console di Genova a Venezia, vi ho già narrato i dettagli su questo suo incarico in questo articolo.

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Vico Sant’Antonio – lapide per Carlo Goldoni

Malgrado cotanto interessamento lo Spinola non ebbe fortuna e una volta tornato a Genova per l’appunto finì in gattabuia.
Tuttavia i suoi creditori stavano in guardia, non c’era da fidarsi della sicurezza della Malapaga.
E così, tutti d’accordo, scrissero una bella lettera ai Serenissimi Senatori chiedendo che lo Spinola venisse trasferito nella prigione del Palazzetto Criminale dal quale Cristoforo non sarebbe certo riuscito ad evadere.

Salita all'Arcivescovato (4)

La storia è narrata con ricchezza di particolari dal meraviglioso Amedeo Pescio nel suo Croce e Grifo, io possiedo questo prezioso volumetto che è stato stampato in 25 copie, ho scovato una di esse nello scaffale di una libreria dell’usato.
La prigionia di Cristoforo Spinola ebbe un esito imprevisto, state un po’ a sentire cosa accadde.
Mentre lui era ancora dietro le sbarre, a Genova imperversava la rivolta contro l’invasore austriaco, il 5 dicembre 1746 un ragazzo noto come Balilla lanciò un sasso e diede inizio alla ribellione della gente di Genova.

Balilla (2)

Nei giorni che seguirono il  popolo si riversò nelle strade, un’orda furiosa travolse persino la Malapaga e vennero liberati tutti prigionieri, si voleva che questi si unissero ai genovesi per scacciare i nemici austriaci.
E così le porte della cella si spalancarono anche per il nostro nobiluomo, l’ineffabile Amedeo Pescio dice che i popolani si rivolsero a lui con queste parole:
– Scia vegne sciö Cristoffa!
– Venite con noi signor Cristoforo!
Ebbe così fine la disgraziata prigionia del Magnifico Cristoforo Spinola, finito in carcere per i suoi debiti.

Portoria Balilla

Giuseppe Garibaldi e una leggendaria partita a bocce

È un giorno d’autunno del 1853 e un gruppetto di persone percorre Salita di Oregina, l’ultimo della fila è un garzone e porta una pesante cesta sulle spalle.

Salita di Oregina (2)

Davanti a lui ci sono un ragazzino e una bambina bionda, lei ha una lunghissima treccia che le arriva sino alla vita, entrambi seguono con passo spedito il loro papà.
Lui ha capelli fulvi e una folta barba, indossa uno scenografico poncho e altri non è che l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi.

Garibaldi

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

La strada è ripida e impervia, si inoltra in luoghi di verde campagna, con case basse immerse nell’aria pura.

Salita di Oregina (3)

Salite, curve, viali e finalmente la bella compagnia giunge a destinazione, un cancello si apre e ad accogliere calorosamente Garibaldi è il suo sodale Luigi Coltelletti.

Salita di Oregina

Il giovane garzone posa la cesta con i doni del mare destinati all’amico di Garibaldi e l’eroe, dopo aver ascoltato la triste storia di questo ragazzo e le miserie della sua famiglia, lo ricompensa con diverse monete sonanti.
È una giornata dal clima dolce sulle alture di Oregina, così i due amici pensano bene di dilettarsi con un piacevole passatempo: una partita a bocce.

Bocce (4)

Il campo che fa al caso loro è proprio lì sotto, davanti alla villetta di un certo Boero il quale non se lo fa ripetere due volte: appoggia una scala al muro e in men che non si dica Garibaldi e il suo amico scendono, da lì a poco avrà una leggendaria partita.
Fin da principio le cose non sembrano andare per il verso giusto per Garibaldi, il nostro soffre di dolori ad una mano e non riesce a giocare correttamente, i suoi avversari passano subito in vantaggio.
Non si arrende, uno come lui non può certo ritirarsi!
Un catino d’acqua fresca e una pezza bagnata gli procurano un certo sollievo, è pronto così per una nuova sfida.
E si comincia di nuovo, si gioca per pochi soldi e soprattutto per l’onore, è la rivincita ma ancora una volta il Generale perde la partita.
Lui non si dà per vinto e sfida ancora i suoi avversari, questa volta sembra avere la meglio, gioca con foga e passione, non sbaglia un colpo.
E poi, d’improvviso la mano lo tradisce ancora : la boccia cade a terra e il nostro eroe, a malincuore, è costretto ad abbandonare la partita.
E malgrado tutti sostengano che non ci sia necessario, Garibaldi ci tiene a pagare il suo debito così come si era stabilito.

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Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tira fuori il portafoglio e si accorge che è vuoto, si ricorda così che tutti i suoi soldi sono finiti nelle mani del garzonetto!
Il signor Boero, padrone di casa e proprietario delle bocce, non la prende male, si rivolge a Garibaldi con molto riguardo e pronuncia parole di profonda stima.
Si dice onorato di averlo avuto come ospite nella sua casa, lui sa che ben altre partite attendono il Generale, promette che nessuno userà mai più quelle bocce, resteranno da parte, in attesa di una nuova visita del grande eroe.
Questo magnifico aneddoto è tratto da testo di Ferdinando Resasco “Libro di Cronaca del 1891” e proviene da uno dei cassetti delle meraviglie del mio amico Eugenio, come sempre lo ringrazio per averlo condiviso con me.
Garibaldì tornò ancora nella casa di Boero.
Un giorno, mentre si trovava lì, lo avvisarono che in una villetta poco distante c’era un genovese che voleva incontrarlo, desiderava discutere con lui di certi argomenti: quest’uomo era Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (2)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tomaso Boero, proprietario di quella casa e delle bocce, era cugino di Mazzini, assomigliava talmente tanto al suo illustre parente da aver posato per il monumento che ritrae il patriota genovese.

Mazzini
Tomaso Boero fu di parola, quando Garibaldi lasciò la sua casa prese le sue preziose bocce le legò con dei nastrini patriottici, quindi le sistemò in una bella scatola di legno che lui stesso aveva costruito.

Bocce

Passarono poi ai suoi discendenti e vennero sempre ricordate come Le bocce di Garibaldi.

Bocce (2)

La storia è fatta anche di questi piccoli attimi quotidiani che rendono umani e reali i protagonisti delle vicende della nostra nazione.
E quelle bocce, ancora adesso chiuse con certi nastri, si trovano nel luogo dove si celebra la storia d’Italia, il Museo del Risorgimento.
Accadde in un giorno d’autunno del 1853:  in un campetto davanti a una casa di Oregina si svolse una leggendaria partita a bocce.

Bocce (3)

Natalina Pozzo, la fruttivendola di Sarzano

In certi quartieri ci si conosce tutti, nel passato la città era anche più raccolta e credo davvero che fosse noto a molti il viso di Natalina Pozzo, fiera fruttivendola di Piazza Sarzano.
Là lei aveva la sua bottega, come ogni abile commerciante avrà esposto la sua merce con cura.

Piazza Sarzano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E mai l’avrebbe detto, Natalina, che un giorno avrebbe fatto un fatale incontro.
È il 1834, nella città di Genova c’è un uomo in fuga, le guardie sono sulle tracce, è implicato in un tentativo d’insurrezione che non è andato a buon fine.
E lui scappa e cerca la salvezza con indomita caparbia, arriva così in Sarzano ed è Natalina a giungere in suo soccorso.
Non c’è tempo da perdere, lei lo fa entrare nel suo negozio e lo nasconde agli occhi del mondo, il fuggiasco uscirà da quella bottega indossando abiti da contadino.
Il suo nome è destinato ad essere scritto nei libri di storia, il celebre fuggitivo è Giuseppe Garibaldi.

Garibaldi (2)

Opera esposta all’Istituto Mazziniano Museo del Risorgimento

Ora, ai nostri tempi, la bottega di Natalina non esiste più, mutano le città e con esse le nostre strade.
C’era, sopra la porta del suo negozio, una lapide in memoria di quell’evento, mai avrei pensato di vederla.
L’ho ritrovata al deposito del Museo di Sant’Agostino e perdonate la qualità della foto, la lastra era posata a terra in un punto non proprio agevole.
Tuttavia ecco cosa si può leggere su quel marmo:

Lapide

SALUTI REVERENTE IL POPOLO
QUESTA CASA
PER FRATERNA PIETA’ DI NATALINA POZZO
ACCOLSE FUGGIASCO
GIUSEPPE GARIBALDI
INIZIANTE LA GLORIOSA EPOPEA DELLE SUE GESTA
IL 4 FEBBRAIO 1834

Ho anche trovato un’antica foto di quella bottega, sopra la lapide si trovava un tondo all’interno del quale c’era il volto di Garibaldi.
La foto d’epoca non è tanto chiara ma ho avuto l’impressione che potrebbe trattarsi di questo altro pezzo che ho trovato a Sant’Agostino.

S. Agostino (17A)

Rimuoviamo i marmi e con essi la memoria delle storie che testimoniano, distogliamo lo sguardo dal nostro passato e così, poco a poco, perdiamo il ricordo di certi eventi e diveniamo in qualche modo più poveri.
La vicenda di Natalina Pozzo si collega ad altre due storie che hanno già avuto spazio su queste pagine, si narra infatti che altre due popolane abbiano aiutato Garibaldi durante la sua fuga: una è la fruttivendola Teresa Schenone e l’altra è l’ostessa Caterina Boscovich.
Donne del popolo, donne dei caruggi.
E un giorno io ho ritrovato lei, Natalina.
Quando ho veduto il suo nome inciso sul marmo mi è come venuto un tuffo al cuore e mi è parso quasi di scorgerla sulla soglia della sua bottega, donna semplice e coraggiosa che spalancò la porta all’eroe in fuga.
Un saluto a te, Natalina, fruttivendola genovese prodiga della tua fraterna pietà.

Verdura